Archivi categoria: Rock

Morrissey ad Asti: la malinconia è arrivata davvero

Malinconia britannica e compostezza sabauda: Morrissey chiude Asti Musica 2026.

Prima buona notizia: Morrissey ad Asti è arrivato.
Non è del tutto scontato per un artista che, nel corso degli anni, ha avuto con le cancellazioni dei live un rapporto piuttosto creativo. Il 21 luglio si presenta davvero in Piazza Alfieri, richiamando persone da ogni parte d’Italia e non solo: generazioni diverse riunite da un artista capace, dopo oltre quarant’anni di carriera, di suscitare ancora devozione, irritazione e un affetto difficile da spiegare. 

Dopo un leggero ritardo Morrissey sale sul palco e apre con “Billy Budd”. La voce conserva quel timbro che l’ha resa inconfondibile e sa ancora passare da atmosfere più cupe ad aperture intense e drammatiche. Sostenuto da una band solidissima, si prende immediatamente la scena: tragico, elegantemente insofferente e con un impeccabile british humour.

Dal vivo si comprende meglio perché l’affetto nei suoi confronti continui a essere così ostinato. Morrissey ha costruito un intero immaginario intorno alla malinconia e all’inadeguatezza, trasformando lo spleen in qualcosa di elegante, affilato, ironico e persino divertente. Provocatore, vulnerabile ma anche altezzoso, il fascino di questo charming man sta proprio in una contraddizione mai risolta, che diventa mitologia e gli permette di farsi amare moltissimo senza essere necessariamente più simpatico. Del resto, amare Morrissey non ha mai significato aspettarsi che sia accomodante.

A tanto affetto, però, non corrisponde un pubblico particolarmente caloroso. Piazza Alfieri è allestita con file di sedie e molti spettatori vi rimangono seduti per quasi tutto il concerto, tra applausi e qualche coro. L’energia si concentra nei pochi metri sotto il palco; più indietro domina una compostezza sabauda quasi assoluta. Le zanzare, al contrario, non mostrano alcun contegno. Organizzate e aggressive, trasformano la piazza in un evento parallelo con formula all you can eat e anche loro contribuiscono a lasciare i segni del concerto.

Morrissey – cartella stampa @ AstiMusica – 21 luglio 2026

La scaletta attraversa senza troppa nostalgia reverenziale decenni di carriera: da “Suedehead” e “First of the Gang to Die” si passa ad “Alma Matters”, “Life Is a Pigsty”, “Everyday Is Like Sunday”, “Irish Blood, English Heart” e “Jack the Ripper”.

Come spesso accade nei suoi concerti, Morrissey non considera intoccabili nemmeno i propri testi: cambia parole, aggiunge versi e si concede deviazioni inattese. In “Everyday Is Like Sunday” trova spazio persino un «tell me quando, quando, quando», incursione coerente con il suo modo di trattare le canzoni come materia viva.

In scaletta chiaramente, anche Make-Up Is a Lie, ultimo album rappresentato da cinque brani che reggono bene la dimensione live, anche se non tutti con la stessa forza: non manca qualche momento in cui andare a prendere da bere al bar sembra improvvisamente un’ottima idea. Il concerto è comunque un’occasione, per chi ha perso di vista le ultime uscite, per recuperare parte della produzione, che si rivela ancora credibile.

Naturalmente, gli Smiths rimangono gli ospiti invisibili più attesi. Tra la scrittura sconsolata e tagliente di Morrissey e l’inventiva musicale della band si era creata un’alchimia rara; è quindi difficile non aspettare alcuni brani con una tensione diversa.

Il tremolo inconfondibile di “How Soon Is Now?” scuote Piazza Alfieri e regala uno dei momenti più intensi della serata. “A Rush and a Push and the Land Is Ours” conserva la propria irrequietezza, mentre “Shoplifters of the World Unite” rievoca la dimensione più sovversiva della band.

Per il bis arriva “There Is a Light That Never Goes Out”, che riesce finalmente a smuovere anche il pubblico più composto. La carriera solista di Morrissey è tutt’altro che trascurabile, soprattutto nei suoi primi capitoli, ma davanti a questi quattro brani è impossibile non riconoscere che gli Smiths hanno creato qualcosa di difficilmente ripetibile. Quelle canzoni non appartengono soltanto a chi le ha scritte o a chi le ha ascoltate quando sono uscite: sono diventate un linguaggio collettivo, passato attraverso generazioni di solitudini, camere da letto e adolescenze più o meno prolungate.

Tutto molto bello. Quasi troppo. Perché all’appello manca l’attesissima e struggente “I Know It’s Over”. Forse il leggero ritardo ha costretto a tagliare un brano; forse Morrissey era inspiegabilmente felice e non voleva rovinarsi la serata.

Lasciamo Piazza Alfieri canticchiando: soddisfatti del concerto, punti dalle zanzare e con un piccolo conto in sospeso. Le punture passeranno. “I Know It’s Over”, invece, ce la leghiamo al dito. 

Linda Signoretto

ACQUE dei Radura, lo screamo tra poesia ed etereo

La scena screamo/post-hardcore italiana è piccola ma estremamente fervente, fatta di appassionati e musicisti che danno vita a gruppi e collettivi capaci di tenere viva una comunità sempre pronta a lasciarsi sorprendere da nuovi suoni e stimoli.

Tra le realtà più riconosciute, con un decennio di attività ormai alle spalle, i Radura si confermano una delle proposte più interessanti dell’underground milanese. A cinque anni di distanza dal precedente Effetto Della Veduta D’Insieme, la band è tornata finalmente dallo studio con un nuovo capitolo della propria discografia.

ACQUE segna un ulteriore passo in avanti nel percorso del gruppo: il suono si fa più ricercato, la scrittura più matura, la resa complessiva più imponente. Un disco che non si limita a proseguire il discorso avviato con i lavori precedenti, ma lo spinge oltre, confermando una crescita costante.

Il sound di ACQUE si presenta come una lama morbida che accarezza l’ascoltatore, ma che lascia cicatrici, segni di una profondità e di un dolore legati a qualcosa che è stato vissuto, e che probabilmente non tornerà più.

Le chitarre e il basso restano distorti, ma si piegano ora a melodie più dolci, sempre nello stile che ha caratterizzato il gruppo. Lo scream, un tempo elemento centrale della scrittura della band, si ritira sullo sfondo, riemergendo solo in brevi squarci. A prendersi la scena è un cantato malinconico, sospeso, che affida il senso a testi eterei che, come l’acqua, sfuggono alla presa e non si lasciano afferrare del tutto.

Ci troviamo quindi di fronte a un disco più complesso, studiato e strutturato rispetto ai lavori precedenti. La presenza di featuring di peso (come quello di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came in TEMPESTA) insieme all’uso di effetti chitarristici ricercati e a linee di batteria tutt’altro che scontate, testimonia una maturità artistica costruita passo dopo passo negli ultimi anni. ACQUE è un disco che quasi sicuramente rimarrà una pagina importante nella storia dello screamo italiano, per la sua imponenza poetica e sonora.

I Radura suoneranno il disco a Torino il 9 ottobre al Blah Blah.

Alessandro Ciffo

Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri: un devastante tifone in salsa noise

«Si chiama adrenalina: la produce il cervello, è legale ed è potentissima.» 
– Pierpaolo Capovilla

Il 13 maggio l’Hiroshima Mon Amour ha ospitato i veneziani Cattivi Maestri, guidati da Pierpaolo Capovilla, storico frontman degli One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori. Reduce dalla candidatura ai David di Donatello come Miglior attore non protagonista per “Le città di Pianura” di Francesco Sossai, Capovilla ha confermato sul palco il carisma che da anni lo rende una delle figure più riconoscibili della scena underground italiana. 

Ad aprire la serata sono i torinesi Avvolte (ex-Avvolte Kristedha), attivi da circa trent’anni e contraddistinti da un sound eterogeneo che incrocia post-punk ed electro-rock. Poi l’ingresso in scena dei Cattivi Maestri, che incendiano il palco con un’esibizione densa e visionaria, dove gli strumenti si fondono con la voce roca e teatrale del cantante. Insieme a lui Fabrizio Baioni alla batteria, Loris Cericola alla chitarra e Federico Aggio al basso ripercorrono i brani dell’omonimo album pubblicato nel 2022, lasciando ulteriore spazio al nuovo singolo “Dimenticare Maria”, uscito a marzo, abbinato con l’ironico art rock di “Per le vie della città”.

La presenza scenica di Capovilla, coronata da un irresistibile verve spoken, primeggia su tutto, ipnotizzando il pubblico attraverso le sue gesta e facendo di questi ciò che vuole. Tra la vampata noise di “Cassavetes” e la satira feroce di “Morte ai Poveri”, i Cattivi Maestri mettono in mostra un’identità sonora compatta, capace di imporsi con forza anche davanti agli spettatori meno avvezzi al loro universo musicale. 

La crisi inconscia di “Follow the Money”, la fragile malinconia di “Anita” e l’orazione funebre dedicata al militare Lorenzo Orsetti in “La città del sole” mostrano il lato più poetico e introspettivo di Capovilla: una scrittura capace di elevarsi, dando ritmo e profondità a ogni lirica, senza mai apparire fuori luogo. Di lì a poco, tra distorsioni e feedback incessanti, il concerto si arresta per dedicare un momento al ricordo del poeta abruzzese Emidio Paolucci, figura particolarmente vicina a Capovilla: detenuto per anni nel carcere di San Donato di Pescara, Paolucci è stato più volte al centro delle interpretazioni pubbliche del frontman, che ne ha portato in scena i testi in diverse occasioni.

 Il concerto si conclude sulle note di “Gesù Cristo o barbarie”, possibile frecciata alla conversione spirituale e artistica di Giovanni Lindo Ferretti (ex-CCCP, CSI, PGR). Subito dopo l’esibizione, Capovilla legge con intensità la Lettera ai mercanti di morte del cardinale Domenico Battaglia, noto testo di denuncia contro la trasformazione del dolore umano in profitto, definendo l’arcivescovo come una delle figure più sincere nel panorama cattolico contemporaneo.

I Cattivi Maestri danno vita a uno spettacolo intenso e sfaccettato, capace di alternare una viscerale furia sonora a momenti più taglienti e cantautorali. Un linguaggio espressivo che conserva intatta la cifra stilistica del frontman, profondamente radicato nella propria identità artistica.

Andrea Arcidiacono

L‘ossessione per il genio: il paradosso di Matteo Mancuso all’Hiroshima Mon Amour 

C’è un’aria particolare tra le mura dell’Hiroshima Mon Amour: un misto di devozione religiosa e analisi clinica. Incastrato in questa terra di mezzo popolata da nerd della sei corde, il live di Matteo Mancuso si è rivelato un’esperienza capace di distorcere ogni percezione, ribaltando le aspettative in un gioco di contrasti tra euforia e alienazione.

Foto di Franco Rodi

Il target è esattamente quello previsto: attempati giovanotti brizzolati amanti del buon vino, feticisti del rock «fatto bene» (cit. sconosciuto) e ragazzi dai capelli lunghi con qualche sporadico pelo sul viso. Tra uno scambio di battute sui prossimi eventi in cartellone, l’euforia per l’annuncio del nuovo film de Il Signore degli Anelli e qualche fischio d’impazienza per il leggero ritardo, l’artista palermitano sale finalmente sul palco dell’Hiroshima accompagnato da Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria.

Incorniciato da giochi di luce spumeggianti e colonnine al neon da far invidia a un concerto dei Daft Punk, Mancuso si posiziona lateralmente, dettaglio rivelatore del suo modo di essere: quieto, introverso e per nulla egoriferito. Il pubblico si immobilizza, consapevole di stare per assistere a qualcosa di unico. Il concerto parte, e dopo qualche accordo sostenuto le sue dita iniziano a destreggiarsi in arpeggi vorticosi, colpendo le corde con quel fingerstyle flamenchiano che, dopo anni di studio, gli garantisce un’agilità sovrumana.

Foto di Franco Rodi

Sebbene il tour anticipi l’uscita del nuovo album “Route 96” (prevista per il 24 aprile), il concerto non cade mai nel mero esercizio solistico. Matteo non schiaccia i suoi compagni, al contrario: il trio interagisce egregiamente, lasciando spazio a incursioni ritmiche capaci di catturare l’attenzione dell’intera sala. Il titolo del disco, come riferisce lo stesso Mancuso, è un omaggio alla musica americana, a tinte blues e fusion che lo hanno plasmato, dall’immancabile Jeff Beck, all’eclettismo dei Weather Report, fino alle armonie di Chick Corea.

Tuttavia, all’interno di un’esibizione impeccabile per qualità sonora, emerge uno strano senso di scollamento. L’attenzione quasi ossessiva per il talento di Mancuso genera un’alienazione che priva l’evento di quella partecipazione viscerale tipica del Pop, inteso come controparte della musica classica. È un peccato, perché il genio di Matteo non è affatto schiavo del tecnicismo: è in grado di plasmare il suono a suo piacimento, senza mai eccedere. Eppure, dall’altra parte, gli occhi sgranati dei fanatici sembrano concentrati più sulla performance atletica piuttosto che sul lasciarsi trasportare dall’atmosfera.

Foto di Franco Rodi

Matteo Mancuso possiede uno stile che lo rende già oggi uno dei talenti più interessanti e affermati del panorama internazionale e sarebbe più che meritato se l’interesse verso l’artista siciliano riuscisse a evadere dalla nicchia dei cultori dello strumento per abbracciare un pubblico più vasto e istintivo, privo di quella conoscenza che a volte può essere un limite.

Marco Usmigli

FALOODA – RECIPE FOR CONCUSSION: UN DESSERT INASPETTATO

Formati dal vocalist e tastierista Loverman, il chitarrista Stravriky, il bassista Grivoorm, il batterista Luku Luku Miu Miu e il sassofonista Charlie Arizonas, il gruppo ateniese Falooda fa da eco – nel suo piccolo – alla marea di complessi della quale si nutre il lato oscuro del contesto indipendente europeo: da non confondere con l’omonima bevanda mediorientale, la band si autodefinisce su BandCamp come un “dessert noise funk con sciroppo di rose, vermicelli, latte e semi di basilico dolce”. Dietro questa ironica bio e un’apparente attitudine jam, si nasconde però lo spirito di una generazione dilaniata, che richiama le atmosfere iraconde della scena post-hardcore statunitense.

Foto di Eirini Chatzi

Considerati quasi un contraltare dei portoghesi Trasgo, riconosciuti per il loro sound strascicato e caotico, i Falooda si potrebbero definire dei pionieri del punk-funk di matrice greca. Formatosi in epoca post-covid, la loro attività locale nel tempo ha giovato alla realizzazione di un EP, Demo 2024 (2024), determinante per illoro successivo album di debutto, Recipe for Concussion (trad. “Ricetta per la commozione cerebrale”), un concentrato di effusioni e struggimenti di un’epoca lontana, ma paurosamente attuale. Prodotto in collaborazione con il musicista e ingegnere del suono B12, il disco si presenta con una copertina appetitosa e al tempo stesso ripugnante. Che sia un per l’ipnotico contrasto di colori acidi o per la sinistra creatura che fuoriesce dalla torta stilizzata? Soltanto l’ascolto lo confermerà.

I ritmi schizoidi della breve introduzione “Bottleneck” anticipano la mattanza esuberante che contraddistingue la verve del gruppo ateniese. Tra dissolvenze sludge e ibridi contatti con il noise rock più lancinante, in “Boolean Religion” si percepisce una pulsante brama di coesione tra generi, attraverso l’abbattimento di muri sonori e l’avvicinamento ad atmosfere dissonanti. Se con il funk-punk iniziale di “Captcha” diventiamo protagonisti di un progressivo mutamento verso l’hardcore più sfrenato, con la successiva “Epileptic Bus” veniamo travolti da una valanga di synth impazziti e un gregge di riff senza sosta: l’irresistibile basso in “Existential Corrosion”, a metà tra la misantropia dei Contortions e l’eleganza stilistica dei Morphine, sembrerebbe quasi essere il brano più leggero dell’album, se non fosse per il cantato pessimistico di Loverman. Tra il dinamismo dei Minutemen e la rabbia dei Black Flag, il brevissimo “0xc0000017” corre al pari di Speedy Gonzales e sfreccia, esaurendosi in un attimo. Lo scherzo conclusivo “Jelly Maze”, una goliardica melodia composta unicamente dai sintetizzatori, dissolve quasi del tutto la follia anarchica alla quale abbiamo assistito.

Pur muovendosi in coordinate ancora acerbe e debitrici della tradizione del post-hardcore statunitense, i Falooda sono un progetto da tenere d’occhio e potrebbero diventare un giorno gli eredi di un rock irregolare e decisamente non per tutti i palati.

Andrea Arcidiacono

1, 2, 6, 9 SONO ANDATO AL…HIROSHIMA

La sera del 23 gennaio 2026 ritornano dopo un anno al Hiroshima Mon Amour gli Skiantos. Ribattezzati “1269”, gli Skiantos, riprendono la sequenza dalla loro celebre canzone “Eptadone”, in cui dopo un dialogo iniziale viene dato il tempo, non in maniera canonica con 1, 2, 3, 4, ma proprio con 1, 2, 6, 9.

I membri ora sono Massimo “Magnus” Magnani (basso e voce), Roberto “Granito” Morsiani (batteria e voce), Gianluca “La Molla” Schiavon (batteria e voce) e Luca “Tornado” Testoni (chitarra elettrica e voce). La formazione, dopo la scomparsa del cantante Roberto “Freak” Antoni e di Fabio “Dandy Bestia” Testoni, prosegue l’esperienza, artistica e demenziale, iniziata da studenti scapestrati del DAMS, nel lontano 1975, in una cantina a Bologna (massimo rispetto per i nostri colleghi). 

La band pilastro del rock demenziale italiano fa da ponte mettendo d’accordo l’animo ribelle e sgangherato di più generazioni, come si vede dal pubblico multigenerazionale presente in sala.

L’esibizione programmata per le 22 comincia una mezz’oretta dopo: i quattro arrivano sul palco e dietro come sfondo appare un’immagine di Freak Antoni, in ricordo del leader indiscusso della band, scomparso nel 2014. La serata si apre con “Ti rullo di kartoni” e prosegue con brani provenienti soprattutto dal celebre album Kinotto, del 1979.

Instagram: @rullino_urbano

Seguono le molte altre canzoni scorrette e ironiche degli Skiantos come: “Calpesta il paralitico” e “Meglio un figlio ladro che un figlio frocio” a cui però Granito fa un aggiunta di stampo politico paragonando il testo alle uscite spiacevoli (e anacronistiche) del generale Vannacci.

Circa a metà del concerto, irrompe sul palco la barista con quattro caffè pronti sotto richiesta degli stessi performer, che si giustificano dicendo: «abbiamo una certa età» e si prendono una breve pausa. La band si scambia i posti ed è pronta per ricominciare a suonare: Granito alla batteria, Magnus sempre al basso, La Molla con i sonagli e Tornado come voce e con la chitarra. È il momento di “Panka Rock”.

Instagram: @rullino_urbano


Vari cartelli sfilano durante la serata: appare “APPLAUSI SPONTANEI” ma il più apprezzato (a mani basse) è “FATE KAGARE” con tanto di carta igienica lanciata sul pubblico.

Sul palco arriva Johnson Righeira – metà del famoso duo – che istruendo gli Skiantos su Pòrta Palass e sul Balon, introduce un canto in dialetto piemontese che da torinesi (o adottati torinesi) quali siamo non possiamo non apprezzare.

Successivamente alla tanto amata “Mi piacciono le sbarbine” l’esibizione si chiude in bellezza con “Largo all’avanguardia”, brano durante il quale il gruppo mostra uno striscione con scritto “siete un pubblico di merda”. Possiamo solo essere d’accordo.

Finisce così la serata e sulle note di “Bau bau baby”, ci dirigiamo all’uscita tra la nostalgia per tempi che non abbiamo mai vissuto, ma che sembra siano stati incredibili, e il tentativo di non scivolare sulla carta igienica. Gli Skiantos anche questa volta ci restituiscono un insolita leggerezza grazie al loro non prendersi mai sul serio: in questo bisogna ammetterlo, sono stati e sono pura avanguardia. 

Maria Scaletta

Maria Antonietta e Colombre dal vivo con Luna di Miele

Sulle note di “Blue Velvet” di Bobby Vinton, una mezzaluna luminosa domina il palco dell’Hiroshima Mon Amour il 20 novembre. Resterà accesa per l’intero concerto, a richiamare Luna di Miele, l’album scritto a quattro mani da Maria Antonietta e Colombre. Poi entrano loro: stelle indipendenti che, in questo progetto e nella vita, si illuminano a vicenda.                                              
I due artisti hanno alle spalle anni di lavoro individuale, con dischi che li hanno affermati come voci distinte e riconoscibili del cantautorato italiano contemporaneo. Un cammino parallelo che oggi converge in Luna di Miele, i cui brani provengono da anni di vita condivisa, materiale rimasto a lungo in silenzio e poi riesumato da un vecchio hard disk.

L’album porta un barlume di leggerezza in tempi bui. I testi hanno una forza cinematografica, raccontano gesti minimi, frammenti di quotidianità e immagini nitide che diventano dialogo continuo tra due penne dalla personalità inconfondibile. Con equilibrio tra dolcezza e ironia, la lirica di Maria Antonietta e Colombre evita il sentimentalismo: celebra l’amore lasciando emergere crepe e ombre, quelle imperfezioni che rendono reale ogni relazione e permettono alla luce di entrare.

I due artisti intrecciano con simpatia storie e canzoni, raccontando e raccontandosi, mentre una band affiatata — basso/violino, batteria e tastiera/chitarra — li accompagna con precisione. Cantano, suonano e si muovono insieme con grinta e magnetismo. Le tante vibrazioni positive hanno persino provocato la caduta inattesa di uno strumento dal suo appoggio: un istante di puro rock’n’roll.

Maria Antonietta e Colombre si cercano e si incontrano su ritmi incalzanti che mescolano electro-pop, indie, reggae e funk, con l’inconfondibile energia punk e rock della cantante. La sintonia è perfetta: due note distinte che si armonizzano senza mai confondersi.

Foto di Andrea Mastrangelo
Foto di Andrea Mastrangelo

In scaletta trovano spazio i brani di Luna di Miele, alcuni estratti dalle discografie soliste e una dolce cover di “Blue Moon”. 
Maria Antonietta propone “Deluderti”, “Alla Felicità E Ai Locali Punk”, “Viale Regina Margherita”, “Ossa” (in versione acustica), “Quanto Eri Bello” e “Con Gli Occhiali Da Sole”. Colombre aggiunge “Pulviscolo”, “Blatte”, “Il Sole Non Aspetta”, “Adriatico” e porta anche un brano condiviso dal suo album Realismo magico in Adriatico: “Io e te certamente”, scelto per chiudere la serata, come un sigillo affettuoso.

Durante i brani dei rispettivi repertori, Maria Antonietta e Colombre cantano insieme, suonano l’uno per l’altra o si ascoltano in silenzio, a volte sedendosi a terra per godersi lo spettacolo, lasciando emergere un’ammirazione reciproca che diventa parte integrante del concerto.

Il live restituisce l’essenza di Luna di Miele: un incontro tra due visioni che si sfiorano senza mai sovrastarsi. Il progetto e il tour dimostrano come due carriere soliste possano unirsi in qualcosa che va oltre la somma dei loro singoli percorsi.
La mezzaluna si spegne e resta accesa la sensazione di aver assistito a un concerto unico e memorabile, un duo e una coppia che trasforma la complicità in musica condivisa, luminosa, spontanea e aperta al mondo.

Linda Signoretto

Chromogen: la camera oscura del suono

Da Bologna sul palco dell’Hiroshima Mon Amour, i Chromogen, un trio strumentale con l’omonimo EP d’esordio, i cui titoli dei brani richiamano sostanze chimiche usate nello sviluppo fotografico analogico. Si esibiscono dopo i Tendha in occasione di Glocal Sound, la vetrina che illumina nuovi talenti all’interno del Reset Festival.

Il chromogen, in chimica fotografica, è il reagente che trasforma lentamente un’immagine da bianco e nero al colore. Ed è proprio questa trasformazione lenta, che guida l’ascolto della loro musica: si parte da strutture quasi monocromatiche, per arrivare a composizioni sonore stratificate, in cui ogni suono e timbro agisce, come un reagente, sul successivo.

Basso elettrico, sax tenore e batteria: una formazione essenziale, ma tutt’altro che minimalista.  Il live è segnato da un imprevisto non da poco: il batterista ufficiale è sostituito all’ultimo minuto per motivi di salute. L’alchimia del trio non ne risente. Anzi: il set è rimasto coeso e in sintonia. Una tensione chimica, potremmo dire, dove ogni elemento sonoro trova il suo equilibrio.

Il basso, trattato con effetti e pedali, copre più registri, muovendosi tra ruoli armonici, melodici e ritmici. Scolpisce lo spazio, crea ponti, guida e suggerisce traiettorie, lavorando come collante armonico e tessitore di atmosfere. La batteria, insieme al basso, gestisce la macchina ritmica. Lavora a incastro, sostiene i tempi spezzati, crea e interrompe il flusso. Il sax tenore è la voce solista. Non accompagna, narra. Il suo fraseggio è fluido, espressivo, spesso malinconico. Dialoga, interrompe, riparte.

Il progetto si muove tra jazz contemporaneo, funk e post-rock dalle tinte post-punk. Le influenze si sentono, ma non sovrastano mai l’identità del gruppo, che lavora su una ricerca timbrica costante, con un’attenzione particolare agli spazi, ai vuoti, alla dinamica.

Il set alterna momenti dal ritmo incalzante, con groove trascinanti, ad altri più sospesi, in cui la musica si fa psichedelica. In questi passaggi, il trio costruisce ambienti sonori che sembrano muoversi in uno spazio onirico, quasi fuori dal tempo.
Non è solo una questione di effetti: è un uso consapevole della dinamica e della densità timbrica. L’alchimia è centrale: la struttura è complessa, ma mai rigida e lascia spazio all’improvvisazione. Tutto resta in equilibrio, con una direzione chiara che tiene insieme gli elementi.

Singolo dell’LP, la cover di “In Bloom” dei Nirvana, portata anche sul palco. Non è un omaggio meccanico: viene reinterpretata secondo la lente fotografica del trio. Non è grunge per nostalgia, ma una rielaborazione che la dissolve, la sfuma, la reinventa. Tra i brani c’è anche “Bleach, un titolo che richiama sia il reagente chimico sia, forse, un altro omaggio silenzioso al grunge e ai Nirvana.

Il progetto dimostra come anche una formazione essenziale, di soli tre strumenti, può creare un mondo sonoro complesso, coerente e ricco di sfumature. Come nelle vecchie camere oscure, ciò che all’inizio sembra indefinito può trasformarsi, lentamente, in un’immagine piena di colore. 

Linda Signoretto

Guitar: il ritorno essenziale di Mac DeMarco

Sono trascorsi sette anni dall’ultimo lavoro davvero ‘tradizionale’ di Mac DeMarco. Oggi il cantautore canadese ritorna con un album più compatto e maturo, senza però rinunciare alla sua vena anticonvenzionale: Guitar.

Gli ultimi lavori – in gran parte esperimenti strumentali come Five Easy Hot Dogs e One Wayne G – hanno messo in evidenza il cambiamento nello stile dell’artista, che dall’eccentricità indie dei primi dischi ha scelto di orientarsi verso sonorità più acustiche e distese.

Guitar è esattamente questo: un disco breve e pacato, che riflette una personalità più matura e la decisione definitiva di lasciarsi alle spalle una vita sregolata, raggiunta la metà dei trent’anni. Un netto distacco dal Mac che più di dieci anni fa cantava «Cause oh, honey, I’ll smoke you ‘til I’m dying», celebrando la sua marca di sigarette preferita.

Lo stile è ridotto all’osso: niente sintetizzatori, pochissime chitarre elettriche, solo un essenziale scheletro formato da batteria, basso e chitarra acustica. La voce, dolce e delicata, si intreccia con testi intrisi di malinconia, tra il senso di fallimento e la riflessione sul passato. Tracce come “Sweeter” e “Home” mostrano un uomo adulto che guarda alla sua passata giovinezza con una dolce malinconia e un po’ di rancore.

Con questo disco Mac DeMarco non mostra soltanto la maturità di un artista capace di creare brani interessanti con mezzi essenziali, ma anche un atteggiamento profondamente anarchico che ci permette di considerarlo un moderno Bob Dylan: un musicista arrivato a una tale fama da potersi permettere di seguire esclusivamente la propria visione, ignorando aspettative dei fan e le logiche del mercato.

Nonostante però l’album si distingua per una forte coerenza e maturità sia dal punto di vista produttivo che di scrittura, soffre di un limite evidente: la monotonia. La scelta di mantenere sempre lo stesso registro sonoro, senza variazioni significative di ritmo o atmosfera, finisce per appesantire l’ascolto.

Voto 7/10

Torino is not dead: Sacrofuoco e release party dei Low Standards, High Fives

Un sabato tutto torinese quello del 5 aprile 2025 al Magazzino sul Po, grazie ai Sacrofuoco (prima One Dying Wish) e l’atteso release party dell’ultimo album dei Low Standards, High Fives Everything Ends, il tutto organizzato dal collettivo Turin Moving Parts.

Le due band sono molto diverse: i Sacrofuoco, con una commistione di chitarre dissonanti e urla distorte e ossessive, fanno un hardcore incalzante che tiene il pubblico in subbuglio e non fa riposare.

Foto di Claudio Messina (@claudiogmessina)

La setlist contiene sia canzoni del loro ultimo album Anni Luce, il primo sotto l’identità Sacrofuoco, sia canzoni uscite sotto il nome di One Dying Wish. Queste ultime sono quelle più conosciute e che nel corso della serata causano diversi momenti in cui qualcuno “ruba” il microfono per urlare le parole del testo, in un completo coinvolgimento tra musicisti e pubblico. 

I brani di Anni Luce ci portano invece in un mondo caotico e immersivo, soprattutto quelli dalla durata maggiore come “Replica” e “Corpi Celesti”.

I Low Standards, High Fives, nati ormai più di 10 anni fa nel lontano 2012, riprendono le sonorità nostalgiche dell’emo di inizio anni 2000. Con le loro tre chitarre lavorano su melodie accoglienti e riconoscibili all’interno del genere, ma mai banali.

Foto di Claudio Messina (@claudiogmessina)

Everything Ends, uscito il 28 marzo, ci fa contemporaneamente compiere un viaggio di vent’anni nel passato e riscoprire di qualcosa di nuovo all’interno di temi e suoni che ci sono tuttavia così familiari, unendo influenze personali come indie e post-rock al classico sound che si può ascoltare nei gruppi, soprattutto esteri, che sono stati pionieri dell’emo dalla fine degli anni ‘90.

Per questa serata il Magazzino sul Po è sold out, dimostrando che le band dell’organismo torinese sono ancora e sempre supportate e amate dal pubblico della città, in una relazione di sostentamento reciproco che mantiene la scena in vita.

Enea Timossi