Tutti gli articoli di Linda Signoretto

Morrissey ad Asti: la malinconia è arrivata davvero

Malinconia britannica e compostezza sabauda: Morrissey chiude Asti Musica 2026.

Prima buona notizia: Morrissey ad Asti è arrivato.
Non è del tutto scontato per un artista che, nel corso degli anni, ha avuto con le cancellazioni dei live un rapporto piuttosto creativo. Il 21 luglio si presenta davvero in Piazza Alfieri, richiamando persone da ogni parte d’Italia e non solo: generazioni diverse riunite da un artista capace, dopo oltre quarant’anni di carriera, di suscitare ancora devozione, irritazione e un affetto difficile da spiegare. 

Dopo un leggero ritardo Morrissey sale sul palco e apre con “Billy Budd”. La voce conserva quel timbro che l’ha resa inconfondibile e sa ancora passare da atmosfere più cupe ad aperture intense e drammatiche. Sostenuto da una band solidissima, si prende immediatamente la scena: tragico, elegantemente insofferente e con un impeccabile british humour.

Dal vivo si comprende meglio perché l’affetto nei suoi confronti continui a essere così ostinato. Morrissey ha costruito un intero immaginario intorno alla malinconia e all’inadeguatezza, trasformando lo spleen in qualcosa di elegante, affilato, ironico e persino divertente. Provocatore, vulnerabile ma anche altezzoso, il fascino di questo charming man sta proprio in una contraddizione mai risolta, che diventa mitologia e gli permette di farsi amare moltissimo senza essere necessariamente più simpatico. Del resto, amare Morrissey non ha mai significato aspettarsi che sia accomodante.

A tanto affetto, però, non corrisponde un pubblico particolarmente caloroso. Piazza Alfieri è allestita con file di sedie e molti spettatori vi rimangono seduti per quasi tutto il concerto, tra applausi e qualche coro. L’energia si concentra nei pochi metri sotto il palco; più indietro domina una compostezza sabauda quasi assoluta. Le zanzare, al contrario, non mostrano alcun contegno. Organizzate e aggressive, trasformano la piazza in un evento parallelo con formula all you can eat e anche loro contribuiscono a lasciare i segni del concerto.

Morrissey – cartella stampa @ AstiMusica – 21 luglio 2026

La scaletta attraversa senza troppa nostalgia reverenziale decenni di carriera: da “Suedehead” e “First of the Gang to Die” si passa ad “Alma Matters”, “Life Is a Pigsty”, “Everyday Is Like Sunday”, “Irish Blood, English Heart” e “Jack the Ripper”.

Come spesso accade nei suoi concerti, Morrissey non considera intoccabili nemmeno i propri testi: cambia parole, aggiunge versi e si concede deviazioni inattese. In “Everyday Is Like Sunday” trova spazio persino un «tell me quando, quando, quando», incursione coerente con il suo modo di trattare le canzoni come materia viva.

In scaletta chiaramente, anche Make-Up Is a Lie, ultimo album rappresentato da cinque brani che reggono bene la dimensione live, anche se non tutti con la stessa forza: non manca qualche momento in cui andare a prendere da bere al bar sembra improvvisamente un’ottima idea. Il concerto è comunque un’occasione, per chi ha perso di vista le ultime uscite, per recuperare parte della produzione, che si rivela ancora credibile.

Naturalmente, gli Smiths rimangono gli ospiti invisibili più attesi. Tra la scrittura sconsolata e tagliente di Morrissey e l’inventiva musicale della band si era creata un’alchimia rara; è quindi difficile non aspettare alcuni brani con una tensione diversa.

Il tremolo inconfondibile di “How Soon Is Now?” scuote Piazza Alfieri e regala uno dei momenti più intensi della serata. “A Rush and a Push and the Land Is Ours” conserva la propria irrequietezza, mentre “Shoplifters of the World Unite” rievoca la dimensione più sovversiva della band.

Per il bis arriva “There Is a Light That Never Goes Out”, che riesce finalmente a smuovere anche il pubblico più composto. La carriera solista di Morrissey è tutt’altro che trascurabile, soprattutto nei suoi primi capitoli, ma davanti a questi quattro brani è impossibile non riconoscere che gli Smiths hanno creato qualcosa di difficilmente ripetibile. Quelle canzoni non appartengono soltanto a chi le ha scritte o a chi le ha ascoltate quando sono uscite: sono diventate un linguaggio collettivo, passato attraverso generazioni di solitudini, camere da letto e adolescenze più o meno prolungate.

Tutto molto bello. Quasi troppo. Perché all’appello manca l’attesissima e struggente “I Know It’s Over”. Forse il leggero ritardo ha costretto a tagliare un brano; forse Morrissey era inspiegabilmente felice e non voleva rovinarsi la serata.

Lasciamo Piazza Alfieri canticchiando: soddisfatti del concerto, punti dalle zanzare e con un piccolo conto in sospeso. Le punture passeranno. “I Know It’s Over”, invece, ce la leghiamo al dito. 

Linda Signoretto

Madame: il Disincanto si fa canto

«Madame non è solo intrattenimento»

Madame non è solo intrattenimento e non è una fabbrica di hit. Disincanto lo dimostra e lo conferma fin dal primo ascolto. L’album è uno spazio di esposizione in cui l’artista mette in gioco ogni parte di sé, senza filtri, senza istruzioni e senza la preoccupazione di risultare sempre gradevole. «Madame fa riflettere quando senti»: i brani non si limitano all’ascolto, chiedono di essere attraversati e offrono qualcosa di raro, soprattutto nel panorama musicale contemporaneo: profondità e riconoscimento.

Dopo un periodo di silenzio, Madame torna e si spoglia con un album che porta addosso tutte le cicatrici degli ultimi anni con l’indistinguibile capacità di dare forma a sofferenza, impulsi, emozioni confuse, contraddittorie e difficili da spiegare. Una scrittura che riesce a trasformare inquietudini private in esperienze condivise, creando un rifugio in cui chi ascolta può sentirsi compreso, restituendo senso e dignità a sentimenti spesso patologizzati che restano nascosti e senza linguaggio.

È in questa dimensione che si inserisce la cruda vulnerabilità di “Come stai?” e il significato profondo della frase «Madame ha salvato una ragazzina»: non si tratta di idolatria pop, ma del potere concreto, quasi pedagogico, della musica, in grado di offrire identificazione, parole e persino una forma di sopravvivenza e di ancoraggio capace di abbattere le barriere della solitudine. 

Il disincanto di Madame non è nichilismo o cinismo ma una consapevolezza estrema; una lucidità e una profondità emotiva e sociale così intense da diventare dolorose, quasi ingestibili. Questa iper lucidità si trasforma in introspezione, ma anche in critica verso la società contemporanea e verso l’industria musicale, descritta come una «fabbrica dell’orrore» che monetizza l’identità e pretende autenticità soltanto quando è facilmente vendibile, impacchettabile, consumabile e mai scomoda.

Non è un caso che la costruzione del progetto e il marketing non si limitano a promuovere il disco, ma ne amplificano i temi. La copertina è già di per sé rappresentativa: un minimalista titolo e codice a barre. Chiede implicitamente quanto vale la musica, e quanto costa tutto ciò che le ruota attorno. Anche le immagini diffuse sui social e nei manifesti — foto vulnerabili e personali, raffiguranti anche un letto d’ospedale — non sono semplice provocazione promozionale ma un’estensione coerente dell’album che raccontano la necessità di mostrarsi senza filtri ma si chiedono a quale prezzo.

La critica all’industria musicale non resta astratta. In “Mai più”, uno dei brani più taglienti del disco, Madame trasforma il disincanto in attacco diretto, arrivando a lanciare stoccate contro figure e realtà dell’ambiente musicale come Shablo ed Esse Magazine. Più che un semplice dissing del rap-game, il brano manifesta una frattura ormai insanabile con un sistema percepito come ipocrita e opportunista, capace di trasformare l’arte in merce e l’identità in prodotto. In questo senso, il “sassolino dalla scarpa” che Madame decide di togliersi rappresenta una rottura radicale dalla macchina dello stream, del clickbait e dalla giovanissima esperienza sanremese. Un cortocircuito evidente in “OK”, dove l’accondiscendenza e l’incapacità di dire di no diventano una gabbia dalla quale evadere.

Disincanto rappresenta una profonda maturazione artistica e personale. Madame apre gli occhi gonfi di disincanto e si confronta direttamente con la propria precedente ingenuità e con le illusioni legate al successo, sostituendole con uno sguardo più severo e consapevole. Questo superamento delle facili illusioni emerge nel dialogo in “Volevo capire con Marracash”, in cui il bisogno di dare ordine alle emozioni si scontra con la fama, con i soldi e con il contrasto tra vita privata e personaggio pubblico; dialogo che prosegue e diventa soliloquio in “Rosso come il fango”. In questo brano, Madame critica il mito meritocratico tipico del capitalismo, mostrando come il successo non dipenda solo da talento e impegno, ma anche da fortuna e privilegi. La canzone mette così in discussione la narrazione del “self-made”, evidenziando le disuguaglianze strutturali che restano spesso nascoste dietro le eccezioni di successo. Successo che non viene più celebrato, ma vissuto con senso di colpa e con la consapevolezza del divario tra chi emerge e chi resta ai margini. Il “fango”, in contrapposizione al “sangue blu”, diventa allora il simbolo delle proprie origini e di una precarietà da cui non ci si può davvero separare e che non si può ignorare.

Madame è raffinata e poetica, ma al tempo stesso brutalmente trasparente, capace di passare dalla confessione più intima alla denuncia sociale senza perdere mai coerenza. Il magnetismo del disco risiede proprio nei contrasti. Madame, con la sua penna, riesce ad alternare immagini di grande delicatezza a un linguaggio improvvisamente aggressivo e osceno, «più volgare della Divina Commedia». È una tensione che unisce il conflitto interiore, quasi ancestrale di brani come “Bestia” e “Allucinazioni”, alle provocazioni carnali e spiazzanti di “Puttana Svizzera” (feat. Nerissima Serpe, Papa V e 6occia). Madame non ricerca misura o compromesso, ma autenticità viscerale.

La cantautrice smette di fare musica per audience e mercato ma per necessità e sopravvivenza. La salute mentale è infatti una delle tematiche centrali. Già dall’incipit — «voglio anche soffrire, ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo» — Madame distingue il dolore legato all’ocd da quello dell’esistenza, impostando da subito un percorso che non cerca soluzione ma convivenza. La chiusura arriva con “Grazie”, un monologo da seduta di psicoterapia, e si affida alla barra «paragonata al mondo la mia vita è straordinaria, grazie» che spezza l’autocommiserazione e diventa quasi guarigione senza però ricomporre nulla, solo un cambio di prospettiva.

In Disincanto, la poesia convive con il corpo, la vulnerabilità con la rabbia, l’eleganza con l’eccesso e in questo caos splendidamente sviscerato Madame si conferma un’artista necessaria. Disincanto non è solo intrattenimento. L’introspezione che lo attraversa non nasce per essere consumata, ma per essere abitata: non si lascia osservare a distanza neanche quando è scomoda, incoerente, difficile da decifrare. Madame non è (più) usa e getta e non è solo divertimento: è un’esperienza che lascia traccia. Nel disincanto sopravvive il canto. 

Linda Signoretto

È il Tempo di Laila Al Habash

12 marzo 2026, serata carica di aspettative per il debutto di Laila Al Habash sul palco dell’Hiroshima Mon Amour. Il sorriso radioso e l’emozione palpabile, attraversati da una lieve tensione, rendono l’artista immediatamente autentica.

«Qui tutti mi chiedono solo: “Che lavoro fai?” / Io cerco qualcosa di buono, che tesoro hai? / Qui tutti mi chiedono solo: “Che progetti hai?” / Parlano tutti al futuro e nessuno è mai qui».

Laila apre le danze con “Che lavoro fai?” mettendo subito a fuoco una delle ossessioni più radicate della contemporaneità: ridurre l’individuo a ciò che fa, a ciò che diventerà, alla sua funzione produttiva. Eppure, mentre il brano racconta un futuro che corre svuotato, sotto al palco succede l’opposto: per una volta siamo lì, presenti, a condividere qualcosa che esiste solo in quel momento. 

Nel repertorio della serata convivono il nuovo album Tempo e il precedente Mystic Motel ma trova spazio anche un ritorno al passato, “Bluetooth (2019), che Laila introduce quasi con imbarazzo, dicendo che non è più il suo linguaggio ma è frutto di un’età più giovane che non rinnega. Proprio per questo funziona: permette di cogliere il percorso artistico e i cambiamenti che il tempo inevitabilmente porta con sé.

Ad accompagnare la cantautrice, una band essenziale — batteria, tastiera, basso elettrico, synth e drum pad — che la sostiene e lavora in perfetta sintonia. In alcuni brani Laila, oltre a cantare impeccabilmente, imbraccia e suona anche la sua chitarra elettrica.
Il mondo sonoro spazia in numerose dimensioni, tra indie-pop, R&B, urban rap, electro-pop con forte groove e frammenti di modalità maqāmiche che richiamano le sue origini palestinesi e aggiungono ulteriore profondità alle linee melodiche.

Foto di Elisabetta Canavero

La performance propone momenti introspettivi condivisi e altri più leggeri e trascinanti, capaci di coinvolgere il pubblico e farlo ballare. Ogni brano ha una specifica atmosfera, mistica e onirica. Laila canta intimamente immersa tra nebbia e gioco di luci o balla e si accende sul palco. La cintura da danza del ventre diventa un dettaglio visivo che rafforza un’estetica stratificata, sensoriale, identitaria e colorata.
In alcuni momenti qualche mossa può risultare leggermente costruita o troppo studiata, ma non intacca il fascino. Quello che conta davvero è ciò Laila comunica: scrive e canta di sé stessa, con testi delicati ma mai evanescenti. Sul palco, l’emozione diventa autenticità, rendendo ogni parola credibile e coerente.

Tempo, non a caso, è il nome dell’album e del tour. Se in “Brodo” (2021) Laila si chiedeva «sono in ritardo forse o non sono mai arrivata», con Tempo e “C’è tempo” sembra aver cambiato prospettiva: le domande trovano una consapevolezza più calma e centrata. Il tempo non è più qualcosa da inseguire, ma qualcosa da abitare. 

Ed è proprio questa la sensazione che restituisce il live all’Hiroshima Mon Amour: non un punto d’arrivo, ma un momento pieno, vissuto fino in fondo. Un tempo presente e prezioso.

Linda Signoretto

Top 10 singoli di gennaio 2026

Gennaio 2026 porta nuova musica in ogni cuffia. È il primo mese dell’anno e, tra buoni propositi e ancora qualche sbadiglio post-feste, arrivano  brani che fanno ballare, sognare… e anche svegliare. Tra singoli appena usciti e assaggi d’album, c’è già abbastanza musica per riempire tutte le playlist e far partire l’anno con il ritmo giusto.

“Opening Night” – Arctic Monkeys 

Gli Arctic Monkeys fanno il loro ritorno con un singolo che anticipa HELP (2), album collaborativo registrato agli Abbey Road Studios per War Child Records e in uscita il 6 marzo. Il progetto riunisce alcuni grandi nomi della musica, ognuno con un proprio brano, per sostenere i programmi di War Child UK a supporto dei bambini in zone di guerra.
“Opening Night” è misurato e contenuto, le chitarre insistono su pattern ripetitivi senza grandi variazioni insieme a batteria e basso che restano discreti. La voce di Alex Turner guida in una dimensione cupa, malinconica, a tratti inquieta, proseguendo con coerenza il percorso tracciato nel 2022 da The Car e ribadendo una scrittura sempre più ponderata e atmosferica. Una grande band che non ha bisogno di virtuosismi.

“I Keep My Promises” – Labrinth 

Brano estratto dall’album COSMIC OPERA ACT I, “I Keep My Promises” si apre con un preludio orchestrale quasi cinematografico. Voce e chitarra si lamentano, fragili e intense, oscillando tra registro profondo e falsetto. L’elettronica cresce fino a prendere il sopravvento e  i lamenti esplodono in urla graffiate e disperazione. Il testo, crudo ed esplicito, affronta temi di controllo, possesso e ego, per chiudersi con un monito autocritico: «Such a horrible display of toxic masculinity». Il brano, così come l’intero album, conferma lo spessore artistico e la sorprendente versatilità di Labrinth.

“Traffic Lights” – Flea feat. Thom Yorke

Ad anticipare Honora c’è “Traffic Lights”, singolo che apre il nuovo progetto solista di Flea. Conosciuto soprattutto come bassista e cofondatore dei Red Hot Chili Peppers, qui Flea esplora il jazz e si esprime attraverso basso e tromba, creando con batteria, sax e piano Rhodes un groove scattante, quasi da jam session. Thom Yorke aggiunge la sua vocalità distintiva, oltre a piano e synth, donando profondità. Nasce un brano raffinato e vibrante riconferma, dopo l’esperienza negli Atoms for Peace, di un’intesa artistica solida, ricercata, curiosa, in continua evoluzione ed esplorazione.

“Infinito” – prima stanza a destra

“Infinito” incanta e fa sognare. La melodia ariosa e la voce in falsetto disegnano un’atmosfera onirica e ipnotica con pause e ripetizioni che fanno fluttuare il brano. Il testo supplica un amore assoluto e senza tempo.
prima stanza a destra è un progetto misterioso, l’identità è nascosta ma potente e questo singolo ne è la dimostrazione.

“Streets of Minneapolis” – Bruce Springsteen

Bruce Springsteen con un singolo folk, urgente, crudo e vero. Racconta gli USA di chi soffre, resiste e continua a farsi sentire. Il brano è stato scritto e registrato rapidamente dopo gli abusi e le violenze dell’ICE nelle operazioni di controllo migratorio sotto l’amministrazione Trump e nelle proteste di massa conseguenti. Il testo percorre le strade, racconta persone e luoghi di una città che non si arrende. Springsteen pronuncia nomi e cognomi delle due vittime perché «We will remember the names of those who died». La narrazione è al plurale e l’ultimo ritornello è accompagnato da un coro e dalle strade di Minneapolis al grido di «ICE OUT NOW!». Springsteen non è solo un cantante: è la voce di chi è stato messo a tacere e delle piazze che continuano a cantare. Il Boss makes America great.

“I Cannot Believe in Tomorrow” – Yellow Days

Presto in uscita Rock and a Hard Place, il nuovo album di Yellow Days, che possiamo assaggiare con l’ultimo singolo “I Cannot Believe in Tomorrow”. L’artista firma uno dei suoi ritratti emotivi più onesti e intimi. Il brano è malinconico ma coinvolgente, con radici soul e funk e quel gusto old school che fa sempre piacere. La voce, graffiante e fragile allo stesso tempo, racconta un presente sospeso più che un futuro negato. Nessuna catarsi, nessuna soluzione: solo la disillusione e l’impotenza che restano quando le domande superano le risposte. Una condivisione sincera che apre la strada a un album atteso con grande curiosità.

“I Just Might” – Bruno Mars

Primo singolo di Bruno Mars, per introdurre l’album The Romantic, che segna il suo ritorno da solista. Il brano è subito contagioso: groove scorrevole, melodie canticchiabili e la capacità di Bruno nel far ballare. Non sorprende, è abbastanza prevedibile e resta nella comfort-zone ma lo fa con eleganza e qualità.

“Numbers 31:17-18” – Sofia Isella

Sofia Isella prende uno dei passi più controversi dell’Antico Testamento e lo trasforma in un brano amaro. La voce, tra canto e parlato, è sottile ma anche abrasiva e accusatoria, incide le sofferenze di donne e bambini, vittime di violenza e di ingiustizie sistemiche, giustificate in nome di Dio. Il brano è claustrofobico, costringe a restare dentro la brutalità delle parole e nell’angoscia della musica. C’è coraggio, ma niente consolazione né filtri: crudeltà e violenza, insieme alla loro giustificazione e all’ipocrisia sociale e religiosa, vengono esposte senza vergogna. Ancora una volta Sofia Isella non chiede permesso, è disturbante ed è necessaria.

“Il Tempo in Me” – Subsonica

Nuova uscita dei Subsonica, “Tempo in Me” non è solo il tempo individuale, quello che ci attraversa e ci trasforma ma è anche il tempo della società e della natura, che porta cambiamenti, gioie e ferite. Un tempo che nella canzone diventa ritmo con un trama tipicamente elettronica e futuristica scandendo la velocità del mondo moderno, mentre le parole scorrono lente e precise, invitando a osservare ciò che muta e ciò che resta. Il brano fa percepire la nostra piccolezza di fronte al passare dei giorni, ma anche la partecipazione a un processo più grande e la sicurezza di qualcuno o qualcosa che rimane un porto sicuro.

“Pressha” – Jill Scott 

Teaser di To Whom This May Concern, “Pressha” si muove tra R&B e soul, con un sound caldo e avvolgente. La voce è protagonista: profonda, sensuale e sfumata. Jill Scott si apre e, pungente, racconta la pressione di conformarsi agli ideali estetici e alle aspettative altrui. Mescola autobiografia e osservazione sociale, mostrando quanto sia soffocante inseguire standard artificiali. Un brano di gran classe.

BONUS EMERGENTI: “Universi Paralleli” – Amarene

“Universi Paralleli” è il singolo d’esordio di Amarene e racconta la difficoltà di confrontarsi con i propri limiti, insieme al desiderio di accettare tutte le proprie sfaccettature. Tra indie-pop e cantautorato alternativo, il brano inaugura il percorso artistico dell’artista, presentando al pubblico il suo stile e la sua sensibilità musicale.

Linda Signoretto

Maria Antonietta e Colombre dal vivo con Luna di Miele

Sulle note di “Blue Velvet” di Bobby Vinton, una mezzaluna luminosa domina il palco dell’Hiroshima Mon Amour il 20 novembre. Resterà accesa per l’intero concerto, a richiamare Luna di Miele, l’album scritto a quattro mani da Maria Antonietta e Colombre. Poi entrano loro: stelle indipendenti che, in questo progetto e nella vita, si illuminano a vicenda.                                              
I due artisti hanno alle spalle anni di lavoro individuale, con dischi che li hanno affermati come voci distinte e riconoscibili del cantautorato italiano contemporaneo. Un cammino parallelo che oggi converge in Luna di Miele, i cui brani provengono da anni di vita condivisa, materiale rimasto a lungo in silenzio e poi riesumato da un vecchio hard disk.

L’album porta un barlume di leggerezza in tempi bui. I testi hanno una forza cinematografica, raccontano gesti minimi, frammenti di quotidianità e immagini nitide che diventano dialogo continuo tra due penne dalla personalità inconfondibile. Con equilibrio tra dolcezza e ironia, la lirica di Maria Antonietta e Colombre evita il sentimentalismo: celebra l’amore lasciando emergere crepe e ombre, quelle imperfezioni che rendono reale ogni relazione e permettono alla luce di entrare.

I due artisti intrecciano con simpatia storie e canzoni, raccontando e raccontandosi, mentre una band affiatata — basso/violino, batteria e tastiera/chitarra — li accompagna con precisione. Cantano, suonano e si muovono insieme con grinta e magnetismo. Le tante vibrazioni positive hanno persino provocato la caduta inattesa di uno strumento dal suo appoggio: un istante di puro rock’n’roll.

Maria Antonietta e Colombre si cercano e si incontrano su ritmi incalzanti che mescolano electro-pop, indie, reggae e funk, con l’inconfondibile energia punk e rock della cantante. La sintonia è perfetta: due note distinte che si armonizzano senza mai confondersi.

Foto di Andrea Mastrangelo
Foto di Andrea Mastrangelo

In scaletta trovano spazio i brani di Luna di Miele, alcuni estratti dalle discografie soliste e una dolce cover di “Blue Moon”. 
Maria Antonietta propone “Deluderti”, “Alla Felicità E Ai Locali Punk”, “Viale Regina Margherita”, “Ossa” (in versione acustica), “Quanto Eri Bello” e “Con Gli Occhiali Da Sole”. Colombre aggiunge “Pulviscolo”, “Blatte”, “Il Sole Non Aspetta”, “Adriatico” e porta anche un brano condiviso dal suo album Realismo magico in Adriatico: “Io e te certamente”, scelto per chiudere la serata, come un sigillo affettuoso.

Durante i brani dei rispettivi repertori, Maria Antonietta e Colombre cantano insieme, suonano l’uno per l’altra o si ascoltano in silenzio, a volte sedendosi a terra per godersi lo spettacolo, lasciando emergere un’ammirazione reciproca che diventa parte integrante del concerto.

Il live restituisce l’essenza di Luna di Miele: un incontro tra due visioni che si sfiorano senza mai sovrastarsi. Il progetto e il tour dimostrano come due carriere soliste possano unirsi in qualcosa che va oltre la somma dei loro singoli percorsi.
La mezzaluna si spegne e resta accesa la sensazione di aver assistito a un concerto unico e memorabile, un duo e una coppia che trasforma la complicità in musica condivisa, luminosa, spontanea e aperta al mondo.

Linda Signoretto

Gran finale di C2C Festival 2025

Torniamo alle OGR Torino per la serata conclusiva di questa edizione, che propone in scaletta tre show in esclusiva italiana. La prima a esibirsi è Maria Somerville, che presenta il suo album di debutto, Luster. Sul palco la cantante irlandese è accompagnata da un trio chitarra, basso e batteria. Il concerto ruota intorno alla sua voce in un gioco tra sonorità leggere dream pop e ripetute virate di stampo shoegaze. L’uso dei riverberi e delle distorsioni si fa sempre più frequente fino a esplodere nel finale in cui gli artisti abbandonano il palco lasciando che siano gli strumenti a creare un muro di suono di feedback

Ritorna al festival billy woods, già presente lo scorso anno al Lingotto, forte dell’uscita del suo ultimo album, Golliwog. Il rapper newyorkese dà l’ennesima prova del suo stile unico da MC totale e fuori norma, che non si mostra quasi mai rimanendo immerso nel buio della sala. Tra rullante e cassa in stile boom bap, spazzole e piatti da notturno jazz e ambient-noise, woods sembra un fantasma che si aggira nell’hip-hop come a voler sovvertire dal basso ogni regola.

Infine sale sul palco Smerz, duo norvegese composto da Henriette Motzfeldt e Catharina Stoltenberg, che a otto anni dalla loro prima apparizione a C2C Festival tornano per presentare il loro recente lavoro, Big City Life, raffinato esempio di minimalismo art-pop.

L’ultima serata ha segnato l’apice di un’edizione costruita con qualità, sperimentazione e una sorprendente partecipazione. Un successo che conferma l’eccellenza del Festival nell’ambito avant-pop sperimentale e non solo. Sono state quattro giornate cariche di energia positiva, passione e quel desiderio di aggregazione che solo certi eventi riescono a creare. Grandi nomi, artisti più di nicchia e una gran cura che anche quest’anno hanno reso il festival un successo.

Foto di Ilum collettivo da cartella stampa C2C Festival

Il filo rosso che ha cucito insieme quattro giorni di suoni, incontri e comunità è stato Per Aspera ad Astra. Un ritorno alle radici dell’identità di C2C Festival che non si è mai limitata alla programmazione musicale, ma si è costruita attraverso una visione culturale ampia, coraggiosa, quasi ostinata, capace di intercettare e spesso anticipare interi mondi sonori. Sono passati artisti che hanno segnato la storia della musica contemporanea: Aphex Twin, Thom Yorke, Franco Battiato, Flying Lotus, Arca, King Krule, Yves Tumor, solo per citarne alcuni. Nomi che testimoniano la postura del Festival: mai inseguitore, piuttosto generatore di visioni, con la musica sempre al centro e mai il trend. Più che mai, questa impronta è stata evidente, raccogliendo un pubblico trasversale, coinvolto e curioso, che ha risposto con entusiasmo alla ricchezza di proposte e alla forza delle performance. 

La Mole Antonelliana illuminata in ricordo di Sergio Ricciardone non è solo una commemorazione ma il simbolo di un’edizione che porta con sé una grande eredità artistica, trasformando l’assenza in direzione e la nostalgia in forza propulsiva.
Cercare le stelle e, per un momento, sentirle davvero vicine.
C2C Festival è arrivato “ad Astra” anche quest’anno.

Alessandro Camiolo e Linda Signoretto

C2C Festival: le lunghe notti al Lingotto pt.2

Dove eravamo rimasti… forse sdraiati nella Sala Rossa a rilassare l’udito o fuori a fare la coda al freddo per un bicchiere d’acqua. In ogni caso eccoci tornati al C2C Festival per la seconda serata a Lingotto Fiere, ricca di artisti di richiamo per il grande pubblico e di alcuni nomi interessanti, ma in sordina.
Una di queste è Malibu, artista francese che si esibisce a metà pomeriggio sul palco Stone Island. La sua performance è connessa all’idea di meditazione, messa in scena attraverso l’uso di fari luminosi molto alti che girano intorno al pubblico, rischiarando la presenza di ognuno. Dal punto di vista musicale, Malibu crea un oceano di suono in cui si intrecciano pianoforti, fiati, archi, ma anche dense parti elettroniche drone ambient che inducono stati introspettivi. Infine c’è anche la sua voce, un sussurro che passa da parti intime di spoken word a lunghi respiri vocalizzati e sussulti che sembrano strumenti a sé stanti. Il pubblico, per la maggior parte seduto a terra, ascolta con incanto ed euforia questa musica che dura quasi in eterno, ma che come un’onda arriva addosso e poi scompare.

Sul palco principale a inizio serata si esibisce Ecco2k (Zak Arogundade), artista svedese a metà tra moda, videomaking e musica, qui per la sua esclusiva in Italia. La sua performance cerca un punto d’incontro tra il mondo rap e l’hyperpop più delirante. Si muove in silhouette illuminato solo da uno schermo bianco, e si arrampica su un ponteggio in modo acrobatico. La sua musica invece è fatta di beat lenti e gelidi a cui Zak conferisce un’energia istintiva attraverso la sua voce distorta e quasi robotica. Il pubblico poga e si esalta per i brani, ormai diventati culto, del suo album d’esordio E, uscito nel 2019. 

Torna A.G. Cook, artista e produttore britannico, fondatore della rivoluzionaria etichetta PC Music, che negli ultimi dieci anni ha contribuito a definire e codificare l’estetica hyperpop, sul piano sonoro e visivo. Di recente ha collaborato all’album Renaissance di Beyoncè e Brat di Charli xcx, avanguardista, non a caso eletto Miglior Producer ai BRIT Awards.

Cook porta sul main stage una ventata d’aria fresca con una palette luminosa che si tinge di rosa e verde per il remix di “Von dutch” di Charli xcx,fonde sonorità pop e dance anni 2000 inserendole in un altro contesto digitale con layering rapido, glitch e bpm che impennano freneticamente e fanno ballare la folla. Rimane perlopiù dietro la console tranne pochi minuti in cui, con il tipico autotune, canta “Superstar”. 

Foto di Ilum collettivo da cartella stampa C2C Festival
Foto di Ilum collettivo da cartella stampa C2C Festival

È il turno di Floating Points, ormai di casa a C2C Festival. Produttore britannico di elettronica sperimentale, ambient, dance e jazz elettronico, propone un set ibrido, ricco di dettagli e sfumature elaborati live con precisione matematica. Il ritmo è insistente e liquido: scorre come un fiume in piena che cresce per accumulo, trasportando e rimodellando ogni suono lungo il suo corso. Lo spettacolo non è solo per le orecchie: alle sue spalle scorrono visual psichedelici e geometrie luminose, che insieme alle luci, si muovono in parallelo alla musica, raccontandola visivamente. 

Torna poi, dopo oltre dieci anni, in esclusiva italiana, Four Tet, chiamato a chiudere l’ultima notte al Lingotto Fiere. Fin dai primi minuti riesce a trascinare e a far ballare il pubblico, già incandescente. Tra strutture house e derive trance, crea un flusso ritmico in continua crescita, essenziale e calibrato con cura. Il musicista porta alcune delle sue tracce più celebri adattando il flusso alle energie della folla in un ascolto reciproco. L’intensità aumenta progressivamente, accompagnati da luci e visual, e nonostante la stanchezza tutti si muovono a ritmo.

Un finale celebrativo, in cui musica, libertà e lo stare insieme sono trionfanti.
Quando le ultime vibrazioni si dissolvono nell’aria del Lingotto Fiere, non resta solo la memoria di una notte intensa, ma la sensazione di aver partecipato a qualcosa che continua a pulsare anche dopo il silenzio. Il pubblico si riversa fuori, trasformando i paninari in un after improvvisato, nessuno vuole mollare l’energia accumulata. E fortunatamente non serve neanche farlo: domani si riparte alle OGR Torino, per la serata conclusiva, noi siamo pronti.

Alessandro Camiolo e Linda Signoretto

Chromogen: la camera oscura del suono

Da Bologna sul palco dell’Hiroshima Mon Amour, i Chromogen, un trio strumentale con l’omonimo EP d’esordio, i cui titoli dei brani richiamano sostanze chimiche usate nello sviluppo fotografico analogico. Si esibiscono dopo i Tendha in occasione di Glocal Sound, la vetrina che illumina nuovi talenti all’interno del Reset Festival.

Il chromogen, in chimica fotografica, è il reagente che trasforma lentamente un’immagine da bianco e nero al colore. Ed è proprio questa trasformazione lenta, che guida l’ascolto della loro musica: si parte da strutture quasi monocromatiche, per arrivare a composizioni sonore stratificate, in cui ogni suono e timbro agisce, come un reagente, sul successivo.

Basso elettrico, sax tenore e batteria: una formazione essenziale, ma tutt’altro che minimalista.  Il live è segnato da un imprevisto non da poco: il batterista ufficiale è sostituito all’ultimo minuto per motivi di salute. L’alchimia del trio non ne risente. Anzi: il set è rimasto coeso e in sintonia. Una tensione chimica, potremmo dire, dove ogni elemento sonoro trova il suo equilibrio.

Il basso, trattato con effetti e pedali, copre più registri, muovendosi tra ruoli armonici, melodici e ritmici. Scolpisce lo spazio, crea ponti, guida e suggerisce traiettorie, lavorando come collante armonico e tessitore di atmosfere. La batteria, insieme al basso, gestisce la macchina ritmica. Lavora a incastro, sostiene i tempi spezzati, crea e interrompe il flusso. Il sax tenore è la voce solista. Non accompagna, narra. Il suo fraseggio è fluido, espressivo, spesso malinconico. Dialoga, interrompe, riparte.

Il progetto si muove tra jazz contemporaneo, funk e post-rock dalle tinte post-punk. Le influenze si sentono, ma non sovrastano mai l’identità del gruppo, che lavora su una ricerca timbrica costante, con un’attenzione particolare agli spazi, ai vuoti, alla dinamica.

Il set alterna momenti dal ritmo incalzante, con groove trascinanti, ad altri più sospesi, in cui la musica si fa psichedelica. In questi passaggi, il trio costruisce ambienti sonori che sembrano muoversi in uno spazio onirico, quasi fuori dal tempo.
Non è solo una questione di effetti: è un uso consapevole della dinamica e della densità timbrica. L’alchimia è centrale: la struttura è complessa, ma mai rigida e lascia spazio all’improvvisazione. Tutto resta in equilibrio, con una direzione chiara che tiene insieme gli elementi.

Singolo dell’LP, la cover di “In Bloom” dei Nirvana, portata anche sul palco. Non è un omaggio meccanico: viene reinterpretata secondo la lente fotografica del trio. Non è grunge per nostalgia, ma una rielaborazione che la dissolve, la sfuma, la reinventa. Tra i brani c’è anche “Bleach, un titolo che richiama sia il reagente chimico sia, forse, un altro omaggio silenzioso al grunge e ai Nirvana.

Il progetto dimostra come anche una formazione essenziale, di soli tre strumenti, può creare un mondo sonoro complesso, coerente e ricco di sfumature. Come nelle vecchie camere oscure, ciò che all’inizio sembra indefinito può trasformarsi, lentamente, in un’immagine piena di colore. 

Linda Signoretto

La partita sonora dei Tendha: Glocal Sound

Chiunque sia cresciuto con una console tra le mani ricorderà sicuramente almeno una delle colonne sonore 8-bit: quelle melodie digitali codificate che accompagnavano i videogiochi dell’epoca. Possiamo affermare che sono a pieno diritto parte della memoria collettiva sonora, molto più di certi tormentoni estivi e jingle.
Queste musiche venivano generate in tempo reale dal chip audio integrato nella console, imponendo limiti tecnici molto rigidi.
I compositori dovevano programmare matematicamente il suono, nota per nota, con una manciata di frequenze, ritmi e timbri sintetici (soprattutto beep e toni squadrati) e con arpeggi rapidi che assomigliano ad accordi. Eppure, nonostante i confini strettissimi, sono riusciti a creare melodie memorabili, riconoscibili e, soprattutto, piacevoli anche dopo ore attaccati allo schermo.

È proprio dentro i limiti rigidi dei chip sonori che la band, scelta per il primo appuntamento di Glocal Sound, si muove con consapevolezza e inventiva. Siamo nel vivo di una rassegna che, nella cornice del Reset Festival, presenta, sotto i riflettori dell’Hiroshima Mon Amour alcuni tra i più interessanti progetti emergenti della scena musicale italiana.
Sul monitor scorrono pixel e frammenti video tratti da storici videogiochi 8-bit, mentre sul palco suona il trio milanese Tendha (per appassionati e curiosi: il nome è un omaggio al rifugio del videogioco Final Fantasy).
L’atmosfera e la musica riescono a teletrasportarsi nel passato, recuperando il suono dell’infanzia digitale e di molte generazioni.

Il concerto prende vita attorno al loro album di debutto Soap doesn’t exist because it can’t be told. Ma non è solo un album, e nemmeno solo un’esibizione: è un concetto, un mondo sonoro che parte dal passato e guarda avanti, costruendo un insieme di suoni attraverso il layering di loop in evoluzione sovrapposti e manipolati in tempo reale.

La vera sorpresa è il clarinetto basso dotato di setup elettrico. Uno strumento classico che, grazie all’elaborazione elettronica, si reinventa e acquisisce nuove sfumature timbriche. 

Un duo di voci, maschile e femminile, svincolate da parole e testi convenzionali, esplorano fonemi, suoni articolati, sillabe isolate che ripetute, distorte e trasformate, assumono una consistenza sonora propria. Le linee vocali si rincorrono, si scontrano, si fondono, esplodono e mutano tonalità, dando vita a un intreccio dinamico e imprevedibile. Diventano strumenti, parte integrante della trama musicale, intrecciandosi con naturalezza in un dialogo continuo con le pulsazioni della batteria e il timbro del clarinetto basso. Tastiera, sintetizzatori ed effetti elettronici lavorano dietro le quinte per elaborare loop e layering.

Voci e clarinetto si muovono entro confini e registri ben precisi, ma si divertono a giocare con ritmi spezzati e sincopati, creando un senso di sorpresa e movimento continuo. Questi sbalzi ritmici richiamano cambi di scena tipici dei videogiochi, dando vita a una performance mai scontata.

Nonostante i limiti imposti dall’estetica sonora 8-bit riescono comunque a modulare il suono con grande espressività. Sfuggono, di tanto in tanto, alla meccanicità del loop, spezzando la rigidità robotica e restituendo all’ascolto un’improvvisa autentica presenza umana.

Dopo questo viaggio tra pixel e loop, Tendha dimostra come i limiti tecnici possano stimolare la creatività. La partita è stata salvata lasciando aperta la curiosità per i prossimi livelli del loro percorso artistico.

Linda Signoretto