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Intervista tripla ai pianisti del festival Chopin

Nei giorni successivi ai concerti del Festival Chopin, abbiamo intervistato i tre giovani musicisti che si sono esibiti. Abbiamo parlato dei loro diversi percorsi di formazione, del legame con la musica e di tanto altro. 

Come e quando avete iniziato a studiare pianoforte?

David Irimescu: «Come spesso si dice, è successo per caso… ma evidentemente per caso non è successo. Avevo nove anni, distribuivano volantini fuori dalla scuola elementare, mia mamma me ne mostrò uno e mi chiese se mi interessava, e io risposi: «Perché no? Andiamo a provare». La prima lezione fu folgorante: mi sentii super gasato e bravo, apprendevo molto in fretta e mi piaceva tantissimo l’entusiasmo che leggevo negli occhi degli adulti. Questa cosa mi ha lasciato un segno profondo. Ho studiato un anno, poi sono passato a una scuola privata (Artemus) con un’insegnante bulgara molto severa. Questa educazione rigorosa mi ha portato a un livello tale da poter entrare in Conservatorio, dandomi un impulso fortissimo verso lo studio».

Matteo Buonanoce: «Nasco in una famiglia dove la musica è di casa: mia mamma è pianista, mio padre ha suonato la tromba. Questa predisposizione musicale era vista come un aiuto alla crescita. Inizialmente mia madre mi sconsigliò il pianoforte, così provai l’ukulele, ma le dita mi facevano male. Appena ho provato il pianoforte, non l’ho più lasciato, sentendo una connessione immediata».

Maria José Palla: «Non vengo da una famiglia di musicisti, è stato tutto molto casuale. A tre anni ho iniziato danza, verso i sei ascoltavo la musica del pianoforte durante le lezioni, specialmente Chopin, e ho pensato di voler suonare uno strumento. I miei genitori mi dissero di scegliere tra musica e danza. Ho aspettato fino agli undici anni, quando mi sono imposta sui miei genitori per la scelta di una scuola media a indirizzo musicale. La scelta del pianoforte è stata casuale, ero la prima nel test d’ammissione senza aver mai studiato nulla».

C’è stato un momento preciso in cui vi siete resi conto di volervi dedicare esclusivamente al pianoforte, alla musica?

D.I.: «A diciotto anni e mezzo ho deciso che sarebbe diventata la mia professione. Il pianoforte era un rifugio dove esprimere ciò che non potevo dire. Dopo poco, ho interrotto gli studi per quasi cinque anni a causa di una malattia. In questo periodo ho iniziato a insegnare per necessità, poi per amore. Non avendo soldi per le terapie, ho chiesto ai professionisti di insegnarmi, formandomi in diverse discipline olistiche.
A ventitré anni ho ripreso gli studi, laureandomi al Conservatorio di Torino con lode: è stato un momento emozionante, tutte le parti della mia vita si sono ricongiunte. Ho proseguito la specializzazione a Torino e prossimamente mi trasferirò in Svizzera per un master. Spero di poter continuare a donare alla gente qualche cosa con i concerti, con la musica, con la passione».

M.B.: «Ho capito abbastanza tardi di voler fare il musicista, perché ho sempre coltivato sia la strada della musica che quella scolastica. Mia madre mi ha sempre tenuto con i piedi per terra, dicendo che è una carriera difficile. Ho finito il liceo scientifico l’anno scorso. È stato grazie a questa scuola che ho capito di voler fare il musicista, perché non mi interessava nient’altro. Tre anni fa ho deciso definitivamente di voler fare il musicista nella vita. L’importante è che la mia passione diventi il mio mestiere».

M.J.P.: «Da subito ho voluto dedicarmi alla musica in modo esclusivo. Ho detto: «Ok, questa cosa la farò per sempre», perché era così stimolante e arricchente, e mi dava la possibilità di esplorare me stessa. Questo spazio musicale mio, da sola, era magico; ho sempre desiderato farlo per tutta la vita. Il momento in cui ho dovuto scegliere se continuare professionalmente è stato al liceo. Frequentavo il liceo classico in Sardegna, in più c’era la danza che stava diventando professionale e il Conservatorio. Questo mi chiedeva troppe energie, per cui ho dovuto lasciare la danza: mi sono concentrata definitivamente sulla musica, ed è stato bellissimo».

Qual è il vostro rapporto con l’ambiente di formazione, i maestri che avete avuto e i metodi di insegnamento?

D.I.: «Nella formazione sono un ribelle, la mia integrità è un valore forte, se una cosa non suona vera non mi appartiene. A un certo punto non riuscivo più a mettere da parte me stesso e per questo mi ammalavo, non ascoltavo la mia voce interiore.
Al liceo c’è stata un’insegnante che è stata come una seconda madre; mi ha salvato la vita moltissime volte. Attualmente anche l’insegnante del conservatorio è una figura paterna, una persona davvero molto buona e brava, con cui mi consulto e mi confronto.
Il mio approccio alla musica è spirituale: prima mi consumava – si chiede spesso ai musicisti di dimostrare di essere migliori, ma sono derive narcisistiche. Suoniamo musica di altri, lo spartito è una chiave d’accesso al pensiero del compositore, io devo fungere da canale per la trasmissione viva, sono un servo del tempo, della musica e del compositore».

M.B.: «La mia prima insegnante, Maria Campaiola, è stata importantissima per farmi innamorare della musica: con lei non ci si fermava solo sulla tecnica, ma facevamo masterclass estive, pranzavamo, guardavamo opere e facevamo indovinelli sugli strumenti.
Al Conservatorio, con Marina Scalafiotti, ho fatto un percorso lungo, di grande crescita. Ho imparato a essere organizzato e preciso, usando bene il tempo senza ansia. In Italia, nelle scuole spesso non si ha consapevolezza del Conservatorio, i professori preferiscono gli sportivi, ma la musica esercita un’attività psicologica senza paragone. Anche questa dovrebbe essere un vanto».

M.J.P.: «Il mio ambiente è sempre stato una bolla di sperimentazione musicale. Ho avuto la fortuna di trovare nella mia prima insegnante del Conservatorio una persona magnifica. Con lei condividevo questo senso di ricerca creativa: mi sono trovata benissimo, mi spingeva a usare immaginazione, sperimentazione, improvvisazione… era una ricerca costante. Mi sentivo sempre più stimolata, verso la mia voglia di imparare e creare. Il primo approccio con la formazione è stato molto positivo e incoraggiante».

Veniamo ai concerti del Festival Chopin, come sono stati per voi? Che rapporto avete col repertorio? Quali composizioni hanno rappresentato una sfida maggiore?

D.I.: «È stata un’epopea: suonare quattro programmi chopiniani in due giorni richiede impegno emotivo e lucidità per attraversare flussi di depressione, tragedia e morte, ma non ero preoccupato. Il repertorio era così vasto che, vivendolo sinceramente, non c’è spazio per la preoccupazione. Studi il dramma prima, e poi diventa parte di te: se sono vero, non ho niente da temere. Vivendo le storie dei brani, interagivo con il pubblico, sentivo i pensieri e le reazioni, vivevo con gli altri, ero parte del pubblico mentre suonavo».

M.B.: «Questa occasione mi ha dato l’opportunità di rivalutare il mio legame con Chopin. La mia insegnante mi assegnò subito brani difficili. Ho sempre fatto fatica con questa musica: è complicato raggiungere quel livello di chiarezza e spontaneità. Studiare Valzer, Mazurche e Polacche mi ha permesso di scoprire altre sfaccettature e stili di Chopin. È stato bellissimo e stimolante. Sono arrivato a suonare meglio le composizioni che già conoscevo, e a legare di più con il compositore. Chopin è molto diretto nel suo messaggio, ed è stato bello rivedere in me queste qualità: essere onesto con il pubblico, trasmettere naturalmente.
Tutto questo l’ho sviluppato in particolare nelle Mazurche che ho eseguito, dodici, diversissime tra loro. L’esecuzione dell’intera opera è un’esperienza bellissima, richiede un bagaglio culturale e di vita enorme. Le Mazurche sono quelle che mi hanno stupito di più e mi hanno dato il maggiore piacere: sono piccole chicche con tante sfaccettature».

M.J.P.: «Sono stati concerti molto intensi e faticosi, arrivando da altre sette esibizioni negli ultimi dieci giorni. La musica di Chopin è centrale per i pianisti. La mia prima insegnante odiava il modo ‘sdolcinato’ di eseguire Chopin. Mi disse di non studiare i Notturni, facendomi sentire le Mazurche più vicine alla verità della composizione.
Avere l’occasione di sperimentare e comunicare opere così diverse è stato bello. Mi porto nel cuore tutti i pezzi, principalmente un Notturno, il Postumo in mi minore, una delle prime cose che ho suonato, e le Ballate. La Terza ballata è una composizione meravigliosa, con la sua discorsività e narrazione organica. Suonarla per la prima volta è stato bellissimo, come stare nel presente e parlare al pubblico, facendo un viaggio insieme».

C’è stata una figura, un artista, un musicista o un intellettuale che ti ha influenzato o che stimi particolarmente?

D.I.: «A undici anni, ascoltai un’interpretazione di Skrjabin da parte di Horowitz, e mi ritrovai in lacrime. Mi ha toccato, ha aperto in me la volontà di ascoltare anche dagli altri.
La spiritualità, l’empatia, l’essere terapeuta, vedere le cose vissute dagli altri, mi aiuta ma mi devasta. Concerto viene da “concertare”, cioè fare qualcosa insieme. Io concerto con il pubblico, non per il pubblico. Quando ci sei tu ad ascoltarmi, quel brano non può più essere quello che ho preparato; essere flessibile è un tratto molto importante».

M.B.: «Durante gli studi al liceo ho confrontato le mie nozioni musicali con artisti, pittori, letterati. Molti compositori prendono spunto dall’arte, penso a Liszt con i Sonetti del Petrarca. Inizialmente vogliamo tutti aspirare a Liszt, grande interprete, amato dal pubblico, con tecnica pazzesca. Ma anche chi si mostra spavaldo ha un lato intimo, come Liszt che si ritirò alla vita religiosa.
È bello avere tante competenze su stili e personalità. Chopin non suonava forte, ma la sua musica colpisce tutti perché inconfondibile, immediata. Chi sa suonare bene Chopin riesce a suonare quasi tutto, ti dà un bagaglio emotivo e di onestà che puoi riversare su qualsiasi cosa. È impossibile non avere un legame speciale con Chopin».

M.J.P.: «Direi sicuramente Horowitz. Lui è geniale, ha quella genuinità nel suo rapporto con la musica, nel puro stupore. Non possiamo frenarci quando proviamo qualcosa con la musica. Horowitz dava il cento percento in ogni esecuzione. Sbagliava, ma ti passava il messaggio. Poi stimo il mio insegnante Enrico Pace: è un pianista pazzesco, sono grata per ogni lezione con lui.
Anche musicisti non famosi con cui ho collaborato mi hanno insegnato tantissimo. I miei colleghi di trio con i quali ogni giorno scopro qualcosa. Ogni situazione di vita è una fonte di ispirazione. La musica si sviluppa tantissimo attraverso le esperienze di vita. Bisogna essere grati per qualsiasi cosa si viva, avere il coraggio di viverla fino in fondo. Penso sia la più grande fonte di ispirazione».

Qual è la musica che ti fa più piacere ascoltare, che ti coinvolge o ti interessa maggiormente?

D.I.: «Adoro il barocco, Scarlatti e Bach. In Bach si toccano vette di contatto con Dio. Quando voglio essere purificato, vado da Bach. Adoro Scarlatti perché mi mette di buon umore, mi mette in un’estrema estroversione che è parte vera di me. C’è qualcosa di vibrante in Skrjabin, lui era un mistico, un compositore su cui torno quando ho bisogno di evadere o mi sento giù.
Se c’è qualcosa che non ti piace, è perché non gli permetti di esistere dentro di te. Non mi piacevano Schumann e Brahms, poi a tredici anni ho pianto suonando Schumann. Un allievo non capiva Mozart, e io dissi: “Certo, perché sei troppo serio”».

M.B.: «L’unica che tendo a non apprezzare è quella priva di significato, dove si cerca solo una rima o il ritornello per l’estate, con uno scopo prettamente commerciale. Quella faccio fatica a digerirla. L’importante è che la musica abbia un messaggio, che arricchisca. Mi piace il jazz, la musica latino-americana, di cui sono un grande appassionato, che ho ballato e continuo a ballare, con la sua cultura e lo studio dietro a ritmi e percussioni. L’importante è sempre lo scopo, il messaggio che si vuole dare alle persone, perché con la musica si condivide. Chi fa musica condivide qualcosa di sé, un po’ come tramandare un messaggio».

M.J.P.: «Non ascolto quasi mai musica per pianoforte. Siamo condizionati, le orecchie pronte a carpire… Se ascolto un pezzo che suono, mi viene da riprodurre ciò che ho sentito.
Ascolto molta musica sinfonica, da camera. Mi piace la musica folklorica di altri paesi, musica sconosciuta che mi porti lontana dal nostro punto di vista occidentale, mi piace spaziare.
Da suonare, sono un’amante della musica da camera. Mi piace suonare con gli altri. Mi piace suonare anche da sola, mi dà una libertà che nessun altro contesto consente. Come autore, siamo tutti grati a Bach, lo suonerei tutti i giorni. Fra i moderni, sono innamorata della musica di Skrjabin, non mi stanco mai di lui, incarna la figura dell’esploratore artistico a trecentosessanta gradi. Ha cambiato stile compositivo più volte, era continuamente alla ricerca, connetteva la musica alla religione, ad altre dimensioni e colori. Ogni volta che suono un suo pezzo, c’è un universo da imparare, da esplorare, non ci si può stancare».

Alessandro Camiolo

All’ombra dei ciliegi in fiore: musica a Venaria

Sboccia la primavera anche alla Reggia di Venaria, dove i viali assolati si sono tinti di rosa. Tra laboratori di danza, pittura e un fiume di visitatori armati di fotocamere, cappelli e passeggini, anche la musica ha trovato il suo spazio nelle attività dell’evento “All’ombra dei ciliegi in fiore”.

Sotto il color pastello dei fiori di ciliegio, con il sole che filtra tra le fronde e una brezza leggera, ci si aspetterebbe un sottofondo di archi o arpe cullanti. Invece no: ci pensano ottoni e percussioni a dare una bella scossa al pomeriggio con il loro suono brillante ed energizzante.

Al centro di uno dei viali, l’Ensemble di ottoni e percussioni del Conservatorio “G. Verdi” di Torino ha tenuto il “Concerto tra i ciliegi”. Si parte subito con il Prelude to a Te Deum, un’introduzione solenne, un richiamo per chi passeggia nei dintorni o sta cercando l’angolazione perfetta per il prossimo scatto instagrammabile.

foto di Valeria Cacciapaglia

Man mano che il concerto procede, la folla cresce. C’è chi si ferma incuriosito, chi arriva dalla visita alla Reggia e chi ancora sta cercando di riprendersi dalla lunga coda per il biglietto. Il pubblico si sistema alla buona attorno ai musicisti.

E quando partono le prime note di Kraken da Another Cat di Chris Hazell, l’atmosfera cambia: i bambini iniziano a muoversi a tempo, qualcuno segue il ritmo muovendo le spalle, e anche alcuni fotografi si scatenano. Il brano ha un’energia travolgente e, sebbene non si parli di fioriture primaverili o di delicati petali che cadono, c’è qualcosa che si sposa perfettamente con il momento.

Poi arriva Ain’t Misbehavin’ di Thomas “Fats” Waller. Un classico jazz che, con la sua leggerezza e il suo swing irresistibile, trasforma per un attimo il giardino della Reggia in un angolo di New Orleans, cullando il sonno di chi si è assopito sotto l’albero con il suo telo.

Il concerto vola via in un attimo, e quando l’ultimo pezzo si conclude, il pubblico non ci sta: parte la richiesta di bis, unanime. L’ensemble non si fa pregare e concede un’ultima esecuzione, tra nuovi applausi e sorrisi soddisfatti.

E così si chiude il pomeriggio musicale e i visitatori riprendono il loro giro. Ma qualcosa di questo concerto resta nell’aria, come i bambini che canticchiano ancora le musiche suonate dall’ensemble.

di Joy Santandrea

Maat Saxophone Quartet e le mille sfumature del sax

La Fondazione Renzo Giubergia e la De Sono nel corso degli anni sono riuscite a creare una solida famiglia che si impegna a dare un supporto ai talenti della scena musicale. 
La Fondazione Giubergia dal 2012 sostiene i giovani musicisti assegnando annualmente il Premio «Renzo Giubergia» a solisti e, dall’anno scorso, ad ensembles da camera: un premio in denaro ma il cui valore va ben oltre quello materiale, perché l’onore e il prestigio che vengono riconosciuti a questi giovani è ciò che lo rende speciale ed importante.

Con il 20 novembre 2023 si conclude anche quest’anno un intenso e appassionato lavoro che ha visto la commissione raccogliere novanta ore di musica, selezionare quattro gruppi che si sono sfidati in una diretta streaming e, infine, premiare presso il Conservatorio «Giuseppe Verdi» il vincitore di questo premio, ormai giunto alla sua decima edizione: il Maat Saxophone Quartet.

A inizio serata, la presidente della fondazione Paola Giubergia e il direttore artistico Andrea Malvano, annunciano le novità apportate durante l’anno: l’apertura di un sito della Fondazione che funge da archivio degli eventi passati e le nuove modalità di partecipazione al Premio. Da quest’anno il bando si estende anche a talenti internazionali under 26 permettendo alla Fondazione di ottenere credibilità anche fuori dall’Italia e consentendo a giovani – proprio come l’ensemble portoghese/olandese Maat Quartet – di aderire all’iniziativa.

Foto da ufficio stampa De Sono

Continua così la stagione 2023-24 della De Sono – dopo un grande concerto di apertura realizzato insieme a Lingotto Musica – con una collaborazione con la Fondazione Giubergia in un concerto più intimo che vede protagonista della scena una formazione quartettistica diversa da quella consueta: sassofono soprano, sassofono contralto, sassofono tenore e sassofono baritono.

Il Maat Quartet è un gruppo di giovani musicisti di origine portoghese il cui sodalizio nasce nel 2018 ad Amsterdam in seguito agli studi di sassofono al conservatorio. Ottengono sin da subito grandi riconoscimenti: nel 2018 vincono il prestigioso Prémio “Jovens Músicos” e nel 2022 il Dutch Classical Talent Award. L’ensemble ha una visione della propria produzione di ampio respiro: ha collaborato con una compagnia teatrale per la produzione di uno spettacolo per bambini e ha lavorato a stretto contatto con importanti compositori della scena contemporanea olandese come Nuno Lobo e Arnold Marinissen. 
Non stanco di perfezionare il proprio lavoro, il gruppo ancora oggi frequenta la NSKA (Accademia olandese del quartetto d’archi), dove lavora sul repertorio per quartetto d’archi con gli opportuni arrangiamenti.

Foto da ufficio stampa De Sono

Il giro del mondo in Sax, così viene intitolato da Andrea Malvano il concerto del 20 novembre. E cosa se non meglio di queste parole può raccontare ciò a cui il pubblico ha assistito durante la serata. Per la prima volta in Italia con questo concerto di premiazione, il gruppo ricorda quale è la poetica che sta alla base del loro lavoro: “mostrare tutto ciò che un quartetto di sassofoni può fare” utilizzando repertori che attraversano i secoli e tutti i territori del mondo.
Il programma ha toccato culture differenti: dall’operetta viennese al folk iraniano fino ad arrivare al fado portoghese. Dunque, un repertorio con il quale il pubblico – fedele e affezionato delle due associazioni – non è particolarmente avvezzo.

Sin dall’inizio, con il primo brano, si capisce quali sono le sonorità più classiche che l’ensemble vuole approfondire. Con un arrangiamento per sassofoni, realizzato dal sassofonista soprano Daniel Ferreira, portano in scena l’Overture dell’operetta Dichter und Bauer di Suppè. Sembra aprirsi sul palco una vera e propria scena teatrale, in un ambiente ottocentesco romantico attraverso una melodia lirica iniziale di grandissimo effetto espressivo, pieno di sentimento, che si unisce ad un leggero valzer aggraziato.
Con soli quattro ottoni, sono riusciti abilmente a creare suoni leggerissimi e, allo stesso tempo, una grande massa sonora portando lo spettatore ad immaginare una vera e propria orchestra sul palco. Il Maat Quartet dimostra come lo strumento sia capace di creare un timbro del tutto singolare a seconda dell’utilizzo che se ne fa. Complice di questa atmosfera suggestiva, sicuramente è la straordinaria sinergia e maestria del quartetto di amalgamare perfettamente le quattro voci.

Foto da ufficio stampa De Sono

Il Maat Quartet è riuscito a raccontare una storia attraverso ogni brano, materializzando diversi sentimenti ed emozioni, da quelle più allegre e festose a quelle più malinconiche e introverse, trasformando anche i silenzi in momenti pieni di significato. La profondità espressiva con la quale sono riusciti ad entrare in ogni singola nota ha fatto sì che il pubblico si immedesimasse e immaginasse veri e propri quadri scenici. 

Dall’Asia all’Europa, questo è il viaggio nel quale ci hanno trasportato con gli ultimi due brani. Con un lavoro originale, composto dal giovane amico e compositore iraniano Ramin Amin Tafreshie, emergono le sonorità più particolari e contemporanee che forse lasciano più interdetto quella parte del pubblico abituato solo a sonorità “classiche”. Con glissando e suoni instabili, in continuo movimento, sembra addirittura di non avere più sul palco quattro sassofoni ma gli strumenti tipici della cultura iraniana e curda, come il duduk. Anche con questo brano il quartetto dimostra la sua abilità e apertura nei confronti di tutte le sonorità possibili.

Ancora una volta, dunque, la commissione del Premio Giubergia non delude. Nonostante non tutti gli spettatori siano riusciti a cogliere la sensibilità e la bravura dei giovani sassofonisti, il concerto ha rivelato le numerose sfumature che la musica può assumere, confermando l’importanza della commistione di differenti culture.

A cura di Ottavia Salvadori

Quando la musica si trasforma da gioco a talento. Porrovecchio e Consonni al Conservatorio di Torino

I grandi virtuosi dell’Ottocento riuscivano ad incantare le platee con il loro modo di stare sul palco. Oggi, 13 marzo 2023, a stregare il pubblico sul palco del Conservatorio «Verdi» di Torino non sono i grandi del passato ma due giovani musicisti che sin da piccoli hanno abbracciato la strada della musica come bambini-prodigio: Riccardo Porrovecchio e Martina Consonni, un violinista ed una pianista poco più che ventenni che si esibiscono per la De Sono con un repertorio intenso e di ardua esecuzione.

Porrovecchio ha tenuto in mano il suo primo strumento musicale a soli quattro anni, un violino giocattolo ma che presto si è trasformato in un violino Guadagnini del 1849. Il gioco trasformatosi in una vera passione, lo ha portato a studiare in molte città europee. Musicista acclamato in festival e in rassegne internazionali nonché vincitore di numerosi concorsi, si esibisce come solista e in formazioni cameristiche. 
Consonni, invece, si è avvicinata al pianoforte in maniera naturale all’età di sei anni diventando la più giovane vincitrice al concorso Premio Venezia, tappa e sogno di molti giovani pianisti. Ha suonato in tutto il mondo, ma continua a perfezionarsi a Berlino e a Kronberg.

Passando da un virtuosismo espressivo ed energico come quello di Paganini fino al virtuosismo più intimo di Chopin, il duo ha dimostrato la sua grande capacità di alternare momenti decisi ad altri più intimi e delicati, rimanendo sempre affiatati l’uno con l’altro. 
Con grande scioltezza e naturalezza Porrovecchio è riuscito a gestire i cambi di ritmo e di tecniche di produzione del suono passando da pizzicati con la mano destra a pizzicati con la mano sinistra, da un colpo d’arco legato ad uno saltellato, da un glissando ad uno staccato. Una grande abilità tecnica che il “diabolus in musica” Paganini richiede.

Foto di Francesca Cirilli

Paganini, Chopin e Liszt: tre musicisti capaci di trasformare i virtuosismi in emozioni, in sentimenti o in ritratti dettagliati di personaggi operistici. Esempio ne è la Parafrasi sul Rigoletto che ha dato conferma della grande abilità di Consonni di gestire fiumi di note, e di immedesimarsi nel personaggio divertendosi con esso.

Nel Gran duo concertant sur “Le marin” di Liszt, la corsa concertante tra violino e pianoforte ha creato continui giochi musicali lasciando a bocca aperta tutti gli spettatori che non riuscivano a togliere lo sguardo dai fluidi movimenti del duo. Attraverso un dialogo equilibrato tra i due strumenti, il tema principale si è trasformato in variazioni che hanno messo in evidenza l’energia lisztiana.

Consonni è riuscita ad entrare nei brani e ad immedesimarsi nei vari sentimenti espressi dalle melodie. Energica ma allo stesso tempo leggera, ha suonato muovendosi velocemente nell’ampio registro sonoro.
Entrambi, con semplicità, hanno suonato gli strumenti “ai limiti dell’umanamente possibile” proprio come l’estetica del virtuosismo romantico richiedeva.

Foto di Francesca Cirilli

Allontanandoci dalle città dei grandi musicisti, con un brano di Pablo De Sarasate il concerto ha assunto un tocco di esotismo. Il pubblico, trasportato in un mondo spagnoleggiante, ha ascoltato temi popolari fusi ad un virtuosismo spettacolare che il Duo ha dimostrato poter essere ricco di sentimento.

Come ha affermato la pianista Consonni durante la lezione concerto tenuta all’Università di Torino la mattina del concerto «Le accademie di perfezionamento italiane sono tutte private. Anche all’estero ci sono numerosi costi da sostenere». La De Sono, in questo senso, sta dando un grande supporto a molti giovani musicisti che vogliono studiare e vivere per e di musica. Per ringraziare l’impegno dell’Associazione, i due giovani talenti hanno concluso il concerto dedicando a Francesca Camerana, fondatrice della De Sono, un brano intimo e dolcissimo ma di grande potenza evocativa: l’Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana.

A cura di Ottavia Salvadori

Il Trio Eidos: una scoperta sorprendente

Entrando a un concerto della De Sono, e in particolare al concerto che si è tenuto in Conservatorio il 14 novembre, l’impressione che ha il viandante musicofilo è quello di essersi ritrovato in mezzo a una festa di famiglia: la De Sono effettivamente lo è, nel modo in cui adotta giovani musicisti a cui offrire sostegno economico, morale e un luogo dove esibirsi, senza perderli poi di vista nello sviluppo delle loro carriere internazionali. Ma lo è anche perché aveva una Mamma, Francesca Gentile Camerana, che ne è stata la fondatrice e l’anima per più di trent’anni: scomparsa nel corso di questa estate 2022, la sua figura è stata ricordata prima del concerto a tutti i presenti, membri della famiglia De Sono e outsider che, in un modo o nell’altro, hanno avuto a che fare con lei: e chiedendo perdono al lettore per l’autoreferenzialità, devo rammentare che persino noi, che pure non meritiamo niente, abbiamo avuto la fortuna di godere della straordinaria generosità di Francesca: è giusto che, nel nostro piccolo, la ricordiamo qui.

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Don Giovanni al Conservatorio

Nel pomeriggio di mercoledì 13 aprile è andato in scena al Conservatorio di Torino lo spettacolo Don Giovanni: Libertà e libertinismo, curato dalle classi di canto lirico, regia e arte scenica, con la supervisione di Paolo Ricagno e dell’aiuto regista Giulia Rivetti.

Jun Yong Gregorio Park (Don Giovanni) e Felipe Tavolaro (Don Ottavio). Fotografia di Giulia Rivetti

Riccardo Ruggeri e Jun-Yong Gregorio Park hanno puntato su un Don Giovanni erotico e scanzonato, accantonando le letture romantiche che ne hanno fatto l’eroe della Sehnsucht e della tensione frustrata verso l’Infinito. La rappresentazione nel complesso è stata molto godibile: il taglio ragionato di alcune sezioni l’ha resa ancora più dinamica, anche grazie alla fluida e abile mano della pianista accompagnatrice Stefania Visalli.

Park è riuscito in una grande impresa, lavorando alla regia dell’opera e interpretandone al tempo stesso il protagonista: vero e proprio demone del movimento, onnipresente in scena, il suo Don Giovanni si è divertito a manovrare gli altri personaggi come fossero burattini, brandendo una lunga matassa di elastici bianchi che lo ha reso il deus ex machina dello spettacolo.

Molto efficace la scenografia minimal, dominata da un grande telo su cui sono stati proiettati interessanti giochi di ombre, e la rappresentativa alternanza tra momenti di buio e di illuminazione, realizzata grazie alla gestione delle luci di Cecilia Conte. I cantanti, vestiti semplicemente di nero, si sono aggirati anch’essi sul palco come ombre; il frequente cambio di voci ha rafforzato il ruolo protagonistico di Don Giovanni, quello vicario del suo servo Leporello, l’imponenza del Commendatore (che abbiamo intravisto solo attraverso l’oscurità del telo) e la natura marionettistica di tutti gli altri personaggi.

XinTian Thomas Huang, tenore leggero, ha dato una sfumatura tenera e delicata al suo Don Ottavio, mentre Felipe Tavolaro gli ha conferito una potenza drammatica insolita ma di grandissima efficacia. La Donna Anna di Kim Kyu Won è stata grintosa e credibile, mentre Li Lingtong le ha regalato una sfumatura brunita molto affascinante: è stato un peccato ascoltarla così poco. Lo stesso si potrebbe dire della Donna Elvira di Lisa Hambrecht: una voce dolcissima ed estrosa che avrebbe meritato più attenzione. Nello stesso ruolo ho trovato molto efficace l’interpretazione vocale e mimica di Judith Hopfhauer, che ne ha mostrato il carattere più collerico e vendicativo; Ana Spataru, invece, con la sua intensità e una voce meravigliosa ha commosso il pubblico, cantando il brano più difficile della serata: “In quali eccessi, oh numi”. Brillante e sensuale la Zerlina di Francesca Idini, che ha fatto risuonare per tutto il salone la frizzante “Batti, batti”, mentre XingYao Chen ha interpretato il personaggio in modo più morbido e languido.

Specchio del suo padrone e catalogo vivente delle sue conquiste, Leporello è stato impersonificato da un eccezionale Elia Colombotto. Con la sua interpretazione di “Madamina” ha dimostrato doti vocali e attoriali altissime, dando il via a una serie di applausi interrottisi solo a fine spettacolo. Molto apprezzata anche la tonante voce di Cui Pengzi nei panni del Commendatore, che infine ha trascinato il protagonista con sé negli Inferi, sorretto dal canto e dalle ombre di un ipnotizzante coro di Baccanti.

Elia Colombotto (Leporello). Fotografia di Giulia Rivetti

A sorpresa, il concerto non si è interrotto sulle note del finale d’opera. La morale recitata dai nemici di Don Giovanni in “Questo è il fin”, infatti, è stata sostituita dal più celebre frammento tratto dalla festa del I atto: un «Viva la libertà!» che ha coinvolto il cast intero e che ha sottolineato con grandissima efficacia l’interpretazione giocosa e libertina data alla vicenda.

Unica pecca: la proiezione di alcuni power point teorici nel corso dello spettacolo. Il pubblico non è riuscito a seguirli né a leggerli, avendo rivolto tutta l’attenzione alla musica di Mozart e alle voci dei cantanti. Sono stati invece molto apprezzati i giochi di luci realizzati da Marco Cappa e l’intermezzo recitato tratto dal Don Juan di Molière a opera di Giulia Rivetti (“Donna Juana”) e Riccardo Ruggeri (un povero).

Trailer a cura di Giulia Rivetti
  • Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
  • Libretto: Lorenzo Da Ponte
  • Supervisione: Paolo Ricagno
  • Interpreti: Jun Yong Gregorio Park (Don Giovanni), Elia Colombotto (Leporello), PengZi “Michele Panini” Cui (Il Commendatore), XinTian Thomas Huang e Felipe Tavolaro (Don Ottavio), Lisa Hambrecht, Judith Hopfhauer e Ana Spataru  (Donna Elvira), Kyu Won Kim e Li Lingtong (Donna Anna), Francesca Idini e XingYao Chen (Zerlina)
  • Attori: Giulia Rivetti (Donna Juana), Riccardo Ruggeri (un povero)
  • Regia: Riccardo Ruggeri e Jun Yong Gregorio Park
  • Assistente alla regia: Giulia Rivetti
  • Luci: Cecilia Conte
  • Collaboratori: Martina Baroni, Marco Cappa
  • Maestra accompagnatrice: Stefania Visalli

Perché dovreste scoprire Contrametric Ensemble

Che cos’è Contrametric Ensemble? Ma è semplice: è la neonata associazione musicale torinese composta da giovani artisti freschi di Conservatorio. Figlia di Alberto Brunero, presidente dell’associazione nonché musicofilo instancabile che, tra il pianoforte e gli studi in Storia, gestisce una popolare pagina su vari social, e di Farhad Mahani, direttore artistico nonché talento promettente della direzione d’orchestra, Contrametric Ensemble è nata ufficialmente il 14 marzo 2021, a seguito di un parto travagliato dalle mille complicanze della pandemia, debuttando con la versione cameristica della Quarta sinfonia di Mahler, trasmessa online perché allora il Piemonte era in zona arancione.

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MiTo 2020: Lo spirito della Nona

Il festival MiTo di quest’anno ha ospitato a Torino il duo di pianisti Bruno Canino e Antonio Ballista, interpreti della Nona Sinfonia di Beethoven nella trascrizione per due pianoforti di Franz Liszt, in una sala del Conservatorio Giuseppe Verdi mezza vuota per ragioni note, e chi si trova a doverne scrivere una recensione non sa da dove cominciare. Quello che posso fare è limitarmi a suggerire delle impressioni personali.

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Doppio compleanno al Conservatorio

Il direttore Mario Lamberto. In copertina, il clarinettista Nino Carriglio.

Tra le tante date importanti disseminate nel mondo della musica classica ce n’è una che ogni appassionato conosce: il 27 gennaio, compleanno di Wolfgang Amadeus Mozart. Forse però non tutti sanno che, presso il Conservatorio “G. Verdi” di Torino, dal 2017 è in corso un interessante progetto per festeggiare questa ricorrenza: è organizzato dal clarinettista Nino Carriglio, che compie gli anni esattamente lo stesso giorno dell’illustre compositore. Il 2 febbraio questa festa è stata celebrata da un concerto ricchissimo, con la partecipazione della pianista Patrizia Fossat e dello stesso Carriglio al clarinetto; Mario Lamberto ha diretto per l’occasione l’Orchestra Tonino Pardo, fondata dal curatore del progetto nel 2018 in onore del defunto Antonino Pappalardo (in arte, appunto, Tonino Pardo). La data 2021, inoltre, è già stata annunciata: sarà domenica 31 gennaio.

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Final Time: L’Orchestra di Padova e del Veneto al Conservatorio

Il direttore Luigi Piovano.

Il 28 gennaio si è tenuto il quinto concerto della stagione 2019-20 dell’OFT, che per l’occasione ha ceduto il palco del Conservatorio “G. Verdi” di Torino all’Orchestra di Padova e del Veneto, diretta da Luigi Piovano e accompagnata all’arpa da Emanuela Battigelli. La serata, costruita interamente sul tema della conclusione, interpretata come morte, come assenza e ricordo o come ultima occasione compositiva, è stata contrassegnata da un titolo decisamente evocativo: Final Time.

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