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Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri: un devastante tifone in salsa noise

«Si chiama adrenalina: la produce il cervello, è legale ed è potentissima.» 
– Pierpaolo Capovilla

Il 13 maggio l’Hiroshima Mon Amour ha ospitato i veneziani Cattivi Maestri, guidati da Pierpaolo Capovilla, storico frontman degli One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori. Reduce dalla candidatura ai David di Donatello come Miglior attore non protagonista per “Le città di Pianura” di Francesco Sossai, Capovilla ha confermato sul palco il carisma che da anni lo rende una delle figure più riconoscibili della scena underground italiana. 

Ad aprire la serata sono i torinesi Avvolte (ex-Avvolte Kristedha), attivi da circa trent’anni e contraddistinti da un sound eterogeneo che incrocia post-punk ed electro-rock. Poi l’ingresso in scena dei Cattivi Maestri, che incendiano il palco con un’esibizione densa e visionaria, dove gli strumenti si fondono con la voce roca e teatrale del cantante. Insieme a lui Fabrizio Baioni alla batteria, Loris Cericola alla chitarra e Federico Aggio al basso ripercorrono i brani dell’omonimo album pubblicato nel 2022, lasciando ulteriore spazio al nuovo singolo “Dimenticare Maria”, uscito a marzo, abbinato con l’ironico art rock di “Per le vie della città”.

La presenza scenica di Capovilla, coronata da un irresistibile verve spoken, primeggia su tutto, ipnotizzando il pubblico attraverso le sue gesta e facendo di questi ciò che vuole. Tra la vampata noise di “Cassavetes” e la satira feroce di “Morte ai Poveri”, i Cattivi Maestri mettono in mostra un’identità sonora compatta, capace di imporsi con forza anche davanti agli spettatori meno avvezzi al loro universo musicale. 

La crisi inconscia di “Follow the Money”, la fragile malinconia di “Anita” e l’orazione funebre dedicata al militare Lorenzo Orsetti in “La città del sole” mostrano il lato più poetico e introspettivo di Capovilla: una scrittura capace di elevarsi, dando ritmo e profondità a ogni lirica, senza mai apparire fuori luogo. Di lì a poco, tra distorsioni e feedback incessanti, il concerto si arresta per dedicare un momento al ricordo del poeta abruzzese Emidio Paolucci, figura particolarmente vicina a Capovilla: detenuto per anni nel carcere di San Donato di Pescara, Paolucci è stato più volte al centro delle interpretazioni pubbliche del frontman, che ne ha portato in scena i testi in diverse occasioni.

 Il concerto si conclude sulle note di “Gesù Cristo o barbarie”, possibile frecciata alla conversione spirituale e artistica di Giovanni Lindo Ferretti (ex-CCCP, CSI, PGR). Subito dopo l’esibizione, Capovilla legge con intensità la Lettera ai mercanti di morte del cardinale Domenico Battaglia, noto testo di denuncia contro la trasformazione del dolore umano in profitto, definendo l’arcivescovo come una delle figure più sincere nel panorama cattolico contemporaneo.

I Cattivi Maestri danno vita a uno spettacolo intenso e sfaccettato, capace di alternare una viscerale furia sonora a momenti più taglienti e cantautorali. Un linguaggio espressivo che conserva intatta la cifra stilistica del frontman, profondamente radicato nella propria identità artistica.

Andrea Arcidiacono

L‘ossessione per il genio: il paradosso di Matteo Mancuso all’Hiroshima Mon Amour 

C’è un’aria particolare tra le mura dell’Hiroshima Mon Amour: un misto di devozione religiosa e analisi clinica. Incastrato in questa terra di mezzo popolata da nerd della sei corde, il live di Matteo Mancuso si è rivelato un’esperienza capace di distorcere ogni percezione, ribaltando le aspettative in un gioco di contrasti tra euforia e alienazione.

Foto di Franco Rodi

Il target è esattamente quello previsto: attempati giovanotti brizzolati amanti del buon vino, feticisti del rock «fatto bene» (cit. sconosciuto) e ragazzi dai capelli lunghi con qualche sporadico pelo sul viso. Tra uno scambio di battute sui prossimi eventi in cartellone, l’euforia per l’annuncio del nuovo film de Il Signore degli Anelli e qualche fischio d’impazienza per il leggero ritardo, l’artista palermitano sale finalmente sul palco dell’Hiroshima accompagnato da Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria.

Incorniciato da giochi di luce spumeggianti e colonnine al neon da far invidia a un concerto dei Daft Punk, Mancuso si posiziona lateralmente, dettaglio rivelatore del suo modo di essere: quieto, introverso e per nulla egoriferito. Il pubblico si immobilizza, consapevole di stare per assistere a qualcosa di unico. Il concerto parte, e dopo qualche accordo sostenuto le sue dita iniziano a destreggiarsi in arpeggi vorticosi, colpendo le corde con quel fingerstyle flamenchiano che, dopo anni di studio, gli garantisce un’agilità sovrumana.

Foto di Franco Rodi

Sebbene il tour anticipi l’uscita del nuovo album “Route 96” (prevista per il 24 aprile), il concerto non cade mai nel mero esercizio solistico. Matteo non schiaccia i suoi compagni, al contrario: il trio interagisce egregiamente, lasciando spazio a incursioni ritmiche capaci di catturare l’attenzione dell’intera sala. Il titolo del disco, come riferisce lo stesso Mancuso, è un omaggio alla musica americana, a tinte blues e fusion che lo hanno plasmato, dall’immancabile Jeff Beck, all’eclettismo dei Weather Report, fino alle armonie di Chick Corea.

Tuttavia, all’interno di un’esibizione impeccabile per qualità sonora, emerge uno strano senso di scollamento. L’attenzione quasi ossessiva per il talento di Mancuso genera un’alienazione che priva l’evento di quella partecipazione viscerale tipica del Pop, inteso come controparte della musica classica. È un peccato, perché il genio di Matteo non è affatto schiavo del tecnicismo: è in grado di plasmare il suono a suo piacimento, senza mai eccedere. Eppure, dall’altra parte, gli occhi sgranati dei fanatici sembrano concentrati più sulla performance atletica piuttosto che sul lasciarsi trasportare dall’atmosfera.

Foto di Franco Rodi

Matteo Mancuso possiede uno stile che lo rende già oggi uno dei talenti più interessanti e affermati del panorama internazionale e sarebbe più che meritato se l’interesse verso l’artista siciliano riuscisse a evadere dalla nicchia dei cultori dello strumento per abbracciare un pubblico più vasto e istintivo, privo di quella conoscenza che a volte può essere un limite.

Marco Usmigli

È il Tempo di Laila Al Habash

12 marzo 2026, serata carica di aspettative per il debutto di Laila Al Habash sul palco dell’Hiroshima Mon Amour. Il sorriso radioso e l’emozione palpabile, attraversati da una lieve tensione, rendono l’artista immediatamente autentica.

«Qui tutti mi chiedono solo: “Che lavoro fai?” / Io cerco qualcosa di buono, che tesoro hai? / Qui tutti mi chiedono solo: “Che progetti hai?” / Parlano tutti al futuro e nessuno è mai qui».

Laila apre le danze con “Che lavoro fai?” mettendo subito a fuoco una delle ossessioni più radicate della contemporaneità: ridurre l’individuo a ciò che fa, a ciò che diventerà, alla sua funzione produttiva. Eppure, mentre il brano racconta un futuro che corre svuotato, sotto al palco succede l’opposto: per una volta siamo lì, presenti, a condividere qualcosa che esiste solo in quel momento. 

Nel repertorio della serata convivono il nuovo album Tempo e il precedente Mystic Motel ma trova spazio anche un ritorno al passato, “Bluetooth (2019), che Laila introduce quasi con imbarazzo, dicendo che non è più il suo linguaggio ma è frutto di un’età più giovane che non rinnega. Proprio per questo funziona: permette di cogliere il percorso artistico e i cambiamenti che il tempo inevitabilmente porta con sé.

Ad accompagnare la cantautrice, una band essenziale — batteria, tastiera, basso elettrico, synth e drum pad — che la sostiene e lavora in perfetta sintonia. In alcuni brani Laila, oltre a cantare impeccabilmente, imbraccia e suona anche la sua chitarra elettrica.
Il mondo sonoro spazia in numerose dimensioni, tra indie-pop, R&B, urban rap, electro-pop con forte groove e frammenti di modalità maqāmiche che richiamano le sue origini palestinesi e aggiungono ulteriore profondità alle linee melodiche.

Foto di Elisabetta Canavero

La performance propone momenti introspettivi condivisi e altri più leggeri e trascinanti, capaci di coinvolgere il pubblico e farlo ballare. Ogni brano ha una specifica atmosfera, mistica e onirica. Laila canta intimamente immersa tra nebbia e gioco di luci o balla e si accende sul palco. La cintura da danza del ventre diventa un dettaglio visivo che rafforza un’estetica stratificata, sensoriale, identitaria e colorata.
In alcuni momenti qualche mossa può risultare leggermente costruita o troppo studiata, ma non intacca il fascino. Quello che conta davvero è ciò Laila comunica: scrive e canta di sé stessa, con testi delicati ma mai evanescenti. Sul palco, l’emozione diventa autenticità, rendendo ogni parola credibile e coerente.

Tempo, non a caso, è il nome dell’album e del tour. Se in “Brodo” (2021) Laila si chiedeva «sono in ritardo forse o non sono mai arrivata», con Tempo e “C’è tempo” sembra aver cambiato prospettiva: le domande trovano una consapevolezza più calma e centrata. Il tempo non è più qualcosa da inseguire, ma qualcosa da abitare. 

Ed è proprio questa la sensazione che restituisce il live all’Hiroshima Mon Amour: non un punto d’arrivo, ma un momento pieno, vissuto fino in fondo. Un tempo presente e prezioso.

Linda Signoretto

Il Mago del Gelato a Hiroshima Mon Amour: un live da asfissia

Il concerto de Il Mago del Gelato all’Hiroshima Mon Amour, avuto luogo venerdì 21 novembre, è stato travolgente. Ci sono voluti giorni per rielaborare le sensazioni e riuscire a scriverne. Un’ora e mezza senza fiato, in cui il quartetto ha dato vita a sonorità per il corpo e per la mente: muovendo il primo e alleggerendo la seconda. Il gruppo nato, nel cuore multietnico di Via Padova, a Milano, porta avanti un’idea di funk mediterraneo che mescola radici popolari, curiosità urbana e un gusto melodico che profuma d’estate, possibilmente lontano dalla calura meneghina.

Foto di @Rullino_Urbano

Dal vivo i quattro ampliano la formazione, aggiungendo fiati e percussioni per ricreare e potenziare i colori dei brani prodotti in studio. Il risultato è un flusso continuo di gioia euforica, tra groove danzanti, ritmi afro-latini e riff melodici memorabili. I confini si dissolvono. Non c’è più distinzione tra palco e platea e l’estasi musicale si propaga inondando il pubblico. Quella stessa estasi che si prova durante un tuffo al mare in piena notte, alla fine di una giornata calda e passata troppo in fretta, che sa di allegra malinconia. Di risate, leggerezza e nostalgia. Che scuote i pensieri mentre i suoni attraversano ogni centimetro del corpo.

Sul palco i musicisti non si fermano mai: si guardano, sorridono – sudano un sacco – e si lanciano l’uno contro l’altro sfide a base di cambi di ritmo, mostrando una spiccata sintonia forgiata in breve tempo: a due anni dal primo singolo “Zenzero” (2023) non sono ormai più una fresca promessa, ma una conferma nitida del nuovo panorama funk italiano.

Foto di @Rullino_Urbano

Il gruppo ha saputo costruire uno stile riconoscibile, composto da un mix di influenze del passato: dalle scintillanti tastiere anni ‘80 alle percussioni e ai ritmi afrobeat, fino ad arrivare all’uso del vocoder come elemento cardine nei brani cantati. Senza dimenticare il debito verso le sonorità più eclettiche di Piero Piccioni, di cui, tra l’altro, propongono una reinterpretazione del brano “Scacco alla torre”, pubblicato poche settimane fa all’interno del progetto discografico Cinevox ReFramed.

Il Mago del Gelato si afferma come una realtà capace di coinvolgere e trascinare chiunque gli si trovi davanti in un’esperienza collettiva, fisica ed emotiva. E una volta usciti, ripreso fiato, si sorride, stanchi, ma consapevoli di aver partecipato a un sinergico scambio di energia positiva, che ci ricorda quanto i live ci facciano bene. Perché quell’ora e mezza di musica, per quanto passeggera, sa restituirci una gioia che va ben oltre l’ultima nota.

Marco Usmigli

Maria Antonietta e Colombre dal vivo con Luna di Miele

Sulle note di “Blue Velvet” di Bobby Vinton, una mezzaluna luminosa domina il palco dell’Hiroshima Mon Amour il 20 novembre. Resterà accesa per l’intero concerto, a richiamare Luna di Miele, l’album scritto a quattro mani da Maria Antonietta e Colombre. Poi entrano loro: stelle indipendenti che, in questo progetto e nella vita, si illuminano a vicenda.                                              
I due artisti hanno alle spalle anni di lavoro individuale, con dischi che li hanno affermati come voci distinte e riconoscibili del cantautorato italiano contemporaneo. Un cammino parallelo che oggi converge in Luna di Miele, i cui brani provengono da anni di vita condivisa, materiale rimasto a lungo in silenzio e poi riesumato da un vecchio hard disk.

L’album porta un barlume di leggerezza in tempi bui. I testi hanno una forza cinematografica, raccontano gesti minimi, frammenti di quotidianità e immagini nitide che diventano dialogo continuo tra due penne dalla personalità inconfondibile. Con equilibrio tra dolcezza e ironia, la lirica di Maria Antonietta e Colombre evita il sentimentalismo: celebra l’amore lasciando emergere crepe e ombre, quelle imperfezioni che rendono reale ogni relazione e permettono alla luce di entrare.

I due artisti intrecciano con simpatia storie e canzoni, raccontando e raccontandosi, mentre una band affiatata — basso/violino, batteria e tastiera/chitarra — li accompagna con precisione. Cantano, suonano e si muovono insieme con grinta e magnetismo. Le tante vibrazioni positive hanno persino provocato la caduta inattesa di uno strumento dal suo appoggio: un istante di puro rock’n’roll.

Maria Antonietta e Colombre si cercano e si incontrano su ritmi incalzanti che mescolano electro-pop, indie, reggae e funk, con l’inconfondibile energia punk e rock della cantante. La sintonia è perfetta: due note distinte che si armonizzano senza mai confondersi.

Foto di Andrea Mastrangelo
Foto di Andrea Mastrangelo

In scaletta trovano spazio i brani di Luna di Miele, alcuni estratti dalle discografie soliste e una dolce cover di “Blue Moon”. 
Maria Antonietta propone “Deluderti”, “Alla Felicità E Ai Locali Punk”, “Viale Regina Margherita”, “Ossa” (in versione acustica), “Quanto Eri Bello” e “Con Gli Occhiali Da Sole”. Colombre aggiunge “Pulviscolo”, “Blatte”, “Il Sole Non Aspetta”, “Adriatico” e porta anche un brano condiviso dal suo album Realismo magico in Adriatico: “Io e te certamente”, scelto per chiudere la serata, come un sigillo affettuoso.

Durante i brani dei rispettivi repertori, Maria Antonietta e Colombre cantano insieme, suonano l’uno per l’altra o si ascoltano in silenzio, a volte sedendosi a terra per godersi lo spettacolo, lasciando emergere un’ammirazione reciproca che diventa parte integrante del concerto.

Il live restituisce l’essenza di Luna di Miele: un incontro tra due visioni che si sfiorano senza mai sovrastarsi. Il progetto e il tour dimostrano come due carriere soliste possano unirsi in qualcosa che va oltre la somma dei loro singoli percorsi.
La mezzaluna si spegne e resta accesa la sensazione di aver assistito a un concerto unico e memorabile, un duo e una coppia che trasforma la complicità in musica condivisa, luminosa, spontanea e aperta al mondo.

Linda Signoretto

Studio Murena in concerto: la notte del jazz-rap all’italiana

In principio ci fu Ghemon, a mescolare soul e rap in Italia; poi i Funk Shui Project, prima con Willie Peyote e dopo con Davide Shorty; oggi gli Studio Murena, band formatasi al Conservatorio di Milano, che porta avanti quell’idea unendo jazz, rap ed elettronica.
Li abbiamo ascoltati giovedì 13 novembre all’Hiroshima Mon Amour di Torino, in una serata piuttosto gelida che ben si coniuga con Notturno, il loro ultimo progetto.
L’inizio del loro concerto chiama a raccolta tutto il pubblico attraverso una voce registrata che invita a instaurare una connessione col campo di frequenze e le vibrazioni musicali che ci di lì a poco ci coinvolgeranno. Dopo di ciò, i sei membri salgono sul palco e danno il via all’esibizione con “Another Day with Another Sun”, brano ammaliante che ci introduce in questo viaggio al termine della notte. Arriviamo a “Vienna”, brano sentimentale in cui attraverso la lente Battiato (“Tutto l’universo obbedisce all’amore”) si rilegge una relazione di coppia. C’è una breve sosta prima di ripartire con un interludio in cui sentiamo una voce recitare il famoso monologo sulle apparenze tratto da Persona di Ingmar Bergman,mentre sullo schermo scorre un montaggio frenetico di immagini in bianco e nero.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Si ricomincia con i brani più lisergici e allucinatori del sestetto, quali “Baba Yaga”, suonata sventolando la bandiera dei pirati, “Long John Silver” e “Nostalgia” in cui il sample di Ornella Vanoni (“Domani è un altro giorno”) si trasforma in un coro cantato dal pubblico. Si passa poi a una serie di brani in anteprima più rilassati e intimi, a cover inaspettate come quella di “Toxic” di Britney Spears, in una versione screamo, e “Gangsta’s Paradise” di Coolio; e infine “Cannemozze”, brano realizzato per la collana CINEVOX ReFramed in cui il gruppo campiona  una colonna sonora di Piero Piccioni. 

Il finale del concerto guarda da un lato a Milano con “MON AMI”, in riferimento al rapporto d’amore e odio verso la città e i suoi abitanti, e dall’altra alla musica con “Jazzhighlanders”, in cui ritorna a sventolare la Jolly Roger, simbolo di resistenza, libertà e di speranza nel futuro. Gli Studio Murena hanno saputo coinvolgere il pubblico intensamente nel loro mondo fusion dall’attitudine punk, in cui “l’hip-hop funziona, è semplice e figo” e ben bilanciato al jazz e alle sperimentazioni elettroniche.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Alessandro Camiolo

Chromogen: la camera oscura del suono

Da Bologna sul palco dell’Hiroshima Mon Amour, i Chromogen, un trio strumentale con l’omonimo EP d’esordio, i cui titoli dei brani richiamano sostanze chimiche usate nello sviluppo fotografico analogico. Si esibiscono dopo i Tendha in occasione di Glocal Sound, la vetrina che illumina nuovi talenti all’interno del Reset Festival.

Il chromogen, in chimica fotografica, è il reagente che trasforma lentamente un’immagine da bianco e nero al colore. Ed è proprio questa trasformazione lenta, che guida l’ascolto della loro musica: si parte da strutture quasi monocromatiche, per arrivare a composizioni sonore stratificate, in cui ogni suono e timbro agisce, come un reagente, sul successivo.

Basso elettrico, sax tenore e batteria: una formazione essenziale, ma tutt’altro che minimalista.  Il live è segnato da un imprevisto non da poco: il batterista ufficiale è sostituito all’ultimo minuto per motivi di salute. L’alchimia del trio non ne risente. Anzi: il set è rimasto coeso e in sintonia. Una tensione chimica, potremmo dire, dove ogni elemento sonoro trova il suo equilibrio.

Il basso, trattato con effetti e pedali, copre più registri, muovendosi tra ruoli armonici, melodici e ritmici. Scolpisce lo spazio, crea ponti, guida e suggerisce traiettorie, lavorando come collante armonico e tessitore di atmosfere. La batteria, insieme al basso, gestisce la macchina ritmica. Lavora a incastro, sostiene i tempi spezzati, crea e interrompe il flusso. Il sax tenore è la voce solista. Non accompagna, narra. Il suo fraseggio è fluido, espressivo, spesso malinconico. Dialoga, interrompe, riparte.

Il progetto si muove tra jazz contemporaneo, funk e post-rock dalle tinte post-punk. Le influenze si sentono, ma non sovrastano mai l’identità del gruppo, che lavora su una ricerca timbrica costante, con un’attenzione particolare agli spazi, ai vuoti, alla dinamica.

Il set alterna momenti dal ritmo incalzante, con groove trascinanti, ad altri più sospesi, in cui la musica si fa psichedelica. In questi passaggi, il trio costruisce ambienti sonori che sembrano muoversi in uno spazio onirico, quasi fuori dal tempo.
Non è solo una questione di effetti: è un uso consapevole della dinamica e della densità timbrica. L’alchimia è centrale: la struttura è complessa, ma mai rigida e lascia spazio all’improvvisazione. Tutto resta in equilibrio, con una direzione chiara che tiene insieme gli elementi.

Singolo dell’LP, la cover di “In Bloom” dei Nirvana, portata anche sul palco. Non è un omaggio meccanico: viene reinterpretata secondo la lente fotografica del trio. Non è grunge per nostalgia, ma una rielaborazione che la dissolve, la sfuma, la reinventa. Tra i brani c’è anche “Bleach, un titolo che richiama sia il reagente chimico sia, forse, un altro omaggio silenzioso al grunge e ai Nirvana.

Il progetto dimostra come anche una formazione essenziale, di soli tre strumenti, può creare un mondo sonoro complesso, coerente e ricco di sfumature. Come nelle vecchie camere oscure, ciò che all’inizio sembra indefinito può trasformarsi, lentamente, in un’immagine piena di colore. 

Linda Signoretto

La partita sonora dei Tendha: Glocal Sound

Chiunque sia cresciuto con una console tra le mani ricorderà sicuramente almeno una delle colonne sonore 8-bit: quelle melodie digitali codificate che accompagnavano i videogiochi dell’epoca. Possiamo affermare che sono a pieno diritto parte della memoria collettiva sonora, molto più di certi tormentoni estivi e jingle.
Queste musiche venivano generate in tempo reale dal chip audio integrato nella console, imponendo limiti tecnici molto rigidi.
I compositori dovevano programmare matematicamente il suono, nota per nota, con una manciata di frequenze, ritmi e timbri sintetici (soprattutto beep e toni squadrati) e con arpeggi rapidi che assomigliano ad accordi. Eppure, nonostante i confini strettissimi, sono riusciti a creare melodie memorabili, riconoscibili e, soprattutto, piacevoli anche dopo ore attaccati allo schermo.

È proprio dentro i limiti rigidi dei chip sonori che la band, scelta per il primo appuntamento di Glocal Sound, si muove con consapevolezza e inventiva. Siamo nel vivo di una rassegna che, nella cornice del Reset Festival, presenta, sotto i riflettori dell’Hiroshima Mon Amour alcuni tra i più interessanti progetti emergenti della scena musicale italiana.
Sul monitor scorrono pixel e frammenti video tratti da storici videogiochi 8-bit, mentre sul palco suona il trio milanese Tendha (per appassionati e curiosi: il nome è un omaggio al rifugio del videogioco Final Fantasy).
L’atmosfera e la musica riescono a teletrasportarsi nel passato, recuperando il suono dell’infanzia digitale e di molte generazioni.

Il concerto prende vita attorno al loro album di debutto Soap doesn’t exist because it can’t be told. Ma non è solo un album, e nemmeno solo un’esibizione: è un concetto, un mondo sonoro che parte dal passato e guarda avanti, costruendo un insieme di suoni attraverso il layering di loop in evoluzione sovrapposti e manipolati in tempo reale.

La vera sorpresa è il clarinetto basso dotato di setup elettrico. Uno strumento classico che, grazie all’elaborazione elettronica, si reinventa e acquisisce nuove sfumature timbriche. 

Un duo di voci, maschile e femminile, svincolate da parole e testi convenzionali, esplorano fonemi, suoni articolati, sillabe isolate che ripetute, distorte e trasformate, assumono una consistenza sonora propria. Le linee vocali si rincorrono, si scontrano, si fondono, esplodono e mutano tonalità, dando vita a un intreccio dinamico e imprevedibile. Diventano strumenti, parte integrante della trama musicale, intrecciandosi con naturalezza in un dialogo continuo con le pulsazioni della batteria e il timbro del clarinetto basso. Tastiera, sintetizzatori ed effetti elettronici lavorano dietro le quinte per elaborare loop e layering.

Voci e clarinetto si muovono entro confini e registri ben precisi, ma si divertono a giocare con ritmi spezzati e sincopati, creando un senso di sorpresa e movimento continuo. Questi sbalzi ritmici richiamano cambi di scena tipici dei videogiochi, dando vita a una performance mai scontata.

Nonostante i limiti imposti dall’estetica sonora 8-bit riescono comunque a modulare il suono con grande espressività. Sfuggono, di tanto in tanto, alla meccanicità del loop, spezzando la rigidità robotica e restituendo all’ascolto un’improvvisa autentica presenza umana.

Dopo questo viaggio tra pixel e loop, Tendha dimostra come i limiti tecnici possano stimolare la creatività. La partita è stata salvata lasciando aperta la curiosità per i prossimi livelli del loro percorso artistico.

Linda Signoretto

Pop X, dov’è Liana, delicatoni: il sabato di flowers festival

L’ultimo weekend del Flowers Festival si chiude con un triplo concerto che fonde una band emergente, tre francesi innamorati e il ventennale del progetto più folle dell’it-pop.

In un sabato pieno di nuvole e pioggia ci ritroviamo sempre alla Certosa di Collegno, tra ombrelli, impermeabili e tante bandane (sul perchè ci arriviamo dopo). Il pubblico, rispetto ad altre volte, è un mix eterogeneo, giovane, ma forse solo interessato ad ascoltare l’unico gruppo per cui è venuto qui. Non a caso rimbalza continuamente una domanda tra la folla: «Chi sei venuto ad ascoltare?»

La minoranza che sta sotto la pioggia fin dall’inizio, è qui per i Delicatoni, quattro giovani musicisti vicentini dall’indole anarchica che hanno suonato i brani del loro primo album Delicatronic. Il loro sound unisce l’elettronica dance a rime giocose, quotidiane, spesso cantante in coro in un movimento ciclico delle parti a scandire il tempo. L’aggregazione sul palco e tra il pubblico è il fulcro della loro musica, che trasmette leggerezza e voglia di connettersi agli altri con lucidità e dialogo. 

Foto dal profilo FB di Flowers Festival

Pioggia finita, il pubblico si alza dalle panchine sotto ai gazebo e si fa più numeroso per sentire i Dov’è Liana, gruppo parigino che ha esordito lo scorso anno con l’album Love 679. I tre salgono sul palco col tipico foulard da babooshka e gli occhiali da sole, simbolo indossato anche dai fan. Uno dei cantanti si avvicina al microfono e recita la prima pagina de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, forse uno dei loro riferimenti in quanto a libertà sessuale, con l’invito a essere disinibiti e senza pregiudizi, un elemento presente anche nei loro testi. La loro esibizione è a metà tra un dj set di house french touch e disco dance anni ‘80 suonata con chitarra e pianoforte. Sul palco li vediamo spesso illuminati in silhouette, mentre ballano e cantano tra inglese e italiano, dalla pronuncia in parte stentata dall’altra caricaturale. Ci invitano a fare festa in modo sincero e spontaneo, come ribadito dal brano conclusivo “Perchè piangi Palermo?”: l’importante è ballare, ridere e fare l’amore.

Foto dal profilo FB di Flowers Festival

Infine il gruppo più atteso: i Pop X, progetto capitanato da Davide Panizza che qui si esibisce insieme a Walter Biondani (chitarra acustica), Luca Babic (batteria elettronica) e Niccolò Di Gregorio (chitarra elettrica). Un’esibizione collettiva che cavalca lo spirito demenziale e nonsense attraverso i video karaoke delle canzoni sullo sfondo e immagini intermittenti in rapida successione. Il pubblico può decidere anche di salire sul palco e scatenarsi insieme alla band o rimanere a pogare fino a sfiorare più di mille volte l’atmosfera, come recita “Io centro con i missili”. Da evidenziare i momenti solo strumentali, che spingono sull’elettronica di taglio hyper-pop, ma anche downtempo e garage, quasi una fusione tra A.G. Cook e Fred Again sotto effetto del popper. 

Foto dal profilo FB di Flowers Festival

Il fatto che Pop X da fenomeno di nicchia sul web, sia riuscito a emergere fino a ritagliarsi un proprio spazio, attraverso testi che si prendono gioco di tutto e spingendo tutto su un’elettronica che potremmo definire tamarra, è sintomo di come il pubblico ricerchi ancora qualcosa di inedito e irripetibile, rispetto ai piatti pronti offerti dalle playlist degli algoritmi. 

La lunga festa è finita dopo oltre tre ore di musica, quando si ritorna alla pace col cuore che batte ancora forte, ma conservando nella mente tanti momenti unici.

Alessandro Camiolo

Joan Thiele e Franco126: debutti e conferme al flowers festival

Prima o poi bisognerà scrivere una guida estiva per sopravvivere al caldo della città. Tra i suggerimenti andrebbe inserito il Flowers Festival di Collegno organizzato da Hiroshima Mon Amour – quale evento rigenerante e lontano dal caos – che in dieci anni di attività è diventato un riferimento per molte persone sia per la programmazione densa di artisti che per il semplice piacere di ascoltare musica dal vivo all’aperto. 

Tra i primi appuntamenti di quest’anno siamo stati al doppio concerto del 27 giugno con protagonisti Joan Thiele e Franco126. Due coetanei, appena trentenni, attivi in musica da ormai dieci anni con percorsi musicali differenti, ma dallo stile che risuona per il modo di mescolare influenze del passato (R&B, rap, cantautorato) in nuove forme ibride. 

La musica inizia presto, ancora prima del calar del sole sale sul palco Lorenzza, giovane rapper nata in Brasile e cresciuta a Pisa, che ha presentato i brani del suo primo EP A LORENZZA. Chi pensa si tratti solo di un prodotto delle case discografiche che per stare al passo coi tempi lanciano nuove artiste fotocopie dei colleghi uomini, beh… si sbaglia. Lorenzza, come tante altre rapper emergenti, ha voglia di rivalsa e una buona dose di consapevolezza che la rendono originale e la distaccano dalle figurine bidimensionali dell’onda dei giovani rapper drill e trap. 

Foto di Fabio Marchiaro, da pagina FB di Flowers Festival

Al tramonto, salgono sul palco Joan Thiele e la sua band, tutti vestiti di bianco. Il fulcro del concerto è Joanita, il suo primo album in italiano uscito subito dopo la partecipazione a Sanremo. I primi brani sono fluttuanti e pieni di riverberi, quasi da film western, Joan canta fissa davanti al microfono così da svettare come un vertice piramidale sul palco. L’intensità aumenta non appena l’artista imbraccia la sua chitarra elettrica ed esegue i brani più arrabbiati e istintivi muovendosi per tutto il palco. La sua voce limpida e delicata è in piena simbiosi con i riff infuocati della chitarra e i suoni leggeri della tastiera. Altro aspetto notevole è l’utilizzo delle colonne sonore di Piero Umiliani, che la band suona dal vivo con un risultato diverso dai campioni in sottofondo presenti nel disco. La sua esibizione non può che concludersi con “Eco”, in una versione quasi progressive e psichedelica.

Foto di Fabio Marchiaro, da pagina FB di Flowers Festival

Nella pausa necessaria al cambio palco, ci accompagna la playlist pre esibizione di Franco126, con brani di Sergio Caputo, Pino D’Angiò e Neffa, artisti affini al cantante romano, oltre che sue probabili fonti d’ispirazione. La scenografia è quella di un salotto da indovino (figura già presente fin dall’annuncio del nuovo disco via social): tende rosse, una palla luminosa al centro, lampade ad arco e luci calde. Il mago che risolve dubbi e incertezze è Zoltar, il cui volto digitale è dentro lo schermo della cabina 126. Franco interagisce con l’avatar per provare a indovinare i futuri possibili, tra risate e battute in romanesco. La band composta da sei musicisti ha dato nuova veste ai brani recenti ma soprattutto a quelli passati. La presenza di un sassofonista permette delle variazioni malinconiche da jazz notturno, mentre alcuni brani ripresi in chiave latino-americana sorprendono per la loro frenesia. Lo show scorre tutto d’un fiato: i medley sfruttati a dovere potenziano l’effetto nostalgia delle canzoni degli esordi mentre i brani più popolari uniscono tutto il pubblico in un karaoke. Franco, nascosto dietro i suoi occhiali neri e sempre col bicchiere in mano, si diverte a giocare con il campionatore mentre sussurra al microfono ricordi, pensieri, dialoghi estratti dal suo mondo in cui relazioni, passatempi e routine giornaliere si incrociano con le singole storie di ognuno. Tra il pubblico c’è chi piange e si emoziona, chi si abbraccia e si bacia: chi sogna questi momenti dal 2016 non può che tornare a casa con sollievo. 

Foto di Fabio Marchiaro, da pagina FB di Flowers Festival

Entrambi i concerti hanno unito con gusto passato e presente, trovato il giusto ponte di comunicazione con il pubblico e resa più leggera e sopportabile una serata calda altrimenti insostenibile.

Alessandro Camiolo