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MiTo Settembre Musica, quattordicesima giornata

Lotta. Giustizia. Libertà. Resistenza. Orgoglio. Identità. Protesta. Ribellione.
Parole come detonatori; eppure non bastano per evocare l’anima del pensiero e della musica di Julius Eastman. Sono urla, gesti, temi che bruciano, azioni che scuotono: Eastman non ha avuto paura di impugnarle e trasformare in suono, in verità. Parlarne è un atto di resistenza.

Mentre la città si paralizza per una partita della Juve, c’è chi cerca tutt’altro: non il grido per un gol, ma per una rivoluzione fatta di musica, parole, identità. Altrove si corre dietro ad un pallone, alle Officine Caos si corre incontro ad una verità urgente e necessaria, seppur scomoda.

Without Blood There Is No Cause” è lo spettacolo che MiTo Settembre Musica, il 16 settembre, ha dedicato a Eastman: figura radicale e visionaria che ha trasformato la sua arte in atto politico.
Inizia a studiare pianoforte a quattordici anni e prosegue al Curtis Institute of Music di Philadelphia. Lui, nero e gay, con una musica minimalista e sperimentale fatta di suoni che mutano e degenerano (‘musica organica’), si fa strada tra l’élite musicale dell’epoca, bianca e benestante.

Foto di Simone Benso per Colibrì Vision

Fabio Cherstich, regista dello spettacolo, apre la performance recitando con voce profonda un testo che ripercorre la vita di Eastman, svelando alcune scelte drammaturgiche e il significato dei brani. Ad accompagnare il racconto, immagini storiche scattate al compositore e il suono ripetitivo di una tastiera, suonata da Oscar Pizzo.

Il viaggio musicale procede sulle note di Pizzo addentrandosi in “Turtle Dreams”, brano composto da Meredith Monk. È il sogno «lento e fragile» di una tartaruga – Neutron – che si aggira in una Manhattan fantasma. Il gruppo vocale SeiOttavi, che ha interpretato e rielaborato liberamente il pezzo, è accompagnato da un filmato: la tartaruga passeggia in ambienti naturali e sopra mappe del mondo, fino ad arrivare in una città desolata, senza vita. Si ascolta, non serve capire.

Versi stridenti, gutturali, profondi, stranianti evocano un canto recitato più che una melodia tradizionale. Attorno ad una lampadina calata dal soffitto, i performers fissano la luce in uno stato ipnotico, muovendosi in modo meccanico, quasi rituale, occupando lo spazio con una presenza (fisica e sonora) inquieta e totalizzante. Le voci alternate e spezzate sembrano procedere ciascuna per conto proprio, ma in realtà costituiscono un unico organismo sonoro, dissonante e coerente allo stesso tempo; un urlo compatto di resistenza. Il risultato è un paesaggio acustico disturbante e magnetico, dove la voce diventa corpo e il corpo diventa suono.

L’ingresso nel mondo sonoro di Eastman avviene subito con “Evil Nigger”, «un flusso ossessivo e implacabile». Quattro pianoforti, un unico suono: singole note martellate all’infinito, abbellite da leggerissime variazioni. Un ritmo incalzante cattura e ipnotizza. Il tempo sembra dilatarsi, eppure corre. Lo scorrere dei secondi sui monitor posizionati sopra i pianoforti detta la precisione chirurgica dei suoni. La concentrazione dei pianisti si fa palpabile: una sincronia perfetta tra musica e parole è fondamentale.
Alcune scritte compaiono e scompaiono sullo schermo tinto di rosso: «noi siamo ovunque e vogliamo una rivoluzione», «lotta», «resistenza», «protesta», «ribellione», «orgoglio».

Foto di Simone Benso per Colibrì Vision

Parole che graffiano, che raccontano la rabbia, la forza e la rivendicazione di chi rifiuta l’invisibilità. Temi urgenti: razzismo, identità di genere, orientamento sessuale e violenza sistemica.

Tra le parole anche numeri. Dati freddi, taglienti come lame: il 30% delle 13.000 persone uccise dalla polizia sono afroamericani; durante la presidenza di Trump, i crimini a sfondo razziale sono aumentati del 17%; nelle contee in cui si sono tenuti i suoi comizi, l’aumento è stato del 226%; in Italia, solo nell’ultimo anno, ci sono stati 1106 crimini d’odio. Numeri che non possono essere taciuti.

Eastman non accetta compromessi: «Voglio essere al massimo. Nero al massimo, musicista al massimo, omosessuale al massimo». L’ossessività della musica si intreccia, così, con un’altra forma di insistenza: quella dell’identità che rifiuta di essere silenziata, quella dei diritti che rivendicano la loro presenza.

La rivendicazione della propria identità compare con forza in “Gay Guerrilla”; la musica non chiede permesso, afferma la ‘presenza’ con determinazione: io sono qui e non me ne vado. Sullo sfondo, immagini di manifestazioni LGBTQ+ con cartelli alzati al cielo. In primo piano, la foto di una lapide anonima («a gay Vietnam veteran») dice: «when I was in the military they gave me a medal for killing two men and discharge for loving one». Immagini potenti non lontane da quelle che vediamo e viviamo oggi: all’orgoglio e alla protesta pacifica si affiancano gli scontri con la polizia.

Foto di Simone Benso per Colibrì Vision

Echeggia in “Stay on it” la dialettica tra passato e presente. Non ci si arrende di fronte all’ingiustizia, si ‘sta sul pezzo’. Cherstich pensa «alla lotta per le libertà: al popolo palestinese, all’Ucraina, al Sudan… e a tutti i popoli che vivono l’orrore, alle persone che subiscono discriminazioni, aggressioni, alla violenza maschile sulle donne». “Stay on it” diventa un invito urgente e necessario: restare svegli, coraggiosi, uniti e trasformare la voce in coro, l’indignazione in musica condivisa.
Il balafon e lo djembé di Mustapha Dembélé, griot del Mali, si fondono in un unico respiro con l’Happy Chorus Gospel Choir di Sondrio, il gruppo vocale SeiOttavi e i quattro pianisti. Una danza collettiva prende vita, potente e magnetica, fino e sfociare in un lungo applauso.

Da quell’onda di emozione, si leva un ultimo grido dal pubblico: «Free, free Palestine!».
«Senza giustizia non avremo alcuna pace»: è questo l’urlo cantato dalla musica.

Ottavia Salvadori

La settima sinfonia di Šostakovič: arte, politica e guerra

Tra le tante funzioni della musica nelle nostre esistenze, quella di catalizzatore di ideali e princìpi sociali comuni è di certo rilevante. Soprattutto nei periodi di guerre, tragedie umanitarie e disastri ambientali, la musica ha sempre avuto un ruolo primario. Come oggi iniziative collettive cercano di contribuire alla resistenza di popoli oppressi, anche ottant’anni fa c’era chi componeva musica al fine di difendere la propria città, la propria patria, la propria musica.

Dmtrij Šostakovič diede il suo vibrante contributo con la Settima Sinfonia, dedicata alla sua città natale, Leningrado, assediata a sorpresa dalle truppe tedesche nell’estate del 1941. Si tratta di una composizione per grande orchestra, oltre cento musicisti, che abbiamo avuto occasione di ascoltare giovedì 6 febbraio eseguita dall’Orchestra Rai e diretta da Pietari Inkinen, subentrato al direttore principale Andrés Orozco-Estrada.

Credits: DocServizi-SergioBertani/OSNRai

Nella sala dell’Auditorium “Arturo Toscanini”, gremita come poche volte in questa stagione, si è svolto un concerto molto atteso e di grande qualità. L’intera esecuzione, durata più di settanta minuti, è stata caratterizzata da una direzione essenziale e precisa di Inkinen, che ha mostrato la sua eleganza in gesti ampi, marcati e pieni di espressività. I momenti culminanti sono stati evidenziati in modo attento e solenne, come nel primo o nel terzo movimento, centro drammatico dell’intera composizione. I musicisti, specialmente nei passaggi solistici, hanno dimostrato la sensibilità di sempre, seguendo in modo fedele le indicazioni del direttore. 

Credits: DocServizi-SergioBertani/OSNRai

Il finale, eseguito come previsto senza pausa di seguito al movimento precedente, viene interpretato in modo grandioso, come a voler erigere un enorme monolite al cospetto del pubblico. Si creano così forti suggestioni, quasi cinematografiche. Non è un caso che le vicende dell’assedio di Leningrado abbiano ispirato a Sergio Leone l’idea per un film, di cui scrisse però solo la sceneggiatura.

Credits: DocServizi-SergioBertani/OSNRai

Il concerto si chiude con lunghi applausi di apprezzamento per una prova che ha convinto i più. Il direttore richiama le diverse famiglie strumentali, abbraccia le prime file di musicisti e infine l’orchestra gli dedica un saluto di ringraziamento. La musica di Šostakovič continuerà a ispirare e alimentare la resistenza, la speranza e l’ingegno di chi fa arte con onestà, dedizione e senso di appartenenza a un ideale, oltre ogni ostacolo. 

A cura di Alessandro Camiolo