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Madame: il Disincanto si fa canto

«Madame non è solo intrattenimento»

Madame non è solo intrattenimento e non è una fabbrica di hit. Disincanto lo dimostra e lo conferma fin dal primo ascolto. L’album è uno spazio di esposizione in cui l’artista mette in gioco ogni parte di sé, senza filtri, senza istruzioni e senza la preoccupazione di risultare sempre gradevole. «Madame fa riflettere quando senti»: i brani non si limitano all’ascolto, chiedono di essere attraversati e offrono qualcosa di raro, soprattutto nel panorama musicale contemporaneo: profondità e riconoscimento.

Dopo un periodo di silenzio, Madame torna e si spoglia con un album che porta addosso tutte le cicatrici degli ultimi anni con l’indistinguibile capacità di dare forma a sofferenza, impulsi, emozioni confuse, contraddittorie e difficili da spiegare. Una scrittura che riesce a trasformare inquietudini private in esperienze condivise, creando un rifugio in cui chi ascolta può sentirsi compreso, restituendo senso e dignità a sentimenti spesso patologizzati che restano nascosti e senza linguaggio.

È in questa dimensione che si inserisce la cruda vulnerabilità di “Come stai?” e il significato profondo della frase «Madame ha salvato una ragazzina»: non si tratta di idolatria pop, ma del potere concreto, quasi pedagogico, della musica, in grado di offrire identificazione, parole e persino una forma di sopravvivenza e di ancoraggio capace di abbattere le barriere della solitudine. 

Il disincanto di Madame non è nichilismo o cinismo ma una consapevolezza estrema; una lucidità e una profondità emotiva e sociale così intense da diventare dolorose, quasi ingestibili. Questa iper lucidità si trasforma in introspezione, ma anche in critica verso la società contemporanea e verso l’industria musicale, descritta come una «fabbrica dell’orrore» che monetizza l’identità e pretende autenticità soltanto quando è facilmente vendibile, impacchettabile, consumabile e mai scomoda.

Non è un caso che la costruzione del progetto e il marketing non si limitano a promuovere il disco, ma ne amplificano i temi. La copertina è già di per sé rappresentativa: un minimalista titolo e codice a barre. Chiede implicitamente quanto vale la musica, e quanto costa tutto ciò che le ruota attorno. Anche le immagini diffuse sui social e nei manifesti — foto vulnerabili e personali, raffiguranti anche un letto d’ospedale — non sono semplice provocazione promozionale ma un’estensione coerente dell’album che raccontano la necessità di mostrarsi senza filtri ma si chiedono a quale prezzo.

La critica all’industria musicale non resta astratta. In “Mai più”, uno dei brani più taglienti del disco, Madame trasforma il disincanto in attacco diretto, arrivando a lanciare stoccate contro figure e realtà dell’ambiente musicale come Shablo ed Esse Magazine. Più che un semplice dissing del rap-game, il brano manifesta una frattura ormai insanabile con un sistema percepito come ipocrita e opportunista, capace di trasformare l’arte in merce e l’identità in prodotto. In questo senso, il “sassolino dalla scarpa” che Madame decide di togliersi rappresenta una rottura radicale dalla macchina dello stream, del clickbait e dalla giovanissima esperienza sanremese. Un cortocircuito evidente in “OK”, dove l’accondiscendenza e l’incapacità di dire di no diventano una gabbia dalla quale evadere.

Disincanto rappresenta una profonda maturazione artistica e personale. Madame apre gli occhi gonfi di disincanto e si confronta direttamente con la propria precedente ingenuità e con le illusioni legate al successo, sostituendole con uno sguardo più severo e consapevole. Questo superamento delle facili illusioni emerge nel dialogo in “Volevo capire con Marracash”, in cui il bisogno di dare ordine alle emozioni si scontra con la fama, con i soldi e con il contrasto tra vita privata e personaggio pubblico; dialogo che prosegue e diventa soliloquio in “Rosso come il fango”. In questo brano, Madame critica il mito meritocratico tipico del capitalismo, mostrando come il successo non dipenda solo da talento e impegno, ma anche da fortuna e privilegi. La canzone mette così in discussione la narrazione del “self-made”, evidenziando le disuguaglianze strutturali che restano spesso nascoste dietro le eccezioni di successo. Successo che non viene più celebrato, ma vissuto con senso di colpa e con la consapevolezza del divario tra chi emerge e chi resta ai margini. Il “fango”, in contrapposizione al “sangue blu”, diventa allora il simbolo delle proprie origini e di una precarietà da cui non ci si può davvero separare e che non si può ignorare.

Madame è raffinata e poetica, ma al tempo stesso brutalmente trasparente, capace di passare dalla confessione più intima alla denuncia sociale senza perdere mai coerenza. Il magnetismo del disco risiede proprio nei contrasti. Madame, con la sua penna, riesce ad alternare immagini di grande delicatezza a un linguaggio improvvisamente aggressivo e osceno, «più volgare della Divina Commedia». È una tensione che unisce il conflitto interiore, quasi ancestrale di brani come “Bestia” e “Allucinazioni”, alle provocazioni carnali e spiazzanti di “Puttana Svizzera” (feat. Nerissima Serpe, Papa V e 6occia). Madame non ricerca misura o compromesso, ma autenticità viscerale.

La cantautrice smette di fare musica per audience e mercato ma per necessità e sopravvivenza. La salute mentale è infatti una delle tematiche centrali. Già dall’incipit — «voglio anche soffrire, ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo» — Madame distingue il dolore legato all’ocd da quello dell’esistenza, impostando da subito un percorso che non cerca soluzione ma convivenza. La chiusura arriva con “Grazie”, un monologo da seduta di psicoterapia, e si affida alla barra «paragonata al mondo la mia vita è straordinaria, grazie» che spezza l’autocommiserazione e diventa quasi guarigione senza però ricomporre nulla, solo un cambio di prospettiva.

In Disincanto, la poesia convive con il corpo, la vulnerabilità con la rabbia, l’eleganza con l’eccesso e in questo caos splendidamente sviscerato Madame si conferma un’artista necessaria. Disincanto non è solo intrattenimento. L’introspezione che lo attraversa non nasce per essere consumata, ma per essere abitata: non si lascia osservare a distanza neanche quando è scomoda, incoerente, difficile da decifrare. Madame non è (più) usa e getta e non è solo divertimento: è un’esperienza che lascia traccia. Nel disincanto sopravvive il canto. 

Linda Signoretto

FALOODA – RECIPE FOR CONCUSSION: UN DESSERT INASPETTATO

Formati dal vocalist e tastierista Loverman, il chitarrista Stravriky, il bassista Grivoorm, il batterista Luku Luku Miu Miu e il sassofonista Charlie Arizonas, il gruppo ateniese Falooda fa da eco – nel suo piccolo – alla marea di complessi della quale si nutre il lato oscuro del contesto indipendente europeo: da non confondere con l’omonima bevanda mediorientale, la band si autodefinisce su BandCamp come un “dessert noise funk con sciroppo di rose, vermicelli, latte e semi di basilico dolce”. Dietro questa ironica bio e un’apparente attitudine jam, si nasconde però lo spirito di una generazione dilaniata, che richiama le atmosfere iraconde della scena post-hardcore statunitense.

Foto di Eirini Chatzi

Considerati quasi un contraltare dei portoghesi Trasgo, riconosciuti per il loro sound strascicato e caotico, i Falooda si potrebbero definire dei pionieri del punk-funk di matrice greca. Formatosi in epoca post-covid, la loro attività locale nel tempo ha giovato alla realizzazione di un EP, Demo 2024 (2024), determinante per illoro successivo album di debutto, Recipe for Concussion (trad. “Ricetta per la commozione cerebrale”), un concentrato di effusioni e struggimenti di un’epoca lontana, ma paurosamente attuale. Prodotto in collaborazione con il musicista e ingegnere del suono B12, il disco si presenta con una copertina appetitosa e al tempo stesso ripugnante. Che sia un per l’ipnotico contrasto di colori acidi o per la sinistra creatura che fuoriesce dalla torta stilizzata? Soltanto l’ascolto lo confermerà.

I ritmi schizoidi della breve introduzione “Bottleneck” anticipano la mattanza esuberante che contraddistingue la verve del gruppo ateniese. Tra dissolvenze sludge e ibridi contatti con il noise rock più lancinante, in “Boolean Religion” si percepisce una pulsante brama di coesione tra generi, attraverso l’abbattimento di muri sonori e l’avvicinamento ad atmosfere dissonanti. Se con il funk-punk iniziale di “Captcha” diventiamo protagonisti di un progressivo mutamento verso l’hardcore più sfrenato, con la successiva “Epileptic Bus” veniamo travolti da una valanga di synth impazziti e un gregge di riff senza sosta: l’irresistibile basso in “Existential Corrosion”, a metà tra la misantropia dei Contortions e l’eleganza stilistica dei Morphine, sembrerebbe quasi essere il brano più leggero dell’album, se non fosse per il cantato pessimistico di Loverman. Tra il dinamismo dei Minutemen e la rabbia dei Black Flag, il brevissimo “0xc0000017” corre al pari di Speedy Gonzales e sfreccia, esaurendosi in un attimo. Lo scherzo conclusivo “Jelly Maze”, una goliardica melodia composta unicamente dai sintetizzatori, dissolve quasi del tutto la follia anarchica alla quale abbiamo assistito.

Pur muovendosi in coordinate ancora acerbe e debitrici della tradizione del post-hardcore statunitense, i Falooda sono un progetto da tenere d’occhio e potrebbero diventare un giorno gli eredi di un rock irregolare e decisamente non per tutti i palati.

Andrea Arcidiacono

Il Lunedì di Tutti Fenomeni: tra maturità cinismo e nostalgia

«Chissà cosa penserebbe Freud della sessualità consumistica dell’età contemporanea […] della sessuologa di Tiktok, dei calciatori coi capelli rosa, delle cene wannabe Carmelo Bene, non penserebbe male perché l’unica cosa che conta veramente è la felicità del cane».
(“La felicità del cane”) 

Queste parole disilluse e dissacranti esprimono bene l’ingresso di Tutti Fenomeni nella scena indie-pop con il suo nuovo album Lunedì, uscito il 23 gennaio scorso.

Il cantautore romano classe ’96 definisce questo disco come quello della sua maturità: sulla soglia dei trent’anni si allontana dalle sonorità più elettroniche dei suoi album precedenti Merce Funebre (2020) e Privilegio Raro (2022) per avvicinarsi all’indie pop cantautorale.

Testimonianza di questo cambiamento si trova nella produzione (non più di Niccolò Contessa ma di Giorgio Poi) che tra tappeti armonici, synth e sassofoni, spinge Tutti Fenomeni a mettersi alla prova nel canto. Non che nei lavori precedenti mancassero linee melodiche, ma adesso queste appaiono più curate e adatte ad un pubblico ampio. In un’intervista a Billboard, ha confidato che il punto di partenza del progetto non siano stati i testi (come avveniva in precedenza) ma la musica: la componente melodico-armonica è quindi più forte rispetto al passato. Il risultato è che Lunedì ammicca tanto al pop con i ritornelli accattivanti di “Col tuo nome” o di “Mao”, quanto al cantautorato con citazioni da Battiato, De Gregori e De André e testi evocativi come “Formentera”.

Anche dal punto di vista tematico ci sono novità. Quel Tutti Fenomeni, dei primi lavori, ironico e cinico, sacro e profano, capace di scrivere aforismi lapidari lo si ritrova anche in Lunedì. Ma ora non gioca più  a fare il “rapper” colto che critica la società, sfrutta invece il medium musicale per una riflessione dissacrante e personale su una questione precisa: la sessualità e i sentimenti hanno ancora uno spazio privato e intimo nella società consumistica di oggi? 

Una risposta cinica e ironica emerge ne “La ragazza di Vittorio” in cui il protagonista chiede all’intelligenza artificiale di trovargli una ragazza «perché lui ci crede ancora che l’amore esiste». Oppure nella spoken track “La felicità del cane” in cui un bambino senza peli sulla lingua smaschera tutte le ipocrisie del consumismo, chiedendosi cosa ne penserebbero Freud e la maestra Claudia.

Esiste però anche un lato più malinconico ed esistenziale: «Amarsi così tanti anni e poi sparire senza neanche dirsi ciao» (“Formentera”), «In questo semplice e banale universo newtoniano ancora non capisco perché ti amo» (“Love is not enough”).

È così che Tutti Fenomeni affronta il Lunedì dei trent’anni: lucido, amareggiato e malinconico perché l’amore che tanto sognava non c’è più. Lo ha perso lui e lo ha perso la società. Ma è proprio in questo triste risveglio che bisogna riconoscersi vivi, resistere e ripartire «perché da qualche parte tra il Big Bang e l’apocalisse c’è il nostro amore e io lo troverò».

Michele Bisio

Goodness: il nuovo album di Feeo sospeso tra luce e ombra

Come si può trasformare il buio e il vuoto esistenziale della vita di tutti i giorni in una poesia, in un rituale? La risposta? Noi, siamo noi la risposta.

Il nuovo album della giovane artista londinese Feeo abbraccia con coraggio e senza compromessi bellezza e oscurità. Dopo una serie di singoli ed EP, l’artista torna con un approccio più sperimentale. L’album, Goodness, presenta tracce minimaliste ma elettroniche che, con orizzonti lirici e concettuali, mostrano le verità sul mondo da lei creato.

Già dai primi secondi di “Days pt.1” si capisce che il mondo sonoro che stiamo per esplorare sarà straniante. Un rumore elettrico, accompagnato da un beat irregolare, poi la voce del padre dell’artista (Trevor Laird) che trasmette il disincanto di Feeo, stanca di un mondo che infligge dolore senza motivo: «Awful things happen every day to people who don’t deserve it».

C’è un legame che unisce tutte le tracce dell’album: un invito ad ascoltare il suo racconto; una storia che accomuna tutti, che oscilla tra morte e vita, stati d’animo e intensità differenti, restituendo momenti di interiorità, intimità, isolamento ed esperienze collettive.

The Mountain” è una specie di poesia sonora. I suoni elettronici ci catapultano in un treno che corre inesorabile, mentre la voce delicata di Feeo ci accompagna in un viaggio attraverso le tappe della vita. L’atmosfera è misteriosa e riflette la nostra impotenza di fronte alla natura: «Give life/Then take it away/I’m only a witness».

Nel brano “Requiem”, la voce luminosa di Feeo si sovrappone invece alla calma ondeggiante dei sintetizzatori e degli strumenti a fiato (Caius Williams al trombone). L’artista abbraccia la morte mentre pronuncia «From my ribs she’ll grow black roses. When I lie down in the garden».

Win!” è l’esempio di come si possa trasformare il suono in emozione. La traccia è costruita su onde sonore frammentate e instabili. In questo contesto caotico, la voce di Feeo si staglia con delicatezza, sussurrando versi come «we can figure this out, people are the answer». Gli elementi elettronici sembrano imprigionati nella loro stessa energia, riflettendo la fragilità e la determinazione della voce. È come se la musica ricordasse che, nonostante tutto, la forza vera risiede nello stare insieme.

L’album può essere diviso in due parti: “Here” segna l’inizio della seconda. La chitarra e il basso elettrico acquistano maggiore rilievo, contribuendo a intensificare l’emotività del brano. Il desiderio di  libertà affiora con forza nel testo, soprattutto quando la voce implora «leave the city», esprimendo la volontà di fuga. La realtà, però, le impone di restare. L’intreccio di strumenti, voce e parole crea un’atmosfera sospesa, in bilico tra la speranza di cambiamento e l’impossibilità di realizzarlo.

L’ultimo brano, “There is No I” esalta la voce cristallina di Feeo, non modificata da effetti elettronici. Questa traccia può essere vista come la risposta a tutte le paure e oscurità dell’album: «When we are together, we are better together».

Goodness è un’opera di rara bellezza e la fragilità del nostro tempo: un mondo di illusioni, paure e delusioni che, forse, solo la musica potrà curare, “quando saremo insieme”.

Melika Nemati

Guitar: il ritorno essenziale di Mac DeMarco

Sono trascorsi sette anni dall’ultimo lavoro davvero ‘tradizionale’ di Mac DeMarco. Oggi il cantautore canadese ritorna con un album più compatto e maturo, senza però rinunciare alla sua vena anticonvenzionale: Guitar.

Gli ultimi lavori – in gran parte esperimenti strumentali come Five Easy Hot Dogs e One Wayne G – hanno messo in evidenza il cambiamento nello stile dell’artista, che dall’eccentricità indie dei primi dischi ha scelto di orientarsi verso sonorità più acustiche e distese.

Guitar è esattamente questo: un disco breve e pacato, che riflette una personalità più matura e la decisione definitiva di lasciarsi alle spalle una vita sregolata, raggiunta la metà dei trent’anni. Un netto distacco dal Mac che più di dieci anni fa cantava «Cause oh, honey, I’ll smoke you ‘til I’m dying», celebrando la sua marca di sigarette preferita.

Lo stile è ridotto all’osso: niente sintetizzatori, pochissime chitarre elettriche, solo un essenziale scheletro formato da batteria, basso e chitarra acustica. La voce, dolce e delicata, si intreccia con testi intrisi di malinconia, tra il senso di fallimento e la riflessione sul passato. Tracce come “Sweeter” e “Home” mostrano un uomo adulto che guarda alla sua passata giovinezza con una dolce malinconia e un po’ di rancore.

Con questo disco Mac DeMarco non mostra soltanto la maturità di un artista capace di creare brani interessanti con mezzi essenziali, ma anche un atteggiamento profondamente anarchico che ci permette di considerarlo un moderno Bob Dylan: un musicista arrivato a una tale fama da potersi permettere di seguire esclusivamente la propria visione, ignorando aspettative dei fan e le logiche del mercato.

Nonostante però l’album si distingua per una forte coerenza e maturità sia dal punto di vista produttivo che di scrittura, soffre di un limite evidente: la monotonia. La scelta di mantenere sempre lo stesso registro sonoro, senza variazioni significative di ritmo o atmosfera, finisce per appesantire l’ascolto.

Voto 7/10

Never enough, la metamorfosi pop dei Turnstile

Dopo aver portato l’hardcore punk americano nel mainstream, i Turnstile ci riprovano con questo nuovo album, il successivo dopo Glow on, che ha consacrato il loro successo mondiale nel 2021.

La sperimentazione raggiunge nuovi livelli di complessità per quanto riguarda la ricerca elettronica e l’uso di strumenti non convenzionali per il genere. Le sonorità hardcore sono ancora presenti, ma la voglia di spostarsi sempre più verso il pop è evidente e si respira per tutta la durata dell’LP. Tracce come “I CARE” e “SEEIN’ STAR” sono la quintessenza del brano rock da classifica.

Gran parte di questa svolta si deve anche alla presenza del produttore A.G. Cook (lo stesso di Brat di Charli XCX), il cui tocco si percepisce in diversi momenti chiave: nell’ipnotica sezione ritmica che chiude “LOOK OUT FOR ME”, o nei sintetizzatori della title track, che danno vita a un anthem potente, capace di far cantare e pogare un intero stadio.

Nei testi, Brendan Yates riflette sullo scorrere del tempo e sui cambiamenti che comporta, probabilmente influenzati dal radicale cambiamento di vita dovuto al successo della band. Il titolo dell’album allude a un sogno che, nonostante gli sforzi e il passare degli anni, sembra destinato a non realizzarsi mai del tutto.

Il problema? Manca qualcosa di veramente memorabile. Se nei due dischi precedenti i Turnstile brillavano per potenza e scrittura, qui il tutto suona più “grande”, ma anche più generico, un arena rock che strizza l’occhio alle major e alle radio. Se i momenti interessanti si trovano nelle parti sperimentali, non sono più nei riff o nell’energia grezza della band, che qui suona un po’ stanca e ripetitiva. 

Voto 6.5/10

Alessandro Ciffo

Il nuovo singolo di La Posa Bulb: “Fine del mondo”

La Posa Bulb, band emergente di Civitavecchia, debutta sulla scena musicale italiana il 21 marzo 2025 con il singolo “Fine del mondo” che anticipa l’uscita del loro primo album. Il nome della band richiama una tecnica fotografica che cattura il soggetto in movimento mantenendo lo sfondo fisso, un concetto che si riflette perfettamente nella loro musica.

Il gruppo è composto da Lorenzo Ceccarelli, Diego Tranquilli e Fabrizio Campogiani: personalità differenti che arricchiscono il progetto con influenze che spaziano dal rock all’indie, riuscendo a creare un sound originale.

Il singolo non racconta di una fine catastrofica, ma propone una riflessione sulla consapevolezza della realtà. Sebbene il titolo evochi l’idea di un epilogo, in realtà è una «presa di coscienza» di fronte ad un presente incerto, come la definiscono gli stessi membri della band. 

Nel verso «E anche se domani tutto finirà, no non sarà per colpa tua» emerge il tema della disillusione e dello smarrimento vissuto da molti giovani. La struttura musicale caratterizzata da un inizio delicato che sfocia in un crescendo, rappresenta un viaggio nell’emotività umana, simboleggiando il confronto con la realtà.

“Fine del mondo” è solo un assaggio del loro primo album, ma già mette in luce una band capace di esplorare temi profondi. Chi si avvicina a loro troverà una voce distintiva nella scena musicale italiana.

Benedetta Vergnano

Il “SUPER!” debutto di Paolo Milani

Paolo Milani, classe 1995, si definisce cantautore crossover. È nato a Veroli, paese che ne ha influenzato la sua estetica artistica: tra i segni particolari dell’artista l’amore per le piazze, i bar e i luoghi in cui le persone vivono e abitano lo spazio.

Il 17 maggio ha pubblicato il suo EP di debutto “SUPER!“, pubblicato su tutte le piattaforme digitali per Semplicemente Dischi / Believe Italia. La produzione artistica è di Giorgio Maria Condemi, musicista polistrumentista, produttore artistico e compositore, che attualmente suona con Motta e Giovanni Truppi

Per l’occasione, gli abbiamo posto qualche domanda per conoscerlo meglio.

1. Ciao Paolo, come stai? Ti va di presentarti ai nostri lettori?

Ciao Erika, ciao Musidams. Sto piuttosto bene, mi viene da dirti che oggi sto meglio di ieri e spero che domani stia ancor meglio di oggi. Mi chiamo Paolo Milani, ho 28 anni, sono originario di Veroli e sono un cantautore.

2. Il 17 maggio hai pubblicato il tuo primo EP “SUPER!”. Tutte canzoni d’amore, è stata una scelta ponderata o ti sei semplicemente lasciato ispirare?

È stata la scelta più naturale che potessi fare. L’amore nella mia vita è tanto spontaneo quanto irruento, ne ricevo tanto e lo sento sempre forte, si oppone a ogni mia convinzione, e non c’è niente da fare, vince sempre. L’amore in queste canzoni canta la sfida di non negare i propri sentimenti, prendendosi rischi enormi e sinceri.

Paolo Milani
Paolo Milani – foto di Patrycja Holuk

3. La produzione è stata curata da Giorgio Maria Condemi, com’è stato lavorare con un produttore del suo calibro?

Un sogno che si è realizzato. Conosco Giorgio, come chitarrista, dal 2016. Sono e rimango un suo fan, nonostante il rapporto creatosi tra noi. Ho scelto di lavorare con lui dopo una serata che ho fatto a Roma, riascoltandomi ho deciso che se volevo che le mie canzoni avessero una certa impronta, piuttosto che girarci intorno, dovevo solo avvicinarmi a chi poteva darmi quell’identità. Sono entrato nello StraStudio, a Centocelle, a febbraio del 2022, lì ho conosciuto anche Gianni Istroni, un’altra persona fondamentale nella costruzione del disco, professionalmente e umanamente; dopo la prima giornata a studio, mi disse col suo sorrisetto “i bravi devono stare con i più bravi”. Insomma, trovarsi è stata una fortuna, scegliersi un gran lavoro.

4. Cosa ti ha spinto a volerti esprimere con la musica e qual è stato il primo approccio con essa?

Mi ha spinto un profondo senso di condivisione, su più livelli. Condividere la mia faccia, le mie parole, le mie melodie, le immagini, il mio modo di esibirmi sul palco; non potevo certo tenere tutto questo spettacolo solo per me! Il mio primo approccio è stato con un pianoforte, a casa di mia nonna, lo suonavo a caso; qualche anno dopo ho iniziato a prendere lezioni di chitarra, un po’ perché la suonava il mio migliore amico Franco, un po’ perché mi è apparso The Edge (U2) in sogno; nei miei vent’anni la passione è divampata grazie ad alcuni miei amici, Diego e Alessio su tutti, bravissimi cantautori anche loro. Ho scoperto recentemente che il pianoforte a casa di mia nonna fosse di mia mamma, d’altronde quasi tutte le scoperte sulla bellezza della vita le devo a lei.

Paolo Milani
Paolo Milani – foto di Patrycja Holuk

 5. Ti descrivi come un cantautore crossover, hai voglia di spiegarci meglio questa “etichetta”?

Nella musica mi è sempre piaciuto l’ibrido, l’unione e anche la collisione di più mondi. Il mio gruppo preferito sono i Linkin Park, e loro hanno saputo fare questo in un modo speciale e finora irripetibile in quello che è il mondo della musica pop. Io, non essendo così pop, provo a prendere qualcosa dalla tradizione che mi è più vicina, quella cantautoriale, espressiva, che non arriva a tutti ad un primo ascolto, ma che ti scardina il petto se lasci entrare dentro certe emozioni.

6. Pur essendo passato poco dal tuo debutto, al momento sei impegnato in qualcosa di nuovo oppure ti stai preparando per dei live in vista della stagione estiva?

Entrambe le cose. Per fortuna, le belle canzoni mi vengono naturali anche adesso. Sto lavorando per portare questo primo album il più possibile in giro, dal vivo, per condividere una parte del bello che ho vissuto in questi anni. Non è così facile e immediato, ma le cose belle non lo sono mai. Sono piacevolmente impegnato, su più fronti, c’è sempre modo di migliorarsi e questa è la cosa che mi fa più piacere.

In copertina foto di Patrycja Holuk

A cura di Erika Musarò

Reinhold Release Party: Gli Alberi al Magazzino sul Po tra le arti e l’alpinismo

Il 17 dicembre la band torinese Gli Alberi ha presentato il suo ultimo disco, intitolato Reinhold, al Magazzino sul Po. Il titolo è una dedica a Reinhold Messner, e rimanda al toccante racconto della spedizione in cui l’alpinista, nel 1970, vide morire il fratello minore Gunther, durante una scalata sulle pendici del Nanga Parbat, in Pakistan. La storia si dipana lungo le tracce del concept album, ma non solo: l’evento è infatti una felice commistione di momenti di incontro e versanti artistici differenti.

Verticalife. Credits: Luca Maccario

In apertura prendono la parola diverse personalità legate al mondo dell’alpinismo: il primo è Enrico Ferrero, accompagnatore di escursionismo presso il CAI, il quale riporta testimonianze e aneddoti, seguito da tre rappresentanti del tour operator Verticalife, che raccontano i modi di vivere la loro passione. È poi il turno dell’illustratore Simone Mostacci, i cui suggestivi dipinti – ad acquerello e digitalizzati, esposti alle pareti – costituiscono le grafiche del disco.

Simone Mostacci. Credits: Luca Maccario

Ha così inizio la parte musicale della serata. Il duo Corazzata Jazz della Morte, costituito da Federico Pianciola – produttore di Reinhold – e Jacopo Acquafresca, attiva le frequenze di un’elettronica immersiva: i bordoni iniziali si addensano in un crescendo di stridori e rumori concreti, quasi materici, che rievocano le sperimentazioni avanguardistiche del secolo scorso. Il risultato è una sonorità inquietante e distorta, propedeutica al prosieguo della serata.

Corazzata Jazz della Morte. Da sinistra: Federico Pianciola e Jacopo Acquafresca. Credits: Luca Maccario

I membri del complesso prendono dunque posto. Da subito emerge la carica di Davide Quinto, bassista letteralmente scatenato nel cavalcare il fervore del pubblico, oltre a tenere i brani sui binari giusti e ad accompagnare la voce principale con growl e scream taglienti, come perfetto contraltare della cantante Arianna Prette. Le corde di quest’ultima rappresentano la parte più delicata del sound ricercato dagli Alberi, che si esprime soprattutto durante gli arpeggi de “La danza pallida”.

Gli Alberi. Da sinistra: Davide Quinto, Arianna Prette, Daniele Varlonga, Matteo Candeliere, Giovanni Bersani. Credits: Luca Maccario

La vicenda si articola anche in brevi intermezzi narrativi, raccontati da Mattia Macrì, già voce della band Post-Kruger. Non si tratta dell’unico ospite: per “Noialtri” è Narratore Urbano a prendere il microfono, apportando alla musica il suo stile cantautorale, in un testo colmo di concitazione. La scaletta prosegue rapida e i presenti calcano gli accenti del ritmo saltando, muovendo la testa e il corpo: il tutto dettato, oltre che dal basso, dalla batteria di Daniele Varlonga, ricca di inventiva, sulla quale il chitarrista Matteo Candeliere ricama i suoi riff incisivi.

Gli Alberi feat. Narratore Urbano. Credits: Luca Maccario

Eccezion fatta per “Hiems”, pezzo dalle tinte intimiste per voce e piano – suonato da Giovanni Bersani, che si spende anche in chitarra ritmica, percussioni, cori – e per l’interessantissima “Vuoto alle spalle”, le cui melodie abbracciano scale dal sentore esotico, l’album resta fedele al genere metal, anche se con declinazioni eterogenee. Da menzionare “Aspettami”, canzone dalle atmosfere alterne con finale a cappella, mentre “Sindrome del terzo uomo” è citabile per l’energia cupa e prorompente.

Le due chitarre, Matteo e Giovanni. Credits: Luca Maccario

La conclusione si consuma in un acclamato bis, nel quale Gli Alberi ripropongono un loro classico di lunga data: “River God”. Saluti e ringraziamenti finali sigillano una serata piacevole; l’originalissimo format ha dato vita a un riuscito evento crossmediale, con il Natale torinese alle porte, sulle sponde del Po e di una fredda notte di nebbia.

A cura di Carlo Cerrato

Donda

Donda è finalmente qui, l’attesissimo decimo album di Kanye West è stato pubblicato domenica 29 agosto dopo una lunga campagna pubblicitaria, 3 listening sessions in pubblico ma soprattutto scandali e continui ritardi. Nulla di nuovo per Ye (ah sì, ora vorrebbe anche cambiare nome e farsi chiamare così). Dopo Yandhi, album mai pubblicato, e Jesus Is King, incentrato sulla fede del rapper, Kanye aveva annunciato l’uscita di Donda per luglio 2020, ma per circa un anno non se ne è saputo più nulla. Solamente a inizio estate 2021, in uno spot pubblicitario è comparso il brano “No Child Left Behind”, con l’annuncio di un listening event il 22 luglio al Mercedes Benz Stadium di Atlanta, dove Kanye ha annunciato che il disco sarebbe uscito quel giorno (cosa che ovviamente non è successa ma, ancora, nulla di nuovo). Dopo essersi trasferito dentro allo stadio per poter lavorare meglio, Kanye ha spostato la data al 5 agosto, data del secondo listening event ma (senza sorprendere nessuno ormai) l’album non è uscito quel giorno. L’uscita è stata ancora spostata al 27 agosto, giorno successivo al listening event di Chicago, sua città natale, ma ovviamente non è stato così. Finalmente, domenica 29 l’album è stato pubblicato con una semplicissima cover nera ma non senza un ultimo scandalo: in un post su Instagram Kanye ha annunciato che l’album è stato pubblicato da Universal a sua insaputa, seminando il panico tra i fan, perché – conoscendo con chi abbiamo a che fare – si temeva che l’album venisse rimosso dai vari servizi di streaming, cosa che per fortuna non è successa.

Ma l’album in sé, com’è? Vista la campagna pubblicitaria e quello che Kanye ha inscenato nei vari eventi (è letteralmente fluttuato via dal primo show, ha ricreato il suo matrimonio e una copia della sua casa d’infanzia all’interno dello stadio), non poteva di certo essere un flop e in effetti così non è stato. Donda sembra quasi tirare le somme della carriera di Kanye in tutta la sua varietà: ci sono beat che sembrano essere usciti da Graduation (“Believe What I Say” o “New Again”) ma anche vere e proprie bangers al passo coi tempi come “Off the Grid”; “Moon” sembra arrivare da My Beautiful Dark Twisted Fantasy, “Hurricane” ricorda quasi il synth pop di 808s & Heartbreaks e tornano a farsi sentire sonorità di Yeezus, The Life of Pablo ma anche il gospel di Jesus Is King, che funziona benissimo in un disco dove sono parecchio presenti temi come fede e spiritualità. Altre tematiche trattate sono ovviamente la madre Donda West, a cui è dedicato il disco, scomparsa nel 2007 e di cui compaiono diverse registrazioni nell’album o il recente divorzio con Kim Kardashian (“Lord I Need You”). Tornano vecchi collaboratori tra cui il produttore Mike Dean, The Weeknd, Travis Scott, Kid Cudi, Playboi Carti ma soprattutto Jay-Z, dopo che i due si erano allontanati per anni, mentre nuove collaborazioni come Marylin Manson e Dababy hanno fatto molto parlare di sé, dato che entrambi sono stati al centro di diversi scandali negli ultimi tempi.

Ancora una volta Kanye è riuscito a far parlare di sé per un motivo o per l’altro, pubblicando un disco sicuramente all’altezza delle aspettative e in sintonia con quanto fatto finora, e ancora una volta non resta che interrogarci su cosa sarà in grado di fare in futuro, visto che ormai sembra non avere limiti.