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I Puritani: al Regio si nega il lieto fine a Bellini

Guerra politica, abbandono e una mente che si sgretola. In cartellone per la Stagione 2025/2026, il Teatro Regio di Torino porta in scena I puritani, ultimo capolavoro di Vincenzo Bellini. Una partitura che, nonostante la gravità dei temi, riesce a mantenere per tutta la sua durata una leggerezza e una curiosità musicale sorprendenti, senza mai scadere in una pesantezza opprimente. La direzione musicale è affidata a Francesco Lanzillotta. Il nuovo allestimento, firmato per regia, scene e costumi da Pierre-Emmanuel Rousseau riserva un finale inaspettato.

La trama originale, su libretto di Carlo Pepoli, ci porta nell’Inghilterra della guerra civile. Elvira, figlia di un governatore puritano, ama Arturo, partigiano della fazione opposta degli Stuart. Il giorno delle nozze, Arturo sceglie di salvare la vita alla regina prigioniera Enrichetta, fuggendo con lei. Convinta di essere stata tradita, Elvira sprofonda nella follia. Rousseau prende questa premessa e la chiude tra le pareti domestiche. Come spiega il regista stesso: «Una donna sola, Elvira, al centro di una guarnigione di soldati… La ragione vacilla. Ama perdutamente Arturo, il rivale politico. Si sente abbandonata, lotta contro le allucinazioni. I puritani è la storia di questa donna, preda della follia».

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino – I Puritani

La scenografia è visivamente complessa e affascinante. Una grande dimora con scale imponenti, piccoli lampadari di cristallo e carta da parati naturalistica. Ma il vero colpo di genio è l’uso della profondità del palco: intere pareti calano dall’alto, le stanze escono fuori dal fondo, aprendo letteralmente “stanze su stanze” trasportando l’azione in nuovi livelli della casa. E proprio come la sanità mentale della protagonista, anche le scenografie si trasformano progressivamente in rovine, con i muri che decadono inesorabilmente, a mano a mano, pezzo a pezzo.

Le luci di Gilles Gentner tagliano la scena creando ombre dure, gestendo molto bene la distinzione fra le stanze, i corridoi e le “finestre” che si percepiscono fuori scena, cosa non semplice in una scenografia costruita così dinamica.

Il numerosissimo coro è vestito con una rigorosa palette di grigi che riprende le pareti della casa. Questa scelta cromatica trasforma le tante persone in scena in una massa unica, conferendo ai loro movimenti un senso di ineluttabile pesantezza. In mezzo a loro, Elvira subisce una vera metamorfosi. A inizio opera indossa un candido abito blu e gioca con un velo bianco, sognando il matrimonio. Col passare del tempo, la vediamo in sottoveste e poi con un abito da sposa che si fa via via più consunto, sgualcito e sporco. Particolarmente d’impatto è il momento in cui la protagonista recupera un velo nero, dal cappello di Enrichetta fuggita con Arturo, giocandoci come a simboleggiare il lutto per il suo matrimonio e per la sua ragione.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino – I Puritani

A dare corpo e voce al personaggio di Elvira in discesa nell’abisso è Gilda Fiume. Il soprano non si limita a sfoggiare una dote canora eccezionale — con fraseggi puliti, ritmo perfetto e un’ottima gestione dei volumi in momenti critici quali acuti presi in pianissimo — ma regala un’interpretazione attoriale dirompente, piegando il belcanto alle esigenze della cruda scena teatrale. La sua pazzia esplode fisicamente durante le nozze: scaglia a terra i libretti degli invitati, distrugge le ghirlande e, in una scena carica di pathos, afferra un crocefisso per tagliarsi le vene. Finirà sedata, chiusa nella sua stanza cadente, a scrivere sul muro il nome “ARTURO”. Lo scrive in rosso, forse il suo sangue, un colore che attraversa la messinscena come simbolo visivo di passione folle. Ottima anche la prova di John Osborn nel ruolo di Arturo. Nonostante la moralità discutibile del suo personaggio, il tenore restituisce un’interpretazione tecnicamente bellissima, impreziosita da un brevissimo ma pulitissimo passaggio in falsetto, portato con naturalezza.

Ed è proprio nel finale che la regia di Rousseau compie lo strappo definitivo. Dimenticate il rassicurante libretto originale, dove un’amnistia di Cromwell salva Arturo dalla condanna a morte restituendo la felicità ai due amanti. Qui la caduta non ammette sconti. Arturo viene giustiziato con un colpo alle spalle, sulla grande scalinata, compiendo fino in fondo il suo destino politico e pagando per l’onore perduto. Uscite di scena le questioni politiche, Elvira ottiene ciò che in fondo ha invocato per tutto il tempo. L’opera si chiude con un’immagine raggelante: la donna, impiccata nella sua stanza diroccata, addosso quel che resta del suo abito da sposa devastato.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino – I Puritani

Stravolgere l’epilogo di un grande classico è sempre un azzardo, ma in questo caso si è rivelata la scelta più lucida che si potesse fare. Dopo tre ore passate a costruire, mattone su mattone, l’architettura della follia di Elvira, il salvataggio in extremis e il “vissero felici e contenti” del libretto originale sarebbero suonati falsi, persino grotteschi. L’esecuzione di Arturo e l’immagine agghiacciante di lei impiccata funzionano invece come l’unica, inevitabile valvola di sfogo per l’enorme pathos accumulato durante tutta l’opera. Una messinscena potente e spietata, che ha avuto il coraggio di rinunciare alle facili consolazioni ottocentesche per restituirci un dramma umano crudo, coerente e riuscito.

Joy Santandrea

Presentata la nuova stagione 2025-2026 del Teatro Regio di Torino: “ROSSO”

Torino accoglie con entusiasmo la presentazione della nuova stagione del Teatro Regio che prevede un cartellone che combina tradizione e innovazione.

Il 6 maggio al Foyer del Toro, in apertura della conferenza stampa, il sovrintendente Jouvin ricorda due grandi figure del teatro lirico che sono venute a mancare in questi giorni: Pierre Audi, direttore del Festival d’Aix-en-Provence e il baritono Alberto Mastromarino. Poche parole, molto sentite, in ricordo di due persone che lasceranno un grande vuoto.

Il titolo scelto per la stagione, Rosso, nasce da un’attenta riflessione collettiva. Il colore, simbolo di passione e desiderio, nasconde anche un lato oscuro: quello della violenza e del sangue. Jouvin cita un passaggio di La scrittura o la vita di Jorge Semprùn: «Cerco la regione cruciale dell’anima in cui il Male assoluto si oppone alla fratellanza», una frase che riflette sul dualismo insito nell’essere umano. E proprio da questo tema prende vita il cartellone della nuova stagione: conflitti tra bene e male che raccontano la duplicità dell’animo in continua lotta tra amore e odio.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Ad inaugurare il nuovo anno operistico sarà Francesca da Rimini¸ opera di Zandonai nata nel 1914 per la città di Torino. Diretta da Andrea Battistoni, l’opera è un esempio di literaturoper basata sulla tragedia di D’Annunzio e rappresenta un viaggio tra influenze italiane, della scuola di Mascagni, e suggestioni da Debussy, Ravel e Strauss.
Il direttore artistico Cristiano Sandri sottolinea l’importanza dell’equilibrio tra opere di repertorio e titoli meno noti che vogliono essere riscoperti e riportati in vita. In questa visione si inserisce Francesca da Rimini affidata alla regia di Andrea Berna, giovane regista vincitore del Premio Abbiati nel 2024.

Più volte, nel corso della conferenza, viene enfatizzata la fiducia che gli artisti nutrono nei confronti del Teatro Regio, riconosciuto come ambiente accogliente in cui tornano sempre con entusiasmo. Prova ne è l’opera di apertura, che ha visto il Teatro riunire un cast di attori-cantanti di prestigio disposti ad accettare anche i ruoli minori, brevi nella loro durata ma estremamente impegnativi dal punto di vista vocale; tra questi vi sono i due fratelli di Francesca, Samaritana e Ostasio, interpretati rispettivamente da Valentina Boi e Devid Cecconi.
Tra gli interpreti si evidenzia la presenza di Roberto Alagna, nel ruolo di Paolo, che torna a Torino dopo 20 anni, e la giovane Barno Ismatullaeva che ha lasciato il segno nel 2023 nella Madama Butterfly.

La stagione inizia già ad ammorbidire i toni con Il Ratto del Serraglio, diretto da Gianluca Capuano e la regia di Michel Fau. Il Singspiel di Mozart mescola serietà e comicità lasciando un messaggio di speranza che scava approfonditamente nelle passioni dei personaggi.
L’allestimento dello spettacolo viene dall’Opéra Royal de Versailles e preannuncia una produzione evocativa e colorata capace di trasportare il pubblico nei paesaggi turchi e nel palazzo del Pascià Selim.

Dicembre sarà il mese dedicato ai balletti e vedrà il grande ritorno di Roberto Bolle, che accende gli animi degli appassionati. Quest’anno, sul palco del Regio, Bolle non porterà il consueto gala “Bolle and Friends”, ma presenterà uno spettacolo intitolato “Caravaggio” su musica di Bruno Moretti.
L’anno si concluderà con altri due titoli importanti e due compagnie estere: la Compagnia di Balletto del Teatro Nazionale di Praga che porterà sul palco Romeo e Giulietta, e il Balletto Nazionale della Lettonia di Riga, per la prima volta ospite a Torino con Il lago dei Cigni.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Come afferma Jouvin, dopo le festività natalizie e il freddo del mese di dicembre è necessario riscaldare i cuori con un titolo più leggero e sognante. A gennaio, con l’allestimento del Maggio Musicale Fiorentino e la regia di Manu Lalli, andrà in scena La Cenerentola di Rossini. La produzione vuole recuperare la fiaba di Perrault per divertire il pubblico e farlo tornare un po’ bambino, una coccola prima del grande ritorno del maestro Riccardo Muti con la cupa riflessione proposta da Macbeth.

Tratta dalla tragedia di Shakespeare, l’opera scava nell’animo umano per meditare sulle tematiche del male, del potere, del destino e della colpa: un esempio lampante di come la musica e il teatro permettano di comprendere, o quantomeno interrogarsi, sulla profondità delle emozioni. Ad affiancare il direttore d’orchestra, tornerà la regia di Chiara Muti e un cast di interpreti fedeli al maestro Muti, tra cui Luca Micheletti (Macbeth) e Giovanni Sala (Macduff).

L’unico titolo di cui, durante la conferenza, viene raccontata brevemente la trama è Dialoghi delle Carmelitane: per la prima volta a Torino verrà raccontato il tragico episodio della Rivoluzione Francese. L’allestimento proviene dal Dutch National Opera & Ballet, da una produzione che ha debuttato nel 1997 ad Amsterdam, e a dirigere l’orchestra ci sarà Yves Abel.

La stagione continuerà con uno titolo belliniano, I Puritani, affidato a Francesco Lanzillotta e Pierre-Emmanuel Rousseau, duo artistico che aveva collaborato nel 2023 per la produzione de La Rondine.

In chiusura dia stagione, tornerà sul podio Andrea Battistoni con un caposaldo del repertorio operistico: Tosca di Puccini, definita dal direttore un «thriller musicale ante litteram». Tosca, opera che ha accompagnato Battistoni in diversi debutti in prestigiosi teatri internazionali, sarà diretta dal maestro per la prima volta in Italia proprio sul palco del Teatro di Torino.
La regia è affidata a Stefano Poda, che torna dopo il premio Abbiati per il miglior spettacolo del 2023 (Juive), e il cast vede il ritorno del baritono Roberto Frontali nel ruolo di Vitellio Scarpia, dopo il successo nel ruolo di Gianni Schicchi. A interpretare Tosca e Cavaradossi, saranno  Chiara Isotton e Martin Muehle.

Per concludere la conferenza, vengono presentati i progetti e le attività dedicate a famiglie, giovani e scuole. «Il pubblico giovane è il nostro futuro» afferma il sovrintendente, ribadendo l’impegno del Regio nei confronti delle nuove generazioni con sconti per gli Under30, la creazione di una Card Under16 e la prosecuzione della campagna “Il Regio è di tutti”.
Tra le iniziative al Piccolo Regio figurano Hänsel e Gretel, Pierino e il Lupo, Brundibàr, Il Piccolo Principe e la riduzione di La Cenerentola, proposta con una drammaturgia ad hoc per avvicinare bambini, giovani e adulti al mondo del teatro operistico.

La stagione 2025-2026 preannuncia un anno intenso, capace di emozionare e incantare il pubblico.

Ottavia Salvadori