Tutti gli articoli di Linda Signoretto

Top 10 singoli di gennaio 2026

Gennaio 2026 porta nuova musica in ogni cuffia. È il primo mese dell’anno e, tra buoni propositi e ancora qualche sbadiglio post-feste, arrivano  brani che fanno ballare, sognare… e anche svegliare. Tra singoli appena usciti e assaggi d’album, c’è già abbastanza musica per riempire tutte le playlist e far partire l’anno con il ritmo giusto.

“Opening Night” – Arctic Monkeys 

Gli Arctic Monkeys fanno il loro ritorno con un singolo che anticipa HELP (2), album collaborativo registrato agli Abbey Road Studios per War Child Records e in uscita il 6 marzo. Il progetto riunisce alcuni grandi nomi della musica, ognuno con un proprio brano, per sostenere i programmi di War Child UK a supporto dei bambini in zone di guerra.
“Opening Night” è misurato e contenuto, le chitarre insistono su pattern ripetitivi senza grandi variazioni insieme a batteria e basso che restano discreti. La voce di Alex Turner guida in una dimensione cupa, malinconica, a tratti inquieta, proseguendo con coerenza il percorso tracciato nel 2022 da The Car e ribadendo una scrittura sempre più ponderata e atmosferica. Una grande band che non ha bisogno di virtuosismi.

“I Keep My Promises” – Labrinth 

Brano estratto dall’album COSMIC OPERA ACT I, “I Keep My Promises” si apre con un preludio orchestrale quasi cinematografico. Voce e chitarra si lamentano, fragili e intense, oscillando tra registro profondo e falsetto. L’elettronica cresce fino a prendere il sopravvento e  i lamenti esplodono in urla graffiate e disperazione. Il testo, crudo ed esplicito, affronta temi di controllo, possesso e ego, per chiudersi con un monito autocritico: «Such a horrible display of toxic masculinity». Il brano, così come l’intero album, conferma lo spessore artistico e la sorprendente versatilità di Labrinth.

“Traffic Lights” – Flea feat. Thom Yorke

Ad anticipare Honora c’è “Traffic Lights”, singolo che apre il nuovo progetto solista di Flea. Conosciuto soprattutto come bassista e cofondatore dei Red Hot Chili Peppers, qui Flea esplora il jazz e si esprime attraverso basso e tromba, creando con batteria, sax e piano Rhodes un groove scattante, quasi da jam session. Thom Yorke aggiunge la sua vocalità distintiva, oltre a piano e synth, donando profondità. Nasce un brano raffinato e vibrante riconferma, dopo l’esperienza negli Atoms for Peace, di un’intesa artistica solida, ricercata, curiosa, in continua evoluzione ed esplorazione.

“Infinito” – prima stanza a destra

“Infinito” incanta e fa sognare. La melodia ariosa e la voce in falsetto disegnano un’atmosfera onirica e ipnotica con pause e ripetizioni che fanno fluttuare il brano. Il testo supplica un amore assoluto e senza tempo.
prima stanza a destra è un progetto misterioso, l’identità è nascosta ma potente e questo singolo ne è la dimostrazione.

“Streets of Minneapolis” – Bruce Springsteen

Bruce Springsteen con un singolo folk, urgente, crudo e vero. Racconta gli USA di chi soffre, resiste e continua a farsi sentire. Il brano è stato scritto e registrato rapidamente dopo gli abusi e le violenze dell’ICE nelle operazioni di controllo migratorio sotto l’amministrazione Trump e nelle proteste di massa conseguenti. Il testo percorre le strade, racconta persone e luoghi di una città che non si arrende. Springsteen pronuncia nomi e cognomi delle due vittime perché «We will remember the names of those who died». La narrazione è al plurale e l’ultimo ritornello è accompagnato da un coro e dalle strade di Minneapolis al grido di «ICE OUT NOW!». Springsteen non è solo un cantante: è la voce di chi è stato messo a tacere e delle piazze che continuano a cantare. Il Boss makes America great.

“I Cannot Believe in Tomorrow” – Yellow Days

Presto in uscita Rock and a Hard Place, il nuovo album di Yellow Days, che possiamo assaggiare con l’ultimo singolo “I Cannot Believe in Tomorrow”. L’artista firma uno dei suoi ritratti emotivi più onesti e intimi. Il brano è malinconico ma coinvolgente, con radici soul e funk e quel gusto old school che fa sempre piacere. La voce, graffiante e fragile allo stesso tempo, racconta un presente sospeso più che un futuro negato. Nessuna catarsi, nessuna soluzione: solo la disillusione e l’impotenza che restano quando le domande superano le risposte. Una condivisione sincera che apre la strada a un album atteso con grande curiosità.

“I Just Might” – Bruno Mars

Primo singolo di Bruno Mars, per introdurre l’album The Romantic, che segna il suo ritorno da solista. Il brano è subito contagioso: groove scorrevole, melodie canticchiabili e la capacità di Bruno nel far ballare. Non sorprende, è abbastanza prevedibile e resta nella comfort-zone ma lo fa con eleganza e qualità.

“Numbers 31:17-18” – Sofia Isella

Sofia Isella prende uno dei passi più controversi dell’Antico Testamento e lo trasforma in un brano amaro. La voce, tra canto e parlato, è sottile ma anche abrasiva e accusatoria, incide le sofferenze di donne e bambini, vittime di violenza e di ingiustizie sistemiche, giustificate in nome di Dio. Il brano è claustrofobico, costringe a restare dentro la brutalità delle parole e nell’angoscia della musica. C’è coraggio, ma niente consolazione né filtri: crudeltà e violenza, insieme alla loro giustificazione e all’ipocrisia sociale e religiosa, vengono esposte senza vergogna. Ancora una volta Sofia Isella non chiede permesso, è disturbante ed è necessaria.

“Il Tempo in Me” – Subsonica

Nuova uscita dei Subsonica, “Tempo in Me” non è solo il tempo individuale, quello che ci attraversa e ci trasforma ma è anche il tempo della società e della natura, che porta cambiamenti, gioie e ferite. Un tempo che nella canzone diventa ritmo con un trama tipicamente elettronica e futuristica scandendo la velocità del mondo moderno, mentre le parole scorrono lente e precise, invitando a osservare ciò che muta e ciò che resta. Il brano fa percepire la nostra piccolezza di fronte al passare dei giorni, ma anche la partecipazione a un processo più grande e la sicurezza di qualcuno o qualcosa che rimane un porto sicuro.

“Pressha” – Jill Scott 

Teaser di To Whom This May Concern, “Pressha” si muove tra R&B e soul, con un sound caldo e avvolgente. La voce è protagonista: profonda, sensuale e sfumata. Jill Scott si apre e, pungente, racconta la pressione di conformarsi agli ideali estetici e alle aspettative altrui. Mescola autobiografia e osservazione sociale, mostrando quanto sia soffocante inseguire standard artificiali. Un brano di gran classe.

BONUS EMERGENTI: “Universi Paralleli” – Amarene

“Universi Paralleli” è il singolo d’esordio di Amarene e racconta la difficoltà di confrontarsi con i propri limiti, insieme al desiderio di accettare tutte le proprie sfaccettature. Tra indie-pop e cantautorato alternativo, il brano inaugura il percorso artistico dell’artista, presentando al pubblico il suo stile e la sua sensibilità musicale.

Linda Signoretto

Maria Antonietta e Colombre dal vivo con Luna di Miele

Sulle note di “Blue Velvet” di Bobby Vinton, una mezzaluna luminosa domina il palco dell’Hiroshima Mon Amour il 20 novembre. Resterà accesa per l’intero concerto, a richiamare Luna di Miele, l’album scritto a quattro mani da Maria Antonietta e Colombre. Poi entrano loro: stelle indipendenti che, in questo progetto e nella vita, si illuminano a vicenda.                                              
I due artisti hanno alle spalle anni di lavoro individuale, con dischi che li hanno affermati come voci distinte e riconoscibili del cantautorato italiano contemporaneo. Un cammino parallelo che oggi converge in Luna di Miele, i cui brani provengono da anni di vita condivisa, materiale rimasto a lungo in silenzio e poi riesumato da un vecchio hard disk.

L’album porta un barlume di leggerezza in tempi bui. I testi hanno una forza cinematografica, raccontano gesti minimi, frammenti di quotidianità e immagini nitide che diventano dialogo continuo tra due penne dalla personalità inconfondibile. Con equilibrio tra dolcezza e ironia, la lirica di Maria Antonietta e Colombre evita il sentimentalismo: celebra l’amore lasciando emergere crepe e ombre, quelle imperfezioni che rendono reale ogni relazione e permettono alla luce di entrare.

I due artisti intrecciano con simpatia storie e canzoni, raccontando e raccontandosi, mentre una band affiatata — basso/violino, batteria e tastiera/chitarra — li accompagna con precisione. Cantano, suonano e si muovono insieme con grinta e magnetismo. Le tante vibrazioni positive hanno persino provocato la caduta inattesa di uno strumento dal suo appoggio: un istante di puro rock’n’roll.

Maria Antonietta e Colombre si cercano e si incontrano su ritmi incalzanti che mescolano electro-pop, indie, reggae e funk, con l’inconfondibile energia punk e rock della cantante. La sintonia è perfetta: due note distinte che si armonizzano senza mai confondersi.

Foto di Andrea Mastrangelo
Foto di Andrea Mastrangelo

In scaletta trovano spazio i brani di Luna di Miele, alcuni estratti dalle discografie soliste e una dolce cover di “Blue Moon”. 
Maria Antonietta propone “Deluderti”, “Alla Felicità E Ai Locali Punk”, “Viale Regina Margherita”, “Ossa” (in versione acustica), “Quanto Eri Bello” e “Con Gli Occhiali Da Sole”. Colombre aggiunge “Pulviscolo”, “Blatte”, “Il Sole Non Aspetta”, “Adriatico” e porta anche un brano condiviso dal suo album Realismo magico in Adriatico: “Io e te certamente”, scelto per chiudere la serata, come un sigillo affettuoso.

Durante i brani dei rispettivi repertori, Maria Antonietta e Colombre cantano insieme, suonano l’uno per l’altra o si ascoltano in silenzio, a volte sedendosi a terra per godersi lo spettacolo, lasciando emergere un’ammirazione reciproca che diventa parte integrante del concerto.

Il live restituisce l’essenza di Luna di Miele: un incontro tra due visioni che si sfiorano senza mai sovrastarsi. Il progetto e il tour dimostrano come due carriere soliste possano unirsi in qualcosa che va oltre la somma dei loro singoli percorsi.
La mezzaluna si spegne e resta accesa la sensazione di aver assistito a un concerto unico e memorabile, un duo e una coppia che trasforma la complicità in musica condivisa, luminosa, spontanea e aperta al mondo.

Linda Signoretto

Gran finale di C2C Festival 2025

Torniamo alle OGR Torino per la serata conclusiva di questa edizione, che propone in scaletta tre show in esclusiva italiana. La prima a esibirsi è Maria Somerville, che presenta il suo album di debutto, Luster. Sul palco la cantante irlandese è accompagnata da un trio chitarra, basso e batteria. Il concerto ruota intorno alla sua voce in un gioco tra sonorità leggere dream pop e ripetute virate di stampo shoegaze. L’uso dei riverberi e delle distorsioni si fa sempre più frequente fino a esplodere nel finale in cui gli artisti abbandonano il palco lasciando che siano gli strumenti a creare un muro di suono di feedback

Ritorna al festival billy woods, già presente lo scorso anno al Lingotto, forte dell’uscita del suo ultimo album, Golliwog. Il rapper newyorkese dà l’ennesima prova del suo stile unico da MC totale e fuori norma, che non si mostra quasi mai rimanendo immerso nel buio della sala. Tra rullante e cassa in stile boom bap, spazzole e piatti da notturno jazz e ambient-noise, woods sembra un fantasma che si aggira nell’hip-hop come a voler sovvertire dal basso ogni regola.

Infine sale sul palco Smerz, duo norvegese composto da Henriette Motzfeldt e Catharina Stoltenberg, che a otto anni dalla loro prima apparizione a C2C Festival tornano per presentare il loro recente lavoro, Big City Life, raffinato esempio di minimalismo art-pop.

L’ultima serata ha segnato l’apice di un’edizione costruita con qualità, sperimentazione e una sorprendente partecipazione. Un successo che conferma l’eccellenza del Festival nell’ambito avant-pop sperimentale e non solo. Sono state quattro giornate cariche di energia positiva, passione e quel desiderio di aggregazione che solo certi eventi riescono a creare. Grandi nomi, artisti più di nicchia e una gran cura che anche quest’anno hanno reso il festival un successo.

Foto di Ilum collettivo da cartella stampa C2C Festival

Il filo rosso che ha cucito insieme quattro giorni di suoni, incontri e comunità è stato Per Aspera ad Astra. Un ritorno alle radici dell’identità di C2C Festival che non si è mai limitata alla programmazione musicale, ma si è costruita attraverso una visione culturale ampia, coraggiosa, quasi ostinata, capace di intercettare e spesso anticipare interi mondi sonori. Sono passati artisti che hanno segnato la storia della musica contemporanea: Aphex Twin, Thom Yorke, Franco Battiato, Flying Lotus, Arca, King Krule, Yves Tumor, solo per citarne alcuni. Nomi che testimoniano la postura del Festival: mai inseguitore, piuttosto generatore di visioni, con la musica sempre al centro e mai il trend. Più che mai, questa impronta è stata evidente, raccogliendo un pubblico trasversale, coinvolto e curioso, che ha risposto con entusiasmo alla ricchezza di proposte e alla forza delle performance. 

La Mole Antonelliana illuminata in ricordo di Sergio Ricciardone non è solo una commemorazione ma il simbolo di un’edizione che porta con sé una grande eredità artistica, trasformando l’assenza in direzione e la nostalgia in forza propulsiva.
Cercare le stelle e, per un momento, sentirle davvero vicine.
C2C Festival è arrivato “ad Astra” anche quest’anno.

Alessandro Camiolo e Linda Signoretto

C2C Festival: le lunghe notti al Lingotto pt.2

Dove eravamo rimasti… forse sdraiati nella Sala Rossa a rilassare l’udito o fuori a fare la coda al freddo per un bicchiere d’acqua. In ogni caso eccoci tornati al C2C Festival per la seconda serata a Lingotto Fiere, ricca di artisti di richiamo per il grande pubblico e di alcuni nomi interessanti, ma in sordina.
Una di queste è Malibu, artista francese che si esibisce a metà pomeriggio sul palco Stone Island. La sua performance è connessa all’idea di meditazione, messa in scena attraverso l’uso di fari luminosi molto alti che girano intorno al pubblico, rischiarando la presenza di ognuno. Dal punto di vista musicale, Malibu crea un oceano di suono in cui si intrecciano pianoforti, fiati, archi, ma anche dense parti elettroniche drone ambient che inducono stati introspettivi. Infine c’è anche la sua voce, un sussurro che passa da parti intime di spoken word a lunghi respiri vocalizzati e sussulti che sembrano strumenti a sé stanti. Il pubblico, per la maggior parte seduto a terra, ascolta con incanto ed euforia questa musica che dura quasi in eterno, ma che come un’onda arriva addosso e poi scompare.

Sul palco principale a inizio serata si esibisce Ecco2k (Zak Arogundade), artista svedese a metà tra moda, videomaking e musica, qui per la sua esclusiva in Italia. La sua performance cerca un punto d’incontro tra il mondo rap e l’hyperpop più delirante. Si muove in silhouette illuminato solo da uno schermo bianco, e si arrampica su un ponteggio in modo acrobatico. La sua musica invece è fatta di beat lenti e gelidi a cui Zak conferisce un’energia istintiva attraverso la sua voce distorta e quasi robotica. Il pubblico poga e si esalta per i brani, ormai diventati culto, del suo album d’esordio E, uscito nel 2019. 

Torna A.G. Cook, artista e produttore britannico, fondatore della rivoluzionaria etichetta PC Music, che negli ultimi dieci anni ha contribuito a definire e codificare l’estetica hyperpop, sul piano sonoro e visivo. Di recente ha collaborato all’album Renaissance di Beyoncè e Brat di Charli xcx, avanguardista, non a caso eletto Miglior Producer ai BRIT Awards.

Cook porta sul main stage una ventata d’aria fresca con una palette luminosa che si tinge di rosa e verde per il remix di “Von dutch” di Charli xcx,fonde sonorità pop e dance anni 2000 inserendole in un altro contesto digitale con layering rapido, glitch e bpm che impennano freneticamente e fanno ballare la folla. Rimane perlopiù dietro la console tranne pochi minuti in cui, con il tipico autotune, canta “Superstar”. 

Foto di Ilum collettivo da cartella stampa C2C Festival
Foto di Ilum collettivo da cartella stampa C2C Festival

È il turno di Floating Points, ormai di casa a C2C Festival. Produttore britannico di elettronica sperimentale, ambient, dance e jazz elettronico, propone un set ibrido, ricco di dettagli e sfumature elaborati live con precisione matematica. Il ritmo è insistente e liquido: scorre come un fiume in piena che cresce per accumulo, trasportando e rimodellando ogni suono lungo il suo corso. Lo spettacolo non è solo per le orecchie: alle sue spalle scorrono visual psichedelici e geometrie luminose, che insieme alle luci, si muovono in parallelo alla musica, raccontandola visivamente. 

Torna poi, dopo oltre dieci anni, in esclusiva italiana, Four Tet, chiamato a chiudere l’ultima notte al Lingotto Fiere. Fin dai primi minuti riesce a trascinare e a far ballare il pubblico, già incandescente. Tra strutture house e derive trance, crea un flusso ritmico in continua crescita, essenziale e calibrato con cura. Il musicista porta alcune delle sue tracce più celebri adattando il flusso alle energie della folla in un ascolto reciproco. L’intensità aumenta progressivamente, accompagnati da luci e visual, e nonostante la stanchezza tutti si muovono a ritmo.

Un finale celebrativo, in cui musica, libertà e lo stare insieme sono trionfanti.
Quando le ultime vibrazioni si dissolvono nell’aria del Lingotto Fiere, non resta solo la memoria di una notte intensa, ma la sensazione di aver partecipato a qualcosa che continua a pulsare anche dopo il silenzio. Il pubblico si riversa fuori, trasformando i paninari in un after improvvisato, nessuno vuole mollare l’energia accumulata. E fortunatamente non serve neanche farlo: domani si riparte alle OGR Torino, per la serata conclusiva, noi siamo pronti.

Alessandro Camiolo e Linda Signoretto

Chromogen: la camera oscura del suono

Da Bologna sul palco dell’Hiroshima Mon Amour, i Chromogen, un trio strumentale con l’omonimo EP d’esordio, i cui titoli dei brani richiamano sostanze chimiche usate nello sviluppo fotografico analogico. Si esibiscono dopo i Tendha in occasione di Glocal Sound, la vetrina che illumina nuovi talenti all’interno del Reset Festival.

Il chromogen, in chimica fotografica, è il reagente che trasforma lentamente un’immagine da bianco e nero al colore. Ed è proprio questa trasformazione lenta, che guida l’ascolto della loro musica: si parte da strutture quasi monocromatiche, per arrivare a composizioni sonore stratificate, in cui ogni suono e timbro agisce, come un reagente, sul successivo.

Basso elettrico, sax tenore e batteria: una formazione essenziale, ma tutt’altro che minimalista.  Il live è segnato da un imprevisto non da poco: il batterista ufficiale è sostituito all’ultimo minuto per motivi di salute. L’alchimia del trio non ne risente. Anzi: il set è rimasto coeso e in sintonia. Una tensione chimica, potremmo dire, dove ogni elemento sonoro trova il suo equilibrio.

Il basso, trattato con effetti e pedali, copre più registri, muovendosi tra ruoli armonici, melodici e ritmici. Scolpisce lo spazio, crea ponti, guida e suggerisce traiettorie, lavorando come collante armonico e tessitore di atmosfere. La batteria, insieme al basso, gestisce la macchina ritmica. Lavora a incastro, sostiene i tempi spezzati, crea e interrompe il flusso. Il sax tenore è la voce solista. Non accompagna, narra. Il suo fraseggio è fluido, espressivo, spesso malinconico. Dialoga, interrompe, riparte.

Il progetto si muove tra jazz contemporaneo, funk e post-rock dalle tinte post-punk. Le influenze si sentono, ma non sovrastano mai l’identità del gruppo, che lavora su una ricerca timbrica costante, con un’attenzione particolare agli spazi, ai vuoti, alla dinamica.

Il set alterna momenti dal ritmo incalzante, con groove trascinanti, ad altri più sospesi, in cui la musica si fa psichedelica. In questi passaggi, il trio costruisce ambienti sonori che sembrano muoversi in uno spazio onirico, quasi fuori dal tempo.
Non è solo una questione di effetti: è un uso consapevole della dinamica e della densità timbrica. L’alchimia è centrale: la struttura è complessa, ma mai rigida e lascia spazio all’improvvisazione. Tutto resta in equilibrio, con una direzione chiara che tiene insieme gli elementi.

Singolo dell’LP, la cover di “In Bloom” dei Nirvana, portata anche sul palco. Non è un omaggio meccanico: viene reinterpretata secondo la lente fotografica del trio. Non è grunge per nostalgia, ma una rielaborazione che la dissolve, la sfuma, la reinventa. Tra i brani c’è anche “Bleach, un titolo che richiama sia il reagente chimico sia, forse, un altro omaggio silenzioso al grunge e ai Nirvana.

Il progetto dimostra come anche una formazione essenziale, di soli tre strumenti, può creare un mondo sonoro complesso, coerente e ricco di sfumature. Come nelle vecchie camere oscure, ciò che all’inizio sembra indefinito può trasformarsi, lentamente, in un’immagine piena di colore. 

Linda Signoretto

La partita sonora dei Tendha: Glocal Sound

Chiunque sia cresciuto con una console tra le mani ricorderà sicuramente almeno una delle colonne sonore 8-bit: quelle melodie digitali codificate che accompagnavano i videogiochi dell’epoca. Possiamo affermare che sono a pieno diritto parte della memoria collettiva sonora, molto più di certi tormentoni estivi e jingle.
Queste musiche venivano generate in tempo reale dal chip audio integrato nella console, imponendo limiti tecnici molto rigidi.
I compositori dovevano programmare matematicamente il suono, nota per nota, con una manciata di frequenze, ritmi e timbri sintetici (soprattutto beep e toni squadrati) e con arpeggi rapidi che assomigliano ad accordi. Eppure, nonostante i confini strettissimi, sono riusciti a creare melodie memorabili, riconoscibili e, soprattutto, piacevoli anche dopo ore attaccati allo schermo.

È proprio dentro i limiti rigidi dei chip sonori che la band, scelta per il primo appuntamento di Glocal Sound, si muove con consapevolezza e inventiva. Siamo nel vivo di una rassegna che, nella cornice del Reset Festival, presenta, sotto i riflettori dell’Hiroshima Mon Amour alcuni tra i più interessanti progetti emergenti della scena musicale italiana.
Sul monitor scorrono pixel e frammenti video tratti da storici videogiochi 8-bit, mentre sul palco suona il trio milanese Tendha (per appassionati e curiosi: il nome è un omaggio al rifugio del videogioco Final Fantasy).
L’atmosfera e la musica riescono a teletrasportarsi nel passato, recuperando il suono dell’infanzia digitale e di molte generazioni.

Il concerto prende vita attorno al loro album di debutto Soap doesn’t exist because it can’t be told. Ma non è solo un album, e nemmeno solo un’esibizione: è un concetto, un mondo sonoro che parte dal passato e guarda avanti, costruendo un insieme di suoni attraverso il layering di loop in evoluzione sovrapposti e manipolati in tempo reale.

La vera sorpresa è il clarinetto basso dotato di setup elettrico. Uno strumento classico che, grazie all’elaborazione elettronica, si reinventa e acquisisce nuove sfumature timbriche. 

Un duo di voci, maschile e femminile, svincolate da parole e testi convenzionali, esplorano fonemi, suoni articolati, sillabe isolate che ripetute, distorte e trasformate, assumono una consistenza sonora propria. Le linee vocali si rincorrono, si scontrano, si fondono, esplodono e mutano tonalità, dando vita a un intreccio dinamico e imprevedibile. Diventano strumenti, parte integrante della trama musicale, intrecciandosi con naturalezza in un dialogo continuo con le pulsazioni della batteria e il timbro del clarinetto basso. Tastiera, sintetizzatori ed effetti elettronici lavorano dietro le quinte per elaborare loop e layering.

Voci e clarinetto si muovono entro confini e registri ben precisi, ma si divertono a giocare con ritmi spezzati e sincopati, creando un senso di sorpresa e movimento continuo. Questi sbalzi ritmici richiamano cambi di scena tipici dei videogiochi, dando vita a una performance mai scontata.

Nonostante i limiti imposti dall’estetica sonora 8-bit riescono comunque a modulare il suono con grande espressività. Sfuggono, di tanto in tanto, alla meccanicità del loop, spezzando la rigidità robotica e restituendo all’ascolto un’improvvisa autentica presenza umana.

Dopo questo viaggio tra pixel e loop, Tendha dimostra come i limiti tecnici possano stimolare la creatività. La partita è stata salvata lasciando aperta la curiosità per i prossimi livelli del loro percorso artistico.

Linda Signoretto