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I Puritani: al Regio si nega il lieto fine a Bellini

Guerra politica, abbandono e una mente che si sgretola. In cartellone per la Stagione 2025/2026, il Teatro Regio di Torino porta in scena I puritani, ultimo capolavoro di Vincenzo Bellini. Una partitura che, nonostante la gravità dei temi, riesce a mantenere per tutta la sua durata una leggerezza e una curiosità musicale sorprendenti, senza mai scadere in una pesantezza opprimente. La direzione musicale è affidata a Francesco Lanzillotta. Il nuovo allestimento, firmato per regia, scene e costumi da Pierre-Emmanuel Rousseau riserva un finale inaspettato.

La trama originale, su libretto di Carlo Pepoli, ci porta nell’Inghilterra della guerra civile. Elvira, figlia di un governatore puritano, ama Arturo, partigiano della fazione opposta degli Stuart. Il giorno delle nozze, Arturo sceglie di salvare la vita alla regina prigioniera Enrichetta, fuggendo con lei. Convinta di essere stata tradita, Elvira sprofonda nella follia. Rousseau prende questa premessa e la chiude tra le pareti domestiche. Come spiega il regista stesso: «Una donna sola, Elvira, al centro di una guarnigione di soldati… La ragione vacilla. Ama perdutamente Arturo, il rivale politico. Si sente abbandonata, lotta contro le allucinazioni. I puritani è la storia di questa donna, preda della follia».

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino – I Puritani

La scenografia è visivamente complessa e affascinante. Una grande dimora con scale imponenti, piccoli lampadari di cristallo e carta da parati naturalistica. Ma il vero colpo di genio è l’uso della profondità del palco: intere pareti calano dall’alto, le stanze escono fuori dal fondo, aprendo letteralmente “stanze su stanze” trasportando l’azione in nuovi livelli della casa. E proprio come la sanità mentale della protagonista, anche le scenografie si trasformano progressivamente in rovine, con i muri che decadono inesorabilmente, a mano a mano, pezzo a pezzo.

Le luci di Gilles Gentner tagliano la scena creando ombre dure, gestendo molto bene la distinzione fra le stanze, i corridoi e le “finestre” che si percepiscono fuori scena, cosa non semplice in una scenografia costruita così dinamica.

Il numerosissimo coro è vestito con una rigorosa palette di grigi che riprende le pareti della casa. Questa scelta cromatica trasforma le tante persone in scena in una massa unica, conferendo ai loro movimenti un senso di ineluttabile pesantezza. In mezzo a loro, Elvira subisce una vera metamorfosi. A inizio opera indossa un candido abito blu e gioca con un velo bianco, sognando il matrimonio. Col passare del tempo, la vediamo in sottoveste e poi con un abito da sposa che si fa via via più consunto, sgualcito e sporco. Particolarmente d’impatto è il momento in cui la protagonista recupera un velo nero, dal cappello di Enrichetta fuggita con Arturo, giocandoci come a simboleggiare il lutto per il suo matrimonio e per la sua ragione.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino – I Puritani

A dare corpo e voce al personaggio di Elvira in discesa nell’abisso è Gilda Fiume. Il soprano non si limita a sfoggiare una dote canora eccezionale — con fraseggi puliti, ritmo perfetto e un’ottima gestione dei volumi in momenti critici quali acuti presi in pianissimo — ma regala un’interpretazione attoriale dirompente, piegando il belcanto alle esigenze della cruda scena teatrale. La sua pazzia esplode fisicamente durante le nozze: scaglia a terra i libretti degli invitati, distrugge le ghirlande e, in una scena carica di pathos, afferra un crocefisso per tagliarsi le vene. Finirà sedata, chiusa nella sua stanza cadente, a scrivere sul muro il nome “ARTURO”. Lo scrive in rosso, forse il suo sangue, un colore che attraversa la messinscena come simbolo visivo di passione folle. Ottima anche la prova di John Osborn nel ruolo di Arturo. Nonostante la moralità discutibile del suo personaggio, il tenore restituisce un’interpretazione tecnicamente bellissima, impreziosita da un brevissimo ma pulitissimo passaggio in falsetto, portato con naturalezza.

Ed è proprio nel finale che la regia di Rousseau compie lo strappo definitivo. Dimenticate il rassicurante libretto originale, dove un’amnistia di Cromwell salva Arturo dalla condanna a morte restituendo la felicità ai due amanti. Qui la caduta non ammette sconti. Arturo viene giustiziato con un colpo alle spalle, sulla grande scalinata, compiendo fino in fondo il suo destino politico e pagando per l’onore perduto. Uscite di scena le questioni politiche, Elvira ottiene ciò che in fondo ha invocato per tutto il tempo. L’opera si chiude con un’immagine raggelante: la donna, impiccata nella sua stanza diroccata, addosso quel che resta del suo abito da sposa devastato.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino – I Puritani

Stravolgere l’epilogo di un grande classico è sempre un azzardo, ma in questo caso si è rivelata la scelta più lucida che si potesse fare. Dopo tre ore passate a costruire, mattone su mattone, l’architettura della follia di Elvira, il salvataggio in extremis e il “vissero felici e contenti” del libretto originale sarebbero suonati falsi, persino grotteschi. L’esecuzione di Arturo e l’immagine agghiacciante di lei impiccata funzionano invece come l’unica, inevitabile valvola di sfogo per l’enorme pathos accumulato durante tutta l’opera. Una messinscena potente e spietata, che ha avuto il coraggio di rinunciare alle facili consolazioni ottocentesche per restituirci un dramma umano crudo, coerente e riuscito.

Joy Santandrea

Top 10 aprile 2026

Aprile è sempre un mese che porta cose belle: prime giornate primaverili, annunci di tournée e artisti che pubblicano nuova musica. Ecco cosa vi proponiamo questo mese diviso in uscite italiane ed estere.

“Venite a vedere”Cosmo
Dieci anni dopo L’ultima festa siamo arrivati a La fonte. Il nuovo album del cantante di Ivrea è intimo, rilassato e sognante: niente elettronica da club, ma più da spiaggia, forse un modo per sopravvivere in questo periodo storico(?). “Venite a vedere” fa riferimento a un gesto di sacrificio, quello del monaco che si dà fuoco a Saigon, oggi probabilmente impensabile, che viene innalzato a riferimento collettivo. I suoni elettronici morbidi e balzanti danno il senso del cammino verso la fonte rigenerante a cui Cosmo ci accompagna con la sua voce un po’ distorta e coccolante. 

“Meravigliosa incoscienza”Dimartino
Di chi?… Il prossimo conduttore di Sanremo?… Nono, quello che canta dopo Colapesce…, scherzi a parte, il cantautore palermitano lascia Milano e torna in Sicilia a registrare il nuovo album L’improbabile piena dell’Oreto. Questo secondo singolo racconta l’adolescenza come momento di scoperta e fioritura, ma anche di dolori e ferite, che si sedimentano e restano parte di noi: «Per poi ritrovarci un’alba col freddo nel cuore/ Sull’erba bagnata e i piedi bruciati, senza dolore».

“Hollywood”Ditonellapiaga
Dopo il grande successo al Festival di Sanremo, Ditonellapiaga presenta un altro estratto del suo nuovo album Miss Italia: “Hollywood”. Il brano parte su note retrò, proseguendo con i ritmi elettronici che contraddistinguono l’artista. Il tema centrale è la disillusione. All’inizio il brano sembra parlare di una relazione amorosa, in realtà è una metafora del rapporto tossico che possiamo avere con le nostre ambizioni, con l’idea di successo e con l’immagine che creiamo per essere accettati. Il titolo infatti non è casuale: rappresenta proprio il mondo fatto di finzione, aspettative e identità costruite.

“Segreto” – Lorenzo BITW feat. Rosita Brucoli
Il romano Lorenzo Calpini, dj e producer di musica elettronica, torna dopo cinque anni dall’ultimo album con Club della Fortuna, tentativo ambizioso di elettronica in italiano a cavallo tra jungle, house e trance. Si sente bene nella traccia che abbiamo scelto: si parte con un vorticoso amen break, su cui la voce di Brucoli canta in modo sinuoso un amore spezzato dai non detti, per poi passare a una dimensione house distesa con piano e batteria, che alleggerisce il peso del racconto.

“Rosso come il fango”Madame
Cosa c’entra il rosso con il fango? Il titolo del nuovo brano di Madame, vuole unire due elementi che sembrano opposti: il rosso, che dà l’idea di vitalità, forza e impulsività, mentre il fango rimanda a qualcosa di più concreto, legato alla fatica e alle proprie origini. Il brano ruota attorno al privilegio, non è qualcosa che viene negato, anzi, c’è una certa consapevolezza di aver raggiunto una realtà diversa. Allo stesso tempo però si sente una specie di distanza, come se non fosse così scontato sentirsi davvero parte di quel mondo. 

Copertina di Club della Fortuna di Lorenzo BITW, artwork di Simone Brillarelli, fotografia di Agnese Zingaretti.

“Nightswimming”Arlo Parks
La cantante britannica al suo terzo album vira verso la club music con canzoni notturne e argomenti più trasversali rispetto al passato. Arlo Parks nuota nella notte col desiderio di lasciarsi tutto alle spalle almeno per un istante. Il ritornello è un ipnotico crescendo spezzato da un beat house oscillante e ossessivo che restituisce una sensazione di profonda immersione notturna. 

“Who Will You Follow”Evanescence
Dopo cinque anni il gruppo gothic metal torna con il primo singolo “Who Will You Follow” del loro nuovo album Sanctuary in uscita a giugno. Tra i ronzii delle chitarre elettriche, il brano parla proprio del cercare di orientarsi in mezzo a bugie e confusione, provando a capire cosa sia vero in un contesto pieno di versioni diverse della realtà. Più che dare risposte, mette in luce quella sensazione di incertezza: il bisogno di capire, ma anche il fatto che a un certo punto devi affidarti a qualcosa di tuo, non riuscendo più a fidarti fino in fondo di quello che ti circonda.

“Cryogen” Muse
I Muse presentano un altro estratto in anteprima del loro ultimo album The Wow! Signal in uscita a giugno. La canzone parte con un riff di chitarra, spiegando il dolore legato a una relazione che viene trasformato in qualcosa di più grande, quasi in uno scenario freddo e apocalittico. Le immagini sono molto glaciali, danno un senso di isolamento e desolazione. Da una parte c’è l’idea di voler scappare dalla realtà e proteggersi in un mondo che sembra instabile; dall’altra però apre anche a qualcosa di più profondo: il dubbio su cosa significhi davvero essere sé stessi, soprattutto quando tutto sembra sospeso.

“Need Your Love”OneRepublic
Gli OneRepublic presentano un nuovo singolo da un racconto molto sincero di chi si rende conto che il successo materiale, da solo, non basta. Puoi avere tutto quello che vuoi (una casa di lusso, il tuo nome su ogni articolo) ma senza qualcuno con cui condividerlo rimane solo un insieme di cose vuote. L’idea centrale è che niente di tutto questo può sostituire un legame vero. L’amore viene visto come l’unica cosa che riesce realmente a dare un senso al tempo che passa, riflettendo su ciò che conta davvero.

“What Is Left To Say” – Thundercat feat. Lemon Twigs
A sei anni dall’ultimo LP, il bassista di Los Angeles ritorna con un nuovo progetto insieme al produttore Greg Kurstin (Adele, Gorillaz) e varie collaborazioni come Tame Impala, Flying Lotus e A$AP Rocky. Quella coi Lemon Twigs ci sembra tra le più riuscite: un brano yacht rock quasi esistenzialista addolcito dalle voci dei fratelli D’Addario che ci fanno viaggiare verso una dimensione anestetizzata della realtà in cui non resta più niente da dire. 

Silvia Appendino e Alessandro Camiolo

FALOODA – RECIPE FOR CONCUSSION: UN DESSERT INASPETTATO

Formati dal vocalist e tastierista Loverman, il chitarrista Stravriky, il bassista Grivoorm, il batterista Luku Luku Miu Miu e il sassofonista Charlie Arizonas, il gruppo ateniese Falooda fa da eco – nel suo piccolo – alla marea di complessi della quale si nutre il lato oscuro del contesto indipendente europeo: da non confondere con l’omonima bevanda mediorientale, la band si autodefinisce su BandCamp come un “dessert noise funk con sciroppo di rose, vermicelli, latte e semi di basilico dolce”. Dietro questa ironica bio e un’apparente attitudine jam, si nasconde però lo spirito di una generazione dilaniata, che richiama le atmosfere iraconde della scena post-hardcore statunitense.

Foto di Eirini Chatzi

Considerati quasi un contraltare dei portoghesi Trasgo, riconosciuti per il loro sound strascicato e caotico, i Falooda si potrebbero definire dei pionieri del punk-funk di matrice greca. Formatosi in epoca post-covid, la loro attività locale nel tempo ha giovato alla realizzazione di un EP, Demo 2024 (2024), determinante per illoro successivo album di debutto, Recipe for Concussion (trad. “Ricetta per la commozione cerebrale”), un concentrato di effusioni e struggimenti di un’epoca lontana, ma paurosamente attuale. Prodotto in collaborazione con il musicista e ingegnere del suono B12, il disco si presenta con una copertina appetitosa e al tempo stesso ripugnante. Che sia un per l’ipnotico contrasto di colori acidi o per la sinistra creatura che fuoriesce dalla torta stilizzata? Soltanto l’ascolto lo confermerà.

I ritmi schizoidi della breve introduzione “Bottleneck” anticipano la mattanza esuberante che contraddistingue la verve del gruppo ateniese. Tra dissolvenze sludge e ibridi contatti con il noise rock più lancinante, in “Boolean Religion” si percepisce una pulsante brama di coesione tra generi, attraverso l’abbattimento di muri sonori e l’avvicinamento ad atmosfere dissonanti. Se con il funk-punk iniziale di “Captcha” diventiamo protagonisti di un progressivo mutamento verso l’hardcore più sfrenato, con la successiva “Epileptic Bus” veniamo travolti da una valanga di synth impazziti e un gregge di riff senza sosta: l’irresistibile basso in “Existential Corrosion”, a metà tra la misantropia dei Contortions e l’eleganza stilistica dei Morphine, sembrerebbe quasi essere il brano più leggero dell’album, se non fosse per il cantato pessimistico di Loverman. Tra il dinamismo dei Minutemen e la rabbia dei Black Flag, il brevissimo “0xc0000017” corre al pari di Speedy Gonzales e sfreccia, esaurendosi in un attimo. Lo scherzo conclusivo “Jelly Maze”, una goliardica melodia composta unicamente dai sintetizzatori, dissolve quasi del tutto la follia anarchica alla quale abbiamo assistito.

Pur muovendosi in coordinate ancora acerbe e debitrici della tradizione del post-hardcore statunitense, i Falooda sono un progetto da tenere d’occhio e potrebbero diventare un giorno gli eredi di un rock irregolare e decisamente non per tutti i palati.

Andrea Arcidiacono

Torino Jazz Festival 2026: The Sound Of Surprise

Dal 25 aprile al 2 maggio 2026 torna in grande stile Torino Jazz Festival, uno degli appuntamenti musicali più seguiti in Italia.
Giunto alla sua XIV edizione, il festival, diretto da Stefano Zenni, rafforza il legame con il tessuto musicale torinese, portando il jazz fuori dai teatri e dentro la città.
Durante la conferenza stampa del 19 marzo, l’assessora alla cultura Rosanna Purchia ha invitato il pubblico a partecipare attivamente, sottolineando il crescente coinvolgimento dei giovani, concetto successivamente ripreso dal presidente della Fondazione per la Cultura Torino, Alessandro Isaia. Ad anticipare il festival saranno tre giorni di anteprima, dal 22 al 24 aprile, e il tema scelto per l’edizione 2026 è “The Sound of Surprise” (il suono della sorpresa).

Un’apertura simbolica

Il festival si apre il 25 aprile, giornata della Festa della Liberazione.
Questa scelta non è certo casuale, poiché il jazz, essendo un genere musicale libero nella sua arte improvvisativa, diventa un vero e proprio simbolo di espressione culturale.
Proprio in questa giornata d’inaugurazione è prevista una collaborazione tra il Kassiber Ensemble e l’attore Moni Ovadia, nelle vesti di narratore, per lo spettacolo “The Ghetto Swingers”, il racconto della musica all’interno dei campi di prigionia tedeschi.

I protagonisti del festival

Il programma 2026 porta sul palco artisti di primo piano della scena jazz italiana e internazionale. Ad aprire le danze è Fabrizio Bosso, protagonista assoluto dell’apertura con “About Ten”, un omaggio al repertorio di Dizzy Gillespie e Duke Ellington attraverso gli arrangiamenti di Paolo Silvestri. Tra le nuove produzioni, Bill Frisell ed Eyvind Kang — coadiuvati dal cineasta statunitense Bill Morrison — si immergono in  “The Great Flood”: progetto multimediale ispirato a quella che viene ricordata come la più grande inondazione nella storia americana. Questa tragedia tramandata nelle lunghe pagine di storia della musica, avvenne nel Mississippi nel 1927 e costrinse migliaia di cittadini e futuri musicisti a emigrare verso il Nord. La serata del 27 aprile vede la presenza della street band Funk Off che, attraverso la produzione energetica dei Vox Artificiosa, porta avanti il concetto di coesione di generi musicali (jazz/classica/hip hop). Ultimi ma non per importanza, John Scofield e Gerald Clayton per il grande concerto finale, un momento di grande partecipazione che rafforza l’idea di musica in quanto bene condiviso e non elitario. Insieme ai protagonisti appena citati, vi sono nuove formazioni e giovani talenti, confermando la sua creatività laboratoriale. Tra questi si menziona la nascita della Giovane Orchestra di Liberi Suoni, diretta da Pasquale Innarella e destinata a diventare il fiore all’occhiello del festival. 

Foto di Gianluca Platania

L’inclusività del territorio

Quando si parla del Torino Jazz Festival non si fa riferimento esclusivamente allo spettacolo o al mero intrattenimento, bensì al progetto sociale che costituisce le fondamenta dell’evento. Tra le iniziative più significative si prevedono concerti in ospedali, carceri e luoghi di accoglienza, nonché il coinvolgimento di scuole: tutto ciò riflette l’abbattimento delle barriere tradizionali messo in atto attraverso l’esperienza diretta, e proprio nei luoghi di accoglienza il jazz diventa un punto di incontro tra culture diverse, nel quale si creano spazi di dialogo. 

Quando la musica connette

Come di consueto, il 30 aprile si celebra la Giornata Internazionale del Jazz. Quest’anno l’appuntamento si terrà al MAUTO con il progetto SwingAbili, in collaborazione con il gruppo di Danzamovimentoterapia. La performance sarà accompagnata dalla CFM Big Band, diretta da Claudio Chiara, e vedrà la partecipazione speciale di Massimo Pitzianti, per sottolineare il concetto di jazz non come semplice ascolto passivo, ma come esperienza comunicativa, condivisa e partecipativa. Nel 2026 ricorre anche il centenario della nascita di John Coltrane e Miles Davis, due figure iconiche che hanno segnato la storia del jazz: segue la sezione ibrida Jazz Talk, Jazz Cinema in cui si racconta il genere musicale attraverso approfondimenti e proiezioni che ridefiniscono il fenomeno culturale, storico e visivo. Tra le proposte di quest’anno spiccano A Love Supreme di John Coltrane (25 aprile), The Sound of Change (28 aprile) e l’incontro con Bill Morrison dedicato al suo The Great Flood (29 aprile).

Torino e il jazz: come due gocce d’acqua

L’edizione 2026 conferma la crescita del festival nel tempo, proponendo un miscuglio di qualità artistica, sperimentazione e apertura culturale. Torino Jazz Festival non è soltanto una rassegna musicale, bensì un’esperienza urbana e culturale nella sua totalità. Torino si conferma nuovamente capitale del jazz contemporaneo, capace di parlare a pubblici diversi e di rinnovarsi anno dopo anno.

Andrea Arcidiacono

Aka Danno: si può ancora fare rap a cinquant’anni

Circa un anno fa si spargeva la notizia del ritorno di Neffa al rap: un evento che, dopo l’entusiasmo iniziale, ha lasciato spazio a una diffusa delusione post-ascolto. Questo canovaccio rischiava di ripetersi con un’altra uscita molto attesa di questo inizio 2026: stiamo parlando del primo disco da solista di Danno, nome d’arte di Simone Eleuteri, membro dei Colle der Fomento, storico gruppo romano fondato nel 1994 insieme a Masito e DJ Baro.


Partiamo dal titolo AKA Danno, che un po’ come il già citato Neffa e il suo I molteplici mondi di Giovanni, il cantante Neffa, riflette sull’identità dell’autore, le sfaccettature e gli alter-ego che lo contraddistinguono. La foto in copertina completa il tutto: Danno, completamente vestito e immerso nell’acqua fino alla vita, osserva l’orizzonte come alla fine di un lunga nuotata al largo verso territori sconosciuti. Il rapper, per ritrovare se stesso e la propria musica, ha superato il suo passato, il già noto, per andare oltre e mettersi alla prova.

Foto di copertina di Filippo Maffei

L’album inizia con una breve traccia programmatica che in due strofe stabilisce i punti cardinali del progetto: la sua personalità («Nel mio cervello c’è un conflitto/ Che parte da parte di entrambi gli emisferi» e ancora «Ciclotimia mon amour/ Musicopatico da terapia»); l’alter-ego, in questo caso il personaggio di Thurman del film I guerrieri della notte; la politica («Fanculo ogni nazi col mito di Odino e di Thor»). La seconda traccia “Killemall” è acida e distorta: Danno rivendica la sua resistenza contro l’industria musicale e i suoi soliti featuring, d’altronde il disco è un’autoproduzione («Sta merda spinta dai media per uomini medi che sognano Medellín/ …/ E una cultura diventa prodotto da vendere a tanto fintanto che dura») e inserisce un sample cantautoriale nel ritornello (“1999” di Lucio Dalla), un marchio di fabbrica che ritorna a più riprese nei brani successivi. In “Tom Waits” ad esempio, quasi come esercizio di stile, Danno e Ice One, produttore del primo album dei Colle, omaggiano il cantautore statunitense con un collage testuale e musicale di frasi, titoli e microcampioni dei suoi brani. Nella successiva “Brucia Roma”, a partire dal titolo riferito a Venditti, Danno cita nella strofa anche De Andrè/Cecco Angiolieri (“S’ì fosse foco”) in un brano cupo e dolente, antitesi disincantata de “Il cielo su Roma” del ‘99.


Si diceva prima di alter-ego e disturbi di personalità che ritornano come temi centrali nel brano in due parti “Yokozuna / Jakesulring”. Da una parte un wrestler di origine samoane, dall’altra Jake LaMotta, Danno in tutto questo è Jedi Master, «Er mejo MC, senza ciondoli sur petto/ …/ Vecchia scuola con il blaster, Radio Raheem» e conclude recitando il monologo finale di Toro scatenato. La riflessione politica caratterizza i brani più hardcore dell’album, “Vamos a la playa” e “Il blues di Gundabag”: nella prima Danno guarda allo scenario mondiale («Il mondo in mano a un miliardario pazzo, è Lex Luthor/ …/ Il vecchio mondo aspetta per il Reich un nuovo Hitler») e incita a schierarsi («È inutile che stamo qui a fà gli MC/ Se poi non dimo un cazzo»); nella seconda, “Il blues di Gundabag”, quello nazionale («Tu che ridi, io che piango e penso: è solo un’enorme sconfitta/ Ma il generale della minchia dura parla a rotella e poi spara a razzo/ Cazzate sulla razza italica e tratti somatici di ‘sto cazzo/ Xª Mas, tutti contenti, fuori puliti, ma dentro so’ sporchi»). Un attacco frontale alla destra, alle sue rivendicazioni, all’inconsistenza politica che dà luce a una realtà avvelenata nel profondo da chi sta al potere. Questa dimensione quasi allucinatoria prende forma a livello musicale in “Distorsore”, dove l’uso del delay e il cambio di voce a metà tra Beastie Boys e Lou X crea un effetto di rallentamento che si unisce al testo monostrofico grigio e lunatico.


I brani finali sono una conclusione aperta del percorso verso nuove strade del rapper romano che in “Colibrì” afferma: «Tenere il mio cervello attivo, darmi un obiettivo/ Trovare un modo e ricordarmi che ci sta un motivo» e «Mi sono spinto al largo ultimamente/ Dove è fondo per guardare giù dallo strapiombo/ E ritrovare un senso al mio racconto/ … / Simone si è perso e forse non ritorna». Mentre in “Svegliami”, brano sul rapporto col padre e realizzato insieme al cantautore Motta, Danno chiude in modo intimo, privato e personale un album che in 10 tracce riesce a essere tutto ciò che ormai il rap mainstream con molti producer e featuring non è: ovvero autentico ed emozionante. Non ne facciamo un discorso di contenuti, perché un ventenne e cinquantenne non possono parlare delle stesse cose, ma più un fatto di capacità nel creare un proprio racconto, un immaginario, uno stile che non sia lo stereotipo di qualcos’altro o una figurina bidimensionale, ma che emerga, si faccia sentire, richieda attenzione come diverso da tutto il resto.

Alessandro Camiolo

Il Lunedì di Tutti Fenomeni: tra maturità cinismo e nostalgia

«Chissà cosa penserebbe Freud della sessualità consumistica dell’età contemporanea […] della sessuologa di Tiktok, dei calciatori coi capelli rosa, delle cene wannabe Carmelo Bene, non penserebbe male perché l’unica cosa che conta veramente è la felicità del cane».
(“La felicità del cane”) 

Queste parole disilluse e dissacranti esprimono bene l’ingresso di Tutti Fenomeni nella scena indie-pop con il suo nuovo album Lunedì, uscito il 23 gennaio scorso.

Il cantautore romano classe ’96 definisce questo disco come quello della sua maturità: sulla soglia dei trent’anni si allontana dalle sonorità più elettroniche dei suoi album precedenti Merce Funebre (2020) e Privilegio Raro (2022) per avvicinarsi all’indie pop cantautorale.

Testimonianza di questo cambiamento si trova nella produzione (non più di Niccolò Contessa ma di Giorgio Poi) che tra tappeti armonici, synth e sassofoni, spinge Tutti Fenomeni a mettersi alla prova nel canto. Non che nei lavori precedenti mancassero linee melodiche, ma adesso queste appaiono più curate e adatte ad un pubblico ampio. In un’intervista a Billboard, ha confidato che il punto di partenza del progetto non siano stati i testi (come avveniva in precedenza) ma la musica: la componente melodico-armonica è quindi più forte rispetto al passato. Il risultato è che Lunedì ammicca tanto al pop con i ritornelli accattivanti di “Col tuo nome” o di “Mao”, quanto al cantautorato con citazioni da Battiato, De Gregori e De André e testi evocativi come “Formentera”.

Anche dal punto di vista tematico ci sono novità. Quel Tutti Fenomeni, dei primi lavori, ironico e cinico, sacro e profano, capace di scrivere aforismi lapidari lo si ritrova anche in Lunedì. Ma ora non gioca più  a fare il “rapper” colto che critica la società, sfrutta invece il medium musicale per una riflessione dissacrante e personale su una questione precisa: la sessualità e i sentimenti hanno ancora uno spazio privato e intimo nella società consumistica di oggi? 

Una risposta cinica e ironica emerge ne “La ragazza di Vittorio” in cui il protagonista chiede all’intelligenza artificiale di trovargli una ragazza «perché lui ci crede ancora che l’amore esiste». Oppure nella spoken track “La felicità del cane” in cui un bambino senza peli sulla lingua smaschera tutte le ipocrisie del consumismo, chiedendosi cosa ne penserebbero Freud e la maestra Claudia.

Esiste però anche un lato più malinconico ed esistenziale: «Amarsi così tanti anni e poi sparire senza neanche dirsi ciao» (“Formentera”), «In questo semplice e banale universo newtoniano ancora non capisco perché ti amo» (“Love is not enough”).

È così che Tutti Fenomeni affronta il Lunedì dei trent’anni: lucido, amareggiato e malinconico perché l’amore che tanto sognava non c’è più. Lo ha perso lui e lo ha perso la società. Ma è proprio in questo triste risveglio che bisogna riconoscersi vivi, resistere e ripartire «perché da qualche parte tra il Big Bang e l’apocalisse c’è il nostro amore e io lo troverò».

Michele Bisio

Top 10 singoli di gennaio 2026

Gennaio 2026 porta nuova musica in ogni cuffia. È il primo mese dell’anno e, tra buoni propositi e ancora qualche sbadiglio post-feste, arrivano  brani che fanno ballare, sognare… e anche svegliare. Tra singoli appena usciti e assaggi d’album, c’è già abbastanza musica per riempire tutte le playlist e far partire l’anno con il ritmo giusto.

“Opening Night” – Arctic Monkeys 

Gli Arctic Monkeys fanno il loro ritorno con un singolo che anticipa HELP (2), album collaborativo registrato agli Abbey Road Studios per War Child Records e in uscita il 6 marzo. Il progetto riunisce alcuni grandi nomi della musica, ognuno con un proprio brano, per sostenere i programmi di War Child UK a supporto dei bambini in zone di guerra.
“Opening Night” è misurato e contenuto, le chitarre insistono su pattern ripetitivi senza grandi variazioni insieme a batteria e basso che restano discreti. La voce di Alex Turner guida in una dimensione cupa, malinconica, a tratti inquieta, proseguendo con coerenza il percorso tracciato nel 2022 da The Car e ribadendo una scrittura sempre più ponderata e atmosferica. Una grande band che non ha bisogno di virtuosismi.

“I Keep My Promises” – Labrinth 

Brano estratto dall’album COSMIC OPERA ACT I, “I Keep My Promises” si apre con un preludio orchestrale quasi cinematografico. Voce e chitarra si lamentano, fragili e intense, oscillando tra registro profondo e falsetto. L’elettronica cresce fino a prendere il sopravvento e  i lamenti esplodono in urla graffiate e disperazione. Il testo, crudo ed esplicito, affronta temi di controllo, possesso e ego, per chiudersi con un monito autocritico: «Such a horrible display of toxic masculinity». Il brano, così come l’intero album, conferma lo spessore artistico e la sorprendente versatilità di Labrinth.

“Traffic Lights” – Flea feat. Thom Yorke

Ad anticipare Honora c’è “Traffic Lights”, singolo che apre il nuovo progetto solista di Flea. Conosciuto soprattutto come bassista e cofondatore dei Red Hot Chili Peppers, qui Flea esplora il jazz e si esprime attraverso basso e tromba, creando con batteria, sax e piano Rhodes un groove scattante, quasi da jam session. Thom Yorke aggiunge la sua vocalità distintiva, oltre a piano e synth, donando profondità. Nasce un brano raffinato e vibrante riconferma, dopo l’esperienza negli Atoms for Peace, di un’intesa artistica solida, ricercata, curiosa, in continua evoluzione ed esplorazione.

“Infinito” – prima stanza a destra

“Infinito” incanta e fa sognare. La melodia ariosa e la voce in falsetto disegnano un’atmosfera onirica e ipnotica con pause e ripetizioni che fanno fluttuare il brano. Il testo supplica un amore assoluto e senza tempo.
prima stanza a destra è un progetto misterioso, l’identità è nascosta ma potente e questo singolo ne è la dimostrazione.

“Streets of Minneapolis” – Bruce Springsteen

Bruce Springsteen con un singolo folk, urgente, crudo e vero. Racconta gli USA di chi soffre, resiste e continua a farsi sentire. Il brano è stato scritto e registrato rapidamente dopo gli abusi e le violenze dell’ICE nelle operazioni di controllo migratorio sotto l’amministrazione Trump e nelle proteste di massa conseguenti. Il testo percorre le strade, racconta persone e luoghi di una città che non si arrende. Springsteen pronuncia nomi e cognomi delle due vittime perché «We will remember the names of those who died». La narrazione è al plurale e l’ultimo ritornello è accompagnato da un coro e dalle strade di Minneapolis al grido di «ICE OUT NOW!». Springsteen non è solo un cantante: è la voce di chi è stato messo a tacere e delle piazze che continuano a cantare. Il Boss makes America great.

“I Cannot Believe in Tomorrow” – Yellow Days

Presto in uscita Rock and a Hard Place, il nuovo album di Yellow Days, che possiamo assaggiare con l’ultimo singolo “I Cannot Believe in Tomorrow”. L’artista firma uno dei suoi ritratti emotivi più onesti e intimi. Il brano è malinconico ma coinvolgente, con radici soul e funk e quel gusto old school che fa sempre piacere. La voce, graffiante e fragile allo stesso tempo, racconta un presente sospeso più che un futuro negato. Nessuna catarsi, nessuna soluzione: solo la disillusione e l’impotenza che restano quando le domande superano le risposte. Una condivisione sincera che apre la strada a un album atteso con grande curiosità.

“I Just Might” – Bruno Mars

Primo singolo di Bruno Mars, per introdurre l’album The Romantic, che segna il suo ritorno da solista. Il brano è subito contagioso: groove scorrevole, melodie canticchiabili e la capacità di Bruno nel far ballare. Non sorprende, è abbastanza prevedibile e resta nella comfort-zone ma lo fa con eleganza e qualità.

“Numbers 31:17-18” – Sofia Isella

Sofia Isella prende uno dei passi più controversi dell’Antico Testamento e lo trasforma in un brano amaro. La voce, tra canto e parlato, è sottile ma anche abrasiva e accusatoria, incide le sofferenze di donne e bambini, vittime di violenza e di ingiustizie sistemiche, giustificate in nome di Dio. Il brano è claustrofobico, costringe a restare dentro la brutalità delle parole e nell’angoscia della musica. C’è coraggio, ma niente consolazione né filtri: crudeltà e violenza, insieme alla loro giustificazione e all’ipocrisia sociale e religiosa, vengono esposte senza vergogna. Ancora una volta Sofia Isella non chiede permesso, è disturbante ed è necessaria.

“Il Tempo in Me” – Subsonica

Nuova uscita dei Subsonica, “Tempo in Me” non è solo il tempo individuale, quello che ci attraversa e ci trasforma ma è anche il tempo della società e della natura, che porta cambiamenti, gioie e ferite. Un tempo che nella canzone diventa ritmo con un trama tipicamente elettronica e futuristica scandendo la velocità del mondo moderno, mentre le parole scorrono lente e precise, invitando a osservare ciò che muta e ciò che resta. Il brano fa percepire la nostra piccolezza di fronte al passare dei giorni, ma anche la partecipazione a un processo più grande e la sicurezza di qualcuno o qualcosa che rimane un porto sicuro.

“Pressha” – Jill Scott 

Teaser di To Whom This May Concern, “Pressha” si muove tra R&B e soul, con un sound caldo e avvolgente. La voce è protagonista: profonda, sensuale e sfumata. Jill Scott si apre e, pungente, racconta la pressione di conformarsi agli ideali estetici e alle aspettative altrui. Mescola autobiografia e osservazione sociale, mostrando quanto sia soffocante inseguire standard artificiali. Un brano di gran classe.

BONUS EMERGENTI: “Universi Paralleli” – Amarene

“Universi Paralleli” è il singolo d’esordio di Amarene e racconta la difficoltà di confrontarsi con i propri limiti, insieme al desiderio di accettare tutte le proprie sfaccettature. Tra indie-pop e cantautorato alternativo, il brano inaugura il percorso artistico dell’artista, presentando al pubblico il suo stile e la sua sensibilità musicale.

Linda Signoretto

1, 2, 6, 9 SONO ANDATO AL…HIROSHIMA

La sera del 23 gennaio 2026 ritornano dopo un anno al Hiroshima Mon Amour gli Skiantos. Ribattezzati “1269”, gli Skiantos, riprendono la sequenza dalla loro celebre canzone “Eptadone”, in cui dopo un dialogo iniziale viene dato il tempo, non in maniera canonica con 1, 2, 3, 4, ma proprio con 1, 2, 6, 9.

I membri ora sono Massimo “Magnus” Magnani (basso e voce), Roberto “Granito” Morsiani (batteria e voce), Gianluca “La Molla” Schiavon (batteria e voce) e Luca “Tornado” Testoni (chitarra elettrica e voce). La formazione, dopo la scomparsa del cantante Roberto “Freak” Antoni e di Fabio “Dandy Bestia” Testoni, prosegue l’esperienza, artistica e demenziale, iniziata da studenti scapestrati del DAMS, nel lontano 1975, in una cantina a Bologna (massimo rispetto per i nostri colleghi). 

La band pilastro del rock demenziale italiano fa da ponte mettendo d’accordo l’animo ribelle e sgangherato di più generazioni, come si vede dal pubblico multigenerazionale presente in sala.

L’esibizione programmata per le 22 comincia una mezz’oretta dopo: i quattro arrivano sul palco e dietro come sfondo appare un’immagine di Freak Antoni, in ricordo del leader indiscusso della band, scomparso nel 2014. La serata si apre con “Ti rullo di kartoni” e prosegue con brani provenienti soprattutto dal celebre album Kinotto, del 1979.

Instagram: @rullino_urbano

Seguono le molte altre canzoni scorrette e ironiche degli Skiantos come: “Calpesta il paralitico” e “Meglio un figlio ladro che un figlio frocio” a cui però Granito fa un aggiunta di stampo politico paragonando il testo alle uscite spiacevoli (e anacronistiche) del generale Vannacci.

Circa a metà del concerto, irrompe sul palco la barista con quattro caffè pronti sotto richiesta degli stessi performer, che si giustificano dicendo: «abbiamo una certa età» e si prendono una breve pausa. La band si scambia i posti ed è pronta per ricominciare a suonare: Granito alla batteria, Magnus sempre al basso, La Molla con i sonagli e Tornado come voce e con la chitarra. È il momento di “Panka Rock”.

Instagram: @rullino_urbano


Vari cartelli sfilano durante la serata: appare “APPLAUSI SPONTANEI” ma il più apprezzato (a mani basse) è “FATE KAGARE” con tanto di carta igienica lanciata sul pubblico.

Sul palco arriva Johnson Righeira – metà del famoso duo – che istruendo gli Skiantos su Pòrta Palass e sul Balon, introduce un canto in dialetto piemontese che da torinesi (o adottati torinesi) quali siamo non possiamo non apprezzare.

Successivamente alla tanto amata “Mi piacciono le sbarbine” l’esibizione si chiude in bellezza con “Largo all’avanguardia”, brano durante il quale il gruppo mostra uno striscione con scritto “siete un pubblico di merda”. Possiamo solo essere d’accordo.

Finisce così la serata e sulle note di “Bau bau baby”, ci dirigiamo all’uscita tra la nostalgia per tempi che non abbiamo mai vissuto, ma che sembra siano stati incredibili, e il tentativo di non scivolare sulla carta igienica. Gli Skiantos anche questa volta ci restituiscono un insolita leggerezza grazie al loro non prendersi mai sul serio: in questo bisogna ammetterlo, sono stati e sono pura avanguardia. 

Maria Scaletta

Top 10 singoli di dicembre 2025

Ormai siamo a dicembre inoltrato e l’anno sta finendo. L’iperproduttività che ha caratterizzato il 2025 fa sicuramente riflettere. Tra vette irraggiungibili, esercizi di stile, passi falsi e mediocrità, l’anno in corso ha comunque riservato sorprese allettanti.. Di seguito vi proponiamo le 10 uscite più interessanti di questo mese, augurandovi una buona lettura e un felice anno nuovo!

“Chiuvìti/Nun Chiuvìti” – Marco Castello

Volando verso la rivoluzione come una Quaglia Sovversiva. Il nuovo album di Marco Castello manda i fan in brodo di giuggiole dal primo all’ultimo brano. Tra le dieci tracce, caratterizzate da sonorità fresche e da qualche ripresa del repertorio precedente, spicca “Chiuvìti/Nun Chiuvìti”. Un ritmo coinvolgente, ravvivato dal groove del basso, su cui si innesta una linea melodica vocale fluida, capace di appoggiarsi morbidamente alla base. Il testo interamente in siciliano si muove tra volgarità e lirismo, cantando il cambiamento, l’amore e quello che probabilmente è il topos più ricorrente di Quaglia Sovversiva: l’odio per le guardie.

“Solo su una gamba” – Luca Carocci

Luca Carocci, produttore e polistrumentista, procede nella sua carriera da solista con Gesucristo forse è morto di freddo. “Solo su una gamba” è tra le tracce più tenere e delicate dell’album. Il brano è costruito su una base minimalista di chitarra, tastiera e percussioni, che si arricchisce appena nel bridge. Muovendosi su una linea melodica asciutta, il cantato di Carocci racconta con un testo semplice il senso di precarietà di ogni persona alla costante ricerca di un equilibrio emotivo, con un saliscendi che pare cullarci in un’amaca confortante, sospesa sul marasma degli ostacoli quotidiani.

“Daniel J” – Little Pieces of Marmelade

404DEI (Errore degli Dei) dei Little Pieces of Marmelade è in grado, nel pur variegato panorama musicale odierno, di dare vita a qualcosa di mai sentito prima. Il sound del duo marchigiano è frutto di influenze alternative rock, punk e lo-fi, con vocalità indie alternate allo scream su basi fortemente distorte. Il risultato è un progetto interamente in italiano, scelta che, a detta del duo, permette una messa a nudo totale delle tematiche affrontate. “Daniel J” è il perfetto connubio di tutte le caratteristiche descritte, e alterna strofe in falsetti volutamente sporchi su basi lo-fi a un ritornello aggressivo e ricco di distorsioni, con un bridge pienamente metal, in cui la rabbia del brano raggiunge il massimo dell’intensità. 

“L’Altro Mondo” – Gemitaiz

Gemitaiz torna sulle scene con la volontà di cambiare rotta rispetto alle tendenze commerciali del rap italiano contemporaneo. L’album è costruito su basi strumentali realizzate con l’aiuto di molti musicisti, che permettono al rapper di esprimere al meglio quell’altrove distante dalle logiche repressive delle major. “L’Altro Mondo” è il manifesto introduttivo a ELSEWHERE, che inizia l’ascoltatore delicatamente, su una base ridotta a un coro solenne rinforzato dagli archi. Gemitaiz lamenta il mondo degli schemi e della digitalizzazione, mentre l’attacco del beat carica il suo messaggio di rabbia. Sul finire del brano, in francese, il falsetto angelico di Mathilde Fernandez porta via l’ascoltatore da “L’Altro Mondo” per immergerlo morbidamente nell’elsewhere che dà il titolo all’album

“Let There Be Shred” – Megadeth 

“Let There Be Shred” è l’ultima delle tracce che hanno anticipato l’uscita dell’album Megadeth, prevista nel gennaio 2026. Il brano si fa manifesto del thrash metal, di cui i Megadeth sono stati tra i primi e maggiori esponenti. Si avverte un ritorno alle origini nei ritmi frenetici delle percussioni, da cui deriva, appunto, il termine thrash. Nonostante la mezza età sia superata da tempo, Dave Mustain sostiene ancora energicamente il ruolo di protagonista, con vocalità graffiante e shredding di chitarra “at the speed of light”. Teemu Mäntysaari alla ritmica sorregge abilmente il brano, nonostante il suo sodalizio con la band sia relativamente recente.

“Kether” – Zu

La carica snervante dei romani Zu viene riproposta attraverso un’originale rielaborazione del post-metal amalgamato da andamenti jazzati e trasognati. I sette minuti di “Kether” viaggiano su un tappeto volante fatto di dettagli impercettibili, eppure a loro modo riconducibili all’operato massimalista dello storico complesso noise rock protagonista – tra i tanti – di un ambizioso progetto in collaborazione con il gruppo neofolk londinese Current 93.

“When and Why” – Archy Marshall

Già in passato, il producer e rapper londinese Archy Marshall aveva più che palesato un avvicinamento a un hip hop astratto di matrice billywoodsiana ed early-sweatshirtiana. Con la nuova uscita “When and Why” emergono ulteriori influenze trip hop che arricchiscono, e non poco, l’attitudine lo-fi che il producer sta rincorrendo da inizio carriera a questa parte. L’attitudine strascicata e deprimente ci riporta vagamente alle atmosfere di I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside (USA, 2015).

“X LIGHT MATTER” – Mc Lan & Pink Siifu

L’intrigante collaborazione del brasiliano MC Lan ed il rapper statunitense Pink Siifu sfocia in un’accogliente sequela di divagazioni stilistiche. Con l’uscita di “X LIGHT MATTER” si passa da movimenti soffusi ad altri più cadenzati e a tratti soffocanti. Pink Siifu fa un ulteriore passo in avanti nell’esecuzione del rapping, sempre più inconscio ed embrionale, seppur ancora derivativo dall’ondata astratta degli ultimi anni.

“HOWWEFLOW” – GENA

GENA, progetto retrò del producer di Detroit Karriem Riggins e dell’artista texana Hailee Olivia Williams – in arte Liv.e – mette in campo una genuina combo di generi avvalorati dalla forza della produzione. Il nuovo singolo “HOWWEFLOW”, a metà tra il neo-soul psichedelico e l’R&B alternativo, si destreggia molto bene attraverso vocalizzi formidabili e un’ottima esecuzione della batteria di Riggins. Che sia l’anticipazione per un possibile debutto artistico?

“Steady Grace / Juro que vi túlipas” – Bruno Pernadas

Con il caldo e passionale Who Throw Objects at the Crocodiles will be Asked to Retrieve Them (Portogallo, 2016), il musicista portoghese Bruno Pernadas era riuscito ad avvolgermi con in una travolgente atmosfera jazz pop contornata da elementi lounge ed esotici. Il nuovo singolo “Steady Grace / Juro que vi túlipas” prosegue il discorso di quell’LP, puntando su un approccio formale e decisamente più commerciale.

Andrea Arcidiacono e Stella Platania

Maria Antonietta e Colombre dal vivo con Luna di Miele

Sulle note di “Blue Velvet” di Bobby Vinton, una mezzaluna luminosa domina il palco dell’Hiroshima Mon Amour il 20 novembre. Resterà accesa per l’intero concerto, a richiamare Luna di Miele, l’album scritto a quattro mani da Maria Antonietta e Colombre. Poi entrano loro: stelle indipendenti che, in questo progetto e nella vita, si illuminano a vicenda.                                              
I due artisti hanno alle spalle anni di lavoro individuale, con dischi che li hanno affermati come voci distinte e riconoscibili del cantautorato italiano contemporaneo. Un cammino parallelo che oggi converge in Luna di Miele, i cui brani provengono da anni di vita condivisa, materiale rimasto a lungo in silenzio e poi riesumato da un vecchio hard disk.

L’album porta un barlume di leggerezza in tempi bui. I testi hanno una forza cinematografica, raccontano gesti minimi, frammenti di quotidianità e immagini nitide che diventano dialogo continuo tra due penne dalla personalità inconfondibile. Con equilibrio tra dolcezza e ironia, la lirica di Maria Antonietta e Colombre evita il sentimentalismo: celebra l’amore lasciando emergere crepe e ombre, quelle imperfezioni che rendono reale ogni relazione e permettono alla luce di entrare.

I due artisti intrecciano con simpatia storie e canzoni, raccontando e raccontandosi, mentre una band affiatata — basso/violino, batteria e tastiera/chitarra — li accompagna con precisione. Cantano, suonano e si muovono insieme con grinta e magnetismo. Le tante vibrazioni positive hanno persino provocato la caduta inattesa di uno strumento dal suo appoggio: un istante di puro rock’n’roll.

Maria Antonietta e Colombre si cercano e si incontrano su ritmi incalzanti che mescolano electro-pop, indie, reggae e funk, con l’inconfondibile energia punk e rock della cantante. La sintonia è perfetta: due note distinte che si armonizzano senza mai confondersi.

Foto di Andrea Mastrangelo
Foto di Andrea Mastrangelo

In scaletta trovano spazio i brani di Luna di Miele, alcuni estratti dalle discografie soliste e una dolce cover di “Blue Moon”. 
Maria Antonietta propone “Deluderti”, “Alla Felicità E Ai Locali Punk”, “Viale Regina Margherita”, “Ossa” (in versione acustica), “Quanto Eri Bello” e “Con Gli Occhiali Da Sole”. Colombre aggiunge “Pulviscolo”, “Blatte”, “Il Sole Non Aspetta”, “Adriatico” e porta anche un brano condiviso dal suo album Realismo magico in Adriatico: “Io e te certamente”, scelto per chiudere la serata, come un sigillo affettuoso.

Durante i brani dei rispettivi repertori, Maria Antonietta e Colombre cantano insieme, suonano l’uno per l’altra o si ascoltano in silenzio, a volte sedendosi a terra per godersi lo spettacolo, lasciando emergere un’ammirazione reciproca che diventa parte integrante del concerto.

Il live restituisce l’essenza di Luna di Miele: un incontro tra due visioni che si sfiorano senza mai sovrastarsi. Il progetto e il tour dimostrano come due carriere soliste possano unirsi in qualcosa che va oltre la somma dei loro singoli percorsi.
La mezzaluna si spegne e resta accesa la sensazione di aver assistito a un concerto unico e memorabile, un duo e una coppia che trasforma la complicità in musica condivisa, luminosa, spontanea e aperta al mondo.

Linda Signoretto