Tutti gli articoli di Alessandro Camiolo

Musidams consiglia: le 10 migliori canzoni di novembre

Un altro mese è già passato e noi torniamo a stilare la consueta classifica delle migliori uscite italiane e internazionali. Con uno sforzo congiunto e uno scambio di opinioni da far invidia ai programmi di La7, siamo riusciti a estrarre tutto ciò che è risultato interessante dal panorama mainstream e, soprattutto, dal mondo sperimentale e underground. A voi i risultati di tale operazione.

“alto il mento” – Altea

Altea torna a pubblicare un singolo dopo diverse apparizioni in progetti esterni, tra i vari, nell’ultimo album di Venerus e con il suo collettivo Thru Collected. Il brano intreccia introspezione, incertezze, determinazione e autoconsapevolezza. Accordi in minore riecheggiano lentamente tra colpi ritmici ed elettronici secchi e decisi, e nel finale il tutto si arricchisce con un continuo movimento e interscambio tra voci e pulsazioni. Uno stile pop-elettronico che sarà protagonista dell’EP in uscita il 5 dicembre.

“chiagne” – juni

L’artista campana, prima cantante e leader del gruppo post-punk GOMMA, si reinventa, in uno stile elettronico nuovo e sperimentale, nato dalla necessità di esprimersi oltre i canoni, alla ricerca di uno sbocco sul mare dei propri pensieri. La melodia vocale evocativa e cullante della strofa viene spezzata da un ritornello più affine allo stile precedente dell’artista, in cui diventano centrali una ritmica incalzante e un cantato più diretto e meno sinuoso. Sarà possibile ascoltare dal vivo il suo primo album da solista nero, attimo, l’11 dicembre al Magazzino sul Po di Torino e noi aspetteremo quel giorno con trepidazione.

“Telephone Tango” – Francamente

Nel primo singolo per Carosello Records, Francamente presenta un un brano che assembla pop, dance ed elettronica: le sezioni restano leggermente separate e non pienamente amalgamate, ma il risultato funziona. Sottili dissonanze fra voce e base con forti riverberi che contribuiscono a creare un certo senso di instabilità e spaesamento. Queste sono sensazioni già presenti nel testo che ripercorre le esperienze e l’appartenenza all’ambiente urbano tra Milano e Berlino.

“LACRIME E SORRISI” – Noyz Narcos

Funny Games
è il titolo del settimo album pubblicato dall’ottavo re di Roma. Un’operazione che sembrerebbe quasi un ritorno agli esordi per via delle basi realizzate da Sinè, ma punta invece alla maturità più lucida e disillusa da parte del rapper. La scrittura di Noyz Narcos è infarcita di autocitazioni e nichilismo fatalista, che rendono questo brano il perfetto commiato di una carriera ormai sul viale del tramonto. Noyz Narcos, mai come prima d’ora, è consapevole del percorso svolto, pur sapendo che quel percorso è destinato a essere superato.

“Piazzale degli eroi” – TUTTI FENOMENI

Il cantante romano, concluso il lungo sodalizio con Niccolò Contessa, riaccende l’interesse con un singolo che anticipa l’uscita del terzo album, questa volta però realizzato insieme al cantautore Giorgio Poi. Il cambio di direzione è lampante: strumentazione ridotta a tastiere e batterie che definiscono melodia e ritmo precisi, sui quali il timbro di Tutti Fenomeni si inserisce con dolcezza e malinconia. I temi e la scrittura sono quelli di sempre: Roma, amore, calcio, declinati con accenti ironici e dissacranti che ne fanno emergere tutte le contraddizioni. 

“Tra le tue braccia” – Venerus feat. Cosmo

All’interno dell’album Speriamo, che fatica a reggere la completezza degli altri due progetti pubblicati da Venerus nel 2021 e nel 2023, spicca il brano in collaborazione con Cosmo. Una ballad intima e intimista, che tratta lo smarrimento e la necessità di ritrovare la propria stabilità emotiva e comunicativa attraverso il riavvicinamento alla persona con cui si è stati bene, ma con la quale esiste un sentito distacco. Il brano ti trascina con sé, ti cattura con cautela e arriva a stritolarti lo stomaco lasciandoti in bilico tra nostalgia e desiderio, vicinanza e perdita.

“Sushi” – FKA Twigs

L’artista inglese espande il suo immaginario con Eusexua: Afterglow, sequel dell’album pubblicato a inizio anno. Questo brano, il più esteso del progetto, scorre con un andamento camaleontico, attraversando vari generi (dance, house, techno), ma con una narrazione sempre continua. In un certo senso Twigs persegue il principio evolutivo della dance attraverso remix e riedizioni, ma in questo caso lavora con la sua stessa musica, rifiutando l’idea di versione pop definitiva. 

“Fear of Symmetry” – Oneohtrix Point Never

Daniel Lopatin torna a lavorare su samples d’archivio per il suo nuovo album Tranquillizer. In questo caso attinge da una collezione di CD degli anni ‘90 scomparsa da Internet Archive. La processualità dell’operazione è evidente all’ascolto, ma al tempo stesso scompare all’improvviso come tutto ciò che sta online. Nel brano scelto, il flusso lento dei suoni e il funk accostato alla simmetria dei synth rende l’ascolto contemplativo e intermittente. 

“Sometimes” – reggie

Il brano del cantante emergente di Houston si sviluppa su atmosfere strumentali semplici e ripetitive, ornate da multiple sovraincisioni vocali caratterizzate dal suo tipico falsetto ruvido e graffiato, che dona dinamica al contrasto con la base. Sonorità soul e R&B sul velluto, che anticipano l’uscita dell’annunciato album UNDRA, raccoglitore dei pezzi del suo repertorio pubblicati da indipendente prima della recente firma con RCA.

“Magnolias” – Rosalìa

L’artista catalana ha visto la luce, in tutti i sensi. Il suo quarto album, LUX, è un progetto personale e globale che esplora tradizioni, lingue e sonorità diverse. Gli arrangiamenti di Caroline Shaw, compositrice classica statunitense, sono fedeli nella forma ma sperimentali per il contenuto sonoro. Nell’ultimo brano, Rosalìa si congeda e ascende vocalmente al cielo (“Oggi divento polvere per ritornare lassù da loro”). Il ritornello, in cui ci invita a lanciarle fiori, cambia a ogni strofa. Nella prima è semplice, con un coro in sottofondo; a metà invece esplode, accompagnato da organo e timpani. Il finale è dolce e delicato, la chiusura perfetta di un album che amplia ancora una volta i suoi confini artistici. 

Marco Usmigli e Alessandro Camiolo

Studio Murena in concerto: la notte del jazz-rap all’italiana

In principio ci fu Ghemon, a mescolare soul e rap in Italia; poi i Funk Shui Project, prima con Willie Peyote e dopo con Davide Shorty; oggi gli Studio Murena, band formatasi al Conservatorio di Milano, che porta avanti quell’idea unendo jazz, rap ed elettronica.
Li abbiamo ascoltati giovedì 13 novembre all’Hiroshima Mon Amour di Torino, in una serata piuttosto gelida che ben si coniuga con Notturno, il loro ultimo progetto.
L’inizio del loro concerto chiama a raccolta tutto il pubblico attraverso una voce registrata che invita a instaurare una connessione col campo di frequenze e le vibrazioni musicali che ci di lì a poco ci coinvolgeranno. Dopo di ciò, i sei membri salgono sul palco e danno il via all’esibizione con “Another Day with Another Sun”, brano ammaliante che ci introduce in questo viaggio al termine della notte. Arriviamo a “Vienna”, brano sentimentale in cui attraverso la lente Battiato (“Tutto l’universo obbedisce all’amore”) si rilegge una relazione di coppia. C’è una breve sosta prima di ripartire con un interludio in cui sentiamo una voce recitare il famoso monologo sulle apparenze tratto da Persona di Ingmar Bergman,mentre sullo schermo scorre un montaggio frenetico di immagini in bianco e nero.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Si ricomincia con i brani più lisergici e allucinatori del sestetto, quali “Baba Yaga”, suonata sventolando la bandiera dei pirati, “Long John Silver” e “Nostalgia” in cui il sample di Ornella Vanoni (“Domani è un altro giorno”) si trasforma in un coro cantato dal pubblico. Si passa poi a una serie di brani in anteprima più rilassati e intimi, a cover inaspettate come quella di “Toxic” di Britney Spears, in una versione screamo, e “Gangsta’s Paradise” di Coolio; e infine “Cannemozze”, brano realizzato per la collana CINEVOX ReFramed in cui il gruppo campiona  una colonna sonora di Piero Piccioni. 

Il finale del concerto guarda da un lato a Milano con “MON AMI”, in riferimento al rapporto d’amore e odio verso la città e i suoi abitanti, e dall’altra alla musica con “Jazzhighlanders”, in cui ritorna a sventolare la Jolly Roger, simbolo di resistenza, libertà e di speranza nel futuro. Gli Studio Murena hanno saputo coinvolgere il pubblico intensamente nel loro mondo fusion dall’attitudine punk, in cui “l’hip-hop funziona, è semplice e figo” e ben bilanciato al jazz e alle sperimentazioni elettroniche.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Alessandro Camiolo

C2C Festival: le lunghe notti a Lingotto pt.1

Due giorni, due notti e due palchi in una sola e grande warehouse per un fine settimana all’insegna di C2C Festival a Lingotto Fiere.
I biglietti sono esauriti da più di un mese per le serate di venerdì 31 ottobre e sabato 1 novembre, la coda all’ingresso è già molto lunga prima dell’apertura dei cancelli, segnale che il pubblico vuole esserci fin dall’inizio. 

Il venerdì pomeriggio si apre con Titanic, il progetto della violoncellista guatemalteca Mabe Fratti, già presente come solista nella scorsa edizione, e del chitarrista venezuelano I. La Católica. I due, sul palco insieme a Nat Philipps (sassofono) e Friso van Wijck (batteria), suonano i brani del loro ultimo album HAGEN. Le sonorità cambiano in continuazione, si passa da brani ambient e meditativi ad altri quasi prog rock. La voce leggera di Fratti dà la linea melodica, attraverso tecniche estese, linee di basso e suoni classici del violoncello elaborato dalla pedaliera mentre I. La Católica suona la chitarra passando dallo shredding classico a inquietanti suoni di vocoder. Il ritmo impresso dal batterista spazia da semplici accenti beatless a improvvisazioni con tempi concitati. La combinazione di tutti questi elementi crea un paesaggio musicale insolito e multicolore, come il rosso e il blu che illuminano il palco durante la loro esibizione.

Evento tra i più attesi di questa giornata, soprattutto dal pubblico italiano, è il debutto di Iosonouncane & Daniela Pes. I due presentano un nuovo progetto in esclusiva, alla cui base c’è il tentativo di fusione tra elettronica e musica popolare, anche se in questo caso cantano solo in italiano. Durante l’esibizione scorrono sugli schermi immagini filmiche tratte da Salomè di Carmelo Bene e Medea di Pasolini, mentre nel buio, uno di fronte all’altro, elaborano la loro musica su un piccolo tavolo. Un duetto frenetico fatto di scontri vocali, strumenti della tradizione sarda, ritmi sincopati, bassi che fanno tremare e luci che accecano, quasi a indurre una iperstimolazione sensoriale.

Sale sul main stage Saya Gray, polistrumentista canadese con origini giapponesi e scozzesi. Stilosissima ed estremamente talentuosa, porta al centro della scaletta l’ultimo album: Saya, segnando una vera e propria metamorfosi artistica ed evoluzione rispetto ai precedenti lavori. La sua esibizione è calda e fresca allo stesso tempo: da una parte per la voce e le incalzanti melodie soul-folka tratti countrye l’atmosfera sognante, dall’altra per l’approccio moderno sperimentale e la vitalità dei suoni. Saya, oltre a cantare, si sposta tra tastiera e chitarra/basso a doppio manico creando così un mix potente di drumming energico, chitarre elettroacustiche e fluttuanti strati di synth che rende il live magnetico.

Grande attesa per Dev Hynes, in arte Blood Orange, camaleonte della musica, capace di restare coerente in ogni sua trasformazione: dagli esordi londinesi con gli irriverenti Test Icles, al trasferimento negli Stati Uniti con il pop-folk orchestrale di Lightspeed Champion e la raffinatezza di Blood Orange. Dopo quasi sette anni, torna in esclusiva italiana, con Essex Honey, un album intimo e introspettivo che racconta il ritorno in Essex per assistere la madre malata e il lutto successivo: un viaggio spirituale tra perdita, memoria e radici. 

Di fronte al main stage c’è fermento: Blood Orange canta e suona chitarra, tastiera/synth e violoncello accompagnato da batterista, bassista/tastierista e due coristi che talvolta emergono come solisti.  L’atmosfera è magica e ipnotica: sensibilità soul e un sound anni ‘80 aggiornato al presente avvolgono il pubblico e creano profonde connessioni in un’esibizione a tratti struggente. Un breve interludio, quasi un ritorno alle origini, lo vede suonare il violoncello elettrico, che studia dall’età di 11 anni, e cantare una delicata cover di  “How Soon Is Now?” degli Smiths: un frammento incantato, sospeso tra nostalgia, malinconia e introspezione. Sul palco, la conferma di un grande artista poliedrico in grado di comunicare il proprio mondo interiore attraverso la musica.

Foto di Ilum collettivo da cartella stampa C2C Festival

A chiudere sul main stage, Dj Python, produttore dal Queens, New York. Con un mix di deep-house e ritmi latini fa ballare tutti, mentre un fenomenale gioco di luci trasforma il set in un’esperienza totale. Sul palco Stone Island, invece, il primo artista segreto di questa edizione: il fedelissimo Bill Kouligas, sempre presente negli ultimi quattro anni, trascina il pubblico in una danza a ritmo serrato di oltre due ore, per poi sorprendere alla fine con un remix di “Enjoy the Silence” dei Depeche Mode.

Termina così, all’altezza delle aspettative, la prima notte del C2C Festival a Lingotto Fiere. Poche ore di sonno, e si riparte.

Linda Signoretto e Alessandro Camiolo

C2C Festival: inaugurazione alle OGR Torino della ventitreesima edizione

Prima serata senza Sergio Ricciardone, fondatore e direttore del C2C FESTIVAL, recentemente scomparso. L’edizione di quest’anno è dedicata alla sua memoria con il tema “Per aspera ad astra”, un motto che, con nostalgia e slancio nel futuro, custodisce e celebra il percorso intenso e visionario del progetto. Nato con il nome Club To Club, perché gli eventi erano dislocati in diversi club torinesi, e  il pubblico si spostava da un club all’altro durante la notte, grazie anche a navette dedicate. 

Con il passare degli anni, il Festival ha abbandonato la formula itinerante, concentrando la programmazione in spazi più ampi e strutturati. Dal 2022, prende il nome C2C FESTIVAL, richiamando graficamente una figura alata, simbolo di libertà ed esplorazione. Nel corso della sua evoluzione, C2C FESTIVAL è cresciuto fino ad affermarsi come una delle realtà più influenti della scena elettronica e d’avanguardia europea. Orgoglio torinese, il Festival ha raggiunto anche New York, con un’edizione al Knockdown Center.

Attese oltre 40.000 persone per quattro giorni immersivi tra musica e incontri, distribuiti tra alcune delle location più iconiche di Torino: Lingotto Fiere, OGR Torino, Teatro Regio, Combo e Le Roi. Il programma di quest’anno segue una forte continuità con la scorsa edizione, tra ritorni in forma differente, esordi dell’ultima stagione discografica, molte esclusive italiane e alcuni artisti segreti in lineup

Foto di Ilaria Ieie da cartella stampa C2C Festival

La serata di giovedì 30 novembre inizia con l’esibizione di Daniel Blumberg, compositore britannico, recente vincitore del Premio Oscar per la colonna sonora del film The Brutalist. Il suo concerto, tra i più attesi della serata, ci spiazza con una proposta lontana dalle previsioni. Sul palco Blumberg suona vari strumenti a percussione e programma drum machine, il tutto con l’accompagnamento di una violinista e un contrabbassista.

Il pattern principale sembra quello di un’improvvisazione libera in cui si cerca una fusione tra i ritmi ostinati –  ma sempre diversi – delle drum machine, le melodie vocali di Blumberg con vari effetti di loop ed eco, e le incursioni aggressive dei due strumenti a corda. Il risultato finale è un effetto di sovrapposizione straniante. Le varie parti individuali risultano frammentate e impediscono la creazione di un flusso armonico. Il pubblico rimane comunque attento e silenzioso per circa trenta minuti, sperando in un bagliore improvviso, che purtroppo non arriva mai.

La serata continua con l’esordio italiano della band newyorkese YHWH Nailgun, che presenta l’album di debutto 45 Pounds. La loro esibizione è nervosa, elettrica ed esplosiva. Il frontman, al microfono, emette urla strozzate e si muove in preda a degli spasmi che diventano danza ossessiva. Il batterista è la vera guida di tutti, l’unico che non smette mai di suonare e che, con i suoi poliritmi, fa da ponte tra gli assoli del chitarrista e le incursioni quasi glitch del tastierista. La breve durata dei brani, tra parti scarne e minimali e altre disorganizzate e cacofoniche, coinvolge il pubblico in un concerto frenetico e istintivo.

Sale sul palco Jenny Hval, originaria della Norvegia, che presenta il suo ultimo lavoro Iris Silver Mist, pubblicato dalla stessa casa discografica del quartetto newyorkese. Hval intreccia sofisticati soundscape ad uno straordinario lirismo poetico per esplorare temi legati a corporeità, identità e politica. La sua voce è limpida, penetrante e sinuosa, capace di muoversi con versatilità tra canto e parlato, tra melodie e generi diversi. Artista minimalista, Hval mette in primo piano testi e suono, facendo emergere l’essenziale in un intricato mosaico di synth. L’esibizione è intima e allo stesso tempo teatrale.

A chiudere la serata inaugurale, Kelman Duran, dj e produttore dominicano nominato Grammy Awards del 2023 per il suo contributo in Renaissance di Beyoncé. Duran propone un set poliedrico che attraversa generi diversi come reggaeton e dancehall, mescolando elementi globali e tracce in lingue differenti, conferendo un respiro internazionale. Malgrado qualche problema tecnico, il set resta coinvolgente, anche se i richiami finali alle sonorità balcaniche risultano marginalmente dissonanti rispetto all’atmosfera generale.

Si chiude così, alle OGR Torino, la prima tappa del nostro viaggio “Per aspera ad astra”. 
Cresce curiosità e attesa per le prossime giornate del C2C FESTIVAL, tra conferme, novità e punti interrogativi.

Linda Signoretto e Alessandro Camiolo

Monitor festival: da un grande potere derivano grandi responsabilità

Vi siete mai chiesti perchè sui palchi dei concerti ci siano delle casse non rivolte al pubblico? Se sì, a cosa servono? Può sembrare un po’ controintuitivo, invece proprio quelle casse sono utili a connettere pubblico e artisti, che attraverso queste possono ascoltarsi e avere maggior controllo della performance. Si chiamano casse spia o MONITOR, proprio come il nuovo two days festival che si è appena concluso a sPAZIO211, con l’intento simile di creare unione tra pubblico e artisti, con nuove scoperte e grandi aspettative. 

Il secondo giorno ha offerto varietà musicale e geografica, con tanti artisti per la prima volta a Torino. Si inizia con Maria Chiara Argirò, musicista di origine romana ma residente a Londra, che ha presentato il suo ultimo disco Closer, accompagnata da Riccardo Chiaberta (batteria) e Christos Stylianides (tromba ed elettronica). Si notano da subito le radici jazz del progetto, con una lunga introduzione strumentale di tromba e batteria, che poi passa a un’esplorazione elettronica, attraverso effetti di eco e melodie oniriche del synth. La performance procede in modi imprevedibili attraversando territori sonori sfumati, tra momenti techno, in cui dominano ritmi intricati delle percussioni spartane e altri più ambient in cui semplici arpeggi di synth suonano come un tuffo dentro l’acqua. La voce di Maria Chiara tra loop e distorsioni, ricorda un po’ Beth Gibbons, per il modo di interagire con l’ambiente circostante, sta sempre al centro ma al tempo stesso sembra provenire da lontanissimo. 

Maria Chiara Argirò (Credits: Senza Futuro Studio)

Da Londra passiamo a Sheffield, con Gia Ford, che sale sul palco chitarra acustica in spalla insieme al suo chitarrista Connor. Il suo live è semplice per via della strumentazione ma molto intenso e divertente. Da una parte i suoi racconti delle sue canzoni, pieni di personaggi emarginati (“Housewife dreams of America”), abusati (“Paint Me Like a Woman”), alienati (“Car crash for two”) dall’altro il suo modo di stare sul palco quasi da crooner con una voce profonda a tratti rabbiosa, aspra e ruvida. Ogni brano è introdotto con frasi sarcastiche dallo stile british, a metà tra cinismo e autoironia, ma sempre rimanendo impassibile. Siamo giunti al tramonto, la luce si unisce all’oscurità, Gia ringrazia il pubblico e promette di tornare in futuro con tutta la band al seguito. 

Gia Ford (Credits: Senza Futuro Studio)

Subito dopo salgono sul palco YĪN YĪN, quartetto olandese formato da Kees Berkers (batteria), Remy Scheren (basso), Robbert Verwijlen (tastiere) e Erik Bandt (chitarra). Anche in questo caso ci troviamo di fronte a degli abili sperimentatori che uniscono oriente e occidente, folk giapponese e rock psichedelico, funk e disco anni 80. Il loro approccio punta a espandere ogni brano, quasi alla ricerca di un effetto cosmico in cui ci si perde tra le melodie pentatoniche e i tempi irregolari della batteria. Qualcuno potrebbe pensare che sia solo dell’easy listening, utile per riempire le giornate, ma dal vivo è ottima musica per ballare e viaggiare con l’immaginazione verso un’isola tropicale immaginaria. 

Si conclude ritornando al jazz con il debutto torinese di Arooj Aftab, artista pakistana, cresciuta a New York, che sale sul palco insieme alla sua band composta da Perry Smith alla chitarra, Petros Klampanis al contrabbasso e Engin Kaan Günaydin alla batteria. Lei vestita di nero e con spessi occhiali scuri sembra una presenza misteriosa come il suo ultimo album Night Reign. Canta in inglese e urdu, sua lingua madre, in posizione di profilo al pubblico e avvolta da intense luci blu. Nelle pause familiarizza con il pubblico, non sapendo se ci siano veri fan, offre da bere e chiede scusa per non aver portato dischi da vendere o altri gadget. I brani lunghi e sognanti variano tra blues, R&B e bebop, la sua voce procede per ampi archi di sviluppo in modo inflessibile. Tra un assolo e l’altro, assistiamo a un continuo giro intorno al mondo, tra atmosfere e melodie differenti, come in “Bolo Na”, brano che prende spunto dalla sua passione giovanile per l’heavy metal, in cui le luci rosse e il riff grunge del basso prendono il sopravvento.
Il finale sembra tutto un sogno, Arooj svanisce tra il fumo denso, in realtà era solo andata a prendere il suo negroni e poi riappare per salutare il pubblico insieme alla band. 

Tornati alla realtà, il festival è finito, una rinascita necessaria anche se in forma contenuta, ma senza compromessi. All’ingresso sventolerà ancora il vecchio cartello di TOdays, ma forse a volte bisogna cambiare, perché tutto rimanga com’è. 

Alessandro Camiolo

Pop X, dov’è Liana, delicatoni: il sabato di flowers festival

L’ultimo weekend del Flowers Festival si chiude con un triplo concerto che fonde una band emergente, tre francesi innamorati e il ventennale del progetto più folle dell’it-pop.

In un sabato pieno di nuvole e pioggia ci ritroviamo sempre alla Certosa di Collegno, tra ombrelli, impermeabili e tante bandane (sul perchè ci arriviamo dopo). Il pubblico, rispetto ad altre volte, è un mix eterogeneo, giovane, ma forse solo interessato ad ascoltare l’unico gruppo per cui è venuto qui. Non a caso rimbalza continuamente una domanda tra la folla: «Chi sei venuto ad ascoltare?»

La minoranza che sta sotto la pioggia fin dall’inizio, è qui per i Delicatoni, quattro giovani musicisti vicentini dall’indole anarchica che hanno suonato i brani del loro primo album Delicatronic. Il loro sound unisce l’elettronica dance a rime giocose, quotidiane, spesso cantante in coro in un movimento ciclico delle parti a scandire il tempo. L’aggregazione sul palco e tra il pubblico è il fulcro della loro musica, che trasmette leggerezza e voglia di connettersi agli altri con lucidità e dialogo. 

Foto dal profilo FB di Flowers Festival

Pioggia finita, il pubblico si alza dalle panchine sotto ai gazebo e si fa più numeroso per sentire i Dov’è Liana, gruppo parigino che ha esordito lo scorso anno con l’album Love 679. I tre salgono sul palco col tipico foulard da babooshka e gli occhiali da sole, simbolo indossato anche dai fan. Uno dei cantanti si avvicina al microfono e recita la prima pagina de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, forse uno dei loro riferimenti in quanto a libertà sessuale, con l’invito a essere disinibiti e senza pregiudizi, un elemento presente anche nei loro testi. La loro esibizione è a metà tra un dj set di house french touch e disco dance anni ‘80 suonata con chitarra e pianoforte. Sul palco li vediamo spesso illuminati in silhouette, mentre ballano e cantano tra inglese e italiano, dalla pronuncia in parte stentata dall’altra caricaturale. Ci invitano a fare festa in modo sincero e spontaneo, come ribadito dal brano conclusivo “Perchè piangi Palermo?”: l’importante è ballare, ridere e fare l’amore.

Foto dal profilo FB di Flowers Festival

Infine il gruppo più atteso: i Pop X, progetto capitanato da Davide Panizza che qui si esibisce insieme a Walter Biondani (chitarra acustica), Luca Babic (batteria elettronica) e Niccolò Di Gregorio (chitarra elettrica). Un’esibizione collettiva che cavalca lo spirito demenziale e nonsense attraverso i video karaoke delle canzoni sullo sfondo e immagini intermittenti in rapida successione. Il pubblico può decidere anche di salire sul palco e scatenarsi insieme alla band o rimanere a pogare fino a sfiorare più di mille volte l’atmosfera, come recita “Io centro con i missili”. Da evidenziare i momenti solo strumentali, che spingono sull’elettronica di taglio hyper-pop, ma anche downtempo e garage, quasi una fusione tra A.G. Cook e Fred Again sotto effetto del popper. 

Foto dal profilo FB di Flowers Festival

Il fatto che Pop X da fenomeno di nicchia sul web, sia riuscito a emergere fino a ritagliarsi un proprio spazio, attraverso testi che si prendono gioco di tutto e spingendo tutto su un’elettronica che potremmo definire tamarra, è sintomo di come il pubblico ricerchi ancora qualcosa di inedito e irripetibile, rispetto ai piatti pronti offerti dalle playlist degli algoritmi. 

La lunga festa è finita dopo oltre tre ore di musica, quando si ritorna alla pace col cuore che batte ancora forte, ma conservando nella mente tanti momenti unici.

Alessandro Camiolo

Joan Thiele e Franco126: debutti e conferme al flowers festival

Prima o poi bisognerà scrivere una guida estiva per sopravvivere al caldo della città. Tra i suggerimenti andrebbe inserito il Flowers Festival di Collegno organizzato da Hiroshima Mon Amour – quale evento rigenerante e lontano dal caos – che in dieci anni di attività è diventato un riferimento per molte persone sia per la programmazione densa di artisti che per il semplice piacere di ascoltare musica dal vivo all’aperto. 

Tra i primi appuntamenti di quest’anno siamo stati al doppio concerto del 27 giugno con protagonisti Joan Thiele e Franco126. Due coetanei, appena trentenni, attivi in musica da ormai dieci anni con percorsi musicali differenti, ma dallo stile che risuona per il modo di mescolare influenze del passato (R&B, rap, cantautorato) in nuove forme ibride. 

La musica inizia presto, ancora prima del calar del sole sale sul palco Lorenzza, giovane rapper nata in Brasile e cresciuta a Pisa, che ha presentato i brani del suo primo EP A LORENZZA. Chi pensa si tratti solo di un prodotto delle case discografiche che per stare al passo coi tempi lanciano nuove artiste fotocopie dei colleghi uomini, beh… si sbaglia. Lorenzza, come tante altre rapper emergenti, ha voglia di rivalsa e una buona dose di consapevolezza che la rendono originale e la distaccano dalle figurine bidimensionali dell’onda dei giovani rapper drill e trap. 

Foto di Fabio Marchiaro, da pagina FB di Flowers Festival

Al tramonto, salgono sul palco Joan Thiele e la sua band, tutti vestiti di bianco. Il fulcro del concerto è Joanita, il suo primo album in italiano uscito subito dopo la partecipazione a Sanremo. I primi brani sono fluttuanti e pieni di riverberi, quasi da film western, Joan canta fissa davanti al microfono così da svettare come un vertice piramidale sul palco. L’intensità aumenta non appena l’artista imbraccia la sua chitarra elettrica ed esegue i brani più arrabbiati e istintivi muovendosi per tutto il palco. La sua voce limpida e delicata è in piena simbiosi con i riff infuocati della chitarra e i suoni leggeri della tastiera. Altro aspetto notevole è l’utilizzo delle colonne sonore di Piero Umiliani, che la band suona dal vivo con un risultato diverso dai campioni in sottofondo presenti nel disco. La sua esibizione non può che concludersi con “Eco”, in una versione quasi progressive e psichedelica.

Foto di Fabio Marchiaro, da pagina FB di Flowers Festival

Nella pausa necessaria al cambio palco, ci accompagna la playlist pre esibizione di Franco126, con brani di Sergio Caputo, Pino D’Angiò e Neffa, artisti affini al cantante romano, oltre che sue probabili fonti d’ispirazione. La scenografia è quella di un salotto da indovino (figura già presente fin dall’annuncio del nuovo disco via social): tende rosse, una palla luminosa al centro, lampade ad arco e luci calde. Il mago che risolve dubbi e incertezze è Zoltar, il cui volto digitale è dentro lo schermo della cabina 126. Franco interagisce con l’avatar per provare a indovinare i futuri possibili, tra risate e battute in romanesco. La band composta da sei musicisti ha dato nuova veste ai brani recenti ma soprattutto a quelli passati. La presenza di un sassofonista permette delle variazioni malinconiche da jazz notturno, mentre alcuni brani ripresi in chiave latino-americana sorprendono per la loro frenesia. Lo show scorre tutto d’un fiato: i medley sfruttati a dovere potenziano l’effetto nostalgia delle canzoni degli esordi mentre i brani più popolari uniscono tutto il pubblico in un karaoke. Franco, nascosto dietro i suoi occhiali neri e sempre col bicchiere in mano, si diverte a giocare con il campionatore mentre sussurra al microfono ricordi, pensieri, dialoghi estratti dal suo mondo in cui relazioni, passatempi e routine giornaliere si incrociano con le singole storie di ognuno. Tra il pubblico c’è chi piange e si emoziona, chi si abbraccia e si bacia: chi sogna questi momenti dal 2016 non può che tornare a casa con sollievo. 

Foto di Fabio Marchiaro, da pagina FB di Flowers Festival

Entrambi i concerti hanno unito con gusto passato e presente, trovato il giusto ponte di comunicazione con il pubblico e resa più leggera e sopportabile una serata calda altrimenti insostenibile.

Alessandro Camiolo

Jazz is dead!: dance yourself clean

Un lunedì di festa chiude il festival: una giornata speciale, realizzata in collaborazione con Jazz:Re:Found, con al centro la musica dub in tutte le sue varie declinazioni. Tutto si svolge nella sala del Bunker, in cui per l’occasione è stato allestito il sound system della crew veneta Bassi Gradassi, una configurazione imponente di ben venti altoparlanti, tra subwoofers, kick bins e vocals. 

Il pomeriggio inizia con un viaggio in Giamaica guidato dal dj Teeta (Alessandro Cussotto) e MC Galas che ci fanno attraversare la storia del genere partendo dalle origini: il reggae e il rocksteady.

L’arrivo di Mad Professor, veterano produttore con più di quarant’anni di carriera alle spalle, è la perfetta congiunzione tra la tradizione e l’evoluzione. Lui è nato in Guyana, ma ha sviluppato la sua carriera a Londra, dove ha incrociato la jungle e il trip hop negli anni novanta. Le basse frequenze calde e pulsanti del dub giamaicano hanno avvolto la folla, creando un effetto rilassante ma al tempo stesso coinvolgente. Molleggiando sul posto, i presenti hanno potuto godere di un set raffinato che ha preparato l’udito e il corpo ai suoni più duri che avrebbero dominato la restante parte della serata. È stata una transizione perfettamente calibrata tra il relax immersivo e l’energia carismatica del produttore.

Foto di Fabiana Amato

Abbandoniamo spiagge, sole e riposo spesso associati al genere per passare a suoni oscuri con i set di Ghost Dubs e The Bug. Il primo è un produttore tedesco che unisce dub techno e ambient drone, bassi profondi e costanti che creano un effetto quasi ipnotico. Un’immersione che richiede predisposizione e tanta resistenza non solo uditiva, il suo album non a caso si intitola Damaged. Il set sembra non aver mai fine, per quanto tutto sia rallentato e intermittente. 

Al contrario The Bug, produttore inglese che qui presenta il progetto The Machine, spinge sull’acceleratore. In una nube di fumo rischiarata solo da fasci di luce viola, sentiamo l’aria vibrare addosso, tutto il corpo è travolto da un’ondata di basse frequenze che creano una sorta un vuoto interiore. Sembra la colonna sonora di un mondo in cui le macchine hanno preso il sopravvento, percepiamo le pulsazioni come dei passi di giganti che ci calpestano fino a schiacciarci producendo degli acutissimi crepitii. Il rapporto tra luce e suono sembra quello tra la visione di fulmine e il boato di tuono che distrugge tutto ciò che ci sta intorno. A conclusione un lungo rumore rosa, tutto ciò che ancora riusciamo a sentire appiattisce completamente ogni sensazione uditiva e ci lascia intorpiditi.

Foto di Fabiana Amato

A chiudere il festival, come da tradizione, è stato Gambo, direttore artistico, sotto lo pseudonimo di Dj Free Chu Lyn. I più fedeli si sono radunati sotto cassa, ballando senza sosta e creando un’atmosfera fatta di sorrisi, sudore e pura adrenalina, con il suo set finale ha regalato ai presenti un finale degno di un festival indimenticabile.

Foto di Fabiana Amato

Jazz is Dead!: dove suoni e lotte si fondono in un unico grande messaggio di resistenza e consapevolezza.

Conclusa l’ottava edizione del festival, possiamo affermare con certezza che si sia riconfermato come uno degli eventi più significativi di Torino. Ancora una volta, ha saputo mantenere intatta la propria identità, distinguendosi dagli altri festival e creando un ambiente sicuro e inclusivo, in cui il pubblico ha potuto sentirsi libero di divertirsi ed esprimersi senza barriere. Jazz is Dead! non ha lasciato spazio a equivoci sulla sua anima sociopolitica: le numerose bandiere della Palestina, sventolate tra la folla e perfino appese vicino ai palchi, hanno reso evidente il profondo legame tra musica e attivismo. Un’edizione che non solo ha celebrato la musica, ma anche il diritto di esprimere idee e valori attraverso di essa.

Alessandro Camiolo e Sofia De March

Jazz is dead! e il mondo che brucia sotto la pioggia

Sotto al sole di un sabato torinese che si fa quasi miraggio, Jazz is Dead! apre la sua terza giornata tra loop infiniti, pioggia improvvisa e voci che reclamano spazio, identità, memoria. La domenica al Bunker è un atlante sonoro e umano. Ogni live è un territorio attraversato, ogni corpo sul palco diventa una frontiera abbattuta.

La giornata si apre con Ghosted, trio formato da Oren Ambarchi, Johan Berthling e Andreas Werliin che, nel caldo ancora opprimente del tardo pomeriggio, trasporta il pubblico in un viaggio ipnotico e minimalista. Un viaggio fatto di poche note di basso identiche e reiterate per più di quindici minuti, su cui la batteria danza tra controllo e abbandono mentre la chitarra si trasfigura tra effetti riverberati alla The Shadows – in perfetto pendant con il clima da vecchio Far West – e arpeggi robotici e metallici.

I brani – pochi, lunghissimi, quasi senza fine – costruiscono un loop sonoro che, complice le alte temperature, induce una vera e propria alterazione percettiva, data dal lavoro per accumulo. Un inizio silenziosamente travolgente prepara corpo e mente a lasciarsi andare per il resto della serata, che fa a questo punto ben sperare. 

Foto di Fabiana Amato

Subito dopo salgono Ibelisse Guardia Ferragutti e Frank Rosaly che portano un’idea sonora tanto fluida quanto le loro origini: Bolivia e Porto Rico, avant jazz, funk e noise. L’inizio è quieto: suoni semplici e chiari e atmosfere dilatate, poi all’improvviso l’impatto frontale con bassi distorti e tiratissimi, che fanno vibrare l’aria e costringono a spostare l’attenzione al palco. 

Il live si muove tra suggestioni latine e scosse elettriche, ma col passare dei minuti l’energia sprigionata dagli amplificatori inizia ad affievolirsi, non riuscendo a proporre un live colorato fino alla fine. Forse per colpa anche della pioggia, che arriva di colpo mettendo in fuga in poco tempo il folto pubblico pronto a fiondarsi sui poveri baristi sballottati sotto la tettoia. 

Foto di Fabiana Amato

Dopo l’acquazzone, si materializza la figura di Alabaster De Plume, sassofonista inglese la cui musica è un viaggio tra atmosfere tremolanti e irregolari, che si muovono agilmente dal jazz più morbido e caldo ai territori più sperimentali e ruvidi. La musica di Alabaster non è solo un’esperienza sonora, ma una vera e propria narrazione emotiva: il sax dialoga con il basso e la batteria in un crescendo di tensione e rilascio, giocando con dinamiche contrastanti che tengono il pubblico sospeso, come in un grande rito collettivo. Le sue parole, scandite con calma e carica emotiva – mentre imbraccia una bandiera palestinese – si trasformano in mantra di autenticità, collettività e resistenza denunciando con forza le ingiustizie di Gaza in un lungo discorso di protesta. È un concerto che va ben oltre la musica, un’esperienza che lascia nel pubblico un segno profondo e vibrante.

Foto di Fabiana Amato

Dalla Palestina passiamo al Kurdistan, col duo HJirok, composto dalla cantante curda-iraniana Hani Mojtahedy e Andi Toma dei Mouse on Mars. Un progetto musicale che unisce suoni raccolti durante viaggi nel Kurdistan iracheno con registrazioni elaborate di ritmi di tamburi sufi e melodie di setar. Sul palco la cantante danza e ondeggia in un paesaggio sonoro ammaliante che non lascia indifferenti. La sua voce estesa e versatile, si amalgama all’elettronica e alla musica tradizionale, cercando di sfumare le differenze ed emancipandosi da ogni stile già consolidato. La tradizione curda si basa sulla trasmissione orale come forma di resistenza alle imposizioni dominanti, da questo punto di vista possiamo configurare il HJirok come un ulteriore gesto politico di sfida e proposta di un futuro utopico in cui coesistono pacificamente paesaggi sonori, culture e modi di vita diversi.

Foto di Fabiana Amato

L’ultimo concerto all’aperto di quest’edizione è l’esibizione dell’ensemble svizzero Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp: dodici musicisti tra strumenti a fiato, a corde e percussioni. Un concerto colorato, luminoso, dall’ispirazione africana, sia per i ritmi che per certi canti corali che travolge con energia il pubblico in un centrifuga di rock, punk e folk. Abbiamo apprezzato l’equilibrio tra i vari musicisti fusi in un unico organico nonostante i tanti timbri e voci differenti. Una comune musicale fatta anche di ascoltatori che con i loro applausi hanno più volte richiamato la band sul palco per ulteriori brani. 

Foto di Fabiana Amato

Una giornata di celebrazioni collettive e di unione politica veicolate dalla musica in vari modi. Citando uno dei discorsi di De Plume possiamo dire che vivere in questo mondo è difficile, ma solo restando uniti ed umani possiamo farcela con coraggio.

Alessandro Camiolo e Marco Usmigli

Jazz is dead!: prima giornata tra ritualità ed elettronica sintetica

Tra le mura grezze del Bunker, dove il cemento risuona di bassi profondi e laser accecanti, il jazz – se davvero è morto – ha risposto con un ghigno e sonorità distorte. La prima giornata di Jazz is Dead! è stata un rituale urbano che ha fatto vibrare Torino tra improvvisazioni, scariche elettroniche e sorprendenti ibridazioni.

Alle 18:30, con il sole ancora alto e una calura che farebbe sciogliere anche le intenzioni migliori, Skylla apre il festival sul palco esterno. Il pubblico è sparso; molti cercano rifugio all’ombra, ma basta poco perché l’attenzione si concentri su di loro: una batteria incalzante, il basso magnetico di Ruth Goller – mente del progetto – e due voci che si rincorrono tra acuti, glissati e sillabe inventate. Nessun testo: solo un canto che sembra provenire dai bassifondi. Il mix è originale e potente: jazz, lirica e post-rock che si fondono in un flusso sonoro continuo, senza pause, capace di ipnotizzare. Niente maschere, solo suono puro che si impone sull’afa e sul disorientamento iniziale. In pochi minuti, il pubblico è rapito. Si entra nel festival così, seguendo l’istinto. 

Dopo una breve pausa il programma prosegue. The Necks, trio jazz australiano, sale sul palco e dà inizio alla performance.

Il gruppo è composto da pianoforte, contrabbasso e batteria, strumenti che, grazie a microfoni posizionati in modo inusuale (ad esempio molto vicini alle corde del pianoforte), creano effetti sonori particolari e mutevoli. Gli strumenti non vengono suonati secondo la prassi tradizionale: il contrabbassista, ad esempio, talvolta utilizza l’archetto in modo pesante, quasi sgraziato, mentre il batterista preferisce bacchette con punte più grandi e morbide, che, usate sui piatti, producono un suono lieve e avvolgente.

La performance si sviluppa come un lungo flusso musicale dall’evoluzione graduale: si apre con un inizio etereo, caratterizzato da arpeggi del pianoforte che richiamano melodie orientali, che si evolve in una progressiva intensificazione, sempre più “caotica” ma ordinata allo stesso tempo.

Foto di Fabiana Amato

Dopo un’ora puramente strumentale, le voci tornano protagoniste sul palco con Tarta Relena, duo catalano composto dalle voci di Marta Torrella e Helena Ros, in grado di  creare un’atmosfera suggestiva e ancestrale. L’esecuzione di brani della tradizione mediterranea e di composizioni originali, arricchita da una base elettronica, contribuisce a costruire un ambiente suggestivo. Il repertorio spazia da un poema cantato del Seicento in latino rielaborato in forma polivocale – con due voci separate da un’ottava–fino a “Tamarindo”, una loro composizione nata da un errore in sala di registrazione con una traccia riprodotta al contrario, come spiegato poi sul palco.

Il rapporto tra sperimentazione e tradizione ha dato vita a un’esibizione capace di emozionare profondamente gli ascoltatori.

Foto di Fabiana Amato

Dopo l’ipnotico inizio, l’atmosfera del festival si carica di elettricità con l’arrivo di Bendik Giske. Il sassofonista norvegese trasforma il palco in un rituale fisico e sensoriale, dove ogni respiro, ogni vibrazione dello strumento diventa parte del linguaggio corporeo. Con una tecnica impeccabile, Giske utilizza fiato continuo e microfonazioni creative per generare un suono percussivo e soffiato, costruito su arpeggi ripetuti, forte ritmicità e continui giochi di dinamiche. Il risultato è un’esperienza immersiva, dove la potenza del corpo e del gesto performativo si fondono in un atto di resistenza e bellezza. Tuttavia, nonostante le capacità tecniche e la presenza scenica, la performance tende col tempo a ripiegarsi su se stessa, sfumando in una continua dimostrazione stilistica che non amplia la modalità esecutiva già consolidata.

Foto di Fabiana Amato

Le esibizioni all’aperto si concludono con Loraine James, produttrice londinese di musica elettronica che in un’ora di live set ci ha colpiti con tracce intricate, piene di glitch, voci in loop che creano linee di suono costanti e momenti di rottura, in cui i bassi sferzano il ritmo. Flash di luci rosse fanno da sfondo al caldo serale, proviamo a stento a seguire il ritmo che è un continuo sali e scendi di BPM riempito di suoni sempre nuovi, che emergono di continuo come in un magma ribollente di emocore, ambient e IDM. 

La notte nel club inizia con il duo techno Dopplereffekt, direttamente da Detroit, sono marito e moglie: Gerald Donald e Michaela To-Nhan Bertel. Entrambi indossano una maschera nera che annulla i loro volti e suonano due sintetizzatori Korg Triton, attraverso i quali creano suoni fantascientifici, simili a spade laser che vibrano nell’aria. La loro è techno minimale, ipnotica, che tende a una forma cerebrale quasi da canone infinito. I campioni e le sequenze utilizzati plasmano un percorso di accrescimento, si parte da materiale minimo, per tessere elaborazioni con sempre più ingredienti in un composto denso e multiforme. I visual che vengono proiettati lo confermano, vediamo prima un enorme volto grigio simile a quello umano, pieno di connessioni elettriche, per poi ampliare la visione al resto del corpo, ai suoi movimenti e infine decine di suoi simili che formano una grande tribù umanoide. Nel finale, tutto si spegne all’improvviso trovando equilibrio e quiete nell’immobilità dei corpi e del suono di cui possiamo solo sentire un’eco lontana nella nostra mente. 

Foto di Fabiana Amato

La serata prosegue con le esibizioni di Kreggo e Dualismo, che chiudono una giornata intensa, sperimentale e all’avanguardia, capace di esplorare i lati più opposti e affascinanti della musica. Un ottimo inizio per un festival che si preannuncia ricco di esperienze sonore uniche e coinvolgenti.

Marco Usmigli, Marta Miron e Alessandro Camiolo