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Rota: Chamber Works (Bidoli, Canino, Mercelli, Sanzin)

Pubblicato da Decca Italy, il lavoro discografico 2020, che il violinista Alessio Bidoli interpreta insieme al pianista Bruno Canino, al flautista Massimo Mercelli e all’arpista Nicoletta Sanzin, seleziona alcune delle pagine cameristiche più espressive di Nino Rota –nome d’arte di Giovanni Rota Rinaldi (Milano 1911, Roma 1979).

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Perfezione ed estasi nella moderna Quinta diretta da Currentzis

In occasione dei 250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven, il greco Teodor Currentzis dirige la Quinta sinfonia alla tesa di MusicAeterna – l’orchestra russa che lui stesso ha fondato nel 2004. La registrazione, incisa in coppia con la Sinfonia n.7 in la maggiore op.92 –che verrà rilasciata separatamente in autunno 2020- è stata distribuita da Sony Classical e resa possibile grazie al supporto di VTB Bank.

Legati da un’intesa mistica, l’orchestra e il suo direttore condividono valori, principi, che trovano radice in intime e profondissime esigenze; affrontando un repertorio che spazia dalle musiche barocche, nel loro suono originale, alle più contemporanee.    

Opinioni divergenti sulla sua figura, d’eccezione nell’ambito, hanno contribuito alla costruzione di un mito, che lo presenta ora “salvatore della musica classica” ora guru visionario ed eccentrico, contrassegnato da un’attitudine punk. L’atteggiamento da eremita, l’ascesi spirituale e la devozione verso un ideale totalizzante, cui aderisce pienamente insieme con i musicisti di MusicAeterna, dimostrano la convinzione e la forza della sua fede artistica. La ricerca è quella estrema della perfezione, dell’estasi, e la trascendenza. Il fine è catarchico, in tutti gli stati possibili. «Tutta l’alta intenzione di questa musica, tutta questa incredibile energia può purificare gli ascoltatori e inviare questo nuovo raggio di luce nella loro coscienza e nello spirito»: questa la dichiarazione d’intenti di Currentzis per la Sinfonia n.5 in do minore op.67. Le prime bozze della Sinfonia risalgono al 1804, ma la composizione vera e propria è avvenuta in seguito, tra il 1807 e il 1808, in contemporanea con la Pastorale. Sono anni di travaglio e sofferenza, per il compositore di Bonn, acuiti dalla sempre più disperante sordità. Schindler, amico e primo biografo di Beethoven, avrebbe difatti interpretato le sue parole «così il destino batte alla porta», in riferimento alle quattro note iniziali, come esemplificative dei motivi dell’intera opera, da allora definita «Sinfonia del destino». Per certi versi, è la dichiarazione di un destino irriducibile. Eppure Beethoven sentiva, con determinazione sacrale, di essere stato investito di una missione –quella di trasmettere un messaggio, positivo nonostante le miserie e le storture quotidiane, al di là della dimensione strettamente personale. Allo stesso modo, il Currentzis-vate avverte tutta la necessità e l’importanza di recuperare la purezza assoluta dell’Arte, la Verità artistica. Secondo il direttore d’orchestra, è stata infatti fraintesa la vera bellezza di Beethoven, la quale «non è la bellezza morale della proporzione –sostiene lo stesso Currentzis- bensì quella immorale e rinvigorente della luce che può bruciare». Prendendo le distanze dall’interpretazione più classica, ne restituisce una personalissima e anticonvenzionale.

L’esecuzione dell’Allegro con brio, in apertura dell’opera 67, è densa, dinamica. L’intero movimento, vigoroso nel suo insieme, è sostenuto da un andamento rapinoso di note veloci. Scandito dall’impeto del ritmo, prosegue spedito, impietoso; brevi stati di quiete. Si consuma in rapidità. Currentzis riesce a penetrare tutta l’essenza dello spirito del compositore tedesco: un Beethoven teso, contrastato, esasperato che si sostanzia attraverso le sonorità secche e taglienti, le accensioni cromatiche. Dall’alleggerimento sonoro in chiusura del primo movimento, prende le mosse l’Andante con moto. Mitigato dall’alternanza tematica, si caratterizza per il generale senso di luminosità. Crepita in bagliori. L’Allegro inizia fra note sommesse, che dal registro grave crescono di sonorità. Il trattamento musicale restituisce un incedere nervoso. Gli archi si impuntano e trascinano in un’agitazione frenetica. Agitazione poi stemperata dal passaggio al pianissimo in una graduale, ma crescente, sottrazione -in termini di peso e colore. Il suono diviene morbido, delicato, sfuma in leggere inconsistenze. Dirompente, l’Allegro finale trionfa sui movimenti precedenti, esuberante, tumultuoso. Espressione che vibra di vitalità e gioia. Chiude sfolgorando.    

È interessante notare come Currentzis rilevi nell’opera non tanto il titanico conflitto tra Eroe e Destino o la lotta fra Bene e Male, quanto la passione del compositore, facendone un ritratto molto espressivo e vivido.  È dunque Beethoven stesso che appare, deborda dai confini della partitura, in una sorta di “fenomenologia dello spirito”. La rappresentazione dell’uomo in rivolta.                                                                                                                                                                     

Il Trio “Il Furibondo” nella nuova interpretazione dei Trii per archi di Reger5

«La registrazione si distingue per una sonorità fresca, per la chiarezza delle linee e per l’ampiezza melodica e calorosa. I Trii di Reger brillano di colori nuovi, italiani»: così si è espresso Stephan König, direttore scientifico del progetto discografico per conto del Max Reger Institut di Karlsruhe.

 È nuovo infatti il lavoro del Trio d’archi Il Furibondo -dal 2001 composto rispettivamente da Liana Mosca (violino), Gianni De Rosa (viola) e da Marcello Scandelli (violoncello)-per la collana bavarese Solo Musica, e distribuito da Sony Music Entertainment. Si caratterizza per quella cantabilità, peculiare da sempre, degli interpreti italiani che si sono dedicati ai grandi autori esteri. Il gruppo, che collabora regolarmente con rinomati ensemble quali Il Giardino Armonico e Les Concert des Nations, affronta un repertorio ampio, spaziando dal Barocco (con strumenti d’epoca) al Novecento storico. L’incisione del disco è avvenuta nell’estate 2017 con il supporto tecnico di Andrea Dandolo, nella Chiesa romanica di San Bartolomeo di Nomaglio (To), nel Canavese.

Per il panorama musicale, il disco rappresenta una grandissima novità, dal momento che il compositore tedesco è poco conosciuto ed eseguito. Di qui, anche l’originalità e il valore della scelta musicale, irta di non poche difficoltà tecniche.

Max Reger (Brand 1873-Lipsia 1916), figura singolare del suo tempo, è stato pianista, direttore d’orchestra e organista di enorme rilievo, al punto da essere associato al repertorio specifico di Johann Sebastian Bach. «Bach per me è l’inizio e la fine di tutta la musica; ogni vero progresso poggia e si basa su di lui […] Essere un bachiano vuol dire essere autenticamente germanico e inflessibile». Queste le parole del compositore, a manifesto di un credo estetico molto solido; e ancora «Se Bach non fosse nato, io non esisterei, non sarei qui neanche fisicamente». Epigono ed erede per certi versi, all’avanguardia per altri, Reger riprende alcune forme musicali del Barocco, quali la Fantasia su Corale e la Fuga, ora dilatando i modelli, ora recuperando la severità del contrappunto. Eclettico di formazione, coltiva numerosi generi, alterna componenti tardoromantiche e un solido classicismo, influenzato inoltre da Wagner, Mahler, Bruckner, Brahms, ed elevando la tradizione tedesca sino ai confini della tonalità.

Al di là della sua eccellenza in campo organistico, non meno importante fu la produzione cameristica, cui appartengono i Trii per archi Op.77b e Op.141b, rispettivamente del 1904 e del 1915. La genesi della prima composizione è interessante perché rappresenta una svolta radicale nello stile regeriano: il compositore, che in quel periodo è a Monaco di Baviera e gode della fama di progressista, sceglie di fare un passo indietro, mettere in discussione quanto composto in precedenza. Sostenendo che la Germania musicale del primo Novecento fosse in sofferenza e rintracciando la causa di quella crisi nel tecnicismo compositivo -da lui ritenuto troppo opprimente, asfissiante- si era accorto che «ciò che mancava era un Mozart», musicalmente il ripristino di quella fluidità compositiva, quell’olimpica leggerezza che l’austriaco incarnava. Certamente poco capito ma molto stimato: Schönberg lo definì «un vero genio», mentre Hindemith «l’ultimo gigante della musica».

Con l’Op.77b affiora il desiderio di essere veramente compreso, insieme al ritorno a quel “libero stile” tanto auspicato. A livello compositivo, la novità risiede nella separazione tematica, per nette cesure, che consente all’ascoltatore di riconoscere e fissare i temi. L’interpretazione del Furibondo, frutto di un lavoro di riflessione matura e consapevole sulle fonti autografe del compositore che l’Istituto Max Reger di Karlsruhe ha reso disponibili, è avvenuta secondo un approccio di tipo filologico. L’approccio e l’analisi della musica hanno permesso di individuare e seguire nelle opere 77b e 141b, composte a distanza di undici anni l’una dall’altra, l’evoluzione di uno stile fortemente riconoscibile. Reger definì la 141b «opera da camera in miniatura» probabilmente riferendosi al proprio taccuino, dove appuntava la scrittura. Da notare l’uso del colore nero per le note e del rosso per la dinamica e l’agogica. Come se la sua ispirazione fosse scissa in due fasi: prima la composizione tout court; in seguito l’interpretazione, dettata dal suo più intimo sentire. L’esecuzione del Furibondo è energica, vitale, vigorosa. Un affresco di grande nitidezza, coglie sensibilmente l’uomo e l’artista Max Reger. Scandita sin dalle prime note, la musica dell’op.77b è mossa da un’agitazione; come dall’ansia di quella ricerca che è il motivo dell’opera stessa e che prosegue sino allo scioglimento nel finale, dove infine la tensione si placa. Il suono terso degli archi riempie i quattro movimenti (Sostenuto-Allegro agitato, Larghetto, Scherzo: Vivace, Allegro con moto) e restituisce –pure nelle due principali linee melodiche, ora inquiete ora pacate, che si sviluppano a passi alterni- generalmente una visione dalle tinte tenui, dolcemente malinconica, rispetto alle più fosche e brunite tinte dell’op.141b (articolata nei tre movimenti Allegro, Andante sostenuto con variazioni, Vivace). L’inizio di quest’ultima è difatti un lungo, sinistro, cupo scenario di note che si inseguono, scendono al grave e incedono, a momenti, come sospinte; il timbro è più marcato. Chiudono l’incalzante Vivace tre colpi che sembrano segnalare la fine di un’epoca, quella tardoromantica. «Molti hanno ritenuto che fosse un’aurora, invece si trattava solo di un bel tramonto»: così aveva pensato il francese Claude Debussy di Wagner, ispirato dall’immagine crepuscolare proposta da Hugo. Ma la citazione potrebbe essere valida per descrivere le transizioni di un’intera epoca, coinvolgendo lo stesso Max Reger.                                                                                                                                                      

Tra le prossime uscite in programma del gruppo, si annoverano musiche di Haydn, Wagenseil e Gluck con l’arpista Margareth Köll e il flautista Marcello Gatti (Accent), e i quartetti di Federigo Fiorillo con il flautista di Lello Narcisi (Da Vinci).

“Il matrimonio segreto” di Cimarosa al Teatro Regio

Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa in scena al Teatro Regio di Torino lo scorso 15 gennaio.

Il titolo dell’opera – che pure sostituisce Il flauto magico di Mozart- soddisfa le aspettative del pubblico, che riempie la platea e assiste divertito e coinvolto dalla comicità dai toni buffi ed equivocanti su cui lo spettacolo si fonda.    

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