Fino a che punto la voce del singolo può resistere al rumore del mondo prima di fondersi con una melodia collettiva? E può espandersi fino ad abbracciare il mondo intero?
Il concerto del 21 maggio all’Auditorium Rai invita a esplorare proprio questa dimensione, aprendosi con il Concerto in la minore per violoncello e orchestra, op. 129 di Robert Schumann. L’occasione segna l’atteso ritorno di Pablo Fernández, uno dei violoncellisti più brillanti della sua generazione, come solista con l’orchestra sinfonica nazionale Rai, compagine con la quale debuttò giovanissimo nel 2017.
Scritto a Düsseldorf nel 1850 in sole due settimane di fervore creativo, il brano custodisce un enigma che le note di sala evidenziano lucidamente: la partitura non lascia ancora trasparire i segni della spaventosa malattia mentale che di lì a poco avrebbe travolto l’autore. Fernández, pur dotato di un’altissima tecnica, offre una lettura profondamente introspettiva. Il suo violoncello rifugge dal virtuosismo fine a sé stesso, nel pieno rispetto delle intenzioni di Schumann, da sempre lontano dai cliché del mero sfoggio ottocentesco.
Nel primo movimento l’esecuzione si trasforma in un intimo monologo interiore, il canto di chi usa la musica come scudo contro il caos esterno, mentre l’orchestra si profila sullo sfondo. Il passaggio al secondo movimento avviene in modo estremamente fluido: qui, nel celebre duetto con il primo violoncello dell’orchestra, la solitudine del singolo si apre finalmente alla dimensione collettiva, per poi sbocciare nell’energia trascinante del finale, un Sehr lebhaft (molto vivace) autentico e vitale.
Credits: SergioBertani/OSNRai
Mentre Schumann si rifugia nei labirinti della propria psiche, Antonín Dvořák risponde alla stessa urgenza espandendo i confini geografici e culturali della tradizione, e invitando a un mondo nuovo. La seconda metà della serata vede infatti l’orchestra sinfonica nazionale della Rai farsi interprete della Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 “Dal Nuovo Mondo”, un capolavoro nato nel 1892 da un capriccio del destino: se gli emissari della mecenate americana Jeannette Thurber, fondatrice del National Conservatory di New York, fossero riusciti a rintracciare in Europa Jean Sibelius – la prima scelta assoluta per la direzione del conservatorio – questa musica forse non sarebbe mai esistita.
Il compositore boemo non ricalca il folklore d’oltreoceano, ma ne cattura l’anima originaria (dai canti dei nativi agli spirituals afroamericani), fondendola con il rigore strutturale ereditato da Brahms in un’architettura ciclica di rara coerenza.
È qui che la direzione di Robert Treviño tocca vette di assoluto magistero. Nome di spicco del panorama internazionale e tra i direttori d’orchestra statunitensi più dinamici di oggi, Treviño guida la compagine Rai con una plasticità straordinaria: ogni sfumatura della partitura di Dvořák sembra materializzarsi visivamente tra le sue mani. Non si tratta solo di scandire il tempo, ma di scolpire il suono nell’aria, rendendo visibile ogni singolo ingresso strumentale.
L’OSN Rai asseconda questo magnetismo con una compattezza esemplare, passando dalle sottili allusioni del primo movimento allo struggente lirismo del Largo – quel canto universale intriso di nostalgia affidato al corno inglese –, fino all’energia rutilante del finale. Una malinconia trionfante che ha travolto l’Auditorium in un lunghissimo applauso.
Forse, l’intera esecuzione è una lettera dal nuovo mondo: la musica rimane l’ultimo rifugio possibile. Solo attraverso la condivisione e la capacità di tessere legami l’esperienza del singolo può trasformarsi in un autentico capolavoro.
Con il settimo appuntamento de “Le domeniche dell’Auditorium”, domenica 17 maggio, l’Auditorium Rai «Arturo Toscanini» di Torino accoglie il concerto dell’Ensemble di corni dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.
La formazione, composta da otto cornisti dell’orchestra, propone un programma di dieci brani capace di attraversare epoche e stili diversi, dal repertorio barocco fino alle celebri colonne sonore del cinema. Questa scelta rende il concerto particolarmente interessante: non è frequente assistere a un’esibizione affidata esclusivamente ai corni, strumenti che nell’immaginario comune vengono associati soprattutto al ruolo orchestrale.
Fin dalle prime note è sorprendente constatare quanto il suono del corno possa essere potente e allo stesso tempo morbido e avvolgente. Senza alcun bisogno di amplificazione, gli otto strumenti riempiono l’intera sala con un timbro caldo e intenso, capace di alternare momenti solenni ad altri più delicati e lirici.
I musicisti aprono con l’Egmont di Beethoven, che introduce subito un’atmosfera intensa. In seguito, tra i primi brani, uno dei musicisti invita il pubblico a cogliere una melodia che richiama il suono dell’organo: un’immagine particolarmente efficace, che aiuta ad apprezzare ancora di più la versatilità del corno.
Foto da OSNRai
Con il procedere del programma, il repertorio si sposta verso sonorità più brillanti, come ne La danza di Rossini. Non si tratta di una scelta casuale: come spiegato durante il concerto, Rossini è stato uno dei compositori che ha saputo maggiormente valorizzare il corno all’interno dell’orchestra, sfruttandone le capacità espressive e il carattere solenne ma allo stesso tempo lirico.
La parte finale del concerto è dedicata alla musica per il cinema. Le note di Robin Hood: principe dei ladri di Kamen evocano atmosfere avventurose, mentre Nuovo Cinema Paradiso di Morricone regala uno dei momenti più emozionanti dell’esibizione. La melodia, resa ancora più intensa dal timbro caldo dei corni, suscita un senso di meraviglia, lasciando nel pubblico un’impressione profonda.
Un concerto originale e coinvolgente, capace di mostrare tutte le potenzialità espressive del corno e di accompagnare gli ascoltatori in un viaggio musicale che, dal Barocco al Cinema, unisce epoche lontane attraverso il linguaggio universale della musica.
Tre giovani musiciste, un repertorio che sfida i pregiudizi e la parola “meritocrazia” usata come passepartout. Il Trio Hèrmes tenta di portare la parità in scena, ma il rischio è quello di restare ospiti d’onore in un salotto che appartiene ancora ai soliti noti.
Nell’appuntamento pomeridiano al Teatro Vittoria, all’interno della rassegna Didomenicacurata dall’Unione Musicale, ritorna il Trio Hèrmes, già ospite nel 2022. Da qualche anno a questa parte, l’ensemble porta repertori cameristici e proposte contemporanee in giro per il mondo: attraverso vari stati europei e, prossimamente, in Cina e Stati Uniti, Ginevra Bassetti (violino), Francesca Giglio (violoncello) e Greta Maria Lobefaro (pianoforte) stanno compiendo un percorso di costante maturazione. Formatesi al Conservatorio di Parma, hanno collezionato premi e riconoscimenti – tra cui spicca l’Ensemble of the Year 2023 assegnato da Le Dimore del Quartetto – fino all’opportunità di partecipare al progetto “Giovani Talenti Musicali Italiani nel Mondo”.
Nelle scelte del programma, oltre a optare sulla “sicurezza” (mai scontata dal punto di vista esecutivo) del Notturno di Franz Schubert, l’ensemble ha portato sul palco un’idea presentata chiaramente nel programma di sala e durante la presentazione della violinista: l’esigenza di riportare sotto i riflettori le opere di compositrici rimaste all’ombra dei colleghi uomini o a lungo inedite. Cuore del concerto il confronto tra il Trio in do minore op. 66 di Felix Mendelssohn e il Trio in re minore op. 11 di Fanny Mendelssohn Hensel. Quest’ultima, rimasta ai margini del mercato musicale per i pregiudizi socio-culturali e l’ottusaggine paterna, studiò con i migliori maestri di Amburgo seguendo i passi del fratello, e portò avanti un’attività compositiva in gran parte mai pubblicata.
Le riconosciute capacità pianistiche dell’autrice e la centralità dello strumento risultano palpabili nell’esecuzione del Trio Hèrmes. Tuttavia, Fanny, tra due giganti che brillano per organicità e coesione, fatica a mantenere alta la soglia d’attenzione, se non per alcuni momenti di brillantezza tematica e sprazzi di eclettismo del pianoforte.
Se l’intento delle esecutrici di ridare vita a queste voci (confermato dal bis di un estratto della compositrice afro-americana Florence Price) è da premiare, la cornice sociologica può lasciar incerti. L’insistenza sul concetto di meritocrazia – ribadito anche nell’intervista di Liana Püschel per l’Unione Musicale – appare problematica: «[…] in quanto ensemble al femminile cerchiamo […] di continuare un percorso di parità, dove al primo posto c’è il merito, e non deve importare se al maschile o al femminile». Questa narrazione, che ignora le questioni al centro delle rivendicazioni femministe dagli anni ’70 a oggi, rischia di apparire ingenua. Pretendere che la questione sia solo meritocratica significa non riconoscere la necessità di ribaltare una struttura fallocentrica che si trascina fino al presente, finendo per promuovere una visione superficiale e deformata.
Il talento in erba del Trio Hermes è fuori discussione, così come l’importanza di riportare in sala pagine come quelle di Fanny Mendelssohn. Resta però il dubbio che, finché gli obiettivi saranno meritocrazia e parità, e non autonomia e autocoscienza, queste compositrici continueranno a essere ospiti d’onore in una casa di cui non possiedono ancora le chiavi. La musica è un ottimo punto di partenza, la riflessione culturale dovrebbe essere un mezzo necessario per valorizzarla.
È ancora viva la musica classica? La risposta arriva forte e chiara il 15 novembre al Teatro Vittoria con Alberto Navarra e Leonardo Pierdomenico.
Il primo, flautista piemontese insignito del titolo di «Alumno más sobresaliente» dalla Regina di Spagna nel 2019 e vincitore nel 2022 del primo premio alla Carl Nielsen International Flute Competition è dal 2025, flauto solista della Philharmonie Luxembourg. Il pianista Leonardo Pierdomenico, a diciotto anni ha vinto il Premio Venezia e ha ottenuto un riconoscimento al Concorso Van Cliburn. Ha debuttato nella stagione cameristica 2022-2023 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma e nella stagione di balletto 2023-2024 del Teatro alla Scala di Milano.
foto di Peter Adamik da cartella stampa
Il duo è ospite del secondo appuntamento di Note Tra Noi: rassegna dell’Unione Musicale che non offre solo un concerto, ma un’esperienza sensoriale che abbatte la quarta parete invitando il pubblico a sedersi sul palcoscenico, accanto ai musicisti. Non si tratta solo di ascoltare, ma di percepire ogni dettaglio dell’esecuzione: dall’intensità di ogni respiro e sguardo, fino alle vibrazioni emesse dagli strumenti.
Il concerto si apre con un arrangiamento per flauto e pianoforte del Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy, simbolo dell’impressionismo musicale ispirato al poema di Stéphane Mallarmé. Il suono del flauto mantiene una qualità eterea e delicata, rendendo l’idea del sogno e della sensualità leggera del fauno: un monologo interiore di una creatura mitologica metà uomo e metà capro. Navarra riesce a trasmetterne la profondità emotiva variando il timbro attraverso dinamiche di grande espressività. Le frasi oscillano, pur mantenendo un’estrema precisione del dettaglio. L’accompagnamento pianistico traduce con sensibilità e vivacità ogni sfumatura di colore.
Il concerto prosegue come un viaggio che parte dal romanticismo tormentato di Schumann, con i Fantasiestücke op.73, e arriva alla modernità neoclassica di Poulenc con la Sonata per flauto e pianoforte in tre movimenti. In Schumann, Navarra dimostra come il flauto sia uno strumento capace di rivelare una bellezza sonora inedita. In Poulenc, ogni tocco sulla tastiera e ogni singola nota del flauto diventano dettagli essenziali e sfumature di grande impatto emotivo. Navarra e Pierdomenico usano il suono non per raccontare una storia reale, ma per disegnare trame sonore sognanti. L’idea tematica principale del primo movimento, dal carattere pensoso e a volte interlocutorio, è contrastata dalla dolcezza del secondo movimento e dallo spirito giocoso del terzo.
foto di Peter Adamik da cartella stampa
Il brano conclusivo è del compositore russo Prokof’ev: la Sonata op. 94, caratterizzata da un gioco di sonorità leggere e trasparenti di evidente ascendenza classica. Un punto di riferimento essenziale nella letteratura per flauto non solo per la sua lunghezza e complessità tecnica, ma perché offre a entrambi gli esecutori l’opportunità di mettere in piena luce sia la propria maestria strumentale sia la propria profondità interpretativa.
Il suono riesce ad abbracciare la platea con calore, portando con sé lo spettatore in un’altra epoca.
Il successo del concerto emerge dalle movenze spontanee di un bambino che, seduto sulle sedie disposte sul palco e rapito dalle luci, si lascia completamente trasportare dalla musica.
Elegantissimi e impeccabili come sempre, i King’s Singers tornano a Torino, chiudendo il loro anno italiano con un concerto per l’Unione Musicale il 16 novembre. L’ensemble vocale britannico, fondato nel 1968, è oggi uno dei gruppi a cappella più celebri al mondo: sei voci maschili capaci di passare dalla polifonia antica agli arrangiamenti pop e jazz con una precisione e una musicalità ormai diventata il loro marchio.
Il programma prevede una sequenza di scene musicali, che vogliono portare l’ascoltatore in diversi luoghi del mondo. Scenes in America Deserta, un’opera contemporanea commissionata dagli stessi artisti al compositore John McCabe, è il fulcro del programma, in quanto rappresenta musicalmente il paesaggio desertico californiano.
La serata, caratterizzata da un clima accogliente, prende forma poco alla volta. La sala del Conservatorio «G. Verdi» è quasi completamente piena. Le luci soffuse creano un’atmosfera intima che accompagna la voce dei sei cantanti, rendendo l’esperienza ancora più immersiva.
Foto da cartella stampa Unione Musicale
Aprono con “La Tricotea”, una canzone vivace della tradizione spagnola, costruita su un ritmo scorrevole e un testo che alterna lingua antica e parole inventate, per poi proseguire con brani in diverse lingue, dall’inglese, al francese, al tedesco. Gli interpreti/cantanti introducono alcuni momenti del programma parlando in italiano, e questa cura nel rivolgersi al pubblico rende tutto più personale.
L’ironia nella costruzione della scaletta contribuisce a creare un clima leggero: il programma comprende sia brani più brillanti come “I Bought Me a Cat”, con la ricreazione di versi animali, sia momenti più seri, come nel caso di “The Parting Glass”, brano di tradizione irlandese dall’armonia più profonda.
L’esperienza dal vivo è sorprendente: le sei voci, perfettamente bilanciate, si fondono in un unico timbro, tipico del loro canto a cappella. Rispetto alle registrazioni, dal vivo il loro suono acquista una tridimensionalità e una presenza che immerge completamente l’ascoltatore. L’acustica della sala esalta ogni dinamica, dai pianissimi più sottili alle armonie piene e avvolgenti, creando un suono “fisico” che circonda il pubblico. La canzone più emozionante? “The Way You Look Tonight”.
Fino all’ultimo brano, chi era in sala non voleva che il concerto finisse: ad ogni loro «questa è l’ultima canzone», seguiva un mormorio dispiaciuto. Alla fine del programma, una lunga standing ovation ha convinto i King’s Singers a tornare sul palco regalando due bis: il primo è stato una versione particolare di “Quando, quando, quando”, delicata ed elegante rispetto alla versione più nota con accompagnamento strumentale; l’altro bis è rimasto una sorpresa per il pubblico.
Il concerto ci lascia l’emozione e la sensazione di viaggiare attraverso luoghi, lingue e atmosfere, sempre con l’eleganza tipica dei King’s Singers.
L’Associazione De Sono è pronta per iniziare un nuovo anno ricco di iniziative. Venerdì 3 ottobre al Palazzo Costa Carrù della Trinità, è stata presentata la stagione 2025/2026, iniziata con le parole del direttore artistico Andrea Malvano: «Parleremo anche di una stagione di concerti, che però in realtà sono solo la punta dell’iceberg di tutta l’attività che dedichiamo ai giovani in tante maniere diverse, valorizzando il talento ma non solo». Infatti, l’Associazione, fondata nel 1988 da Francesca Gentile Camerana, è nata con quattro obiettivi fondamentali: sostenere i giovani musicisti; l’istituzione di masterclasses e la promozione di progetti volti principalmente all’educazione all’ascolto; la pubblicazione delle migliori tesi di laurea o di dottorato discusse in ambito musicologico; una stagione concertistica come vetrina per i musicisti emergenti.
Missione principale della De Sono è sicuramente il sostegno ai giovani musicisti, in particolare con l’attribuzione di borse di studio. Il presidente Benedetto Camerana ha sottolineato il fatto che i due terzi dei borsisti De Sono hanno affermato che senza la borsa di studio non sarebbero riusciti a continuare la propria carriera – un supporto prezioso, dunque, quello che l’Associazione offre.
Da qualche anno ormai la De Sono organizza iniziative finalizzate a sviluppare competenze «complementari», come la gestione del digitale, in particolare deisocial media. Il progetto De Skills è di fatto finalizzato a migliorare le competenze digitali dei giovani musicisti, che si trovano ad avere in mano strumenti potentissimi, utili per l’autopromozione, spesso però senza essere propriamente in grado di gestirli. Il progetto offre quindi dei workshop specifici sull’apprendimento e sull’approfondimento del mondo della comunicazione. Come afferma il direttore didattico Carlo Bertola: «Ogni volta che ci si presenta in pubblico è come subire un esame continuativo, quindi è importante sviluppare strumenti per fronteggiare la tensione», dunque è fondamentale sostenere i musicisti anche sotto l’aspetto dell’emotività. A tal proposito è stato presentato il progetto C# -See Sharp, ideato da Gloria Campanera, per aiutare i giovani musicisti ad elaborare le emozioni. Il nome, non a caso, è un gioco di parole che allude al Do diesis, la nota musicale, e all’inglese “vedere nitido”, dunque vedere in modo più chiaro il complesso groviglio di emozioni che il musicista deve imparare a gestire.
«Siamo costantemente circondati da musica che non attiviamo intenzionalmente con la volontà di ascoltare. Serve creare un ascolto attivo». Così Andrea Malvano ha ricordato un altro fondamentale obiettivo della De Sono: l’educazione all’ascolto. Per questo filone continua la collaborazione con le scuole, attraverso lezioni-concerto dedicate a temi di rilevanza socio-culturale, e con l’Università degli Studi di Torino, grazie al progetto del Coro del D.A.M.S., iniziativa utile per creare competenze di ascolto oltre che di pratica musicale.
Interessante il progetto di digitalizzazione delle partiture manoscritte conservate all’archivio della 𝐒𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐖𝐡𝐢𝐬𝐭 𝐝𝐢 𝐓𝐨𝐫𝐢𝐧𝐨, sostenuto dal PNRR-Next Generation EU per la transizione digitale – è disponibile il link per la consultazione.
Altra importante missione dell’Associazione De Sono è il sostegno ai giovani musicologi, in particolare attraverso la pubblicazione di tesi di laurea, di dottorato o di argomento filologico. Quest’anno è stata selezionata la tesi dottorale di Matteo Quattrocchi intitolata Neronedi Arrigo Boito. I materiali d’autore e la ricostruzione di Arturo Toscanini, che verrà presentata nel mese di dicembre al Conservatorio G. Verdi.
Ed eccoci finalmente alla “punta dell’iceberg” dell’Associazione De Sono di cui si parlava all’inizio: la stagione concertistica. All’interno del cartellone il direttore artistico cerca di proseguire la missione per il sostegno ai giovani musicisti inserendo, per quanto possibile, borsisti ed ex borsisti. L’attenzione è focalizzata sul dialogo con le arti e le varie discipline. Ad esempio, inaugurerà la stagione il concerto-spettacolo «Canzoni popolari e della Resistenza», già presentato nell’ambito della rassegna Note Libere, che unisce alcuni passi del Partigiano Johnny di BeppeFenoglio ai brani del repertorio della Canzone della Resistenza.
A ricordare l’impegno della De Sono nei confronti dei giovani musicisti è sicuramente Classical Swing, concerto costruito intorno a David Alecsandru Irimescu, borsista di quest’anno. Il repertorio è al confine tra musica colta, jazz e pop.
Infine, si festeggeranno due compleanni molto importanti: i cinquant’anni dall’arrivo in Italia del metodo Suzuki e i cento dalla nascita di György Kurtág. «Sono dell’idea che la musica contemporanea debba essere suonata nei posti giusti»: queste le parole del direttore artistico per presentare il centenario di Kurtág. Il ciclo di concerti a lui dedicati, infatti, sarà eseguito al Museo di Arte Contemporanea di Rivoli, luogo in cui già quest’anno durante la quinta giornata di MiTo SettembreMusica musica e arte contemporanea hanno iniziato a dialogare.
Continua, inoltre, la collaborazione con la Fondazione Renzo Giubergia. Quest’anno sono state nuovamente numerose le domande da tutto il mondo. La commissione – composta da Andrea Lucchesini, Alessandro Moccia, Francesco Dillon, Carlo Bertola e Andrea Malvano – ha selezionato quattro finalisti che si confronteranno in una diretta online. Chi vincerà si esibirà il 24 novembre al Conservatorio G. Verdi durante la premiazione.
Al termine, con molto orgoglio, sono stati presentati i vincitori della borsa di studio di quest’anno: Matteo Fabi, violoncellista che gode del sostegno della De Sono per il secondo anno; Alessandro Vaccarino, pianista che andrà a studiare presso l’accademia di Basilea; David Alecsandru Irimescu, pianista esempio di resilienza; e Davide Trolton, che nasce come percussionista ma è già indirizzato verso la direzione d’orchestra, approdo insolito per la sua giovane età. Matteo Fabi, presente alla conferenza stampa, ha contribuito con un piccolo intervento: «Ci tenevo a ringraziare a nome di tutti i borsisti l’Associazione De Sono per il sostegno psicologico ed economico. Avere questa sicurezza di fondo fa sentire meglio e permette di concentrarci sulla crescita musicale. Detto ciò, non sono qui per parlare, ma per suonare». E così è stato: la conferenza si è conclusa sulle note della Suite per violoncello solo in 3 movimenti dello spagnolo Gaspar Cassadò.
Anche quest’anno, insomma, l’Associazione De Sono si riconferma al passo coi tempi, rimanendo sempre fedele al focus sui giovani musicisti e cercando l’attenzione dei giovani ascoltatori.
Lotta. Giustizia. Libertà. Resistenza. Orgoglio. Identità. Protesta. Ribellione. Parole come detonatori; eppure non bastano per evocare l’anima del pensiero e della musica di Julius Eastman. Sono urla, gesti, temi che bruciano, azioni che scuotono: Eastman non ha avuto paura di impugnarle e trasformare in suono, in verità. Parlarne è un atto di resistenza.
Mentre la città si paralizza per una partita della Juve, c’è chi cerca tutt’altro: non il grido per un gol, ma per una rivoluzione fatta di musica, parole, identità. Altrove si corre dietro ad un pallone, alle Officine Caos si corre incontro ad una verità urgente e necessaria, seppur scomoda.
“Without Blood There Is No Cause” è lo spettacolo che MiTo Settembre Musica, il 16 settembre, ha dedicato a Eastman: figura radicale e visionaria che ha trasformato la sua arte in atto politico. Inizia a studiare pianoforte a quattordici anni e prosegue al Curtis Institute of Music di Philadelphia. Lui, nero e gay, con una musica minimalista e sperimentale fatta di suoni che mutano e degenerano (‘musica organica’), si fa strada tra l’élite musicale dell’epoca, bianca e benestante.
Foto di Simone Benso per Colibrì Vision
Fabio Cherstich, regista dello spettacolo, apre la performance recitando con voce profonda un testo che ripercorre la vita di Eastman, svelando alcune scelte drammaturgiche e il significato dei brani. Ad accompagnare il racconto, immagini storiche scattate al compositore e il suono ripetitivo di una tastiera, suonata da Oscar Pizzo.
Il viaggio musicale procede sulle note di Pizzo addentrandosi in “Turtle Dreams”, brano composto da Meredith Monk. È il sogno «lento e fragile» di una tartaruga – Neutron – che si aggira in una Manhattan fantasma. Il gruppo vocale SeiOttavi, che ha interpretato e rielaborato liberamente il pezzo, è accompagnato da un filmato: la tartaruga passeggia in ambienti naturali e sopra mappe del mondo, fino ad arrivare in una città desolata, senza vita. Si ascolta, non serve capire.
Versi stridenti, gutturali, profondi, stranianti evocano un canto recitato più che una melodia tradizionale. Attorno ad una lampadina calata dal soffitto, i performers fissano la luce in uno stato ipnotico, muovendosi in modo meccanico, quasi rituale, occupando lo spazio con una presenza (fisica e sonora) inquieta e totalizzante. Le voci alternate e spezzate sembrano procedere ciascuna per conto proprio, ma in realtà costituiscono un unico organismo sonoro, dissonante e coerente allo stesso tempo; un urlo compatto di resistenza. Il risultato è un paesaggio acustico disturbante e magnetico, dove la voce diventa corpo e il corpo diventa suono.
L’ingresso nel mondo sonoro di Eastman avviene subito con “Evil Nigger”, «un flusso ossessivo e implacabile». Quattro pianoforti, un unico suono: singole note martellate all’infinito, abbellite da leggerissime variazioni. Un ritmo incalzante cattura e ipnotizza. Il tempo sembra dilatarsi, eppure corre. Lo scorrere dei secondi sui monitor posizionati sopra i pianoforti detta la precisione chirurgica dei suoni. La concentrazione dei pianisti si fa palpabile: una sincronia perfetta tra musica e parole è fondamentale. Alcune scritte compaiono e scompaiono sullo schermo tinto di rosso: «noi siamo ovunque e vogliamo una rivoluzione», «lotta», «resistenza», «protesta», «ribellione», «orgoglio».
Foto di Simone Benso per Colibrì Vision
Parole che graffiano, che raccontano la rabbia, la forza e la rivendicazione di chi rifiuta l’invisibilità. Temi urgenti: razzismo, identità di genere, orientamento sessuale e violenza sistemica.
Tra le parole anche numeri. Dati freddi, taglienti come lame: il 30% delle 13.000 persone uccise dalla polizia sono afroamericani; durante la presidenza di Trump, i crimini a sfondo razziale sono aumentati del 17%; nelle contee in cui si sono tenuti i suoi comizi, l’aumento è stato del 226%; in Italia, solo nell’ultimo anno, ci sono stati 1106 crimini d’odio. Numeri che non possono essere taciuti.
Eastman non accetta compromessi: «Voglio essere al massimo. Nero al massimo, musicista al massimo, omosessuale al massimo». L’ossessività della musica si intreccia, così, con un’altra forma di insistenza: quella dell’identità che rifiuta di essere silenziata, quella dei diritti che rivendicano la loro presenza.
La rivendicazione della propria identità compare con forza in “Gay Guerrilla”; la musica non chiede permesso, afferma la ‘presenza’ con determinazione: io sono qui e non me ne vado. Sullo sfondo, immagini di manifestazioni LGBTQ+ con cartelli alzati al cielo. In primo piano, la foto di una lapide anonima («a gay Vietnam veteran») dice: «when I was in the military they gave me a medal for killing two men and discharge for loving one». Immagini potenti non lontane da quelle che vediamo e viviamo oggi: all’orgoglio e alla protesta pacifica si affiancano gli scontri con la polizia.
Foto di Simone Benso per Colibrì Vision
Echeggia in “Stay on it” la dialettica tra passato e presente. Non ci si arrende di fronte all’ingiustizia, si ‘sta sul pezzo’. Cherstich pensa «alla lotta per le libertà: al popolo palestinese, all’Ucraina, al Sudan… e a tutti i popoli che vivono l’orrore, alle persone che subiscono discriminazioni, aggressioni, alla violenza maschile sulle donne». “Stay on it” diventa un invito urgente e necessario: restare svegli, coraggiosi, uniti e trasformare la voce in coro, l’indignazione in musica condivisa. Il balafon e lo djembé di Mustapha Dembélé, griot del Mali, si fondono in un unico respiro con l’Happy Chorus Gospel Choir di Sondrio, il gruppo vocale SeiOttavi e i quattro pianisti. Una danza collettiva prende vita, potente e magnetica, fino e sfociare in un lungo applauso.
Da quell’onda di emozione, si leva un ultimo grido dal pubblico: «Free, free Palestine!». «Senza giustizia non avremo alcuna pace»: è questo l’urlo cantato dalla musica.
Entrare al Teatro Vittoria è sempre un gesto d’amore verso sé stessi: una coccola per il cuore e una carezza per l’udito. Nella sua sala intima e priva di barriere tra palco e platea, il suono riesce ad abbracciare lo spettatore con calore ed energia. Il 13 settembre, nell’ambito di MiTo Settembre Musica, il teatro ha registrato il sold out – almeno sulla carta: qualche poltrona vuota è rimasta, ma questo non ha intaccato la magia della serata.
Protagonista dell’evento l’Eliot Quartett, approdato a Torino per concludere il viaggio musicale attraverso i quindici quartetti di Šostakovič: un percorso iniziato con tre appuntamenti a Milano e proseguito con tre giornate nella nostra città.
L’Eliot Quartett, fondato nel 2014, si è rapidamente affermato come una delle formazioni cameristiche più significative del panorama internazionale. Vanta numerosi riconoscimenti ed è spesso ospite di importanti sale da concerto in Europa. L’esecuzione integrale dei quartetti di Šostakovič è stata un traguardo e un sogno raggiunto nella stagione 2024-2025 con date in Germania, in Austria, in Canada e oggi anche in Italia.
Con la prima data torinese, sabato, il quartetto ha portato sul palco il Quartetto n° 4, il Quartetto n° 13 e il Quartetto n° 9, offrendo al pubblico un percorso musicale denso di contrasti. Troppo spesso entriamo in sala, leggiamo il programma (se ci spinge la curiosità) e usciamo senza mai sentire la voce dei musicisti. Il secondo violino Alexander Sachs, invece, ha scelto di rompere il silenzio e di introdurre i pezzi, sottolineando la profonda diversità che caratterizza i quartetti. Composti da Šostakovič in periodi differenti della sua vita, ciascuno riflette un contesto storico e personale differente. È difficile, infatti, separare le scelte musicali dalle tensioni politiche che lo circondavano.
Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision
A quarantatré anni Šostakovič compose il Quartetto n° 4 in un clima di forte repressione culturale, consapevole che la sua musica sarebbe rimasta inascoltata a causa della censura del regime sovietico. Il compositore sapeva che il nuovo pezzo – che conteneva citazioni dirette della musica popolare ebraica – non avrebbe potuto essere eseguito almeno fino alla morte di Stalin, ma decise di comporlo ugualmente come atto di resistenza ‘silenziosa’ e testimonianza artistica.
Ai quattro musicisti è bastato uno sguardo per dare avvio al primo movimento che, con il suo impasto sonoro che richiama una cornamusa, ha trasportato subito il pubblico in un paesaggio remoto. Era come se l’intreccio di violini e viola, sostenuti dal bordone del violoncello, stesse dichiarando l’intento del concerto: non una semplice esecuzione, ma un’immersione nell’anima di Šostakovič. Un gusto orientaleggiante è affiorato lentamente, insinuandosi tra dissonanze che non hanno generato mai conflitti ma piuttosto tensioni emotive. I violini di Maryana Osipova e Alexander Sachs, pur essendo due voci distinte e contrapposte, hanno dialogato senza farsi la guerra, come due anime che si sfiorano senza mai scontrarsi. Il tono dolce e malinconico ha saputo mescolarsi alla perfezione con note profonde, gravi, a tratti dissonanti. È però nel quarto movimento che il pezzo ha raggiunto il suo apice emotivo: una danza macabra, straziante, i cui motivi ebraici si sono intrecciati a ritmi agitati e vorticosi che hanno animato il suono, rendendolo denso e coeso.
La potenza sonora creata dal quartetto è riuscita a materializzare timbricamente un’intera orchestra: non più dunque quattro strumenti, ma un intero organico. La danza vorticosa improvvisamente ha lasciato il suo posto a pizzicati in pp che sembravano voler insinuare dubbi e domande nell’ascoltatore.
Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision
Mentre il silenzio si faceva sacro e l’arco di Dmitry Hahalin (alla viola) era pronto a dare vita al Quartetto n° 13, una notifica squillante (anzi, due notifiche consecutive) – inequivocabilmente Samsung – ha rovinato il rituale. Hahalin, pronto in posizione per iniziare, ha reagito con un gesto potente che ha mostrato il suo disappunto: ha abbassato la viola staccandola dalla spalla e dal mento, l’ha appoggiata sulle sue gambe, e poi ha atteso fermo, con lo sguardo abbassato, finché la sala non ha ritrovato silenzio e concentrazione. Un giorno, forse, assisteremo ad un concerto in cui nessun telefono squillerà, nessuna notifica ad alto volume interromperà il flusso armonico della musica, e nessun cellulare scivolerà dalle poltrone. Ma evidentemente quel giorno, il 13 settembre, non era ancora arrivato.
Le condizioni di salute di Šostakovič erano tutt’altro che stabili quando compose il tredicesimo quartetto, completato nel 1970 dopo diversi ricoveri. Ogni nota sembra, infatti, portare il peso di una vita vissuta sul filo, tra fragilità interiori e una traiettoria esistenziale troppo ‘rivoluzionaria’ rispetto al contesto storico. Attendere il silenzio non è stato solo un gesto di rispetto nei confronti dei musicisti stessi e della musica del compositore, ma un tributo alla vita di Šostakovič, per non dimenticare la sua storia e le difficoltà che ha incontrato lungo il percorso.
La malattia si sente sin dalle prime note che con leggerezza, ma tragicità, si addentrano con passo felpato in una storia drammatica che vuole, forse, evocare l’imminenza della morte. Il violoncello di Michael Preuß, con le sue note gravi, ha dialogato con quelle acutissime e taglienti dei violini, creando un paesaggio desolato ma vibrante. Sforzati-piano dei violini nel registro acuto, staccati fortissimi omoritmici, continue dissonanze, colpi secchi d’archetto sul legno degli strumenti – che, come frustate sonore, hanno risvegliato lo spettatore – e il nervosismo crescente hanno saputo rendere palpabile la sofferenza, il dolore e la malattia. L’atonalità ha dominato la scena, ma senza soffocare la melodia, che è rimasta centrale.
Nonostante la potenza e la capacità del quartetto di ipnotizzare il pubblico – soprattutto i più giovani, sempre troppo pochi nelle sale –, qualche testa brizzolata e qualche palpebra hanno ceduto alla forza di gravità. Per un pubblico poco avvezzo a suoni ‘rivoluzionari’ e alle tensioni imprevedibili che questi generano, anche solo ascoltare il Quartetto di Šostakovič può diventare una sfida contro sé stessi. Il magnetismo dell’Eliot Quartett ha però incantato tutti coloro che hanno avuto il coraggio di lasciarsi attraversare da questa rivoluzione sonora.
Il tormento di quest’ultimo pezzo ha lasciato poi spazio alla spensieratezza del Quartetto n° 9, che cita apertamente l’overture del Guillaume Tell di Rossini. Un galoppo senza fine verso la libertà, che sembra essere non solo musicale ma anche emotiva. Dopo aver attraversato l’oscurità, l’Eliot Quartett ci ha invitato a correre insieme, verso un futuro – forse – migliore.
Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision
Il quartetto ha saputo restituire la complessità di queste pagine con un equilibrio perfetto fra melodie dubbiose e malinconiche, poi nervose, e infine allegre e libertine. Il dialogo tra strumenti non è stato soltanto udito ma è stato anche visibile: le espressioni dei volti dei quattro musicisti hanno fatto trasparire una profonda immedesimazione, come se ogni nota fosse vissuta ancor prima di essere suonata. Occhi chiusi, sopracciglia tese e respiri profondi: tutti i loro gesti hanno parlato, trasformando il dialogo musicale in narrazione visiva.
L’Eliot Quartett ha dato voce a Šostakovič, trasformando ogni nota in testimonianza e ogni gesto in racconto.
All’interno della sua programmazione, MiTo Settembre Musica ha creato dei percorsi tematici per agevolare il proprio pubblico. Il concerto di domenica 7 settembre al Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli è rientrato nel percorso «Ascoltare con gli occhi», dedicato alla multisensorialità e alle esperienze che vanno oltre al concerto classico. Questo titolo sembra un errore, una cosa quasi impossibile da realizzare, poiché ovviamente si ascolta con le orecchie e si osserva con gli occhi. Alberto Navarra, però, con il suono del suo flauto traverso, ha fatto capire agli spettatori quanto l’udito e la vista siano due sensi complementari e come la musica e l’arte contemporanea possano creare un dialogo tra loro e con il pubblico.
Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision
Il flautista piemontese, nonostante la giovane età, può già vantare numerosi riconoscimenti, tra cui il titolo di «Alumno más sobresaliente», conferitogli dalla Regina di Spagna nel 2019 a Madrid, e il primo posto alla Carl Nielsen International Flute Competition del 2022. Da questo stesso anno si è unito ai Berliner Philharmoniker come membro della Karajan-Akademie, grazie alla quale si sta perfezionando sotto la supervisione di Emmanuel Pahud e Sébastian Jacot.
Il programma scelto ha cercato di seguire con coerenza le sale dell’esposizione permanente del Castello di Rivoli, come fosse una vera e propria visita guidata. Infatti, il concerto è iniziato dall’androne della galleria con Syrinx, brano per flauto solo composto nel 1913 da ClaudeDebussy. Un inizio inaspettato: il pubblico, abituato alla tradizionale sala da concerto, probabilmente non si immaginava di ascoltare la composizione in parte seduto, in parte in piedi sulle scale. Poi finalmente l’interazione vera e propria: aiutato anche dalla disposizione della sala dedicata a Piero Gilardi, il pubblico si è ritrovato circondato dalle installazioni ad ascoltare la Sonata appassionata op. 140 di SigfridKarg-Elert. Il brano solistico, in un unico movimento, è molto breve e indaga le potenzialità espressive e tecniche del flauto. Si alternano momenti in pp e in mf, dando sfogo a virtuosismi e momenti più intimi dell’interprete. Nella sala seguente, dedicata a Panels and Tower with Colours and Scribbles di Sol Lewitt, è continuata l’esplorazione delle potenzialità dello strumento. Qui il flautista ha eseguito Sequenza per flauto solo di LucianoBerio, composizione che spinge il flauto oltre i limiti convenzionali e tradizionali, trasformandolo, in alcuni momenti, da strumento a fiato in strumento a percussione. Continuando il percorso ci si è ritrovati nella sala de L’architettura dello specchio di Michelangelo Pistoletto, per il momento probabilmente più interessante del concerto. Alberto Navarra, infatti, ha eseguito Soliloquy op. 44 di Lowell Liebermann suonando davanti all’installazione, composta da quattro enormi specchi, dando, così, le spalle al proprio pubblico. Questo per rimanere coerente con il significato dell’opera di Pistoletto: il flautista è diventato esso stesso arte, creando quasi un quadro di sé stesso attraverso il riflesso dello specchio. Durante l’esecuzione ha cercato spesso l’attenzione del pubblico, osservandolo da un punto di vista particolare. Proseguendo, musica e arte sono diventate un tutt’uno, grazie anche all’installazione HellYeahWeFuckDie di Hito Steyerl. Navarra, in questa sala, si è ritrovato circondato dalle persone e dalle note di Density 21.5 di EdgardVarèse. Infatti, le scritte tridimensionali che sono parte dell’installazione e occupano l’intera sala hanno fatto da sedute per gli spettatori, rendendo difficile per il musicista riservarsi uno spazio distante dal pubblico. Il titolo del brano allude alla densità fisica del platino, materiale di cui può essere fatto il flauto traverso, e alla consistenza del suono che esso può generare. Infatti, nonostante la sua brevità, Density 21.5 è ricco di cambi di registro ed esplora l’intera estensione dello strumento, alternando note molto acute a note molto gravi. In ultimo, il momento più spiazzante: la Partita in la minore per flauto solo BWV 1013 di JohannSebastianBach eseguita sotto l’installazione Novecento di Maurizio Cattelan. Chissà se il compositore barocco avrebbe apprezzato questa esecuzione – considerando la sua indole sperimentatrice, è possibile –, ma di sicuro il pubblico è rimasto colpito e inaspettatamente affascinato. Non sono mancati lunghi applausi e commenti molto positivi da parte degli spettatori.
Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision
Il pubblico si è ritrovato, insomma, catapultato in una modalità insolita, un concerto itinerante tra le sale di una galleria d’arte contemporanea, dove Alberto Navarra era al tempo stesso musicista e cicerone. I tempi erano quelli di una classica visita al museo, dove le opere venivano spiegate non più a parole ma attraverso la musica. Nonostante non fossero abituati a questa modalità, i partecipanti non si sono fermati davanti ad alcun pregiudizio, anzi erano incuriositi e molto attenti. Il rispetto per la musica e per l’arte hanno fatto da padrone, i visitatori si invitavano al silenzio a vicenda pur di ricreare ad ogni cambio di sala la giusta atmosfera. Forse avremmo bisogno di più «guide turistiche» di questo genere.
L’esperimento creato grazie alla collaborazione dell’associazione De Sono e di MiTo Settembre Musica è stato sicuramente un successo. La speranza, uscendo da questo concerto, è che non rimanga solamente un momento di sperimentazione fine a sé stesso, ma che si continui a far entrare le arti sempre più in dialogo tra di loro, creando sempre più occasioni di incontro ed eliminando il più possibile le distanze.
Prosegue con slancio la programmazione di Mito Settembre Musica nell’ambito del progetto Mitjia e gli altri, dedicato all’universo musicale di Šostakovič. Dopo il sold out al Teatro alla Scala il 4 settembre, il giorno seguente il pianista Seong-Jin Cho e la London Symphony Orchestra, diretta da Sir Antonio Pappano, sono saliti sul palco del Lingotto, accolti da un pubblico trepidante di attesa e meraviglia.
Il programma ha tracciato un arco musicale ricco di contrasti: dall’eleganza della “Overture” tratta da Semiramide di Rossini, alla poesia romantica del Concerto n° 2 di Chopin. Protagonista della seconda parte del concerto è stata la Sinfonia n° 9 di Šostakovič, anticonvenzionale e specchio di una rivoluzione novecentesca; infine, un inno impetuoso e giovanile in forma di poema sinfonico: Juventus di Victor de Sabata.
Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision
Appena varcata la soglia della sala, la presenza imponente dei violini, disposti simmetricamente ai lati del direttore d’orchestra, ha stupito il pubblico. Un impatto visivo potente che si è presto trasformato in un’esperienza sonora coinvolgente.
Si potrebbe dire che il crescendo sia stato il filo conduttore di tutto il concerto, non solo nella “Overture” di Rossini, ma come principio che ha attraversato ogni brano. La London Symphony Orchestra, diretta dall’espressività di Pappano, ha creato uno slancio orchestrale raro: ogni composizione ha rivelato al suo interno una progressiva espansione sonora. Ma ciò che ha colpito è stata la trasformazione complessiva dell’orchestra lungo l’intero concerto: dall’attacco brillante del primo brano sino all’impeto finale di Juventus, l’orchestra ha mostrato una crescita di potenza e compattezza sonora, come se ogni pezzo avesse alimentato il successivo in un progressivo accumulo di energia. La forza espressiva dell’orchestra ha pian piano raggiunto il suo apice, avvolgendo interamente il pubblico.
La “Overture” è iniziata con un crescendo rapido, presto culminato in tre accordi in ff che hanno concluso con energia la prima sezione. Con una melodia sognante, solenne, i corni hanno dato voce alla cantabilità dell’Andantino, esaltando la padronanza dell’orchestra anche per le sezioni melodiche. Come un piccolo concentrato dei temi principali della Semiramide, la “Overture” ha dipinto un quadro vivido, drammatico ma energico e gioioso. Dalla direzione di Pappano è trasparito con forza il suo profondo legame con l’opera italiana, un amore che si traduce in una lettura capace di travolgere con energia e allo stesso tempo di commuovere l’ascoltatore.
È poi arrivato il momento del giovane pianista Seong-Jin Cho: classe 1994, nel 2015 ha vinto il Concorso Internazionale Chopin di Varsavia e ha poi collaborato con diverse orchestre in tutto il mondo consolidando la propria fama internazionale.
Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision
I Concerti chopiniani sono stati, in passato, oggetto di critiche da parte di musicisti e studiosi che hanno evidenziato una certa trascuratezza nell’orchestrazione. L’orchestra, infatti, assume prevalentemente il ruolo di sostegno, fungendo da cornice sonora al protagonista: il pianoforte.
La tecnica impeccabile e il controllo assoluto di Seong-Jin Cho hanno rivelato, tra le pieghe della perfezione formale, una sottile assenza: quella della vibrazione emotiva capace di raggiungere le corde più profonde dell’ascoltatore. Nonostante questo, Cho si è mosso con naturalezza sulla tastiera, generando un vortice infinito di note, come un fiume impetuoso che scorre senza tregua. Orchestra e pianoforte sono diventati l’uno l’estensione dell’altro: dove l’orchestra non riusciva ad arrivare, giungeva il pianoforte; dove il pianoforte si fermava, l’orchestra prendeva il testimone e proseguiva il discorso musicale. Erano due organismi complementari che non potevano fare a meno l’uno dell’altro. E così, ciò che un tempo veniva considerato un limite dell’orchestrazione chopiniana si è trasformato in una risorsa che ha creato equilibri. Da semplice sfondo sonoro, la London Symphony Orchestra è diventata voce attiva nel dialogo ora dolce e malinconico, ora frenetico ed energico.
Il concerto è poi proseguito con la Sinfonia n° 9 di Šostakovič. Quando la compose, Šostakovič sovvertì le aspettative del regime sovietico che si prefigurava un’opera celebrativa e patriottica a completamento della “Trilogia bellica” (inaugurata con la Settima sinfonia e proseguita con l’Ottava). Il compositore, tuttavia,compose una sinfonia che di monumentale ha ben poco, se non nella finezza della scrittura. Costruita su un umorismo sarcastico, la Sinfonia sembra deridere il conformismo borghese, e forse lo stesso regime.
Il carattere ironico e leggero è stato ben espresso nel primo dei cinque movimenti (Allegro): l’ottavino, che si è ritagliato uno spazio ampio e sembrava commentare con sarcasmo la scena, ha suonato una melodia vivace, brillante e quasi caricaturale, basata su note brevi e sincopate che ricordavano la musica da circo. A questo intervento sono seguiti colpi secchi del rullante, quasi militareschi, e due note del trombone nel registro grave. La melodia nel corso del primo movimento è stata ripresa e trasformata dall’orchestra: il tema è passato in un registro più grave e l’atmosfera è cambiata, diventando cupa e a tratti tragica. La London Symphony Orchestra è riuscita ad esprimere al meglio questi cambi repentini di umore e toni, controllando timbri e dinamiche alla perfezione e permettendo agli interventi solistici (dei fiati) di emergere in tutta la loro potenza espressiva.
Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision
Il secondo movimento, dal tono più lirico e meditativo, ha sorpreso lo spettatore con un’improvvisa immersione in una melodia delicata, malinconica e introspettiva. Il clarinetto solo ha aperto il movimento con un canto sospeso, trasformato poi dal flauto traverso in una melodia dal carattere misterioso e interrogativo. Gli archi, con frasi brevi e ascendenti, hanno amplificato questa tensione, come alla ricerca di qualcosa di irraggiungibile. La carica energica, frenetica e brillante è tornata ben presto nel terzo e nel quinto movimento. Solo il Largo (quarto movimento) ha introdotto una pausa di riflessione che sembrava evocare le ferite della guerra. Il carattere drammatico, funebre, si è trasformato poi in un Allegretto vivace che con un crescendo giocoso ha chiuso la sinfonia.
A concludere il concerto è stato Juventus, un poema sinfonico che intreccia la brillantezza della “gioventù” con temi romantici e pensosi. L’energia non è mai venuta meno: la potenza sonora dell’orchestra ha travolto con forza il pubblico. Come inatteso omaggio, il pubblico torinese ha ricevuto infine un «piccolissimo regalo» da Sir Antonio Pappano e dalla London Symphony Orchestra: la “Prima danza ungherese” di Brahms, eseguita con leggerezza ed entusiasmo.
A differenza del concerto inaugurale del Festival, Pappano ha deciso di offrire al pubblico un’esperienza senza silenzi contemplativi, ma ricca di vibrazioni. La musica ha parlato senza interruzioni e con intensità.
Ottavia Salvadori
La webzine musicale del DAMS di Torino
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