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MiTo Settembre Musica, quattordicesima giornata

Lotta. Giustizia. Libertà. Resistenza. Orgoglio. Identità. Protesta. Ribellione.
Parole come detonatori; eppure non bastano per evocare l’anima del pensiero e della musica di Julius Eastman. Sono urla, gesti, temi che bruciano, azioni che scuotono: Eastman non ha avuto paura di impugnarle e trasformare in suono, in verità. Parlarne è un atto di resistenza.

Mentre la città si paralizza per una partita della Juve, c’è chi cerca tutt’altro: non il grido per un gol, ma per una rivoluzione fatta di musica, parole, identità. Altrove si corre dietro ad un pallone, alle Officine Caos si corre incontro ad una verità urgente e necessaria, seppur scomoda.

Without Blood There Is No Cause” è lo spettacolo che MiTo Settembre Musica, il 16 settembre, ha dedicato a Eastman: figura radicale e visionaria che ha trasformato la sua arte in atto politico.
Inizia a studiare pianoforte a quattordici anni e prosegue al Curtis Institute of Music di Philadelphia. Lui, nero e gay, con una musica minimalista e sperimentale fatta di suoni che mutano e degenerano (‘musica organica’), si fa strada tra l’élite musicale dell’epoca, bianca e benestante.

Foto di Simone Benso per Colibrì Vision

Fabio Cherstich, regista dello spettacolo, apre la performance recitando con voce profonda un testo che ripercorre la vita di Eastman, svelando alcune scelte drammaturgiche e il significato dei brani. Ad accompagnare il racconto, immagini storiche scattate al compositore e il suono ripetitivo di una tastiera, suonata da Oscar Pizzo.

Il viaggio musicale procede sulle note di Pizzo addentrandosi in “Turtle Dreams”, brano composto da Meredith Monk. È il sogno «lento e fragile» di una tartaruga – Neutron – che si aggira in una Manhattan fantasma. Il gruppo vocale SeiOttavi, che ha interpretato e rielaborato liberamente il pezzo, è accompagnato da un filmato: la tartaruga passeggia in ambienti naturali e sopra mappe del mondo, fino ad arrivare in una città desolata, senza vita. Si ascolta, non serve capire.

Versi stridenti, gutturali, profondi, stranianti evocano un canto recitato più che una melodia tradizionale. Attorno ad una lampadina calata dal soffitto, i performers fissano la luce in uno stato ipnotico, muovendosi in modo meccanico, quasi rituale, occupando lo spazio con una presenza (fisica e sonora) inquieta e totalizzante. Le voci alternate e spezzate sembrano procedere ciascuna per conto proprio, ma in realtà costituiscono un unico organismo sonoro, dissonante e coerente allo stesso tempo; un urlo compatto di resistenza. Il risultato è un paesaggio acustico disturbante e magnetico, dove la voce diventa corpo e il corpo diventa suono.

L’ingresso nel mondo sonoro di Eastman avviene subito con “Evil Nigger”, «un flusso ossessivo e implacabile». Quattro pianoforti, un unico suono: singole note martellate all’infinito, abbellite da leggerissime variazioni. Un ritmo incalzante cattura e ipnotizza. Il tempo sembra dilatarsi, eppure corre. Lo scorrere dei secondi sui monitor posizionati sopra i pianoforti detta la precisione chirurgica dei suoni. La concentrazione dei pianisti si fa palpabile: una sincronia perfetta tra musica e parole è fondamentale.
Alcune scritte compaiono e scompaiono sullo schermo tinto di rosso: «noi siamo ovunque e vogliamo una rivoluzione», «lotta», «resistenza», «protesta», «ribellione», «orgoglio».

Foto di Simone Benso per Colibrì Vision

Parole che graffiano, che raccontano la rabbia, la forza e la rivendicazione di chi rifiuta l’invisibilità. Temi urgenti: razzismo, identità di genere, orientamento sessuale e violenza sistemica.

Tra le parole anche numeri. Dati freddi, taglienti come lame: il 30% delle 13.000 persone uccise dalla polizia sono afroamericani; durante la presidenza di Trump, i crimini a sfondo razziale sono aumentati del 17%; nelle contee in cui si sono tenuti i suoi comizi, l’aumento è stato del 226%; in Italia, solo nell’ultimo anno, ci sono stati 1106 crimini d’odio. Numeri che non possono essere taciuti.

Eastman non accetta compromessi: «Voglio essere al massimo. Nero al massimo, musicista al massimo, omosessuale al massimo». L’ossessività della musica si intreccia, così, con un’altra forma di insistenza: quella dell’identità che rifiuta di essere silenziata, quella dei diritti che rivendicano la loro presenza.

La rivendicazione della propria identità compare con forza in “Gay Guerrilla”; la musica non chiede permesso, afferma la ‘presenza’ con determinazione: io sono qui e non me ne vado. Sullo sfondo, immagini di manifestazioni LGBTQ+ con cartelli alzati al cielo. In primo piano, la foto di una lapide anonima («a gay Vietnam veteran») dice: «when I was in the military they gave me a medal for killing two men and discharge for loving one». Immagini potenti non lontane da quelle che vediamo e viviamo oggi: all’orgoglio e alla protesta pacifica si affiancano gli scontri con la polizia.

Foto di Simone Benso per Colibrì Vision

Echeggia in “Stay on it” la dialettica tra passato e presente. Non ci si arrende di fronte all’ingiustizia, si ‘sta sul pezzo’. Cherstich pensa «alla lotta per le libertà: al popolo palestinese, all’Ucraina, al Sudan… e a tutti i popoli che vivono l’orrore, alle persone che subiscono discriminazioni, aggressioni, alla violenza maschile sulle donne». “Stay on it” diventa un invito urgente e necessario: restare svegli, coraggiosi, uniti e trasformare la voce in coro, l’indignazione in musica condivisa.
Il balafon e lo djembé di Mustapha Dembélé, griot del Mali, si fondono in un unico respiro con l’Happy Chorus Gospel Choir di Sondrio, il gruppo vocale SeiOttavi e i quattro pianisti. Una danza collettiva prende vita, potente e magnetica, fino e sfociare in un lungo applauso.

Da quell’onda di emozione, si leva un ultimo grido dal pubblico: «Free, free Palestine!».
«Senza giustizia non avremo alcuna pace»: è questo l’urlo cantato dalla musica.

Ottavia Salvadori

Terza giornata MiTo Settembre Musica

Prosegue con slancio la programmazione di Mito Settembre Musica nell’ambito del progetto Mitjia e gli altri, dedicato all’universo musicale di Šostakovič.
Dopo il sold out al Teatro alla Scala il 4 settembre, il giorno seguente il pianista Seong-Jin Cho e la London Symphony Orchestra, diretta da Sir Antonio Pappano, sono saliti sul palco del Lingotto, accolti da un pubblico trepidante di attesa e meraviglia.

Il programma ha tracciato un arco musicale ricco di contrasti: dall’eleganza della “Overture” tratta da Semiramide di Rossini, alla poesia romantica del Concerto n° 2 di Chopin. Protagonista della seconda parte del concerto è stata la Sinfonia n° 9 di Šostakovič, anticonvenzionale e specchio di una rivoluzione novecentesca; infine, un inno impetuoso e giovanile in forma di poema sinfonico: Juventus di Victor de Sabata.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Appena varcata la soglia della sala, la presenza imponente dei violini, disposti simmetricamente ai lati del direttore d’orchestra, ha stupito il pubblico. Un impatto visivo potente che si è presto trasformato in un’esperienza sonora coinvolgente.

Si potrebbe dire che il crescendo sia stato il filo conduttore di tutto il concerto, non solo nella “Overture” di Rossini, ma come principio che ha attraversato ogni brano. La London Symphony Orchestra, diretta dall’espressività di Pappano, ha creato uno slancio orchestrale raro: ogni composizione ha rivelato al suo interno una progressiva espansione sonora. Ma ciò che ha colpito è stata la trasformazione complessiva dell’orchestra lungo l’intero concerto: dall’attacco brillante del primo brano sino all’impeto finale di Juventus, l’orchestra ha mostrato una crescita di potenza e compattezza sonora, come se ogni pezzo avesse alimentato il successivo in un progressivo accumulo di energia. La forza espressiva dell’orchestra ha pian piano raggiunto il suo apice, avvolgendo interamente il pubblico.

La “Overture” è iniziata con un crescendo rapido, presto culminato in tre accordi in ff che hanno concluso con energia la prima sezione. Con una melodia sognante, solenne, i corni hanno dato voce alla cantabilità dell’Andantino, esaltando la padronanza dell’orchestra anche per le sezioni melodiche. Come un piccolo concentrato dei temi principali della Semiramide, la “Overture” ha dipinto un quadro vivido, drammatico ma energico e gioioso. Dalla direzione di Pappano è trasparito con forza il suo profondo legame con l’opera italiana, un amore che si traduce in una lettura capace di travolgere con energia e allo stesso tempo di commuovere l’ascoltatore.

È poi arrivato il momento del giovane pianista Seong-Jin Cho: classe 1994, nel 2015 ha vinto il Concorso Internazionale Chopin di Varsavia e ha poi collaborato con diverse orchestre in tutto il mondo consolidando la propria fama internazionale.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

I Concerti chopiniani sono stati, in passato, oggetto di critiche da parte di musicisti e studiosi che hanno evidenziato una certa trascuratezza nell’orchestrazione. L’orchestra, infatti, assume prevalentemente il ruolo di sostegno, fungendo da cornice sonora al protagonista: il pianoforte.

La tecnica impeccabile e il controllo assoluto di Seong-Jin Cho hanno rivelato, tra le pieghe della perfezione formale, una sottile assenza: quella della vibrazione emotiva capace di raggiungere le corde più profonde dell’ascoltatore. Nonostante questo, Cho si è mosso con naturalezza sulla tastiera, generando un vortice infinito di note, come un fiume impetuoso che scorre senza tregua. Orchestra e pianoforte sono diventati l’uno l’estensione dell’altro: dove l’orchestra non riusciva ad arrivare, giungeva il pianoforte; dove il pianoforte si fermava, l’orchestra prendeva il testimone e proseguiva il discorso musicale. Erano due organismi complementari che non potevano fare a meno l’uno dell’altro. E così, ciò che un tempo veniva considerato un limite dell’orchestrazione chopiniana si è trasformato in una risorsa che ha creato equilibri. Da semplice sfondo sonoro, la London Symphony Orchestra è diventata voce attiva nel dialogo ora dolce e malinconico, ora frenetico ed energico.

Il concerto è poi proseguito con la Sinfonia n° 9 di Šostakovič. Quando la compose, Šostakovič sovvertì le aspettative del regime sovietico che si prefigurava un’opera celebrativa e patriottica a completamento della “Trilogia bellica” (inaugurata con la Settima sinfonia e proseguita con l’Ottava). Il compositore, tuttavia,compose una sinfonia che di monumentale ha ben poco, se non nella finezza della scrittura. Costruita su un umorismo sarcastico, la Sinfonia sembra deridere il conformismo borghese, e forse lo stesso regime.

Il carattere ironico e leggero è stato ben espresso nel primo dei cinque movimenti (Allegro): l’ottavino, che si è ritagliato uno spazio ampio e sembrava commentare con sarcasmo la scena, ha suonato una melodia vivace, brillante e quasi caricaturale, basata su note brevi e sincopate che ricordavano la musica da circo. A questo intervento sono seguiti colpi secchi del rullante, quasi militareschi, e due note del trombone nel registro grave.
La melodia nel corso del primo movimento è stata ripresa e trasformata dall’orchestra: il tema è passato in un registro più grave e l’atmosfera è cambiata, diventando cupa e a tratti tragica. La London Symphony Orchestra è riuscita ad esprimere al meglio questi cambi repentini di umore e toni, controllando timbri e dinamiche alla perfezione e permettendo agli interventi solistici (dei fiati) di emergere in tutta la loro potenza espressiva.

Foto di Alessio Riso per Colibrì Vision

Il secondo movimento, dal tono più lirico e meditativo, ha sorpreso lo spettatore con un’improvvisa immersione in una melodia delicata, malinconica e introspettiva. Il clarinetto solo ha aperto il movimento con un canto sospeso, trasformato poi dal flauto traverso in una melodia dal carattere misterioso e interrogativo. Gli archi, con frasi brevi e ascendenti, hanno amplificato questa tensione, come alla ricerca di qualcosa di irraggiungibile.
La carica energica, frenetica e brillante è tornata ben presto nel terzo e nel quinto movimento. Solo il Largo (quarto movimento) ha introdotto una pausa di riflessione che sembrava evocare le ferite della guerra. Il carattere drammatico, funebre, si è trasformato poi in un Allegretto vivace che con un crescendo giocoso ha chiuso la sinfonia.

A concludere il concerto è stato Juventus, un poema sinfonico che intreccia la brillantezza della “gioventù” con temi romantici e pensosi. L’energia non è mai venuta meno: la potenza sonora dell’orchestra ha travolto con forza il pubblico.
Come inatteso omaggio, il pubblico torinese ha ricevuto infine un «piccolissimo regalo» da Sir Antonio Pappano e dalla London Symphony Orchestra: la “Prima danza ungherese” di Brahms, eseguita con leggerezza ed entusiasmo.

A differenza del concerto inaugurale del Festival, Pappano ha deciso di offrire al pubblico un’esperienza senza silenzi contemplativi, ma ricca di vibrazioni. La musica ha parlato senza interruzioni e con intensità.

Ottavia Salvadori

Inaugurazione MiTo Settembre Musica 2025

Per molti torinesi e milanesi l’unico motivo per desiderare che l’estate finisca in fretta è l’arrivo di MiTo Settembre Musica, il festival che da diciannove edizioni segna il passaggio dalla spensieratezza estiva alla routine autunnale.
Dopo mesi di attesa e un’estate che ha faticato a mostrarsi tale, si torna alla quotidianità: tra chi riprende gli studi, chi rientra al lavoro e chi sceglie di salutare il caldo immergendosi nell’ascolto di musica ‘rivoluzionaria’ (Rivoluzioni è il tema scelto da Giorgio Battistelli per identificare una musica capace di creare nuove prospettive).

Il 3 settembre, a Torino, si è aperto il sipario sull’edizione 2025 di MiTo. L’auditorium Lingotto è tornato nuovamente a vibrare di musica e dell’energia di un pubblico affezionato, capace di stupirsi ed emozionarsi.

Foto di Gianluca Platania

Ad accompagnarci nel viaggio musicale tra le musiche russe di tre compositori che hanno fatto la Storia – Šostakovič, Rachmaninov e Čajkovskij – è stata l’orchestra Filarmonica della Scala guidata da Myung-Whun Chung. A completare il quadro, il ventiseienne Mao Fujita, pianista pluripremiato che nel 2019 ha ricevuto la medaglia d’argento al Concorso Čajkovskij di Mosca.

Myung-Whun Chung, che presto vedremo al Teatro alla Scala in qualità di direttore musicale, sembrava dirigere l’orchestra ancor prima di salire sul podio: non ha voluto lasciare il tempo agli applausi di concludersi per dare subito il primo attacco del “Valzer n. 2” di Šostakovič. Un gesto fulmineo, una scarica di energia e l’orchestra ha preso il volo: Chung infatti, dopo qualche movimento, si è appoggiato al pianoforte e ha lasciato l’orchestra dirigersi da sola per qualche battuta, per poi riprendere le redini con la sua direzione sobria ma intensa. Quel “Valzer” che per alcuni è stato il primo passo incerto nel mondo della musica, tra i leggii traballanti e gli spartiti sgualciti di un’orchestrina scolastica, nelle mani della Filarmonica della Scala è diventato un turbine di emozioni e di potenza che ha travolto il pubblico. La sua leggerezza e spensieratezza danzabile si è contrapposta in maniera quasi teatrale ai due brani successivi –  il Concerto n° 2 di Rachmaninov e la Sinfonia “Patetica”di Čajkovskij – entrambi drammatici e di struggente profondità.

Foto di Gianluca Platania

Il concerto della Filarmonica è stato un vero viaggio esistenziale attraverso le sfumature dell’animo umano: dalla serenità luminosa del “Valzer”, alla morte sussurrata in pppp dai contrabbassi (in sordina) nel finale della “Patetica”. Ma la vita non è mai lineare, e così non lo è stato il percorso che ci ha portato alla chiusura di questo viaggio musicale: si sono alternati dialoghi e scontri, tensioni e abbandoni, in un continuo passaggio da toni tragici a melodie dolci e malinconiche.

Il Concerto di Rachmaninov è stato il primo brano che ha affondato le sue radici nei temi tragici, pur lasciando spazio a melodie serene ma nostalgiche. La morte si è fatta sentire fin dai rintocchi funebri iniziali, ma presto ha ceduto il passo ad una dolce malinconia, nel secondo movimento, che ha evocato chiaramente la Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven: una melodia sognante che sembrava nascondere qualcosa di sospeso tra sogno e inquietudine. Un trillo nervoso del pianoforte e il pizzicato dei violoncelli hanno introdotto una crepa nell’incanto, una minaccia in agguato, forse un riferimento alla morte come presenza silenziosa. Rachmaninov gioca con la ripetizione di cellule melodiche, creando un effetto di loop emotivo, dove ogni variazione di tonalità si trasforma in una nuova sfumatura dell’animo umano: Fujita e la Filarmonica sono diventati un unico organismo che è riuscito a trasformare le note musicali in tensioni emotive.

A concludere il Concerto è stato il terzo movimento (Allegro scherzando), un finale energico e brillante, che con ironia sembrava prendersi gioco del clima triste e malinconico dei primi due movimenti. Nonostante il carattere scherzoso, sono emersi echi di melodie cantabili e nostalgiche. L’orchestra, sotto la direzione di Chung, ha saputo creare un equilibrio magico tra leggerezza e profondità. In particolare nei momenti più travolgenti, il suono ha raggiunto la platea come aprendo una breccia capace di risvegliare emozioni sopite.

Fujita, curvo sulla tastiera del pianoforte, con lo sguardo fisso sulle mani, sembrava intensamente coinvolto nel turbine di sentimenti raccontati dalla musica. Ogni nota era eseguita con perfezione tecnica, ma la sua forza espressiva risultava attenuata dalla difficoltà di emergere e contrastare il suono pieno dell’orchestra. La fragilità sonora ha trasformato il pianoforte in un punto focale su cui focalizzare l’attenzione. Il suono delicato ma allo stesso tempo incisivo ha incarnato la riservatezza del pianista, che ha accolto gli applausi del pubblico con le spalle chiuse e quasi con esitazione.

Foto di Gianluca Platania

A differenza dell’inizio improvviso del “Valzer”, Chung ha scelto di vivere il silenzio prima di immergersi nella Sinfonia di Čajkovskij: un minuto intero di immobilità in cui il pubblico ha trattenuto a fatica il respiro. Un piccolo rito di ingresso che è stato anticipatore del lento e ‘lamentoso’ addentrarsi nelle melodie più liriche e agitate.
Con un continuo gioco di risposte e di melodie ripetute, l’orchestra si è dimostrata straordinariamente coesa. Nel terzo movimento il pubblico non ha saputo trattenere un applauso che ha rotto l’incantesimo: si sa che i momenti chiusi da un grande finale a piena orchestra attirano maggiormente il consenso, e così è stato anche questa volta, con la piccola marcia allegra in fff, scandita da timpani e piatti.

Dopo tre movimenti allegri, nell’ultimo – insolito e struggente – il cerchio apertosi sulle note gravi del fagotto e dai contrabbassi vibrati si è chiuso tornando alla calma iniziale, con un andamento lento e cupo. Un finale che non vuole dare risposte ma lasciare sospesi. Una dissolvenza nel silenzio che non chiede di essere capita ma contemplata. Chung, infatti, immobile nel suo ultimo gesto ha atteso: non ha permesso che il fragore degli applausi rompesse il respiro silenzioso della musica, ma ha lasciato che l’eco dei contrabbassi si sedimentasse nei corpi dei presenti. Solo dopo qualche secondo gli applausi sono arrivati come un’onda.

Il concerto è stato solo il primo di tanti che si susseguiranno nei prossimi giorni: non vediamo l’ora di scoprirli, e immergerci in altri mondi e rivoluzioni.

Ottavia Salvadori

Presentato MiTo Settembre Musica 2025: Rivoluzioni

Torino e Milano si preparano ad accogliere la 19a edizione di MiTo Settembre Musica, il festival internazionale che dal 3 al 18 settembre celebrerà la musica attraverso il tema “Rivoluzioni”.

Durante la conferenza stampa del 20 maggio, in collegamento tra le due città coinvolte, l’Assessora alla Cultura di Torino, Rosanna Purchia, ha affermato che MiTo rappresenta non solo un appuntamento musicale, ma un vero e proprio dovere civile, culturale e sociale. Il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha invece evidenziato il valore della collaborazione tra le due città, sottolineando che l’internazionalità del festival rispecchia l’identità e le aspirazioni di Milano.

Alla sua ultima edizione come direttore artistico, Giorgio Battistelli ha messo in luce la necessità di rinnovare il concetto stesso di programmazione musicale. «Non si porta la cultura, si sollecita un’azione culturale» ha affermato, rimarcando la volontà di resistere all’omologazione e stimolare nuove connessioni.

I quattro perimetri su cui si sviluppa il programma sono: Mitjia e gli altri (per omaggiare Šostakovič nel cinquantenario dalla scomparsa), Berio e le avanguardie (con un omaggio al compositore nel centenario dalla nascita), Rivoluzioni – tempi di guerra, tempi di pace, e infine Ascoltare con gli occhi – la musica si intreccia con immagini e danza per creare un’esperienza multisensoriale.

Con 67 eventi in programma, MiTo porterà sui palchi artisti e orchestre di grande rilievo. Ad inaugurare il festival, il 3 settembre all’Auditorium del Lingotto di Torino, ci sarà la Filarmonica della Scala guidata dal futuro nuovo direttore musicale del Teatro, Myung-Whun Chung: in programma musiche di Šostakovič, Rachmaninov e Čajkovskij.

A seguire, il 4 settembre al Teatro alla Scala, Antonio Pappano dirigerà la London Symphony Orchestra in brani di Bernstein, Prokof’ev e Copland.

All’interno del programma dedicato a Šostakovič, sarà di rilievo l’esecuzione della Sinfonia n° 10 al Teatro Dal Verme con l’Orchestra Sinfonica di Lucerna diretta da Michael Sanderling, accompagnata dalla proiezione dell’artista William Kentridge: un suggestivo dialogo tra musica e immagini.
Significativa sarà anche l’esecuzione integrale dei quartetti per archi di Šostakovič, proposta in sei giornate dal Quartetto Eliot.

Accanto alle esibizioni di grandi nomi, il festival conferma il suo impegno nella valorizzazione di talenti emergenti con il progetto Milano Mito d’Europa che offrirà spazio a giovani musicisti e compositori. In questo ambito, il 6 settembre al Teatro Alfieri di Torino, la Scuola di Perfezionamento Musicale di Saluzzo presenterà un’orchestra di giovani musicisti sotto la direzione di Donato Renzetti in un programma dedicato a Bernstein, Gershwin e John Williams.

Battistelli ha voluto sottolineare come MiTo sia un festival che resiste all’immobilità, abbracciando il cambiamento: «Più passa il tempo, più non so quale sia la musica contemporanea. La musica è un experimentum mundi». L’iniziativa si pone dunque come una riflessione sulla trasformazione culturale e sulle nuove modalità di ascolto e partecipazione.

MiTo si conferma una realtà dinamica capace di intrecciare tradizione e innovazione, di rivoluzionare la musica e la fruizione musicale.

Ottavia Salvadori

Le sfumature dell’amore: orchestra e coro dell’Opéra de Lyon

Che cosa, se non l’amore, ha il potere di elevare l’animo umano verso paradisi incontaminati, dove il tempo si sospende e la realtà diventa sogno? L’amore, con le sue gioie e sofferenze, è da sempre musa ispiratrice dei compositori di ogni epoca e, il 14 settembre 2024, MiTo Settembre Musica ha scelto questo sentimento come filo conduttore della serata, proponendo un viaggio sonoro e immaginifico. Un doppio concerto, all’Auditorium Giovanni Agnelli, che vedeva come protagonista – e artefice della scoperta delle più sottili sfumature sonore ed emotive – l’orchestra dell’Opéra de Lyon diretta da Daniele Rustioni, interprete acclamato dai principali teatri d’opera internazionali.

Foto di Ottavia Salvadori

Cina e Francia (in prima serata) e Grecia (in seconda serata) sono i luoghi da cui provengono le tre storie che stimolano la creatività dei compositori, i cui brani sono stati eseguiti magistralmente e con un’intensità emotiva che spinge verso i limiti dell’immaginazione.

La leggenda cinese del dio del cielo e della dea delle nuvole, narrata nel poema sinfonico Les eaux célestes da Camille Pépin, è una storia d’amore dipinta in quattro piccoli, ma intensi, quadri: i primi movimenti armoniosi degli archi, sembrano subito aprire una porta che fa accedere ad un mondo incantato e naturale. Un tappeto sonoro tessuto da archi e fiati dapprima è caratterizzato da suoni impalpabili e sfumati che fanno emergere progressivamente le note acute dei flauti traversi e, infine, si trasforma in un movimento meccanico, vorticoso, con note reiterate. Scelta musicale che ha radici dirette nella leggenda: un preannuncio all’arrivo degli uccelli, gli unici che attraverso la costruzione di un ponte permetteranno ai due amanti di ritrovarsi e la rappresentazione sonora dell’orditura e tessitura delle nuvole.
Un brano caratterizzato da un climax sonoro crescente che segue l’andamento della storia. La tensione cresce, la densità sonora aumenta, gli archi si fanno più agitati, i colori sembrano sempre oscillare tra scuri e limpidi, dando l’impressione che il mondo fantastico sia sempre un posto felice, sicuro e tranquillo anche nel momento del dolore.

Foto di Ottavia Salvadori

Di tutt’altro colore è il poema sinfonico di Schönberg, più oscuro e malinconico. Pelleas und Melisande è una storia d’amore tragica, un dramma che ha stimolato diversi compositori, tra cui Debussy che ne trae un’opera lirica e lo stesso Schönberg che, al contrario, propone un poema sinfonico per orchestra, lasciando spazio ai soli strumenti di rappresentare i sentimenti e il tormento d’amore che porta alla morte. Un giovane compositore, Schönberg, che ancora non ha sviluppato a pieno le tecniche dodecafoniche, ma che crea un’opera intensa e complessa, dove i suoni si intrecciano e scontrano.
Il palco si riempie di strumenti, l’organico si amplia soprattutto nella sezione dei fiati con tromboni, trombe, corni inglesi, clarinetto basso, oboi, fagotti e molti altri.
Alle orecchie del pubblico, l’opera appare come una narrazione fluida che attraversa diversi stati emotivi passando dalla calma melodica – ma sempre incerta – a momenti di massima tensione tragica con cambi rapidi di intensità e motivi dissonanti ricchi di passaggi contrappuntistici. Ogni personaggio sembra avere il suo tratto caratteristico e questo porta ad un continuo mescolamento di motivi differenti per atmosfera e nuance.

Il pubblico, curioso di riascoltare nuovamente l’orchestra, non si è lasciato sfuggire l’opportunità di assistere anche al secondo concerto in programma. Dopo un momento di convivialità, tra cibo e bevande, è il momento di tornare nel luogo dove tutto ha avuto inizio: la sala dell’auditorium che ha rivisto occupate tutte le sue sedute.
Procede dunque la serata; questa volta sul palco anche il coro dell’Opéra de Lyon, composto da una quarantina di elementi, per eseguire Daphnis et Chloe di Ravel: “sinfonia coreografica” – come la definisce lo stessocompositore – che accompagna il pubblico attraverso la storia tragica, ma a lieto fine, del pastore Dafni e della sua amata Cloe.
L’orchestra amplia nuovamente il suo organico con la macchina del vento e nuovi strumenti a percussione, tra cui xilofono e campanelli. Violoncelli prima, e arpe poi catapultano nuovamente il pubblico in un mondo onirico, con note in pppp quasi impercettibili;si aggiungono poi i corni che introducono la linea melodica, proseguita dal flauto traverso. Una melodia intima e serena, ma che porta con sé sin dall’inizio un velo di inquietudine che viene ulteriormente giustificato dalla presenza del coro. La voce, che dà vita ad un canto senza parole, è utilizzata come un vero e proprio strumento musicale che si amalgama e intreccia con l’orchestra. La tensione man mano cresce, così come l’intensità dei suoni che riverberano nella sala arrivando a toccare le corde più intime di ciascuno. La partitura, soprattutto nel secondo quadro, prevede un continuo alternarsi di momenti di calma spirituale a momenti tragici ed energici e la continua mutazione dei temi rende la composizione ricca e mai noiosa.

Foto di Ottavia Salvadori

Daniele Rustioni ha diretto in maniera straordinaria l’orchestra; l’intensità emotiva dei brani non solo si poteva fruire con le orecchie ma anche con gli occhi: i movimenti del direttore, l’energia e la passione espressa dal suo volto hanno dimostrato quanto la musica riesca ad entrare e toccare l’animo di ciascuno. L’orchestra di Lione, così come il coro, è riuscita perfettamente a trasmettere la dolcezza e la tragicità dei brani e i sentimenti, modulando i suoni con grande maestria ma risultando sempre delicati anche nei momenti più intensi.

Due concerti che hanno trasformato la sala dell’auditorium in un teatro d’opera o, per gli appassionati di film, in una sala cinema: uno spettacolo senza immagini e senza attori ma con una musica che è capace di creare reazioni sinestetiche di grande potenza.

A cura di Ottavia Salvadori

Presentata la 18ª edizione di MiTo Settembre Musica

«È difficile scrivere musica in un momento in cui ci sono tante incertezze e paure; la musica non può cambiare il mondo ma la funzione di un operatore culturale, come un festival, è di far riflettere, mettere in comunicazione e suggerire connessioni»

Con queste parole Giorgio Battistelli – nuovo direttore artistico del biennio 2024-2025 – apre la conferenza stampa del festival MiTo Settembre Musica, tenutasi il 27 marzo presso il museo Rai della radio e della televisione. Un festival che dal 6 al 22 settembre connette le città di Milano e Torino: storie urbane diverse che cercano dialogo e mescolano le loro identità. Uno dei temi è proprio quello dei “MOTI”: gioco di parole per trasformare MiTo in elemento provocatorio che muove le menti, le scuote e le porta alla riflessione. MiTo crea relazioni tra città e connette musica e vita quotidiana.

Il 6 settembre si inaugura a Torino la diciottesima edizione in Piazza San Carlo con la Nona Sinfonia di Beethoven eseguita da orchestra e coro del Teatro Regio. La rassegna continua poi con altri trentaquattro appuntamenti che mescolano musica contemporanea e musica classica in un programma ricco e differenziato tra le due città – come nelle prime edizioni – per creare un palcoscenico condiviso e permettere uno scambio di idee e creare relazioni. Cinque sono i filoni tematici su cui si sviluppa il cartellone. Quest’anno grande punto fermo della programmazione sono le orchestre, non poteva dunque mancare il format “Mitologie Orchestrali” che porta sui palchi alcune grandi formazioni come la Filarmonica della Scala, l’orchestra dell’Opéra de Lyon e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
Nella sezione “Artistiche Imprese” Stefano Massini racconterà con due monologhi la storia di due aziende storiche di Milano e Torino.
Il rapporto con la contemporaneità, dice Battistelli, è spesso problematico ma con “Ascoltare con gli occhi” si vuole dimostrare che è possibile far convivere queste apparenti dissonanze attraverso una proposta di ascolto che transita verso l’aspetto visuale e immaginifico.
Entrambe le città hanno una grande storia calcistica; pertanto sembrava doveroso, a 75 anni dalla tragedia di Superga, omaggiare questo tipo di cultura con “Musica su due piedi”.  Un altro anniversario caratterizza il 2024, il centenario dalla morte di Puccini, e “Puccini, la musica, il mondo” vuole proprio rendere omaggio a questo grande operista con tredici incontri: anche Toni Servillo interverrà con una narrazione degli aspetti più intimi di Giacomo Puccini.

Sarà un festival intenso e vario, che guarda al presente, al passato e al futuro creando legami ma anche scuotendo gli animi.

Per maggiori informazioni cliccare qui

A cura di Ottavia Salvadori

La musica classica riparta da Piazza San Carlo

L’OSN Rai e Stefano Bollani per MiTo Settembre Musica 2023

MiTo SettembreMusica è la dimostrazione che la musica sinfonica piace ancora, ma deve essere a un prezzo accessibile. Nella serata di sabato 9 settembre, oltre 5000 persone si sono riunite in Piazza San Carlo per New York, New York, concerto il cui programma ruotava proprio intorno agli ambienti e alle atmosfere della Grande Mela. 

L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Juraj Valčuha – attualmente direttore d’orchestra della statunitense Houston Simphony – ha fatto vivere al pubblico molto diversificato un’esperienza di ascolto riservata ormai ai pochi habitué della musica classica, suscitando grandi applausi ed espressioni meravigliate anche fra i numerosi bambini e adolescenti presenti. 

Sabato 9 settembre 2023 Piazza San Carlo MITO SettembreMusica TO -NEW YORK, NEW YORK Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Juraj Valčuha, direttore Stefano Bollani, pianoforte Foto: Gianluca Platania

Partendo dal newyorkese (di adozione) per eccellenza Leonard Bernstein con l’Ouverture dell’operetta comica Candide – tratta dall’omonima novella di Voltaire –, passando per la prima esecuzione italiana di Red da Color Field, composizione per orchestra ispirata al quadro “Orange, Red, Yellow” del pittore Mark Rothko e al concetto della sinestesia (l’accostamento di un suono a un colore) della compositrice contemporanea Anna Clyne, si è arrivati a Stefano Bollani, applauditissimo, che sul palco in un total white che mette particolarmente in risalto la sua figura. 

Sabato 9 settembre 2023 Piazza San Carlo MITO SettembreMusica TO -NEW YORK, NEW YORK Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Juraj Valčuha, direttore Stefano Bollani, pianoforte Foto: Gianluca Platania

Inizia così l’esecuzione di Rhapsody in Blue di George Gershwin, il manifesto per eccellenza della New York anni Venti, in cui Bollani spicca non solo per le sue indiscusse doti da pianista, ma anche per la sua travolgente energia: il jazzista saltella, alza una gamba, si ferma, riparte, alza l’altra gamba. La folla lo applaude, applaude l’orchestra, poi Bollani esegue due bis da solista: America, tratto dal primo atto dell’acclamatissimo musical West Side Story di Bernstein, e la colonna sonora che Nino Rota compose per l’di Fellini. 

La serata si conclude con la Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 “Dal nuovo mondo”, di Antonín Dvořák, così intitolata poiché composta nel periodo in cui il compositore ceco risiedeva negli Stati Uniti: risultano infatti evidenti le suggestioni degli gli spiritual afroamericani e della musica dei nativi americani.

Sabato 9 settembre 2023 Piazza San Carlo MITO SettembreMusica TO -NEW YORK, NEW YORK Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai Juraj Valčuha, direttore Stefano Bollani, pianoforte Foto: Gianluca Platania

Nonostante l’impeccabile esecuzione dei musicisti in una bellissima cornice come quella di piazza San Carlo, purtroppo l’acustica del luogo e il fatto che oltre la metà degli spettatori stesse assistendo al concerto in piedi o seduta a terra, ha impedito di godersi appieno la serata. Molte persone hanno cominciato ad andare via subito dopo la performance di Bollani, altre ancora hanno deciso che un concerto era l’occasione giusta per videochiamare zii e cugini. I più concentrati? I bambini, impegnati a dirigere l’orchestra da lontano, seduti sulle spalle dei genitori, o a improvvisare qualche balletto. 

Insomma, a chi non ha speranze negli adulti del futuro possiamo dire di stare tranquilli, perché anche loro sono capaci di apprezzare la bellezza della musica. Forse bisognerebbe riflettere maggiormente sulla necessità di educare all’ascolto gli adulti di adesso… E magari aggiungere qualche sedia in più al prossimo concerto in piazza.

Foto in evidenza: Gianluca Platania per MITO SettembreMusica

A cura di Ramona Bustiuc

MiTo 2020: Lo spirito della Nona

Il festival MiTo di quest’anno ha ospitato a Torino il duo di pianisti Bruno Canino e Antonio Ballista, interpreti della Nona Sinfonia di Beethoven nella trascrizione per due pianoforti di Franz Liszt, in una sala del Conservatorio Giuseppe Verdi mezza vuota per ragioni note, e chi si trova a doverne scrivere una recensione non sa da dove cominciare. Quello che posso fare è limitarmi a suggerire delle impressioni personali.

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