«Chissà cosa penserebbe Freud della sessualità consumistica dell’età contemporanea […] della sessuologa di Tiktok, dei calciatori coi capelli rosa, delle cene wannabe Carmelo Bene, non penserebbe male perché l’unica cosa che conta veramente è la felicità del cane».
(“La felicità del cane”)
Queste parole disilluse e dissacranti esprimono bene l’ingresso di Tutti Fenomeni nella scena indie-pop con il suo nuovo album Lunedì, uscito il 23 gennaio scorso.
Il cantautore romano classe ’96 definisce questo disco come quello della sua maturità: sulla soglia dei trent’anni si allontana dalle sonorità più elettroniche dei suoi album precedenti Merce Funebre (2020) e Privilegio Raro (2022) per avvicinarsi all’indie pop cantautorale.
Testimonianza di questo cambiamento si trova nella produzione (non più di Niccolò Contessa ma di Giorgio Poi) che tra tappeti armonici, synth e sassofoni, spinge Tutti Fenomeni a mettersi alla prova nel canto. Non che nei lavori precedenti mancassero linee melodiche, ma adesso queste appaiono più curate e adatte ad un pubblico ampio. In un’intervista a Billboard, ha confidato che il punto di partenza del progetto non siano stati i testi (come avveniva in precedenza) ma la musica: la componente melodico-armonica è quindi più forte rispetto al passato. Il risultato è che Lunedì ammicca tanto al pop con i ritornelli accattivanti di “Col tuo nome” o di “Mao”, quanto al cantautorato con citazioni da Battiato, De Gregori e De André e testi evocativi come “Formentera”.
Anche dal punto di vista tematico ci sono novità. Quel Tutti Fenomeni, dei primi lavori, ironico e cinico, sacro e profano, capace di scrivere aforismi lapidari lo si ritrova anche in Lunedì. Ma ora non gioca più a fare il “rapper” colto che critica la società, sfrutta invece il medium musicale per una riflessione dissacrante e personale su una questione precisa: la sessualità e i sentimenti hanno ancora uno spazio privato e intimo nella società consumistica di oggi?
Una risposta cinica e ironica emerge ne “La ragazza di Vittorio” in cui il protagonista chiede all’intelligenza artificiale di trovargli una ragazza «perché lui ci crede ancora che l’amore esiste». Oppure nella spoken track “La felicità del cane” in cui un bambino senza peli sulla lingua smaschera tutte le ipocrisie del consumismo, chiedendosi cosa ne penserebbero Freud e la maestra Claudia.
Esiste però anche un lato più malinconico ed esistenziale: «Amarsi così tanti anni e poi sparire senza neanche dirsi ciao» (“Formentera”), «In questo semplice e banale universo newtoniano ancora non capisco perché ti amo» (“Love is not enough”).
È così che Tutti Fenomeni affronta il Lunedì dei trent’anni: lucido, amareggiato e malinconico perché l’amore che tanto sognava non c’è più. Lo ha perso lui e lo ha perso la società. Ma è proprio in questo triste risveglio che bisogna riconoscersi vivi, resistere e ripartire «perché da qualche parte tra il Big Bang e l’apocalisse c’è il nostro amore e io lo troverò».
Michele Bisio







