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Jazz is Dead! 2026: contro l’epoca della nostalgia

La nona edizione del festival conferma la forza di un’identità costruita nel tempo. Ecco qui il nostro reportage. 

Viviamo nell’epoca del revival permanente. Le classifiche premiano sonorità vintage, i cataloghi del passato vengono continuamente rispolverati  e il confine tra omaggio e nostalgia si fa sempre più sottile. Dentro un’estetica e una cultura musicale ossessionate dall’archivio e dal mito dell’“era meglio prima”, Jazz is Dead! suona come una provocazione. Uno slogan che, però, non certifica la morte del jazz. Al contrario, interroga il destino di una musica che nasce da sovversioni, contaminazioni e sperimentazioni, oggi spesso trasformata in patrimonio museale, preservata e contemplata come un culto del passato. La programmazione del festival ribalta questo paradigma: il jazz è un approccio, non solo un repertorio. Un modo di stare dentro la musica aperto all’”errore” e all’incontro cross-over, che prova a dare nuova vita a un passato che non passa.

Backwards, il tema di quest’anno, è un ritorno sui propri passi con la bussola della visione musicale sempre ben orientata verso la sperimentazione e l’avanguardia. Lo scorso anno il direttore artistico Alessandro Gambo chiudeva l’edizione annunciando che il festival non sarebbe più stato come prima, infatti si è passati dal cemento del Bunker al bosco di Cascina Falchera. Verrebbe da dire che tutto è cambiato e al tempo stesso è rimasto com’era, ma col senso di novità a stimolare le nostre aspettative. La nuova sede favorisce una maggiore vivibilità e due zone concerto: una tradizionale col palco nel prato e una invece più intima e raccolta nel bosco adiacente.

Proprio qui inizia il pomeriggio del venerdì con l’esibizione del duo italiano formato da Stefano Pilia e Marta Salogni: un dialogo intenso tra la chitarra del primo e i nastri magnetici della seconda. La costruzione del suono per loop e delay lunghissimi annulla ogni ritmo e si fonde alle elaborazioni di chitarra piene di feedback e distorsioni che rendono il suono di partenza sempre più irriconoscibile.
Si passa poi alle esibizioni sul palco: la prima è la colombiana Lucrecia Dalt che presenta il suo ultimo album A Danger to Ourselves. La sua musica è mix di lingue, strumenti e ritmi differenti che attraversiamo senza inciampi, come se tutto fosse in continuo fluire.
Dopo di lei un altro duo della giornata: i Matmos, coppia di Baltimora che per un’ora ha conquistato il pubblico con campionamenti di suoni metallici e un umorismo freddo tipici del loro stile. Anche qui sembra tutto un flusso elettronico cadenzato che diventa sempre più ritmato con picchi di glitch e ambient techno che fanno muovere il pubblico. 

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

Il sabato di JID26 ha un’impronta dichiaratamente party che attraversa l’intero programma tra jazz, hip-hop, elettronica, dub, metal e club culture. In coproduzione con il Torino Jazz Festival si parte con Yazz Ahmed insieme a Raph Wyld: un jazz contemporaneo e psichedelico in cui la tromba si muove tra stratificazioni sonore e forti radici arabe, tra apertura mediterranea e ricerca elettronica. Segue Sorvina, tra jazz rap, neo-soul e R&B, con stile e freschezza, groove e una forte attitudine black contemporanea. Gli Alien Dub Orchestra rileggono il dub in chiave orchestrale intrecciando reggae, cumbia e psichedelia in un movimento continuo. Con The Heliocentrics passiamo a stratificazioni ritmiche e improvvisazione: una fusione tra funk, jazz e psichedelia con riferimenti afro e latinoamericani. Moor Mother cambia completamente registro, da una postazione elettronica, costruisce un set di texture abrasive e frammenti sonori tra elettronica, noise e spoken word, e improvvisazione con riferimenti afrofuturistici.
Lord Spikeheart porta un set caotico ed energico tra african metal, elettronica distorta, growl, urla stridenti e accenni rap, tipica performance da head-banging. Con A Guy Called Gerald si entra pienamente nella club culture, tra house, acid, jungle e drum’n’bass, con un live set travolgente e di grande qualità. La festa si sposta poi a El Barrio, dove il sabato notte continua in chiave club tra dj set, anche in vinile, e atmosfera da dancefloor.

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

La terza giornata del festival si rivela molto più di una semplice successione di concerti: è un’ininterrotta odissea geografica e spirituale che ridisegna i confini della musica di ricerca contemporanea. Lontano dalle geometrie urbane, questa dimensione di periferia si trasforma in un rifugio vitale, uno spazio di libertà assoluta dove i suoni possono espandersi e respirare.
Un evento strutturato come una mappa musicale in continuo mutamento: un viaggio transoceanico che prende le mosse dalle radici del sud-est asiatico con suoni percussivi dei gong e delle campane dell’Ensemble Nist Nah, fino ad arrivare all’estasi del krautrock che il trio Dwarfs Of East Agouza intreccia, spingendo la musica egiziana e la psichedelia. Il percorso prosegue calandosi negli abissi rarefatti del Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, alla sua prima esibizione in Italia, per poi risalire attraverso le rigorose geometrie del math rock degli Horse Lords e i loro ritmi dispersi. Infine, il viaggio approda poi alla bellezza dolente delle sonorità libanesi dei Sanam. E come da tradizione del festival, anche quest’anno si conclude con il dj set di Alessandro Gambo.

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

C’è un legame profondo, un filo invisibile che unisce tutti questi mondi e giornate di Jazz is Dead!: un percorso in cui i rumori si sciolgono costantemente in un’atmosfera sospesa. In questo ecosistema, il jazz accetta di “morire” ancora una volta, sgretolando la propria forma classica per reincarnarsi in linguaggi nuovi. Ed è proprio qui che il tema di questa edizione, Backwards, svela la sua intuizione più brillante: andare all’indietro per ritrovare le radici. Radici culturali sparse in ogni angolo del mondo, che qui si intrecciano e dialogano tra loro attraverso un nuovo linguaggio. Forse, solo guardando alle proprie spalle la musica e la comunità che si riunisce per ascoltarla, trova la spinta decisiva per proiettarsi verso il futuro.

Alessandro Camiolo, Linda Signoretto, Melika Nemati

Torino Jazz Festival 2026: The Sound Of Surprise

Dal 25 aprile al 2 maggio 2026 torna in grande stile Torino Jazz Festival, uno degli appuntamenti musicali più seguiti in Italia.
Giunto alla sua XIV edizione, il festival, diretto da Stefano Zenni, rafforza il legame con il tessuto musicale torinese, portando il jazz fuori dai teatri e dentro la città.
Durante la conferenza stampa del 19 marzo, l’assessora alla cultura Rosanna Purchia ha invitato il pubblico a partecipare attivamente, sottolineando il crescente coinvolgimento dei giovani, concetto successivamente ripreso dal presidente della Fondazione per la Cultura Torino, Alessandro Isaia. Ad anticipare il festival saranno tre giorni di anteprima, dal 22 al 24 aprile, e il tema scelto per l’edizione 2026 è “The Sound of Surprise” (il suono della sorpresa).

Un’apertura simbolica

Il festival si apre il 25 aprile, giornata della Festa della Liberazione.
Questa scelta non è certo casuale, poiché il jazz, essendo un genere musicale libero nella sua arte improvvisativa, diventa un vero e proprio simbolo di espressione culturale.
Proprio in questa giornata d’inaugurazione è prevista una collaborazione tra il Kassiber Ensemble e l’attore Moni Ovadia, nelle vesti di narratore, per lo spettacolo “The Ghetto Swingers”, il racconto della musica all’interno dei campi di prigionia tedeschi.

I protagonisti del festival

Il programma 2026 porta sul palco artisti di primo piano della scena jazz italiana e internazionale. Ad aprire le danze è Fabrizio Bosso, protagonista assoluto dell’apertura con “About Ten”, un omaggio al repertorio di Dizzy Gillespie e Duke Ellington attraverso gli arrangiamenti di Paolo Silvestri. Tra le nuove produzioni, Bill Frisell ed Eyvind Kang — coadiuvati dal cineasta statunitense Bill Morrison — si immergono in  “The Great Flood”: progetto multimediale ispirato a quella che viene ricordata come la più grande inondazione nella storia americana. Questa tragedia tramandata nelle lunghe pagine di storia della musica, avvenne nel Mississippi nel 1927 e costrinse migliaia di cittadini e futuri musicisti a emigrare verso il Nord. La serata del 27 aprile vede la presenza della street band Funk Off che, attraverso la produzione energetica dei Vox Artificiosa, porta avanti il concetto di coesione di generi musicali (jazz/classica/hip hop). Ultimi ma non per importanza, John Scofield e Gerald Clayton per il grande concerto finale, un momento di grande partecipazione che rafforza l’idea di musica in quanto bene condiviso e non elitario. Insieme ai protagonisti appena citati, vi sono nuove formazioni e giovani talenti, confermando la sua creatività laboratoriale. Tra questi si menziona la nascita della Giovane Orchestra di Liberi Suoni, diretta da Pasquale Innarella e destinata a diventare il fiore all’occhiello del festival. 

Foto di Gianluca Platania

L’inclusività del territorio

Quando si parla del Torino Jazz Festival non si fa riferimento esclusivamente allo spettacolo o al mero intrattenimento, bensì al progetto sociale che costituisce le fondamenta dell’evento. Tra le iniziative più significative si prevedono concerti in ospedali, carceri e luoghi di accoglienza, nonché il coinvolgimento di scuole: tutto ciò riflette l’abbattimento delle barriere tradizionali messo in atto attraverso l’esperienza diretta, e proprio nei luoghi di accoglienza il jazz diventa un punto di incontro tra culture diverse, nel quale si creano spazi di dialogo. 

Quando la musica connette

Come di consueto, il 30 aprile si celebra la Giornata Internazionale del Jazz. Quest’anno l’appuntamento si terrà al MAUTO con il progetto SwingAbili, in collaborazione con il gruppo di Danzamovimentoterapia. La performance sarà accompagnata dalla CFM Big Band, diretta da Claudio Chiara, e vedrà la partecipazione speciale di Massimo Pitzianti, per sottolineare il concetto di jazz non come semplice ascolto passivo, ma come esperienza comunicativa, condivisa e partecipativa. Nel 2026 ricorre anche il centenario della nascita di John Coltrane e Miles Davis, due figure iconiche che hanno segnato la storia del jazz: segue la sezione ibrida Jazz Talk, Jazz Cinema in cui si racconta il genere musicale attraverso approfondimenti e proiezioni che ridefiniscono il fenomeno culturale, storico e visivo. Tra le proposte di quest’anno spiccano A Love Supreme di John Coltrane (25 aprile), The Sound of Change (28 aprile) e l’incontro con Bill Morrison dedicato al suo The Great Flood (29 aprile).

Torino e il jazz: come due gocce d’acqua

L’edizione 2026 conferma la crescita del festival nel tempo, proponendo un miscuglio di qualità artistica, sperimentazione e apertura culturale. Torino Jazz Festival non è soltanto una rassegna musicale, bensì un’esperienza urbana e culturale nella sua totalità. Torino si conferma nuovamente capitale del jazz contemporaneo, capace di parlare a pubblici diversi e di rinnovarsi anno dopo anno.

Andrea Arcidiacono

Monitor festival: da un grande potere derivano grandi responsabilità

Vi siete mai chiesti perchè sui palchi dei concerti ci siano delle casse non rivolte al pubblico? Se sì, a cosa servono? Può sembrare un po’ controintuitivo, invece proprio quelle casse sono utili a connettere pubblico e artisti, che attraverso queste possono ascoltarsi e avere maggior controllo della performance. Si chiamano casse spia o MONITOR, proprio come il nuovo two days festival che si è appena concluso a sPAZIO211, con l’intento simile di creare unione tra pubblico e artisti, con nuove scoperte e grandi aspettative. 

Il secondo giorno ha offerto varietà musicale e geografica, con tanti artisti per la prima volta a Torino. Si inizia con Maria Chiara Argirò, musicista di origine romana ma residente a Londra, che ha presentato il suo ultimo disco Closer, accompagnata da Riccardo Chiaberta (batteria) e Christos Stylianides (tromba ed elettronica). Si notano da subito le radici jazz del progetto, con una lunga introduzione strumentale di tromba e batteria, che poi passa a un’esplorazione elettronica, attraverso effetti di eco e melodie oniriche del synth. La performance procede in modi imprevedibili attraversando territori sonori sfumati, tra momenti techno, in cui dominano ritmi intricati delle percussioni spartane e altri più ambient in cui semplici arpeggi di synth suonano come un tuffo dentro l’acqua. La voce di Maria Chiara tra loop e distorsioni, ricorda un po’ Beth Gibbons, per il modo di interagire con l’ambiente circostante, sta sempre al centro ma al tempo stesso sembra provenire da lontanissimo. 

Maria Chiara Argirò (Credits: Senza Futuro Studio)

Da Londra passiamo a Sheffield, con Gia Ford, che sale sul palco chitarra acustica in spalla insieme al suo chitarrista Connor. Il suo live è semplice per via della strumentazione ma molto intenso e divertente. Da una parte i suoi racconti delle sue canzoni, pieni di personaggi emarginati (“Housewife dreams of America”), abusati (“Paint Me Like a Woman”), alienati (“Car crash for two”) dall’altro il suo modo di stare sul palco quasi da crooner con una voce profonda a tratti rabbiosa, aspra e ruvida. Ogni brano è introdotto con frasi sarcastiche dallo stile british, a metà tra cinismo e autoironia, ma sempre rimanendo impassibile. Siamo giunti al tramonto, la luce si unisce all’oscurità, Gia ringrazia il pubblico e promette di tornare in futuro con tutta la band al seguito. 

Gia Ford (Credits: Senza Futuro Studio)

Subito dopo salgono sul palco YĪN YĪN, quartetto olandese formato da Kees Berkers (batteria), Remy Scheren (basso), Robbert Verwijlen (tastiere) e Erik Bandt (chitarra). Anche in questo caso ci troviamo di fronte a degli abili sperimentatori che uniscono oriente e occidente, folk giapponese e rock psichedelico, funk e disco anni 80. Il loro approccio punta a espandere ogni brano, quasi alla ricerca di un effetto cosmico in cui ci si perde tra le melodie pentatoniche e i tempi irregolari della batteria. Qualcuno potrebbe pensare che sia solo dell’easy listening, utile per riempire le giornate, ma dal vivo è ottima musica per ballare e viaggiare con l’immaginazione verso un’isola tropicale immaginaria. 

Si conclude ritornando al jazz con il debutto torinese di Arooj Aftab, artista pakistana, cresciuta a New York, che sale sul palco insieme alla sua band composta da Perry Smith alla chitarra, Petros Klampanis al contrabbasso e Engin Kaan Günaydin alla batteria. Lei vestita di nero e con spessi occhiali scuri sembra una presenza misteriosa come il suo ultimo album Night Reign. Canta in inglese e urdu, sua lingua madre, in posizione di profilo al pubblico e avvolta da intense luci blu. Nelle pause familiarizza con il pubblico, non sapendo se ci siano veri fan, offre da bere e chiede scusa per non aver portato dischi da vendere o altri gadget. I brani lunghi e sognanti variano tra blues, R&B e bebop, la sua voce procede per ampi archi di sviluppo in modo inflessibile. Tra un assolo e l’altro, assistiamo a un continuo giro intorno al mondo, tra atmosfere e melodie differenti, come in “Bolo Na”, brano che prende spunto dalla sua passione giovanile per l’heavy metal, in cui le luci rosse e il riff grunge del basso prendono il sopravvento.
Il finale sembra tutto un sogno, Arooj svanisce tra il fumo denso, in realtà era solo andata a prendere il suo negroni e poi riappare per salutare il pubblico insieme alla band. 

Tornati alla realtà, il festival è finito, una rinascita necessaria anche se in forma contenuta, ma senza compromessi. All’ingresso sventolerà ancora il vecchio cartello di TOdays, ma forse a volte bisogna cambiare, perché tutto rimanga com’è. 

Alessandro Camiolo

Il sabato al Salone del Libro 2025: tra jazz e introspezione giovanile

Sabato 17 maggio 2025, il Salone Internazionale del Libro di Torino ha vissuto una delle sue giornate più intense e partecipate. Come ogni anno, il Lingotto Fiere ha accolto ospiti e visitatori da tutta Italia, con incontri che hanno spaziato dalla letteratura alla musica, dalla psicologia alla cultura pop. 

Come primo evento della giornata al quale abbiamo partecipato, si è svolta la presentazione della nuova edizione di “Storia del Jazz. Una prospettiva globale”, di Stefano Zenni, introdotto da Jacopo Tomatis e da un intervento al contrabbasso di Furio Di Castri. Il talk ha proposto una visione aperta e critica del genere musicale oggetto del libro. A partire dal libro “I segreti del jazz” (2008), Zenni ha riflettuto sul jazz come un’etichetta fluida che ha abbracciato e definito diverse tipologie di musica. Negli anni ’20 era un termine inclusivo, ma già negli anni ’50-’60 artisti come Sinatra, il cui lavoro presenta arrangiamenti jazz evidenti, venivano esclusi dalla definizione. Oggi il jazz sopravvive come linguaggio che attraversa generi, lasciando tracce anche dove non lo si nomina.

Di Castri ha sottolineato come la storia del jazz, inizialmente lineare, si apra a molteplici influenze nel secondo Novecento. Da qui l’approccio di Zenni: una narrazione che non solo racconta gli sviluppi musicali, ma riflette su cosa includere, su come si costruisce una storia. Centrale è il tema del gender gap: Zenni recupera figure femminili straordinarie, non come eccezioni ma come protagoniste alla pari, integrandole nella storia del jazz senza ghettizzazioni.

Una delle conversazioni più attese si è svolta nel primo pomeriggio, ed è stata l’incontro tra il rapper Salmo e lo psicoterapeuta Matteo Lancini, curatore della nuova sezione tematica “Crescere”. L’evento, ispirato al primo libro di Salmo, l’autobiografia “Sottopelle”, ha offerto al pubblico una riflessione sincera sulle emozioni che accompagnano la crescita personale. Salmo ha condiviso esperienze legate alla rabbia, alla tristezza e alla paura, sottolineando come queste emozioni, spesso legate ai suoi traumi familiari, siano state fondamentali nel suo percorso artistico e umano, dapprima nel writing e nei graffiti per poi sfociare nel rap e oggi anche nel cinema. Lancini, insieme alle ragazze del gruppo Tutto annodato, un collettivo composto da giovani che si occupa di sensibilizzare sulla salute mentale, ha guidato la conversazione, evidenziando l’importanza di riconoscere e affrontare le proprie fragilità.

In conclusione, il Salone del Libro di Torino ha dimostrato come la cultura possa essere uno strumento potente per esplorare sé stessi e il mondo che ci circonda, non solo come una vetrina editoriale, ma come un luogo di crescita personale e un’occasione per toccare con mano i mondi che accompagnano il nostro tempo libero. In un’epoca in cui il dialogo e l’ascolto sono più che mai necessari, eventi come questi ci ricordano l’importanza di fermarsi, riflettere e condividere esperienze. 

Martina e Benedetta Vergnano 

Dudù Kouate 4tet al Torino Jazz Festival: un’esperienza che va oltre i confini

Anche nel 2025 il Torino Jazz Festival si conclude con la Giornata Internazionale del Jazz, celebrata il 30 aprile. Più che una conclusione, questa giornata sancisce ogni anno un nuovo inizio: apre a una riflessione su un genere che abbraccia sempre di più la sua natura libera e la sua capacità di unire tecniche vocali e strumentali, strumenti e tradizioni diverse, uscendo così dai suoi confini “classici”.

A coronare il Festival ci sono due main concert: quello di Dudù Kouate al Teatro Juvarra, un piccolo gioiello nascosto tra i palazzi di Torino, e quello di Jason Moran al Lingotto, in una sala grande e moderna. Due concerti e due luoghi agli antipodi ma che raccontano un’unica storia.

Dietro una piccola porticina discreta, quasi timida, il Teatro Juvarra accoglie il pubblico in un’atmosfera intima e familiare. L’impressione iniziale è quella di varcare la soglia di un’abitazione privata, ma basta qualche rampa di scale per scoprire una sala elegante e raccolta e un quartetto musicale che trasforma il teatro in un universo utopico.

Dudù Kouate ha attraversato confini geografici e culturali per dare forma alla sua arte. Senegalese di origine, cresce in una famiglia di Griot ma presto si trasferisce in Italia per diffondere la tradizione tra le strade di Bergamo (e non solo). Musicista affermato in tutto il mondo, Kouate entra a far parte dello storico Art Ensemble of Chicago, uno dei gruppi jazz più longevi che unisce avanguardia, free jazz e la tradizione africana.

Foto di Ottavia Salvadori

«Il palco è grande quanto il mondo… però riusciamo a starci» afferma Kouate durante il concerto, e in queste parole si cela l’essenza della sua musica e della sua visione artistica. In un mondo vasto e complesso, ognuno può trovare il proprio posto per esprimersi, vivere e comunicare attraverso l’arte.
Il palco non è solo il luogo in cui stanno i musicisti, ma è il nucleo vitale da cui si originano connessioni umane, culturali e spirituali. È lo spazio in cui ogni suono diventa dialogo e crea ponti tra storie, emozioni e vissuti.

Per il TJF Kouate ha messo insieme un quartetto esclusivo, riunendo talenti da diversi parti del mondo: Simon Sieger (Francia) al pianoforte, ai fiati e voce, Alan Keary (Irlanda) al basso elettrico a cinque corde, al violino e voce, Zeynep Ayse Hatipoglu (Turchia) al violoncello.

Descrivere e dare nome ad ogni strumento utilizzato durante il concerto sarebbe quasi impossibile: Kouate, seduto su una piattaforma rialzata, è circondato da decine di strumenti, dallo xalam al talking drum, dal thunder drum a set di piatti e campane di varie dimensioni e tipologia. A rendere il paesaggio sonoro ancora più unico e affascinante sono gli strumenti artigianali, frutto della sua ricerca sul suono: tubi in plastica fatti volteggiare in aria e sezioni di bottiglia legate a bastoni in legno ed immerse nell’acqua – oggetti reinventati che diventano veri strumenti musicali. 

Foto di Ottavia Salvadori

Irlanda, Francia, Turchia e Senegal (e Italia) si intrecciano in un unico organismo sonoro che espande lo spazio trasformando il concerto in un’esperienza collettiva di ascolto e condivisione.
A fondersi non sono solo gli strumenti, ma anche le voci di Kouate, Sieger e Keary che talvolta emergono o si amalgamano al sound complessivo.
La voce avvolgente del leader evoca le radici della terra, le tradizioni e la natura ricercata dal gruppo. Al suo fianco, Simon Sieger utilizza la tecnica della throat voice, graffiante e ritmica, avvicinandosi talvolta ad un beatbox raffinato per creare tensioni e dinamismi. In contrasto, la voce dolce ed eterea di Alan Keary che con il suo canto melodico inglese restituisce un senso di calma, armonia e di una natura idilliaca.

Ogni suono, strumentale o vocale, è calibrato con estrema precisione: ogni pianissimo e ogni fortissimo trova il proprio specifico significato, così come i momenti di vuoto e di pieno sonoro.
La capacità di fondere ritmi ancestrali, suoni naturali e sensibilità moderne è un invito a riscoprire la potenza della musica come potente strumento di comunicazione e connessione.
Ogni nota è un frammento di viaggio, ogni strumento una voce, ogni vibrazione racconta una storia trasmettendo l’eco di tradizioni lontane.

Foto di Ottavia Salvadori

Nulla è appariscente, né il luogo né la presenza scenica dei musicisti. Tutto è semplice, naturale, ma è proprio questa semplicità che genera una forza straordinaria che catapulta altrove, lontano nel tempo e nello spazio.

A conclusione del concerto, Dudù Kouate si avvicina al pubblico e canta una melodia. Quel che succede è magia: il pubblico, intonato e perfettamente in sintonia, raccoglie il testimone e continua a cantare senza sosta.
Intanto il palco si svuota lentamente: uno alla volta, a partire da Kouate, i musicisti lasciano la scena, trascinando con loro persino il cavo del basso ancora collegato all’amplificatore. Ma la musica non si ferma. Il pubblico diventa l’unico protagonista, riempiendo il vuoto del palco con l’energia del canto.

Il palco è vuoto ma il pubblico non si arrende e chiama i musicisti a gran voce. Dopo una brevissima pausa, tra risate e applausi, la melodia riparte spontaneamente come un’onda. A quel richiamo sincero e potente, i musicisti non possono resistere: ritornano sul palco per raccogliere l’ovazione che meritano, tra applausi scroscianti e una standing ovation che conferma come la musica abbia dato vita ad un legame condiviso.

E così, quella sensazione di entrare in una “casa” si è rivelata autentica. Siamo tutti parte di un unico palco, siamo tutti uniti e il legame familiare che si crea è generato dalla musica. Perché la musica non è solo suono, è un ponte che collega, un abbraccio che cancella le distanze e un sorprendente mezzo che riesce a creare comunità.

Ottavia Salvadori

Lampo di musica: TJF Blitz

Jazz Blitz è un evento che porta il jazz nei luoghi della vita quotidiana, trasformandoli in palcoscenici inaspettati. Si tratta di momenti musicali in luoghi di assistenza, di accoglienza e di incontro dedicati agli utenti e agli ospiti delle strutture.

Parte del programma è anche aperto al pubblico esterno che può quindi visitare e scoprire le realtà sociali che operano attivamente nei vari quartieri della città. Abbiamo avuto l’occasione di partecipare al blitz organizzato negli spazi di Housing Giulia nel pomeriggio di martedì 29 aprile. La residenza, nata dalla cooperazione dell’Opera Barolo e dell’impresa sociale CoAbitare, fornisce residenza temporanea e risponde a bisogni abitativi diversificati.

Per l’occasione, lo staff della struttura ha preparato un ricco buffet di benvenuto in cortile. Mentre i musicisti del quartetto della Jazz School Torino provavano i loro brani, si sono radunati diversi gruppi di ospiti, tra cui bambini, studenti stranieri e anziani, che hanno preso subito posto.

Un incontro con la musica, in cui ciò che conta è la condivisione del momento con le altre persone: per molti infatti ascoltare musicisti suonare dal vivo non è certo una consuetudine, basta poco quindi per sentirsi più leggeri, sorridenti e rilassati. I bambini soprattutto hanno iniziato a saltare e scherzare tra di loro proprio attorno alla band, in uno spazio di totale libertà, che in altri contesti non sarebbe possibile.

Il quartetto ha alternato brani canonici di Dexter Gordon e Bill Lee ad altri del jazz “bianco”, una selezione accurata che ha reso unica questa mezz’ora di musica. 

Un’iniziativa riuscita, certamente lodevole, ben strutturata e con un chiaro obiettivo: creare senso di comunità e unione attraverso la musica, senza lasciare indietro nessuno. 

Alessandro Camiolo

Andrea Rebaudengo scatena i preludi di Uri Caine

Al Teatro Vittoria, il Torino Jazz Festival propone una produzione originale di scrittura e improvvisazione: Improvisers/Composers. Protagonista il pianista Andrea Rebaudengo, che presenta un programma interamente dedicato a brani “classici” per pianoforte composti da musicisti jazz contemporanei.

Rebaudengo, del resto, non è nuovo a questo tipo di esplorazioni: oltre a collaborare con realtà come l’Orchestra della Scala, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e la Rai, è il pianista stabile dell’ensemble Sentieri Selvaggi, gruppo di riferimento per la musica contemporanea in Italia. Proprio in questo contesto ha affinato un approccio libero ma rigoroso.

Foto da Press Kit Torino Jazz Festival

Il concerto è stato caratterizzato da una serie di prime esecuzioni che ne hanno definito l’unicità. In particolare, due prime italiane: Alone, in Four Parts di Wayne Horvitz e Looking Above, the Faith of Joseph di James Newton. A seguire, due brani di Matt Mitchell tratti da Vista Accumulationall the Elasticity e Utensil strength – autentici esercizi di resistenza.

La sorpresa del concerto è la prima esecuzione assoluta dei 24 Preludi per pianoforte firmati da Uri Caine: una suite che sfida l’ascolto e la varietà stilistica, consapevole che alcuni passaggi potessero mettere in crisi l’ascolto del pubblico. Ma è proprio questo il bello: il rischio, la possibilità di ascoltare qualcosa che ci sposti un po’ più in là.

I preludi sono stati affidati dallo stesso Caine a Rebaudengo. Si avverte la presenza del compositore negli accenni di micromelodie e citazioni, che come piccole apparizioni intersecano un ricchissimo mondo sonoro, da ascoltare con attenzione e impegno. La sequenza di esecuzione dei preludi non è fissa, ma costruita dal pianista stesso, che ha immaginato un percorso coerente con l’evoluzione dell’intero concerto. È proprio lui a concludere il ciclo con un preludio melodico, una scelta che sorprende e arricchisce ulteriormente il progetto.

Il pianoforte si conferma così l’ambito di una ricerca continua e appassionata da parte di Rebaudengo, e questo piccolo preludio finale diventa anche un gesto di “riappacificazione” – come lo definisce lui stesso –, un momento di leggerezza che permette di accogliere e conservare l’intensità dell’intero concerto.

Foto da Press Kit Torino Jazz Festival

Gli improvvisatori scrivono? Traggono dallo studio sull’improvvisazione materiale che poi mettono su pentagramma? «La risposta» spiega Rebaudengo «è stata un fluire di partiture estremamente interessanti, geniali, coraggiose, in cui le appartenenze geografiche e stilistiche c’entravano fino a un certo punto. Forse più di tutto contava la curiosità del compositore/improvvisatore, la sua voglia di mettersi in gioco».

Il risultato è un percorso dentro la mente di artisti che, pur nati nell’improvvisazione, hanno scelto la scrittura come nuovo terreno di esplorazione. Non semplici improvvisazioni “cristallizzate”, ma pensieri musicali lunghi, forme controllate, racconti in musica.

Alla fine del concerto — che, per scelta programmatica, non ha mai cercato la facile seduzione — Rebaudengo rientra tra gli applausi e offre al pubblico un piccolo encore: Portolan. Un repertorio raffinato, difficile, e proprio per questo necessario.

di Joy Santandrea

Lakecia Benjamin al Teatro Colosseo: energia e lotta a suon di sax

Lunedì 28 aprile, ore 21, Teatro Colosseo. Nel pieno svolgimento del Torino Jazz Festival Lakecia Benjamin sale sul palco con la sua band.

Sassofonista newyorkese di origine e spirito, Benjamin porta con sé non solo la musica dell’album Phoenix, ma un’energia viva, bruciante, che si muove tra jazz, hip hop, gospel e ritmi funk. È difficile starle dietro, e ancora più difficile non farsi travolgere.

Apre la serata con il brano “Amerikkan Skin”. Prima di suonare, la musicista prende il microfono: «We have to go back to love and peace and joy and respect», dice al pubblico, ricordando che «we do not live in fear».

Mentre la band crea un tappeto sonoro pulsante, con stupore dei presenti Benjamin comincia a rappare, come se la sua voce, e poi il suo sax, fossero strumenti per dire ciò che spesso viene ignorato. È la New York dell’hip hop, delle lotte razziali, dei sogni e delle paure, che prende vita in teatro.

Foto di Ottavia Salvadori

Il sax parla, urla, s’infiamma, mentre sullo sfondo la band apparecchia uno sfondo limpido, melodico a tinte multietniche. Poi ritorna il flow anni ’90, ancora parole, ancora battiti lanciati contro la violenza e il razzismo.

Lakecia non è sola. Sul palco con lei una band affiatatissima: John Chin al pianoforte e alle tastiere, Elias Bailey al contrabbasso e Dorian Phelps alla batteria. E proprio la batteria è protagonista di un momento memorabile. Durante uno dei brani Phelps giovanissimo, da soli quattro mesi nella formazione, si prende il centro della scena con un assolo lunghissimo, energico, travolgente. Ho sentito male alle braccia per lui. Un’esplosione di tecnica e passione che lascia il pubblico senza fiato.

Quando arriva il turno di “My Favorite Things”, si avverte subito l’influenza della versione di Coltrane, che Benjamin omaggia con un tocco personale vivace, colorato, febbrile. I fraseggi si allungano in una sezione di grande espressione tecnica, eseguita tutta d’un fiato. Il pubblico applaude a scena aperta, trascinato da un’ovazione spontanea. Dopo una pausa di recupero, la performer grida al pubblico, aizzando ancor più la folla presente.

Foto di Ottavia Salvadori

L’atmosfera cambia ancora. Un brano si apre con una trama di pianoforte blues/gospel, su cui la leader e il pianista dialogano con dolcezza e intensità. È un momento intimo, spirituale, che ricorda quanto il jazz sappia essere anche preghiera, invocazione, conforto e comunità.

Verso la fine, la serata prende di nuovo una piega funky, con un brano trascinante, in cui Benjamin torna a rappare, chiudendo il cerchio iniziato con il primo brano.

Il finale è esplosivo: “Higher Ground” di Stevie Wonder, che trasforma il teatro in una pista da ballo. Nessuno può restare fermo, nemmeno sulle poltrone imbottite.

Foto di Ottavia Salvadori

Durante tutto il concerto, Lakecia lascia moltissimo spazio agli altri musicisti. E meno male: sono tutti straordinari, e la loro bravura contribuisce a rendere il live qualcosa di molto più grande della somma delle sue parti. Ma quando prende il centro della scena, lo fa senza mezze misure. Le sue note sono lunghe, ruvide, feroci. Il sax grida, si fa sentire, pretende attenzione. È una dichiarazione d’amore e una chiamata alla lotta. Durante tutto il concerto, Lakecia lascia moltissimo spazio agli altri musicisti. E meno male: sono tutti straordinari, e la loro bravura contribuisce a rendere il live qualcosa di molto più grande della somma delle sue parti. Ma quando prende il centro della scena, lo fa senza mezze misure. Le sue note sono lunghe, ruvide, feroci. Il sax grida, si fa sentire, pretende attenzione. È una dichiarazione d’amore e una chiamata alla lotta. 

Si mostra in tutta la sua voglia di condividere, di incantare, di vibrare, e – come ha detto almeno dieci volte – anche di bere vino. Ed è proprio per questi motivi che abbiamo amato Lakecia Benjamin.

Si è donata  completamente, con tutta la sua energia feroce, ipnotica, e con una passione che si sente addosso anche dopo che il concerto è finito.

Marco Usmigli

Blowin’ in the wind: jazz e pace al TJF

“Blowin’in the wind”, una delle canzoni più famose di Bob Dylan, è uscita nel 1962 diventando immediatamente un inno internazionale per la pace.
Furio Di Castri, figura di spicco del jazz italiano e direttore del Dipartimento Jazz del Conservatorio di Torino, in occasione del Torino Jazz Festival ha ideato un concerto con quel  titolo, concepito come un messaggio esplicito a favore della pace. Per questo progetto, Di Castri ha formato l’ensemble Furio Di Castri 8 riunendo sette musicisti di altissimo livello con cui ha collaborato nel corso della sua lunga carriera: Mauro Negri al clarinetto, Giovanni Falzone alla tromba, Federico Pierantoni al trombone, Nguyen Le alla chitarra, Andrea Dulbecco al vibrafono, Fabio Giachino alle tastiere e Mattia Barbieri alla batteria.

Foto dalla cartella stampa del Torino Jazz Festival

Il concerto si è sviluppato come un vero e proprio viaggio musicale, il cui filo conduttore sono stati i conflitti che hanno segnato gli ultimi settant’anni, un arco temporale che coincide con l’età di Di Castri.

Il percorso sonoro è partito dal Vietnam, evocato da una ricca varietà di suoni e melodie eteree che ricorda le colonne sonore cinematografiche, per poi spostarsi in Irlanda con i ritmi allegri di una giga. Il viaggio è proseguito in Sud America, in Argentina e in Cile, dove la musica assume un carattere passionale. La band, verso il finale di questo brano, è riuscito anche a coinvolgere un pubblico inizialmente incerto in un canto di una semplice melodia.

Da lì siamo passati alla Bosnia, con i suoi ritmi incalzanti tipici dei Balcani, per poi arrivare in Palestina, dove emerge chiaramente l’influenza del sistema modale arabo. Di Castri ha specificato che ha conosciuto quest’ultimo brano durante un workshop a Gaza anni prima.

Foto dalla cartella stampa del Torino Jazz Festival

Le composizioni finali si sono distaccate leggermente da questa linea, portando l’ascoltatore in Europa con un Requiem dedicato al tribunale dell’Aia e infine in Cina.

Il concerto è stato un’esperienza sonora estremamente interessante e ben riuscita. I musicisti hanno dato il meglio di sé, eseguendo soli virtuosistici di grande varietà e mostrando una notevole capacità di adattamento alle diverse tradizioni musicali attraversate. Hanno evidenziato la versatilità degli strumenti che, pur essendo strutturati per seguire le “regole” europee, riservano sorprese sonore inaspettate grazie alla bravura degli strumentisti. La tromba tramite diverse sordine ha prodotto suoni gracchianti e strozzati, il vibrafono suonato con archetti in sostituzione delle bacchette ha creato suoni stridenti e risonanti.

Foto dalla cartella stampa del Torino Jazz Festival

La batteria ha dato sfogo a tantissime possibilità sonore, è stata suonata con bacchette morbide per simulare il suono dei timpani, o usata per produrre rumori naturali come l’effetto dell’acqua che scorre, grazie all’utilizzo delle spazzole.

Il contrabbasso, base ritmica onnipresente, ha tenuto il concerto ancorato al jazz, elemento fondamentale del festival torinese.

Il finale è arrivato a sorpresa: le melodie precedenti sono state rielaborate nel ritornello di “Blowin’ in the Wind”, creando un effetto conclusivo di grande impatto e profondità, richiamando così una riflessione sulle guerre e i conflitti umani.

Foto dalla cartella stampa del Torino Jazz Festival

Il pubblico non si è risparmiato negli applausi, che hanno portato  l’ensemble a dedicarci un fuoriprogramma. Prima di andar via, la band ha fatto cantare al pubblico la melodia sudamericana eseguita in precedenza creando un momento di condivisione e gioia che ha fatto uscire tutti dal teatro con un sorriso sul volto. 

Marta Miron


Sunday Morning Brings the Dawn In: korale in concerto al Teatro Vittoria

Come ogni festival che si rispetti, il Torino Jazz Festival nel programma di questa edizione presenta vari appuntamenti con giovani musicisti del jazz contemporaneo, offrendo così spazio per farsi conoscere alle nuove generazioni. Tra quelli più interessanti c’è l’esibizione del gruppo Korale che domenica mattina 27 aprile al Teatro Vittoria ha dato il via a una lunga giornata di concerti. 

Foto di Ottavia Salvadori

Il gruppo, nato lo scorso anno durante una residenza artistica presso il festival Grey Cat di Follonica, è composto da due talenti del panorama italiano come Michelangelo Scandroglio (contrabbasso) e Francesca Remigi (batteria) e due musicisti sudcoreani Youngwoo Lee (pianoforte) e DoYeon Kim (gayageum e voce). Alla base di tutto c’è l’incontro di diverse sensibilità e tradizioni musicali, che trovano il modo di rinnovarsi e ampliare i propri orizzonti. I brani eseguiti durante il concerto sono stati composti dai diversi membri del gruppo: un insieme sfaccettato di approcci creativi che mescola tecniche e stili esecutivi differenti, ma che coesistono solidamente.

Foto di Ottavia Salvadori

Una peculiarità di questo ensemble è la presenza del gayageum, strumento a corde pizzicate della tradizione coreana che DoYeon suona da seduta al centro della sala, come se fosse il crocevia degli scambi musicali che circolano durante l’esibizione. Ma non solo, anche il canto è l’aspetto portante di vari brani durante i quali DoYeon in piedi dirige i tempi di attacco del gruppo. Di tutt’altro stile invece il pianista Youngwoo che, in posizione defilata, quasi di spalle al pubblico e col volto chinato sul pianoforte, dialoga con gli altri quasi in un inseguimento reciproco di ritmi e suoni che si avvolgono tra di loro. Durante i momenti solisti il pianista segue un’idea frammentaria che però torna sempre, in una sorta di scrittura improvvisata. Chiudiamo il quadro con la batteria e il contrabbasso: Scandroglio è l’ideatore di tutta l’iniziativa che supervisiona e accompagna i brani, con incursioni sottili e raffinate, mentre la batterista, che chiude il concerto con un suo brano, è al centro dei cambi di ritmo e tempo che si sviluppano nelle singole composizioni.

Foto di Ottavia Salvadori

Più in generale il concerto ci restituisce una visione aperta della musica: come forma di scambio e connessione culturale che si può creare attraverso la sperimentazione di percorsi non canonici. Questi quattro giovani musicisti hanno saputo dimostrarlo e ci hanno reso partecipi delle loro ricerche. 

Alessandro Camiolo