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Madame: il Disincanto si fa canto

«Madame non è solo intrattenimento»

Madame non è solo intrattenimento e non è una fabbrica di hit. Disincanto lo dimostra e lo conferma fin dal primo ascolto. L’album è uno spazio di esposizione in cui l’artista mette in gioco ogni parte di sé, senza filtri, senza istruzioni e senza la preoccupazione di risultare sempre gradevole. «Madame fa riflettere quando senti»: i brani non si limitano all’ascolto, chiedono di essere attraversati e offrono qualcosa di raro, soprattutto nel panorama musicale contemporaneo: profondità e riconoscimento.

Dopo un periodo di silenzio, Madame torna e si spoglia con un album che porta addosso tutte le cicatrici degli ultimi anni con l’indistinguibile capacità di dare forma a sofferenza, impulsi, emozioni confuse, contraddittorie e difficili da spiegare. Una scrittura che riesce a trasformare inquietudini private in esperienze condivise, creando un rifugio in cui chi ascolta può sentirsi compreso, restituendo senso e dignità a sentimenti spesso patologizzati che restano nascosti e senza linguaggio.

È in questa dimensione che si inserisce la cruda vulnerabilità di “Come stai?” e il significato profondo della frase «Madame ha salvato una ragazzina»: non si tratta di idolatria pop, ma del potere concreto, quasi pedagogico, della musica, in grado di offrire identificazione, parole e persino una forma di sopravvivenza e di ancoraggio capace di abbattere le barriere della solitudine. 

Il disincanto di Madame non è nichilismo o cinismo ma una consapevolezza estrema; una lucidità e una profondità emotiva e sociale così intense da diventare dolorose, quasi ingestibili. Questa iper lucidità si trasforma in introspezione, ma anche in critica verso la società contemporanea e verso l’industria musicale, descritta come una «fabbrica dell’orrore» che monetizza l’identità e pretende autenticità soltanto quando è facilmente vendibile, impacchettabile, consumabile e mai scomoda.

Non è un caso che la costruzione del progetto e il marketing non si limitano a promuovere il disco, ma ne amplificano i temi. La copertina è già di per sé rappresentativa: un minimalista titolo e codice a barre. Chiede implicitamente quanto vale la musica, e quanto costa tutto ciò che le ruota attorno. Anche le immagini diffuse sui social e nei manifesti — foto vulnerabili e personali, raffiguranti anche un letto d’ospedale — non sono semplice provocazione promozionale ma un’estensione coerente dell’album che raccontano la necessità di mostrarsi senza filtri ma si chiedono a quale prezzo.

La critica all’industria musicale non resta astratta. In “Mai più”, uno dei brani più taglienti del disco, Madame trasforma il disincanto in attacco diretto, arrivando a lanciare stoccate contro figure e realtà dell’ambiente musicale come Shablo ed Esse Magazine. Più che un semplice dissing del rap-game, il brano manifesta una frattura ormai insanabile con un sistema percepito come ipocrita e opportunista, capace di trasformare l’arte in merce e l’identità in prodotto. In questo senso, il “sassolino dalla scarpa” che Madame decide di togliersi rappresenta una rottura radicale dalla macchina dello stream, del clickbait e dalla giovanissima esperienza sanremese. Un cortocircuito evidente in “OK”, dove l’accondiscendenza e l’incapacità di dire di no diventano una gabbia dalla quale evadere.

Disincanto rappresenta una profonda maturazione artistica e personale. Madame apre gli occhi gonfi di disincanto e si confronta direttamente con la propria precedente ingenuità e con le illusioni legate al successo, sostituendole con uno sguardo più severo e consapevole. Questo superamento delle facili illusioni emerge nel dialogo in “Volevo capire con Marracash”, in cui il bisogno di dare ordine alle emozioni si scontra con la fama, con i soldi e con il contrasto tra vita privata e personaggio pubblico; dialogo che prosegue e diventa soliloquio in “Rosso come il fango”. In questo brano, Madame critica il mito meritocratico tipico del capitalismo, mostrando come il successo non dipenda solo da talento e impegno, ma anche da fortuna e privilegi. La canzone mette così in discussione la narrazione del “self-made”, evidenziando le disuguaglianze strutturali che restano spesso nascoste dietro le eccezioni di successo. Successo che non viene più celebrato, ma vissuto con senso di colpa e con la consapevolezza del divario tra chi emerge e chi resta ai margini. Il “fango”, in contrapposizione al “sangue blu”, diventa allora il simbolo delle proprie origini e di una precarietà da cui non ci si può davvero separare e che non si può ignorare.

Madame è raffinata e poetica, ma al tempo stesso brutalmente trasparente, capace di passare dalla confessione più intima alla denuncia sociale senza perdere mai coerenza. Il magnetismo del disco risiede proprio nei contrasti. Madame, con la sua penna, riesce ad alternare immagini di grande delicatezza a un linguaggio improvvisamente aggressivo e osceno, «più volgare della Divina Commedia». È una tensione che unisce il conflitto interiore, quasi ancestrale di brani come “Bestia” e “Allucinazioni”, alle provocazioni carnali e spiazzanti di “Puttana Svizzera” (feat. Nerissima Serpe, Papa V e 6occia). Madame non ricerca misura o compromesso, ma autenticità viscerale.

La cantautrice smette di fare musica per audience e mercato ma per necessità e sopravvivenza. La salute mentale è infatti una delle tematiche centrali. Già dall’incipit — «voglio anche soffrire, ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo» — Madame distingue il dolore legato all’ocd da quello dell’esistenza, impostando da subito un percorso che non cerca soluzione ma convivenza. La chiusura arriva con “Grazie”, un monologo da seduta di psicoterapia, e si affida alla barra «paragonata al mondo la mia vita è straordinaria, grazie» che spezza l’autocommiserazione e diventa quasi guarigione senza però ricomporre nulla, solo un cambio di prospettiva.

In Disincanto, la poesia convive con il corpo, la vulnerabilità con la rabbia, l’eleganza con l’eccesso e in questo caos splendidamente sviscerato Madame si conferma un’artista necessaria. Disincanto non è solo intrattenimento. L’introspezione che lo attraversa non nasce per essere consumata, ma per essere abitata: non si lascia osservare a distanza neanche quando è scomoda, incoerente, difficile da decifrare. Madame non è (più) usa e getta e non è solo divertimento: è un’esperienza che lascia traccia. Nel disincanto sopravvive il canto. 

Linda Signoretto

FALOODA – RECIPE FOR CONCUSSION: UN DESSERT INASPETTATO

Formati dal vocalist e tastierista Loverman, il chitarrista Stravriky, il bassista Grivoorm, il batterista Luku Luku Miu Miu e il sassofonista Charlie Arizonas, il gruppo ateniese Falooda fa da eco – nel suo piccolo – alla marea di complessi della quale si nutre il lato oscuro del contesto indipendente europeo: da non confondere con l’omonima bevanda mediorientale, la band si autodefinisce su BandCamp come un “dessert noise funk con sciroppo di rose, vermicelli, latte e semi di basilico dolce”. Dietro questa ironica bio e un’apparente attitudine jam, si nasconde però lo spirito di una generazione dilaniata, che richiama le atmosfere iraconde della scena post-hardcore statunitense.

Foto di Eirini Chatzi

Considerati quasi un contraltare dei portoghesi Trasgo, riconosciuti per il loro sound strascicato e caotico, i Falooda si potrebbero definire dei pionieri del punk-funk di matrice greca. Formatosi in epoca post-covid, la loro attività locale nel tempo ha giovato alla realizzazione di un EP, Demo 2024 (2024), determinante per illoro successivo album di debutto, Recipe for Concussion (trad. “Ricetta per la commozione cerebrale”), un concentrato di effusioni e struggimenti di un’epoca lontana, ma paurosamente attuale. Prodotto in collaborazione con il musicista e ingegnere del suono B12, il disco si presenta con una copertina appetitosa e al tempo stesso ripugnante. Che sia un per l’ipnotico contrasto di colori acidi o per la sinistra creatura che fuoriesce dalla torta stilizzata? Soltanto l’ascolto lo confermerà.

I ritmi schizoidi della breve introduzione “Bottleneck” anticipano la mattanza esuberante che contraddistingue la verve del gruppo ateniese. Tra dissolvenze sludge e ibridi contatti con il noise rock più lancinante, in “Boolean Religion” si percepisce una pulsante brama di coesione tra generi, attraverso l’abbattimento di muri sonori e l’avvicinamento ad atmosfere dissonanti. Se con il funk-punk iniziale di “Captcha” diventiamo protagonisti di un progressivo mutamento verso l’hardcore più sfrenato, con la successiva “Epileptic Bus” veniamo travolti da una valanga di synth impazziti e un gregge di riff senza sosta: l’irresistibile basso in “Existential Corrosion”, a metà tra la misantropia dei Contortions e l’eleganza stilistica dei Morphine, sembrerebbe quasi essere il brano più leggero dell’album, se non fosse per il cantato pessimistico di Loverman. Tra il dinamismo dei Minutemen e la rabbia dei Black Flag, il brevissimo “0xc0000017” corre al pari di Speedy Gonzales e sfreccia, esaurendosi in un attimo. Lo scherzo conclusivo “Jelly Maze”, una goliardica melodia composta unicamente dai sintetizzatori, dissolve quasi del tutto la follia anarchica alla quale abbiamo assistito.

Pur muovendosi in coordinate ancora acerbe e debitrici della tradizione del post-hardcore statunitense, i Falooda sono un progetto da tenere d’occhio e potrebbero diventare un giorno gli eredi di un rock irregolare e decisamente non per tutti i palati.

Andrea Arcidiacono

Il Lunedì di Tutti Fenomeni: tra maturità cinismo e nostalgia

«Chissà cosa penserebbe Freud della sessualità consumistica dell’età contemporanea […] della sessuologa di Tiktok, dei calciatori coi capelli rosa, delle cene wannabe Carmelo Bene, non penserebbe male perché l’unica cosa che conta veramente è la felicità del cane».
(“La felicità del cane”) 

Queste parole disilluse e dissacranti esprimono bene l’ingresso di Tutti Fenomeni nella scena indie-pop con il suo nuovo album Lunedì, uscito il 23 gennaio scorso.

Il cantautore romano classe ’96 definisce questo disco come quello della sua maturità: sulla soglia dei trent’anni si allontana dalle sonorità più elettroniche dei suoi album precedenti Merce Funebre (2020) e Privilegio Raro (2022) per avvicinarsi all’indie pop cantautorale.

Testimonianza di questo cambiamento si trova nella produzione (non più di Niccolò Contessa ma di Giorgio Poi) che tra tappeti armonici, synth e sassofoni, spinge Tutti Fenomeni a mettersi alla prova nel canto. Non che nei lavori precedenti mancassero linee melodiche, ma adesso queste appaiono più curate e adatte ad un pubblico ampio. In un’intervista a Billboard, ha confidato che il punto di partenza del progetto non siano stati i testi (come avveniva in precedenza) ma la musica: la componente melodico-armonica è quindi più forte rispetto al passato. Il risultato è che Lunedì ammicca tanto al pop con i ritornelli accattivanti di “Col tuo nome” o di “Mao”, quanto al cantautorato con citazioni da Battiato, De Gregori e De André e testi evocativi come “Formentera”.

Anche dal punto di vista tematico ci sono novità. Quel Tutti Fenomeni, dei primi lavori, ironico e cinico, sacro e profano, capace di scrivere aforismi lapidari lo si ritrova anche in Lunedì. Ma ora non gioca più  a fare il “rapper” colto che critica la società, sfrutta invece il medium musicale per una riflessione dissacrante e personale su una questione precisa: la sessualità e i sentimenti hanno ancora uno spazio privato e intimo nella società consumistica di oggi? 

Una risposta cinica e ironica emerge ne “La ragazza di Vittorio” in cui il protagonista chiede all’intelligenza artificiale di trovargli una ragazza «perché lui ci crede ancora che l’amore esiste». Oppure nella spoken track “La felicità del cane” in cui un bambino senza peli sulla lingua smaschera tutte le ipocrisie del consumismo, chiedendosi cosa ne penserebbero Freud e la maestra Claudia.

Esiste però anche un lato più malinconico ed esistenziale: «Amarsi così tanti anni e poi sparire senza neanche dirsi ciao» (“Formentera”), «In questo semplice e banale universo newtoniano ancora non capisco perché ti amo» (“Love is not enough”).

È così che Tutti Fenomeni affronta il Lunedì dei trent’anni: lucido, amareggiato e malinconico perché l’amore che tanto sognava non c’è più. Lo ha perso lui e lo ha perso la società. Ma è proprio in questo triste risveglio che bisogna riconoscersi vivi, resistere e ripartire «perché da qualche parte tra il Big Bang e l’apocalisse c’è il nostro amore e io lo troverò».

Michele Bisio

Il 2025 secondo Musidams. La nostra top album


Il 2025 è ormai finito e si può dire sia stato un anno ricco di nuova musica e produzioni inaspettate. Ecco gli album che, secondo la nostra redazione, sono stati più rilevanti. Nel frattempo, vi auguriamo buone feste e un felice anno nuovo – sperando in un 2026 altrettanto vivo!

LIBERATO III LIBERATO 

Nell’anno delle scomparse di Roberto De Simone e di James Senese, la musica napoletana mantiene ancora la forza di fenomeno collettivo, orizzontale e cosmopolita. Il segreto di Liberato continua il percorso di evoluzione tra i generi e le generazioni in una contaminazione che trova nuova sintesi in questo terzo progetto: un concentrato di mezz’ora che unisce Teresa De Sio e Maria Nazionale, Eduardo De Filippo e Pino Daniele. 

Alessandro Camiolo

The Overview – Steven Wilson 

Quest’anno Steven Wilson torna alle origini dello space-rock e del prog con The Overview, attraverso due lunghe suites che mescolano atmosfere sognanti ed echi dei Pink Floyd. Quaranta minuti incentrati sulla piccolezza dell’uomo di fronte al cosmo: un viaggio sonoro affascinante che si distingue dalle opere precedenti pur rimanendo inconfondibilmente suo.

 Melika Nemati

Le sacre du soleil invaincu – Neptunian Maximalism

Il terzo album del gruppo drone metal belga porta avanti sapientemente l’ambizioso approccio musicale che sposa l’estetica dell’occulto a impressionanti rituali dal carattere mistico. Registrato nella chiesa londinese di Saint John’s On Bethnal Green tra settembre 2023 e febbraio 2024, l’epopea Le sacre du soleil invaincu si suddivide in tre facciate (“At Dusk”, “Arcana XX”, “At Dawn”) e nella sua durata totale di 100 minuti culla l’ascoltatore in trame ambientali, spiragli psichedelici, slegamenti post-rock e un’insaziabile ricerca spirituale che osserva da lontano l’avvento di un’imminente apocalisse.

Andrea Arcidiacono

Forse un giorno – Gioia Lucia

L’album d’esordio della cantautrice ci trascina in uno stile groovy e funky abbinato a testi semplici e diretti, che rimandano a una dimensione scintillante e frizzante propria della disco-music. Attraverso i suoi brani, Gioia Lucia sembra abbandonare una fragilità difficile da sopportare per abbracciare una maggiore sicurezza in sé stessa e nelle sue possibilità. Il disco, in cui si alternano intermezzi riflessivi e momenti spensierati di incontenibile movimento, è uscito nel maggio 2025 come a proclamare l’inizio della bella stagione e della carriera di una cantautrice brillante, versatile e coinvolgente.

Maria Scaletta

Addison – Addison Rae

Dopo una breve carriera da influencer, Addison Rae debutta con il suo primo album, Addison. Un disco che guarda agli anni 2000, tra synth-pop ed electro-pop, e che parla di fama, immagine e crescita personale il sound e l’estetica richiamano chiaramente l’universo di Britney Spears. Nonostante le evidenti influenze, l’album riesce a trovare una propria identità, rivelandosi un debutto sorprendentemente riuscito e convincente.

Silvia Appendino

A Dawning – Ólafur Arnalds, Talos 

La musica è un filo invisibile che lega le anime e resiste al silenzio della perdita. Nato da un incontro tra Ólafur Arnalds e Talos (Eoin French), e completato con devozione dopo la scomparsa dell’artista irlandese, l’album A Dawning respira come un unico, ininterrotto dialogo tra mondi. Pianoforte minimalista, elettronica ambient e orchestrazioni da camera disegnano paesaggi delicati e sospesi. Un viaggio emotivo nel cuore della fragilità: il dolore non viene negato ma attraversato; i sogni non svaniscono nell’assenza, vengono custoditi («What if the dreams were ours to keep?»). Un tributo contemplativo, poetico e senza tempo.

Ottavia Salvadori

Baby – Dijon 

Distorto e viscerale, “Baby” è puro impatto emotivo. Coinvolge l’anima e trascina l’ascoltatore nel mondo intimo di Dijon, tra la paternità e l’amore incondizionato per Joanie. L’album sfugge ai canoni di R&B, soul e pop, frammenta melodie e strutture ritmiche, e costruisce una poetica imperfetta che, come nella copertina in bianco e nero, si muove su un’ampia scala di grigi, trasmettendo la sincera urgenza di chi sente il bisogno di donare tutto sé stesso a chi ama. 

Marco Usmigli

SWAG II – Justin Bieber 

Con SWAG II, Justin Bieber chiude il doppio progetto partito a luglio e si libera finalmente dagli schemi del pop commerciale. È un disco dal mood estremamente rilassato, che punta su atmosfere spiritual e della black music. La traccia che apre è la trascinante “Speed Demon”. Justin gioca volutamente con la voce: in brani come “Bad Honey” usa vocalizzi e colori alla Michael Jackson. Da citare infine la collaborazione con Tems, un pezzo R&B dove le due voci si fondono alla perfezione.

Mattia Gabriele Spilla

PER SOLDI E PER AMORE – Ernia 

Dopo tre anni, Ernia torna a raccontarsi con un nuovo album. Fermandosi al titolo, PER SOLDI E PER AMORE sembra incarnare lo stereotipo del rapper per cui sono importanti solo soldi, belle macchine e un finto amore spesso fin troppo passionale. Ma già dal primo ascolto, si percepisce che l’artista si discosta da questo mondo: non gli appartiene («ho un bisogno più profondo, soltanto il soldo è un motivo debole»). Ernia in questo disco è maturato ed è consapevole di ciò che ha avuto, ha e avrà da sé stesso e da chi gli sta accanto, senza la pretesa di avere la verità sulla vita in tasca.

Roberta Durazzi

I’m Only F**king Myself – Lola Young 

Dopo circa un anno torna Lola Young, giovane voce londinese e penna introspettiva. Il successo di “Messy”, singolo del disco precedente capace di dare forma al rumore di una generazione, è stato la scintilla che ha acceso tutto, ma il nuovo lavoro sceglie di non restare imprigionato nella logica della hit. Nuove direzioni tra pop, rock e indie, con un sound tipicamente inglese, sostenuto dall’attitudine irriverente e senza filtri di Lola e dalla sua capacità di trattare le debolezze con sarcasmo. Un progetto vivo, che consolida un’identità già riconoscibile e amplia un percorso artistico sempre più promettente.

Linda Signoretto

Getting Killed – Geese

Dopo due anni dall’ottimo secondo lavoro in studio, i Geese tornano con quello che è a tutti gli effetti il loro album più potente e visionario. La scrittura intelligente e tagliente di Cameron Winter si intreccia perfettamente con la bravura tecnica della band e con la produzione innovativa di Kenny Beats, tra i produttori più rilevanti degli ultimi anni. Il risultato è un’esperienza d’ascolto magnetica e sorprendente, capace di imporsi come uno dei dischi rock più stimolanti dell’ultimo decennio.

Alessandro Ciffo

Amuri LuciCarmen Consoli 

Carmen Consoli ritorna sulle scene con il primo album della trilogia che, oltre all’amore, toccherà i temi di tragedia e metamorfosi. Porta l’ascoltatore in un viaggio attraverso i secoli della storia siciliana. Usa il canto “vanniato” e gli strumenti tipici della tradizione del meridione. Si fa “necrofila di lingue”, con testi in greco antico e latino, ma si muove anche attraverso lo stilnovismo federiciano e, ovviamente, il siciliano. Disseziona il suo sud in apici di lirismo e sentimentalismo, senza però tralasciarne i molteplici punti d’ombra. Riesuma storie antiche rendendole vettori per la contemporaneità politica e fa del suo canto un vero e proprio manifesto ideologico.

Stella Platania

Caramé – Angelina Mango 

Angelina Mango ritorna dopo periodo di meritato silenzio. Con Caramé si crea uno spazio tutto suo, ispirato, poetico e cantautorale. Fa il punto di quest’ultimo anno e, poi, trova la forza di raccontarcelo. Ci grida la sua rabbia e la sua frustrazione, ci sussurra la sua tristezza, si entusiasma con noi per la gioia di ripartire. Se ha capito qualcosa da questa lunga pausa è che «la vita va presa a morsi»: una scoperta e una consapevolezza che certo non può e non vuole tenersi per sé.

Michele Bisio

Le Città di Pianura (Original Soundtrack) – Krano

Krano, cantautore vicentino dalla voce ruvida e autentica, firma la colonna sonora del film Le città di pianura, uscito quest’anno nelle sale italiane. Con testi in dialetto veneto e l’accompagnamento essenziale della chitarra, l’artista riesce a evocare paesaggi sonori intensi e malinconici, capaci di restituire l’anima più intima della sua terra. Una colonna sonora che non si limita a fare da sfondo, ma diventa protagonista silenziosa del racconto: una piccola gemma che brilla per sincerità e radicamento.

Sofia De March

Menzione d’onore:
Una lunghissima ombra – Andrea Laszlo De Simone
Viaggio sonoro tra il cosmo e l’anima, in cui il cantautore torinese sviscera ogni meandro dell’essere umano e la sconfinata ombra che ognun* di noi si porta appresso. Diciassette brani che creano atmosfere sospese a mezz’aria, in bilico, né concrete né astratte, che si mantengono a debita distanza, come se Laszlo De Simone volesse comunicare con noi rispettando la nostra bolla di fragilità e insicurezze. Una vera e propria opera pop-rock, senza eguali per qualità musicali e di scrittura nell’intero panorama italiano. Se ve lo siete persi, fatevi un grande regalo: ascoltatelo.

Marco Usmigli

Never enough, la metamorfosi pop dei Turnstile

Dopo aver portato l’hardcore punk americano nel mainstream, i Turnstile ci riprovano con questo nuovo album, il successivo dopo Glow on, che ha consacrato il loro successo mondiale nel 2021.

La sperimentazione raggiunge nuovi livelli di complessità per quanto riguarda la ricerca elettronica e l’uso di strumenti non convenzionali per il genere. Le sonorità hardcore sono ancora presenti, ma la voglia di spostarsi sempre più verso il pop è evidente e si respira per tutta la durata dell’LP. Tracce come “I CARE” e “SEEIN’ STAR” sono la quintessenza del brano rock da classifica.

Gran parte di questa svolta si deve anche alla presenza del produttore A.G. Cook (lo stesso di Brat di Charli XCX), il cui tocco si percepisce in diversi momenti chiave: nell’ipnotica sezione ritmica che chiude “LOOK OUT FOR ME”, o nei sintetizzatori della title track, che danno vita a un anthem potente, capace di far cantare e pogare un intero stadio.

Nei testi, Brendan Yates riflette sullo scorrere del tempo e sui cambiamenti che comporta, probabilmente influenzati dal radicale cambiamento di vita dovuto al successo della band. Il titolo dell’album allude a un sogno che, nonostante gli sforzi e il passare degli anni, sembra destinato a non realizzarsi mai del tutto.

Il problema? Manca qualcosa di veramente memorabile. Se nei due dischi precedenti i Turnstile brillavano per potenza e scrittura, qui il tutto suona più “grande”, ma anche più generico, un arena rock che strizza l’occhio alle major e alle radio. Se i momenti interessanti si trovano nelle parti sperimentali, non sono più nei riff o nell’energia grezza della band, che qui suona un po’ stanca e ripetitiva. 

Voto 6.5/10

Alessandro Ciffo

Muti dirige «Babij Yar» di Šostakóvič

«T’ho visto: eri tu, –l’accusa di Quasimodo all’Uomo del mio tempo– con la tua scienza esatta, persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta»: è l’atto di dolore di quella menzogna («Andiamo ai campi») giunta sino a noi, che ha sostituito l’insegnamento del Cristo con la legge di Caino; coltivato la pietra e la fionda. Una riflessione che potrebbe prestarsi all’interpretazione implacabile di Riccardo Muti, che dirige Sinfonia n.13, op. 113, «Babij Yar» di Šostakóvič –con il basso Aleksej Tichomirov e Chicago Symphony Orchestra, per CSO Resound quest’anno. L’esecuzione massiccia contro la violenza di dimenticare, la mortificazione di negare, per una trasmutazione dei valori.

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Cage meets Satie

«Per interessarsi a Satie – sosteneva Cage – bisogna cominciare non avendo interessi, accettare che un uomo sia un uomo, lasciar perdere le nostre illusioni sull’idea di ordine, di espressione dei sentimenti e tutti gli imbonimenti estetici di cui siamo gli eredi. Non si tratta di sapere se Satie è valido. Egli è indispensabile»: è l’ago della bilancia della sua vita artistica. Sapientemente Jay Gottlieb e Anne de Fornel (pianisti) interpretano questo pensiero nel loro disco rilasciato da Paraty.

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