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È il Tempo di Laila Al Habash

12 marzo 2026, serata carica di aspettative per il debutto di Laila Al Habash sul palco dell’Hiroshima Mon Amour. Il sorriso radioso e l’emozione palpabile, attraversati da una lieve tensione, rendono l’artista immediatamente autentica.

«Qui tutti mi chiedono solo: “Che lavoro fai?” / Io cerco qualcosa di buono, che tesoro hai? / Qui tutti mi chiedono solo: “Che progetti hai?” / Parlano tutti al futuro e nessuno è mai qui».

Laila apre le danze con “Che lavoro fai?” mettendo subito a fuoco una delle ossessioni più radicate della contemporaneità: ridurre l’individuo a ciò che fa, a ciò che diventerà, alla sua funzione produttiva. Eppure, mentre il brano racconta un futuro che corre svuotato, sotto al palco succede l’opposto: per una volta siamo lì, presenti, a condividere qualcosa che esiste solo in quel momento. 

Nel repertorio della serata convivono il nuovo album Tempo e il precedente Mystic Motel ma trova spazio anche un ritorno al passato, “Bluetooth (2019), che Laila introduce quasi con imbarazzo, dicendo che non è più il suo linguaggio ma è frutto di un’età più giovane che non rinnega. Proprio per questo funziona: permette di cogliere il percorso artistico e i cambiamenti che il tempo inevitabilmente porta con sé.

Ad accompagnare la cantautrice, una band essenziale — batteria, tastiera, basso elettrico, synth e drum pad — che la sostiene e lavora in perfetta sintonia. In alcuni brani Laila, oltre a cantare impeccabilmente, imbraccia e suona anche la sua chitarra elettrica.
Il mondo sonoro spazia in numerose dimensioni, tra indie-pop, R&B, urban rap, electro-pop con forte groove e frammenti di modalità maqāmiche che richiamano le sue origini palestinesi e aggiungono ulteriore profondità alle linee melodiche.

Foto di Elisabetta Canavero

La performance propone momenti introspettivi condivisi e altri più leggeri e trascinanti, capaci di coinvolgere il pubblico e farlo ballare. Ogni brano ha una specifica atmosfera, mistica e onirica. Laila canta intimamente immersa tra nebbia e gioco di luci o balla e si accende sul palco. La cintura da danza del ventre diventa un dettaglio visivo che rafforza un’estetica stratificata, sensoriale, identitaria e colorata.
In alcuni momenti qualche mossa può risultare leggermente costruita o troppo studiata, ma non intacca il fascino. Quello che conta davvero è ciò Laila comunica: scrive e canta di sé stessa, con testi delicati ma mai evanescenti. Sul palco, l’emozione diventa autenticità, rendendo ogni parola credibile e coerente.

Tempo, non a caso, è il nome dell’album e del tour. Se in “Brodo” (2021) Laila si chiedeva «sono in ritardo forse o non sono mai arrivata», con Tempo e “C’è tempo” sembra aver cambiato prospettiva: le domande trovano una consapevolezza più calma e centrata. Il tempo non è più qualcosa da inseguire, ma qualcosa da abitare. 

Ed è proprio questa la sensazione che restituisce il live all’Hiroshima Mon Amour: non un punto d’arrivo, ma un momento pieno, vissuto fino in fondo. Un tempo presente e prezioso.

Linda Signoretto

Sicilia Bedda a Torino: sold out per Delia

Il 20 febbraio è la quarta data del tour “Sicilia Bedda” di Delia Buglisi, promettente astro nascente della nuova ‘scuola siciliana’ di cantautori e interpreti.

Il concerto, al Teatro Colosseo, si apre con il palco in penombra, illuminato da fari rossi, mentre si ode la celebre frase di Falcone «la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano […] ha un inizio e avrà una fine». La citazione introduce il medley tra “Minchia Signor Tenente” e “Brucia la Terra”, nel quale la voce dell’artista raggiunge picchi virtuosi evidenziati da un potente graffiato. Il brano fa parte del repertorio portato a X Factor, del quale si coglie l’influenza nello stile del corpo di ballo, formato da 4 performer, e nel mantenimento delle basi strumentali. Ma la cifra originale e personale di Delia sta già prendendo le distanze dalle quadrature e gli imbellettamenti del talent.

Le parti strumentali sono eseguite da violoncello, chitarra, tastiera e una corista-percussionista, oltre che dal pianoforte suonato da Delia stessa, con scioltezza e competenza acquisite nei lunghi anni di studio al conservatorio di Catania. Nelle basi si incontrano una componente elettronica spiccatamente moderna e i suoni della tradizione, come tamburelli e una chitarra che, a tratti, imita le sonorità del mandolino.

foto di Vincenzo Nicolello

Tra un brano e l’altro Delia si perde volentieri in chiacchiere con un pubblico interattivo, a maggioranza meridionale, come si evince dalle cadenze dei commenti variegati, da «sei bravissima!» a «ora basta parlare: canta!». Delia, che cantando detiene il dominio assoluto del palco, si pone al suo pubblico in maniera ironica, umile e sempre cortese.

E nel frattempo si racconta, spiegando quali artisti le sono stati di maggiore ispirazione e omaggiandoli con cover potenti ma rispettose della grandezza degli interpreti originali. Franco Battiato, con “La Cura”, in cui Delia passa dal gridare la passione che sopravvive al tempo a sussurrarla con dei vibrati bassi, di superba delicatezza. O ancora “Stranizza d’Amuri”, introdotta con la citazione del ritornello «cu tuttu ca fora c’è a guerra, mi sentu stranizza d’amuri» (nonostante fuori ci sia la guerra, sento la stranezza dell’amore), a sottolineare l’importanza di tenere sempre vivo l’amore, in tutte le sue forme, in un’attualità tanto violenta.

Delia riprende artisti che prima di lei hanno usato i rispettivi dialetti per cantare le proprie storie, dal genovese dei cori di “Dolcenera” di De Andrè al siciliano di “Lu pisce spada” di Modugno. Infine, la cantante si esibisce in una serie di omaggi alla cuntastorie per eccellenza, Rosa Balistreri. “Cu ti lu Dissi” è introdotta dal ritornello cantato a cappella e non microfonato, che raggiunge anche le ultime file del teatro Colosseo grazie alla potenza vocale di Delia.

foto di Vincenzo Nicolello

Ma il brano che conduce il pubblico all’apice dell’emotività è “I Pirati a Palermu”, che la cantante interpreta con visibile trasporto emotivo e virtuosismi vocali che le permettono morbidi passaggi tra falsetti, voce piena e graffiati da brividi. L’esibizione inizialmente genera uno sbigottito silenzio collettivo carico di emozioni, seguito da una lunghissima standing ovation riempita da applausi scroscianti, mentre Delia si commuove in silenzio.

Il concerto si conclude con il brano originale “Sicilia Bedda”, elogio alla terra d’origine della cantante, e l’inedito non ancora pubblicato “Zitta e Muta”, potente inno di emancipazione femminile. Tra le note del brano di chiusura, Delia presenta i musicisti e saluta calorosamente il suo pubblico.

La folla si dirige verso l’uscita, chi ammutolito con gli occhi ancora lucidi e chi intento a tessere lodi ammirate dell’artista. In strada, qualcuno continua a canticchiare entusiasta i brani sentiti al concerto, prova tangibile di come la capacità espressiva di un singolo individuo possa far breccia e lasciar traccia di sé in centinaia di animi.

Stella Platania

Il Lunedì di Tutti Fenomeni: tra maturità cinismo e nostalgia

«Chissà cosa penserebbe Freud della sessualità consumistica dell’età contemporanea […] della sessuologa di Tiktok, dei calciatori coi capelli rosa, delle cene wannabe Carmelo Bene, non penserebbe male perché l’unica cosa che conta veramente è la felicità del cane».
(“La felicità del cane”) 

Queste parole disilluse e dissacranti esprimono bene l’ingresso di Tutti Fenomeni nella scena indie-pop con il suo nuovo album Lunedì, uscito il 23 gennaio scorso.

Il cantautore romano classe ’96 definisce questo disco come quello della sua maturità: sulla soglia dei trent’anni si allontana dalle sonorità più elettroniche dei suoi album precedenti Merce Funebre (2020) e Privilegio Raro (2022) per avvicinarsi all’indie pop cantautorale.

Testimonianza di questo cambiamento si trova nella produzione (non più di Niccolò Contessa ma di Giorgio Poi) che tra tappeti armonici, synth e sassofoni, spinge Tutti Fenomeni a mettersi alla prova nel canto. Non che nei lavori precedenti mancassero linee melodiche, ma adesso queste appaiono più curate e adatte ad un pubblico ampio. In un’intervista a Billboard, ha confidato che il punto di partenza del progetto non siano stati i testi (come avveniva in precedenza) ma la musica: la componente melodico-armonica è quindi più forte rispetto al passato. Il risultato è che Lunedì ammicca tanto al pop con i ritornelli accattivanti di “Col tuo nome” o di “Mao”, quanto al cantautorato con citazioni da Battiato, De Gregori e De André e testi evocativi come “Formentera”.

Anche dal punto di vista tematico ci sono novità. Quel Tutti Fenomeni, dei primi lavori, ironico e cinico, sacro e profano, capace di scrivere aforismi lapidari lo si ritrova anche in Lunedì. Ma ora non gioca più  a fare il “rapper” colto che critica la società, sfrutta invece il medium musicale per una riflessione dissacrante e personale su una questione precisa: la sessualità e i sentimenti hanno ancora uno spazio privato e intimo nella società consumistica di oggi? 

Una risposta cinica e ironica emerge ne “La ragazza di Vittorio” in cui il protagonista chiede all’intelligenza artificiale di trovargli una ragazza «perché lui ci crede ancora che l’amore esiste». Oppure nella spoken track “La felicità del cane” in cui un bambino senza peli sulla lingua smaschera tutte le ipocrisie del consumismo, chiedendosi cosa ne penserebbero Freud e la maestra Claudia.

Esiste però anche un lato più malinconico ed esistenziale: «Amarsi così tanti anni e poi sparire senza neanche dirsi ciao» (“Formentera”), «In questo semplice e banale universo newtoniano ancora non capisco perché ti amo» (“Love is not enough”).

È così che Tutti Fenomeni affronta il Lunedì dei trent’anni: lucido, amareggiato e malinconico perché l’amore che tanto sognava non c’è più. Lo ha perso lui e lo ha perso la società. Ma è proprio in questo triste risveglio che bisogna riconoscersi vivi, resistere e ripartire «perché da qualche parte tra il Big Bang e l’apocalisse c’è il nostro amore e io lo troverò».

Michele Bisio

Ex-Otago al Cap10100: un tuffo nostalgico nel cuore di “Marassi”

Mercoledì 14 gennaio, il Cap10100 di Torino ha ospitato la seconda tappa del tour, rigorosamente sold out, degli Ex-Otago, band genovese che ha scelto di celebrare i dieci anni di Marassi tornando là dove tutto è iniziato: nei piccoli club, tra il sudore, i cori e l’energia del pubblico.

Il disco Marassi, uscito nel 2016, è un manifesto generazionale e territoriale: racconta Genova, il quartiere da cui la band proviene, e lo fa con una sincerità fatta di immagini quotidiane, malinconia e voglia di riscatto. Tornare a suonarlo dal vivo, in un contesto intimo e raccolto, è sembrata una scelta naturale. Una festa collettiva, più che un concerto, dove si è cantato, saltato e ballato. Un’occasione imperdibile per chi, dieci anni fa, era troppo giovane per vivere appieno l’epoca d’oro dell’indie italiano.

Sul palco, gli Ex-Otago hanno portato con sé una carica emotiva che ha reso l’atmosfera intensa. La nostalgia è stata il filo conduttore della serata: quella dolceamara di chi ha superato i quarant’anni e si guarda indietro con affetto e un pizzico di malinconia. 

Il concerto ha avuto un andamento particolare: per buona parte dello show, l’attenzione è sembrata catalizzata dal frontman Maurizio Carucci, la cui presenza scenica, ormai consolidata anche grazie alla sua carriera solista, ha dominato il palco. Solo nel finale si è percepita una maggiore coesione tra i membri, un ritorno a quell’identità collettiva che ha sempre contraddistinto la band.

Nonostante i percorsi individuali intrapresi dai musicisti, la loro intesa resta palpabile, segno di un’amicizia forte che resiste nel tempo. Il live, però, parlava soprattutto ai fan di lunga data: chi non conosceva il gruppo avrebbe probabilmente faticato a cogliere il senso profondo della serata. Per tutti gli altri, invece, è stata una liberazione: un’occasione per urlare a squarciagola testi che hanno segnato una stagione della loro vita.

L’energia, va detto, è arrivata più dalla platea che dal palco. Ma forse era proprio questo il senso: un passaggio di testimone, un abbraccio tra chi ha vissuto quegli anni e chi li scopre ora. E quando, in apertura, è risuonato il ritornello provocatorio di “I giovani d’oggi” , è stato chiaro che, dieci anni dopo, Marassi ha ancora qualcosa da dire.

Non sono mancate nella scaletta le canzoni più celebri degl Ex-Otago tratte da altri album, come “Questa notte” e “Con te”, che hanno fatto esplodere il pubblico in un coro unanime. Ma c’è stato spazio anche per le gemme più nascoste, “Costa Rica”, ad esempio, è stata, musicalmente, una vera chicca, perché unisce una produzione essenziale ma incisiva a un flow rilassato e sincero, che restituisce tutta l’autenticità degli esordi. Le sonorità calde e minimali, con beat ovattati e linee melodiche leggere, hanno creato un’atmosfera intima, quasi confidenziale, che si distingue nettamente dai brani più recenti e patinati. È stata accolta con entusiasmo da chi c’era dal giorno zero e ha potuto rivivere emozioni che sembravano ormai lontane.

In definitiva, il concerto al Cap10100 è stato molto più di un semplice tributo a Marassi: è stato un ritorno a casa, anche per chi una casa, a Genova, non l’ha mai avuta. Un viaggio tra le vie del quartiere, tra i ricordi di chi quegli anni li ha vissuti e le emozioni di chi li ha scoperti solo ora. Gli Ex-Otago ci hanno ricordato che, anche con qualche sbavatura e un’energia più trattenuta, certe canzoni restano.

E quando le luci si sono spente, nessuno aveva davvero voglia di tornare a casa. Perché, in fondo, « ci vuole molto coraggio a dirsi che è finita», anche solo per una sera. Una sera in cui il tempo si è fermato, e Genova è sembrata un po’ più vicina, anche a Torino.

Sofia De March 

Il Mago del Gelato a Hiroshima Mon Amour: un live da asfissia

Il concerto de Il Mago del Gelato all’Hiroshima Mon Amour, avuto luogo venerdì 21 novembre, è stato travolgente. Ci sono voluti giorni per rielaborare le sensazioni e riuscire a scriverne. Un’ora e mezza senza fiato, in cui il quartetto ha dato vita a sonorità per il corpo e per la mente: muovendo il primo e alleggerendo la seconda. Il gruppo nato, nel cuore multietnico di Via Padova, a Milano, porta avanti un’idea di funk mediterraneo che mescola radici popolari, curiosità urbana e un gusto melodico che profuma d’estate, possibilmente lontano dalla calura meneghina.

Foto di @Rullino_Urbano

Dal vivo i quattro ampliano la formazione, aggiungendo fiati e percussioni per ricreare e potenziare i colori dei brani prodotti in studio. Il risultato è un flusso continuo di gioia euforica, tra groove danzanti, ritmi afro-latini e riff melodici memorabili. I confini si dissolvono. Non c’è più distinzione tra palco e platea e l’estasi musicale si propaga inondando il pubblico. Quella stessa estasi che si prova durante un tuffo al mare in piena notte, alla fine di una giornata calda e passata troppo in fretta, che sa di allegra malinconia. Di risate, leggerezza e nostalgia. Che scuote i pensieri mentre i suoni attraversano ogni centimetro del corpo.

Sul palco i musicisti non si fermano mai: si guardano, sorridono – sudano un sacco – e si lanciano l’uno contro l’altro sfide a base di cambi di ritmo, mostrando una spiccata sintonia forgiata in breve tempo: a due anni dal primo singolo “Zenzero” (2023) non sono ormai più una fresca promessa, ma una conferma nitida del nuovo panorama funk italiano.

Foto di @Rullino_Urbano

Il gruppo ha saputo costruire uno stile riconoscibile, composto da un mix di influenze del passato: dalle scintillanti tastiere anni ‘80 alle percussioni e ai ritmi afrobeat, fino ad arrivare all’uso del vocoder come elemento cardine nei brani cantati. Senza dimenticare il debito verso le sonorità più eclettiche di Piero Piccioni, di cui, tra l’altro, propongono una reinterpretazione del brano “Scacco alla torre”, pubblicato poche settimane fa all’interno del progetto discografico Cinevox ReFramed.

Il Mago del Gelato si afferma come una realtà capace di coinvolgere e trascinare chiunque gli si trovi davanti in un’esperienza collettiva, fisica ed emotiva. E una volta usciti, ripreso fiato, si sorride, stanchi, ma consapevoli di aver partecipato a un sinergico scambio di energia positiva, che ci ricorda quanto i live ci facciano bene. Perché quell’ora e mezza di musica, per quanto passeggera, sa restituirci una gioia che va ben oltre l’ultima nota.

Marco Usmigli

Maria Antonietta e Colombre dal vivo con Luna di Miele

Sulle note di “Blue Velvet” di Bobby Vinton, una mezzaluna luminosa domina il palco dell’Hiroshima Mon Amour il 20 novembre. Resterà accesa per l’intero concerto, a richiamare Luna di Miele, l’album scritto a quattro mani da Maria Antonietta e Colombre. Poi entrano loro: stelle indipendenti che, in questo progetto e nella vita, si illuminano a vicenda.                                              
I due artisti hanno alle spalle anni di lavoro individuale, con dischi che li hanno affermati come voci distinte e riconoscibili del cantautorato italiano contemporaneo. Un cammino parallelo che oggi converge in Luna di Miele, i cui brani provengono da anni di vita condivisa, materiale rimasto a lungo in silenzio e poi riesumato da un vecchio hard disk.

L’album porta un barlume di leggerezza in tempi bui. I testi hanno una forza cinematografica, raccontano gesti minimi, frammenti di quotidianità e immagini nitide che diventano dialogo continuo tra due penne dalla personalità inconfondibile. Con equilibrio tra dolcezza e ironia, la lirica di Maria Antonietta e Colombre evita il sentimentalismo: celebra l’amore lasciando emergere crepe e ombre, quelle imperfezioni che rendono reale ogni relazione e permettono alla luce di entrare.

I due artisti intrecciano con simpatia storie e canzoni, raccontando e raccontandosi, mentre una band affiatata — basso/violino, batteria e tastiera/chitarra — li accompagna con precisione. Cantano, suonano e si muovono insieme con grinta e magnetismo. Le tante vibrazioni positive hanno persino provocato la caduta inattesa di uno strumento dal suo appoggio: un istante di puro rock’n’roll.

Maria Antonietta e Colombre si cercano e si incontrano su ritmi incalzanti che mescolano electro-pop, indie, reggae e funk, con l’inconfondibile energia punk e rock della cantante. La sintonia è perfetta: due note distinte che si armonizzano senza mai confondersi.

Foto di Andrea Mastrangelo
Foto di Andrea Mastrangelo

In scaletta trovano spazio i brani di Luna di Miele, alcuni estratti dalle discografie soliste e una dolce cover di “Blue Moon”. 
Maria Antonietta propone “Deluderti”, “Alla Felicità E Ai Locali Punk”, “Viale Regina Margherita”, “Ossa” (in versione acustica), “Quanto Eri Bello” e “Con Gli Occhiali Da Sole”. Colombre aggiunge “Pulviscolo”, “Blatte”, “Il Sole Non Aspetta”, “Adriatico” e porta anche un brano condiviso dal suo album Realismo magico in Adriatico: “Io e te certamente”, scelto per chiudere la serata, come un sigillo affettuoso.

Durante i brani dei rispettivi repertori, Maria Antonietta e Colombre cantano insieme, suonano l’uno per l’altra o si ascoltano in silenzio, a volte sedendosi a terra per godersi lo spettacolo, lasciando emergere un’ammirazione reciproca che diventa parte integrante del concerto.

Il live restituisce l’essenza di Luna di Miele: un incontro tra due visioni che si sfiorano senza mai sovrastarsi. Il progetto e il tour dimostrano come due carriere soliste possano unirsi in qualcosa che va oltre la somma dei loro singoli percorsi.
La mezzaluna si spegne e resta accesa la sensazione di aver assistito a un concerto unico e memorabile, un duo e una coppia che trasforma la complicità in musica condivisa, luminosa, spontanea e aperta al mondo.

Linda Signoretto

 Musidams consiglia: i 10 migliori singoli di ottobre

Ottobre sembra non voler finire, probabilmente in accordo con le case discografiche. Singoli promettenti e irresistibili, le nuove uscite sono state davvero tante. Scegliere la top 10 non è stato facile ma eccola qui, pronta a farvi scoprire i brani che hanno fatto vibrare il mese.

“Io sono il viaggio”- Caparezza

Non sentivamo parlare di Caparezza dal suo ultimo album Exuvia (2021). Ecco ora il grande ritorno del rapper di Molfetta: un singolo per annunciare il nuovo lavoro Orbit orbit, uscito il 31 ottobre. Si tratta di concept album sullo spazio che è anche un fumetto ed è presentato in questi giorni al Lucca Comics. Lo stesso Caparezza consiglia di alternare la lettura dei capitoli con l’ascolto delle tracce. “Io sono il viaggio” racchiude molto bene questo spirito eclettico e multidisciplinare: Capa è pronto a partire per un viaggio tra atmosfere elettroniche, citazioni fumettistiche e riferimenti a personaggi letterari. Non ci resta che partire con lui.

“Pixelated Kisses” – Joji

Dopo tre anni di silenzio, Joji torna con “Pixelated Kiss”, un brano di due minuti che segna una svolta radicale nella sua estetica. L’artista giapponese-australiano abbandona le tipiche atmosfere malinconiche e raffinate per abbracciare un suono ruvido e distorto in cui l’imperfezione diventa linguaggio.
Il pezzo racconta l’amore nell’era digitale, tra schermi, distanze e connessioni instabili, trasformando la disconnessione in poesia.
Autoprodotto e pubblicato sotto la nuova etichetta Palace Creek, il singolo rappresenta un atto di emancipazione creativa: Joji torna a controllare pienamente la propria musica segnando l’inizio di una nuova fase, più libera e sperimentale.

“Pelle d’oca”- Rossana De Pace

Cantautrice classe ‘96 originaria di Mottola (TA), Rossana De Pace ha una penna politicamente impegnata, e tratta spesso di tematiche civili e ambientali. Fa parte del collettivo transfemminista Cantafinoadieci (con Anna Castiglia, Francamente, Irene Buselli e Cheriach Re). Non è quindi un caso che abbia partecipato al concorso Music for Change indetto da Musica contro le Mafie e abbia vinto proprio con questo brano: una denuncia commovente esplicita e potente contro il genocidio del popolo palestinese e l’indifferenza del mondo che «ha la pelle d’oca alle ossa perché la pelle non sente più niente». Brividi dall’inizio alla fine.

“The Manifesto” – Gorillaz feat. Trueno and Proof

“The Manifesto”, ovvero sette minuti che richiedono qualche ascolto per essere metabolizzati. La produzione è arricchita da strumenti indiani (sarod, bansuri, ottoni e un coro montano tipico di alcune regioni dell’India). Il brano suona globale ma resta profondamente Gorillaz, riuscendo a combinare sperimentazione e identità. Le voce di Trueno e il campionamento vocale postumo di Proof creano momenti intensi, a tratti cupi. 

Dopo “The Happy Dictator”, questo singolo anticipa The Mountain in uscita il prossimo 26 marzo. L’album è stato registrato e prodotto in India, e quello che abbiamo potuto ascoltare per ora mostra la “band” di Damon Albarn massimo: collaborazioni brillanti, sperimentazione e identità chiara, in un viaggio musicale e geografico-culturale intenso.

“Io e io”- Angelina Mango feat. Madame

Un altro grande ritorno è quello di Angelina Mango con l’album Caramé, uscito il 16 ottobre.

Angelina porta in musica la sua quotidianità e descrive con energia e verità il periodo di vita passato lontano dai palchi e dagli schermi. Un album maturo e cangiante, capace di raccontare le tante sfaccettature e i cambiamenti dell’animo umano. “Io e io” è forse uno dei frammenti più luminosi di questo prisma, un dialogo con sé stessa, due metà, due mood musicali differenti: un inizio acustico stile ballad in cui i due inconfondibili timbri di Angelina e Madame si fondono, contrastano e si riappacificano. Pian piano il brano si gonfia, si alza il pathos, e l’atmosfera si fa più elettronica per esplodere e poi tornare ad una dimensione intima che chiude il cerchio.

“Oblivious” – Jake Bugg

Nuovo splendente singolo di Jake Bugg, che anticipa la versione deluxe del suo ultimo album, A Modern Day Distraction. Originario di Nottingham, cresciuto con in cuffia Oasis, Beatles e Bob Dylan reinterpreta con freschezza le sue radici brit pop, indie e folk.

Il brano è limpido e luminoso, in perfetto equilibrio con la sua energia cruda. Questo gioco di luce e ombra si riflette nel testo: nostalgia con uno slancio di vita nel presente e futuro. Il ritornello è accattivante e canticchiabile. Jake Bugg ci dimostra che le sonorità di ieri continuano a vivere e trasformarsi nelle nuove generazioni. 

“Guarda le luci”- Dutch Nazari

Altro singolo che anticipa un album: Guarda le luci amore mio, uscito il 3 ottobre. Dutch Nazari, baluardo dell’indie pop, qui conferma la grande capacità di descrivere il piccolo e il privato di ciascuno come specchio del mondo globale, frenetico e in guerra, in cui viviamo. I social, lo smog al semaforo rosso, le pubblicità. Tutto ciò accade mentre cadono bombe su Teheran. Al bar i discorsi si mischiano con l’attualità. Quel fischio, quel sibilo che precede la bomba noi abbiamo il privilegio di poterlo commentare, di poterci inorridire. «Guarda le luci amore mio» è la frase che racchiude al meglio questo contrasto: per noi sono le luci della città illuminata, per chi è sotto le bombe sono le luci dei missili e dei droni che quella città la distruggono. L’unica cosa in comune che si può fare, l’unico piano attuabile che ci unisce tutti e ci fa tornare umani «È stringerti e dirti che t’amo».

“Anna Karenina” – Cigarettes After Sex

Con “Anna Karenina”, i Cigarettes After Sex costruiscono un piccolo universo sonoro sospeso tra sogno e realtà. La chitarra riverberata si muove come un’eco lontana, mentre il basso caldo e la voce sussurrata guidano l’ascoltatore in un’atmosfera fragile e intima. Ogni nota sembra trattenere il respiro e le pause diventano parte del ritmo stesso, creando un senso di tensione quasi cinematografica. Il riferimento a Tolstoj non è narrativo, ma emotivo: il brano esplora il peso delle emozioni incontrollate e la sensazione di non avere via d’uscita, trattando  il sentimento di vulnerabilità. Con questo brano, la band conferma la capacità di mescolare minimalismo musicale e profondità emotiva, trasformando una canzone in un’esperienza sensoriale totale.

“Panda 2013”- Selton feat. Emma Nolde

Il gruppo italo-brasiliano con questo singolo ha annunciato il nuovo album Gringo vol. 2. Interessante la scelta di collaborare con Emma Nolde, cantautrice toscana classe 2000, che è sicuramente avvezza alla sperimentazione, ma alla bossa non era ancora approdata. Anche questo brano, come “Gasati un mondo”, è una critica ironica alla società. Qui però il tema è il conformismo, l’accontentarsi di una vita insoddisfacente. Ma allo stesso tempo il brano ci spinge a fare i conti con la disillusione, le aspettative troppo alte. Dobbiamo accontentarci o no della nostra Panda 2013? «C’è ancora tanto da fare ma la voglia non si fa più trovare» ci dice il cantante dei Selton. Alla fine in un modo come quello di oggi è davvero così illegittimo pensare che «Fuori c’è l’apocalisse, mi sento vivo, e finisce tutto qui»?

“Stay in Your Lane” – Courtney Barnett

Courtney Barnett ritorna con “Stay In Your Lane”: è un grido sincero e diretto, che riflette lo stress e la frustrazione di trattenere emozioni non espresse. Il ritornello, con la frase «This never would’ve happened if I stayed in my lane, stayed the same way», evidenzia come certe situazioni siano nate proprio dal superamento di limiti personali o convenzioni sociali. La canzone unisce tensione emotiva e schiettezza, restituendo l’intensità di un momento di auto‑riflessione senza filtri.
Il brano cattura fin dai primi secondi per la sua essenzialità: il riff di chitarra tagliente, immediatamente riconoscibile, si intreccia con basso e batteria che spingono il ritmo senza tregua. Si conferma il talento di Courtney Barnett nel creare musica autentica e viscerale.

Michele Bisio e Linda Signoretto

Glocal Sound 2025: rivelazioni sonore all’Hiroshima Mon Amour

Quest’anno la collaborazione tra due importanti realtà torinesi, Glocal Sound e Reset Festival, ha portato una ventata di freschezza all’Hiroshima Mon Amour. Tra il 9 e l’11 ottobre il club ha ospitato una serie di progetti musicali davvero interessanti. Particolare merito va al Glocal Sound: è riuscito a riunire sul palco artisti innovativi provenienti da tutta Italia, che con le loro performance hanno piacevolmente stupito il pubblico in sala. L’ultima giornata ha ospitato cinque progetti molto diversi fra loro.

Ad aprire la serata, i Ra di Spina, dalla Campania, con un sound che fonde tradizione popolare e ricerca sonora contemporanea. Le voci di Laura Cuomo e Alexsandra Ida Mauro si intrecciano in armonie originali e suggestive, mentre chitarre ed elettronica costruiscono un tappeto sonoro di grande raffinatezza. La musica mescola antico e moderno in modo sorprendente, dando vita a un’esperienza d’ascolto immersiva e a tratti ipnotica.

La seconda a salire sul palco è Alice Caronna, cantautrice proveniente dal Lazio, che conquista il pubblico con un’esibizione essenziale ma profondamente intensa. Accompagnandosi unicamente con la chitarra, Caronna è interprete di un cantautorato intimo e autentico, capace di alternare momenti di dolcezza a una sorprendente forza espressiva.

Dombre, cantautore vicentino, si presenta invece in duo con un tastierista che gestisce anche drum machine e laptop. La chitarra e la voce si fondono con le seconde voci e i tappeti ambient, creando una commistione affascinante tra cantautorato e sperimentazione elettronica.

L’atmosfera cambia con il quarto progetto della serata: gli Amore Audio. Il duo elettronico piemontese propone basi ritmate e sperimentali, costruite su un mix di diversi generi musicali come techno e jungle, mantenendo però sempre un linguaggio fortemente pop.

A chiudere l’evento (prima del Reset, il festival con cui ha collaborato il Glocal) ci pensano i Morama, duo lombardo composto da voce/violoncello e tastiera. Il loro sound fonde con equilibrio electro-pop e cantautorato italiano. La performance è una vera altalena emotiva in cui le atmosfere da club si intrecciano con la malinconia dei dischi più intimi di Luigi Tenco e Fabrizio De André, dando vita a un finale intenso e sorprendentemente coerente. 

Alessandro Ciffo

La partita sonora dei Tendha: Glocal Sound

Chiunque sia cresciuto con una console tra le mani ricorderà sicuramente almeno una delle colonne sonore 8-bit: quelle melodie digitali codificate che accompagnavano i videogiochi dell’epoca. Possiamo affermare che sono a pieno diritto parte della memoria collettiva sonora, molto più di certi tormentoni estivi e jingle.
Queste musiche venivano generate in tempo reale dal chip audio integrato nella console, imponendo limiti tecnici molto rigidi.
I compositori dovevano programmare matematicamente il suono, nota per nota, con una manciata di frequenze, ritmi e timbri sintetici (soprattutto beep e toni squadrati) e con arpeggi rapidi che assomigliano ad accordi. Eppure, nonostante i confini strettissimi, sono riusciti a creare melodie memorabili, riconoscibili e, soprattutto, piacevoli anche dopo ore attaccati allo schermo.

È proprio dentro i limiti rigidi dei chip sonori che la band, scelta per il primo appuntamento di Glocal Sound, si muove con consapevolezza e inventiva. Siamo nel vivo di una rassegna che, nella cornice del Reset Festival, presenta, sotto i riflettori dell’Hiroshima Mon Amour alcuni tra i più interessanti progetti emergenti della scena musicale italiana.
Sul monitor scorrono pixel e frammenti video tratti da storici videogiochi 8-bit, mentre sul palco suona il trio milanese Tendha (per appassionati e curiosi: il nome è un omaggio al rifugio del videogioco Final Fantasy).
L’atmosfera e la musica riescono a teletrasportarsi nel passato, recuperando il suono dell’infanzia digitale e di molte generazioni.

Il concerto prende vita attorno al loro album di debutto Soap doesn’t exist because it can’t be told. Ma non è solo un album, e nemmeno solo un’esibizione: è un concetto, un mondo sonoro che parte dal passato e guarda avanti, costruendo un insieme di suoni attraverso il layering di loop in evoluzione sovrapposti e manipolati in tempo reale.

La vera sorpresa è il clarinetto basso dotato di setup elettrico. Uno strumento classico che, grazie all’elaborazione elettronica, si reinventa e acquisisce nuove sfumature timbriche. 

Un duo di voci, maschile e femminile, svincolate da parole e testi convenzionali, esplorano fonemi, suoni articolati, sillabe isolate che ripetute, distorte e trasformate, assumono una consistenza sonora propria. Le linee vocali si rincorrono, si scontrano, si fondono, esplodono e mutano tonalità, dando vita a un intreccio dinamico e imprevedibile. Diventano strumenti, parte integrante della trama musicale, intrecciandosi con naturalezza in un dialogo continuo con le pulsazioni della batteria e il timbro del clarinetto basso. Tastiera, sintetizzatori ed effetti elettronici lavorano dietro le quinte per elaborare loop e layering.

Voci e clarinetto si muovono entro confini e registri ben precisi, ma si divertono a giocare con ritmi spezzati e sincopati, creando un senso di sorpresa e movimento continuo. Questi sbalzi ritmici richiamano cambi di scena tipici dei videogiochi, dando vita a una performance mai scontata.

Nonostante i limiti imposti dall’estetica sonora 8-bit riescono comunque a modulare il suono con grande espressività. Sfuggono, di tanto in tanto, alla meccanicità del loop, spezzando la rigidità robotica e restituendo all’ascolto un’improvvisa autentica presenza umana.

Dopo questo viaggio tra pixel e loop, Tendha dimostra come i limiti tecnici possano stimolare la creatività. La partita è stata salvata lasciando aperta la curiosità per i prossimi livelli del loro percorso artistico.

Linda Signoretto

L’esplosivo release delle Irossa con Stasi a sPAZIO211

A un mese dall’uscita dell’album, si è tenuto il 20 settembre il tanto atteso release party delle irossa a sPAZIO211 andato sold out.  L’album La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti, con delicatezza e ritmi ipnotici, spazia tra la necessità di trovare un senso e il desiderio della scoperta di sé stessi. Ne parliamo in maniera più approfondita nell’intervista alle irossa

Ad aprire l’evento è il cantante Elia Arduino, in arte Stasi, con il suo producer Egor. La sua voce sussurrata e il suo stile pop-elettrico raffinato attira il pubblico come un canto ammaliante: con “Nubi sparse” e “Domani (Yakamoz)” Stasi fa scatenare gli spettatori tra momenti riflessivi e puri istanti di balli sfrenati. 

Foto di Sofia Grosso

Il cantante, tra un brano e un altro, fa un appello di ringraziamento a chi si sta impegnando per la causa palestinese, con riferimenti alla manifestazione torinese di quello stesso giorno, allo sciopero generale del 22 settembre 2025 e alla Global Sumud Flotilla. Termina con “TU TU TU!” con la partecipazione del cantante Iang Vic: l’atmosfera è calda ed è pronta per l’arrivo delle irossa ma non prima di una breve pausa.

L’aria vibra di attese: le irossa, salgono sul palco. L’esibizione comincia con “Fango”, prima canzone del nuovo disco che mette in hype tutti: il pubblico non vede l’ora di sentire nella sua interezza il tanto atteso album per la prima volta live. La platea, con i brani più movimentati come “Potomac” e “Non conosco” non riesce più a stare composta e si scatena.

Si passa poi a pezzi dell’album d’esordio Satura, con “Onde in aprile”, che ci porta in una dimensione spensierata e malinconica, per continuare con “Secchio d’acqua”, una dolce rincorsa ad un passato ormai irraggiungibile cantata da Margherita Ferracini, mentre la celebre “Dove è lei” viene intonata dal cantante Jacopo Sulis, seguito a squarciagola dal pubblico.

Foto di Sofia Grosso

Con “Falso nueve”, il bassista, Simone Ravigliono, ruba il posto del cantante, che si riposa facendo un giro sulla folla, gettandosi sul pubblico, che lo solleva e lo trasporta per la sala.

Richiesto dalle irossa, ritorna sul palco Stasi per accompagnarle nella cover de “L’estate sta finendo” dei Righeira, con cui nostalgicamente ripensiamo l’estate appena passata, ricordo amplificato dai 30 e passa gradi dell’interno del locale.

Foto di Sofia Grosso

Quando arriviamo a “Fiori, fiori”, uscito nel maggio di quest’anno, il pubblico è ormai carico: tra un pogo e un altro, più di 5 persone vengono sollevate e trasportate facendo surf sulla folla in un clima di euforia generale.  

Quando le irossa si dileguano verso il backstage, la serata sembra volgere al termine, ma è solo un atto preparatorio per preparare il gran finale. 

Il palco rimane vuoto finché non sale Sofia Rodi, fan sfegatata della band, che comincia a recitare una poesia: è il momento del brano “Storia di un corpo che cade”. Gradualmente ritornano sul palco i sei membri delle irossa per accompagnare la poesia.

L’ultima canzone della scaletta è “La mia stella aggressiva”, ovvero il brano posto come chiusura dell’album. Alla performance di una canzone così cara alla band si unisce il loro producer Claudio Lo Russo, cantante degli Atlante, che le accompagna alla chitarra. Il pubblico, seppure stanco e accaldato, non si dà per vinto e per l’ultima volta si accende trasformandosi in un pogo sfrenato.

Foto di Sofia Grosso

La serata si conclude con la rapida uscita del pubblico all’aria aperta e con l’esigenza vitale di abbeverarsi dopo una fremente esibizione che non solo ha soddisfatto le nostre aspettative, ma le ha addirittura superate. 

Che dire, non vediamo l’ora di scatenarci di nuovo con le irossa e Stasi!

Maria Scaletta