Tutti gli articoli di Andrea Arcidiacono

FALOODA – RECIPE FOR CONCUSSION: UN DESSERT INASPETTATO

Formati dal vocalist e tastierista Loverman, il chitarrista Stravriky, il bassista Grivoorm, il batterista Luku Luku Miu Miu e il sassofonista Charlie Arizonas, il gruppo ateniese Falooda fa da eco – nel suo piccolo – alla marea di complessi della quale si nutre il lato oscuro del contesto indipendente europeo: da non confondere con l’omonima bevanda mediorientale, la band si autodefinisce su BandCamp come un “dessert noise funk con sciroppo di rose, vermicelli, latte e semi di basilico dolce”. Dietro questa ironica bio e un’apparente attitudine jam, si nasconde però lo spirito di una generazione dilaniata, che richiama le atmosfere iraconde della scena post-hardcore statunitense.

Foto di Eirini Chatzi

Considerati quasi un contraltare dei portoghesi Trasgo, riconosciuti per il loro sound strascicato e caotico, i Falooda si potrebbero definire dei pionieri del punk-funk di matrice greca. Formatosi in epoca post-covid, la loro attività locale nel tempo ha giovato alla realizzazione di un EP, Demo 2024 (2024), determinante per illoro successivo album di debutto, Recipe for Concussion (trad. “Ricetta per la commozione cerebrale”), un concentrato di effusioni e struggimenti di un’epoca lontana, ma paurosamente attuale. Prodotto in collaborazione con il musicista e ingegnere del suono B12, il disco si presenta con una copertina appetitosa e al tempo stesso ripugnante. Che sia un per l’ipnotico contrasto di colori acidi o per la sinistra creatura che fuoriesce dalla torta stilizzata? Soltanto l’ascolto lo confermerà.

I ritmi schizoidi della breve introduzione “Bottleneck” anticipano la mattanza esuberante che contraddistingue la verve del gruppo ateniese. Tra dissolvenze sludge e ibridi contatti con il noise rock più lancinante, in “Boolean Religion” si percepisce una pulsante brama di coesione tra generi, attraverso l’abbattimento di muri sonori e l’avvicinamento ad atmosfere dissonanti. Se con il funk-punk iniziale di “Captcha” diventiamo protagonisti di un progressivo mutamento verso l’hardcore più sfrenato, con la successiva “Epileptic Bus” veniamo travolti da una valanga di synth impazziti e un gregge di riff senza sosta: l’irresistibile basso in “Existential Corrosion”, a metà tra la misantropia dei Contortions e l’eleganza stilistica dei Morphine, sembrerebbe quasi essere il brano più leggero dell’album, se non fosse per il cantato pessimistico di Loverman. Tra il dinamismo dei Minutemen e la rabbia dei Black Flag, il brevissimo “0xc0000017” corre al pari di Speedy Gonzales e sfreccia, esaurendosi in un attimo. Lo scherzo conclusivo “Jelly Maze”, una goliardica melodia composta unicamente dai sintetizzatori, dissolve quasi del tutto la follia anarchica alla quale abbiamo assistito.

Pur muovendosi in coordinate ancora acerbe e debitrici della tradizione del post-hardcore statunitense, i Falooda sono un progetto da tenere d’occhio e potrebbero diventare un giorno gli eredi di un rock irregolare e decisamente non per tutti i palati.

Andrea Arcidiacono

Torino Jazz Festival 2026: The Sound Of Surprise

Dal 25 aprile al 2 maggio 2026 torna in grande stile Torino Jazz Festival, uno degli appuntamenti musicali più seguiti in Italia.
Giunto alla sua XIV edizione, il festival, diretto da Stefano Zenni, rafforza il legame con il tessuto musicale torinese, portando il jazz fuori dai teatri e dentro la città.
Durante la conferenza stampa del 19 marzo, l’assessora alla cultura Rosanna Purchia ha invitato il pubblico a partecipare attivamente, sottolineando il crescente coinvolgimento dei giovani, concetto successivamente ripreso dal presidente della Fondazione per la Cultura Torino, Alessandro Isaia. Ad anticipare il festival saranno tre giorni di anteprima, dal 22 al 24 aprile, e il tema scelto per l’edizione 2026 è “The Sound of Surprise” (il suono della sorpresa).

Un’apertura simbolica

Il festival si apre il 25 aprile, giornata della Festa della Liberazione.
Questa scelta non è certo casuale, poiché il jazz, essendo un genere musicale libero nella sua arte improvvisativa, diventa un vero e proprio simbolo di espressione culturale.
Proprio in questa giornata d’inaugurazione è prevista una collaborazione tra il Kassiber Ensemble e l’attore Moni Ovadia, nelle vesti di narratore, per lo spettacolo “The Ghetto Swingers”, il racconto della musica all’interno dei campi di prigionia tedeschi.

I protagonisti del festival

Il programma 2026 porta sul palco artisti di primo piano della scena jazz italiana e internazionale. Ad aprire le danze è Fabrizio Bosso, protagonista assoluto dell’apertura con “About Ten”, un omaggio al repertorio di Dizzy Gillespie e Duke Ellington attraverso gli arrangiamenti di Paolo Silvestri. Tra le nuove produzioni, Bill Frisell ed Eyvind Kang — coadiuvati dal cineasta statunitense Bill Morrison — si immergono in  “The Great Flood”: progetto multimediale ispirato a quella che viene ricordata come la più grande inondazione nella storia americana. Questa tragedia tramandata nelle lunghe pagine di storia della musica, avvenne nel Mississippi nel 1927 e costrinse migliaia di cittadini e futuri musicisti a emigrare verso il Nord. La serata del 27 aprile vede la presenza della street band Funk Off che, attraverso la produzione energetica dei Vox Artificiosa, porta avanti il concetto di coesione di generi musicali (jazz/classica/hip hop). Ultimi ma non per importanza, John Scofield e Gerald Clayton per il grande concerto finale, un momento di grande partecipazione che rafforza l’idea di musica in quanto bene condiviso e non elitario. Insieme ai protagonisti appena citati, vi sono nuove formazioni e giovani talenti, confermando la sua creatività laboratoriale. Tra questi si menziona la nascita della Giovane Orchestra di Liberi Suoni, diretta da Pasquale Innarella e destinata a diventare il fiore all’occhiello del festival. 

Foto di Gianluca Platania

L’inclusività del territorio

Quando si parla del Torino Jazz Festival non si fa riferimento esclusivamente allo spettacolo o al mero intrattenimento, bensì al progetto sociale che costituisce le fondamenta dell’evento. Tra le iniziative più significative si prevedono concerti in ospedali, carceri e luoghi di accoglienza, nonché il coinvolgimento di scuole: tutto ciò riflette l’abbattimento delle barriere tradizionali messo in atto attraverso l’esperienza diretta, e proprio nei luoghi di accoglienza il jazz diventa un punto di incontro tra culture diverse, nel quale si creano spazi di dialogo. 

Quando la musica connette

Come di consueto, il 30 aprile si celebra la Giornata Internazionale del Jazz. Quest’anno l’appuntamento si terrà al MAUTO con il progetto SwingAbili, in collaborazione con il gruppo di Danzamovimentoterapia. La performance sarà accompagnata dalla CFM Big Band, diretta da Claudio Chiara, e vedrà la partecipazione speciale di Massimo Pitzianti, per sottolineare il concetto di jazz non come semplice ascolto passivo, ma come esperienza comunicativa, condivisa e partecipativa. Nel 2026 ricorre anche il centenario della nascita di John Coltrane e Miles Davis, due figure iconiche che hanno segnato la storia del jazz: segue la sezione ibrida Jazz Talk, Jazz Cinema in cui si racconta il genere musicale attraverso approfondimenti e proiezioni che ridefiniscono il fenomeno culturale, storico e visivo. Tra le proposte di quest’anno spiccano A Love Supreme di John Coltrane (25 aprile), The Sound of Change (28 aprile) e l’incontro con Bill Morrison dedicato al suo The Great Flood (29 aprile).

Torino e il jazz: come due gocce d’acqua

L’edizione 2026 conferma la crescita del festival nel tempo, proponendo un miscuglio di qualità artistica, sperimentazione e apertura culturale. Torino Jazz Festival non è soltanto una rassegna musicale, bensì un’esperienza urbana e culturale nella sua totalità. Torino si conferma nuovamente capitale del jazz contemporaneo, capace di parlare a pubblici diversi e di rinnovarsi anno dopo anno.

Andrea Arcidiacono