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Dentro sé stessi: il Macbeth di Muti

Il teatro e l’arte non servono a divertire ma a far evolvere culturalmente e spiritualmente l’animo umano. Più ci si avvicina all’armonia e alla bellezza, più ci si allontana dalla violenza che abita questo mondo. Con questo spirito Riccardo Muti torna al Teatro Regio per la quarta volta in cinque anni e inaugura l’anteprima giovani, il 20 febbraio, del Macbeth verdiano – sold out per tutte le repliche. Un’opera che Muti dirige da più di cinquant’anni ma che ogni volta «spalanca voragini nuove». «Perché dirigo ancora Macbeth? Ma avete visto la mia faccia? C’è una simbiosi!» afferma con ironia alla conferenza stampa.

Opera cardine della stagione “Rosso”, il nuovo allestimento del Teatro Regio in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo rappresenta a pieno la duplicità dell’animo in continua lotta tra il bene e il male.
«Fair is foul, and foul is fair»: Macbeth di Giuseppe Verdi è un’opera costruita sull’antitesi, sul doppio, sull’ambiguità tra luce e ombra. I confini tra ambiente esterno e interiorità si sfaldano e si fanno incerti, rendendo tutto inafferrabile.

La disamina del testo di Shakespeare appare imprescindibile per la regista Chiara Muti – che ancora una volta affianca il padre con una fiducia che va oltre il mero legame familiare. A partire dal testo del Bardo, la regia di Chiara Muti e la scenografia di Alessandro Camera prendono vita traducendo la frattura tra luce e ombra e la dualità dell’animo in materia visiva: un grande arco, che delinea la forma di un immenso occhio, delimita una desolata brughiera fangosa animata da corpi melmosi di streghe. Siamo dentro la mente di Macbeth: spettatori dentro e fuori di lui.

Uno sguardo e una psiche che non distinguono più i confini: ciò che è reale si confonde con ciò che è frutto dell’immaginazione e della follia. Le streghe, dapprima mimetizzate nello scuro paesaggio, sembrano rocce immobili ricoperte di fango. Dopo il preludio orchestrale – cesellato con una sensibilità infernale – la materia si anima: dal terreno – o forse dal fondo della psiche del protagonista – emergono corpi mortiferi; si sollevano, si torcono e cantano con un andamento sincopato, grottesco. È una danza macabra che incrina ogni certezza percettiva: sono creature reali o è la mente in frantumi di Macbeth a plasmarle e dar loro consistenza?

Foto di Daniele Ratti, da cartella stampa Teatro Regio di Torino

La scenografia non cambia mai: rimane identica a sé stessa per tutti e quattro gli atti, ostinata come un’ossessione e immobile come un monito che grava sul mondo. Solo pochi elementi, inseriti in maniera calibrata, tentano – con risultati non efficaci – di ridefinire gli spazi e distinguere ambienti interni ed esterni. La scenografia sembra voler dichiarare qualcosa di (in)stabile che avviene nel paesaggio mentale di Macbeth. Emblematica è l’apparizione di un letto nel secondo quadro del primo atto: simbolo della notte, dell’incubo e della passione, diviene esso stesso iride al centro del grande occhio. Macbeth e Lady si confrontano sul delitto, in modo intimo e perturbante ma circondati da un ampio spazio che non riesce a contenere il segreto omicida. Proprio quando la tensione, il carattere manipolatore di Lady, la sopraffazione di Macbeth e la complicità dei due arriva al culmine («E se fallisse il colpo? / Non fallirà… se tu non tremi»), si odono suoni di un’orchestrina marziale e la scena si popola di corpi, indebolendo la tensione psicologica creata dalle parole dei due.

Più incisiva risulta la scena dell’apparizione dello spirito di Banco, in chiusura di secondo atto. Un grande specchio alle spalle del trono e della tavola regale – generato anch’esso dalla materia nera del suolo-psiche – diventa dispositivo drammaturgico che riflette, nasconde e altera. Attraverso un calibrato effetto di luci, la figura immobile di Banco appare e scompare dietro lo specchio. Non entra in scena, si manifesta. La fissità spettrale contrapposta al crescente disordine e tormento emotivo di Macbeth rende l’apparizione più perturbante. Il banchetto per l’incoronazione si trasforma in un incubo da cui è impossibile fuggire.

Macbeth non è un re, ma un attore che recita la parte. La sua regalità è svuotata di senso; la scenografia lo sottolinea con tragicità: sul fondo un sipario rosso, instabile. La scena sembra raddoppiarsi, e Macbeth ostenta sicurezza davanti a luci fisse – che poi come lucciole volteggiano nello spazio e svaniscono – e davanti ad un pubblico che non c’è, o che forse esiste solo nella sua mente febbrile in cerca di conferme e legittimazione. Macbeth resta solo un attore e un prigioniero di un ruolo (o di sé stesso?).

La musica diventa specchio dei personaggi rivelando i mostri nascosti della psiche. Le parole prendono potere, si caricano di significati profondi che la musica amplifica. La volontà di Verdi di porre l’attenzione «sul poeta e non sul compositore» qui si riverbera nella modalità espressiva dei cantanti-attori, e nell’attento studio dell’emissione del suono, del colore e della dinamica: pronuncia nitida, priva di scivolamenti o sillabe sacrificate alla cantabilità.

Foto di Mattia Gaido, da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Nel ruolo di protagonista, Luca Micheletti – baritono avvezzo al repertorio verdiano e interprete affine alla visione di Muti – costruisce un Macbeth tormentato con un timbro scuro e tragico. Dopo il delitto del re Duncan, la voce soffocata mostra il progressivo svuotamento e collasso dell’animo di Macbeth. Al suo fianco una Lady Macbeth dall’estensione vocale estrema: Lidia Fridman – soprano che torna al Regio dopo il Ballo in maschera del 2024 – dispiega la sua voce attraversando con sicurezza e potenza tanto il registro grave, che caratterizza il lato più oscuro del personaggio, quanto quello acuto, capace di sovrastare l’orchestra e il coro. La sua interpretazione caratterizza una donna demoniaca e manipolatrice ma, allo stesso tempo, fragile e vittima della follia.

Non delude neanche questa volta il coro del Teatro Regio che, sotto la direzione di Piero Monti, si impone come autentico protagonista, al pari di Macbeth e Lady. È presenza collettiva che assume volti e significati diversi: è forza sovrannaturale quando dà voce alle streghe; ma è anche voce del popolo. La duttilità espressiva del coro incarna le forze invisibili che muovono il destino e la fragilità umana.

Dal 24 febbraio al 7 marzo il Macbeth di Verdi (e di Muti) porta a Torino una riflessione profonda, lasciando domande e risposte indefinite: quanto può il senso di colpa divenire peso insopportabile, fino a sgretolare l’identità? E quanto siamo padroni o vittime delle nostre paure e del nostro inconscio?
È questo che vuole portare in scena Riccardo Muti: un teatro che non offre soluzioni ma interroga l’io più profondo.

Ottavia Salvadori

Presentata la nuova stagione 2025-2026 del Teatro Regio di Torino: “ROSSO”

Torino accoglie con entusiasmo la presentazione della nuova stagione del Teatro Regio che prevede un cartellone che combina tradizione e innovazione.

Il 6 maggio al Foyer del Toro, in apertura della conferenza stampa, il sovrintendente Jouvin ricorda due grandi figure del teatro lirico che sono venute a mancare in questi giorni: Pierre Audi, direttore del Festival d’Aix-en-Provence e il baritono Alberto Mastromarino. Poche parole, molto sentite, in ricordo di due persone che lasceranno un grande vuoto.

Il titolo scelto per la stagione, Rosso, nasce da un’attenta riflessione collettiva. Il colore, simbolo di passione e desiderio, nasconde anche un lato oscuro: quello della violenza e del sangue. Jouvin cita un passaggio di La scrittura o la vita di Jorge Semprùn: «Cerco la regione cruciale dell’anima in cui il Male assoluto si oppone alla fratellanza», una frase che riflette sul dualismo insito nell’essere umano. E proprio da questo tema prende vita il cartellone della nuova stagione: conflitti tra bene e male che raccontano la duplicità dell’animo in continua lotta tra amore e odio.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Ad inaugurare il nuovo anno operistico sarà Francesca da Rimini¸ opera di Zandonai nata nel 1914 per la città di Torino. Diretta da Andrea Battistoni, l’opera è un esempio di literaturoper basata sulla tragedia di D’Annunzio e rappresenta un viaggio tra influenze italiane, della scuola di Mascagni, e suggestioni da Debussy, Ravel e Strauss.
Il direttore artistico Cristiano Sandri sottolinea l’importanza dell’equilibrio tra opere di repertorio e titoli meno noti che vogliono essere riscoperti e riportati in vita. In questa visione si inserisce Francesca da Rimini affidata alla regia di Andrea Berna, giovane regista vincitore del Premio Abbiati nel 2024.

Più volte, nel corso della conferenza, viene enfatizzata la fiducia che gli artisti nutrono nei confronti del Teatro Regio, riconosciuto come ambiente accogliente in cui tornano sempre con entusiasmo. Prova ne è l’opera di apertura, che ha visto il Teatro riunire un cast di attori-cantanti di prestigio disposti ad accettare anche i ruoli minori, brevi nella loro durata ma estremamente impegnativi dal punto di vista vocale; tra questi vi sono i due fratelli di Francesca, Samaritana e Ostasio, interpretati rispettivamente da Valentina Boi e Devid Cecconi.
Tra gli interpreti si evidenzia la presenza di Roberto Alagna, nel ruolo di Paolo, che torna a Torino dopo 20 anni, e la giovane Barno Ismatullaeva che ha lasciato il segno nel 2023 nella Madama Butterfly.

La stagione inizia già ad ammorbidire i toni con Il Ratto del Serraglio, diretto da Gianluca Capuano e la regia di Michel Fau. Il Singspiel di Mozart mescola serietà e comicità lasciando un messaggio di speranza che scava approfonditamente nelle passioni dei personaggi.
L’allestimento dello spettacolo viene dall’Opéra Royal de Versailles e preannuncia una produzione evocativa e colorata capace di trasportare il pubblico nei paesaggi turchi e nel palazzo del Pascià Selim.

Dicembre sarà il mese dedicato ai balletti e vedrà il grande ritorno di Roberto Bolle, che accende gli animi degli appassionati. Quest’anno, sul palco del Regio, Bolle non porterà il consueto gala “Bolle and Friends”, ma presenterà uno spettacolo intitolato “Caravaggio” su musica di Bruno Moretti.
L’anno si concluderà con altri due titoli importanti e due compagnie estere: la Compagnia di Balletto del Teatro Nazionale di Praga che porterà sul palco Romeo e Giulietta, e il Balletto Nazionale della Lettonia di Riga, per la prima volta ospite a Torino con Il lago dei Cigni.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Come afferma Jouvin, dopo le festività natalizie e il freddo del mese di dicembre è necessario riscaldare i cuori con un titolo più leggero e sognante. A gennaio, con l’allestimento del Maggio Musicale Fiorentino e la regia di Manu Lalli, andrà in scena La Cenerentola di Rossini. La produzione vuole recuperare la fiaba di Perrault per divertire il pubblico e farlo tornare un po’ bambino, una coccola prima del grande ritorno del maestro Riccardo Muti con la cupa riflessione proposta da Macbeth.

Tratta dalla tragedia di Shakespeare, l’opera scava nell’animo umano per meditare sulle tematiche del male, del potere, del destino e della colpa: un esempio lampante di come la musica e il teatro permettano di comprendere, o quantomeno interrogarsi, sulla profondità delle emozioni. Ad affiancare il direttore d’orchestra, tornerà la regia di Chiara Muti e un cast di interpreti fedeli al maestro Muti, tra cui Luca Micheletti (Macbeth) e Giovanni Sala (Macduff).

L’unico titolo di cui, durante la conferenza, viene raccontata brevemente la trama è Dialoghi delle Carmelitane: per la prima volta a Torino verrà raccontato il tragico episodio della Rivoluzione Francese. L’allestimento proviene dal Dutch National Opera & Ballet, da una produzione che ha debuttato nel 1997 ad Amsterdam, e a dirigere l’orchestra ci sarà Yves Abel.

La stagione continuerà con uno titolo belliniano, I Puritani, affidato a Francesco Lanzillotta e Pierre-Emmanuel Rousseau, duo artistico che aveva collaborato nel 2023 per la produzione de La Rondine.

In chiusura dia stagione, tornerà sul podio Andrea Battistoni con un caposaldo del repertorio operistico: Tosca di Puccini, definita dal direttore un «thriller musicale ante litteram». Tosca, opera che ha accompagnato Battistoni in diversi debutti in prestigiosi teatri internazionali, sarà diretta dal maestro per la prima volta in Italia proprio sul palco del Teatro di Torino.
La regia è affidata a Stefano Poda, che torna dopo il premio Abbiati per il miglior spettacolo del 2023 (Juive), e il cast vede il ritorno del baritono Roberto Frontali nel ruolo di Vitellio Scarpia, dopo il successo nel ruolo di Gianni Schicchi. A interpretare Tosca e Cavaradossi, saranno  Chiara Isotton e Martin Muehle.

Per concludere la conferenza, vengono presentati i progetti e le attività dedicate a famiglie, giovani e scuole. «Il pubblico giovane è il nostro futuro» afferma il sovrintendente, ribadendo l’impegno del Regio nei confronti delle nuove generazioni con sconti per gli Under30, la creazione di una Card Under16 e la prosecuzione della campagna “Il Regio è di tutti”.
Tra le iniziative al Piccolo Regio figurano Hänsel e Gretel, Pierino e il Lupo, Brundibàr, Il Piccolo Principe e la riduzione di La Cenerentola, proposta con una drammaturgia ad hoc per avvicinare bambini, giovani e adulti al mondo del teatro operistico.

La stagione 2025-2026 preannuncia un anno intenso, capace di emozionare e incantare il pubblico.

Ottavia Salvadori

Un mondo deforme: “Rigoletto” di Leo Muscato

Il Teatro Regio continua ad attirare molto pubblico con una nuova produzione sold out fino all’11 marzo. Con l’anteprima giovani, il 27 febbraio viene inaugurato il nuovo allestimento di Rigoletto firmato da Leo Muscato. Reduce dal successo di Agnese di Paër, nel 2019, Muscato torna al Teatro Regio di Torino insieme alla scenografa Federica Parolini e alla costumista Silvia Aymonino. La carriera di Muscato è costellata di collaborazioni con teatri d’opera prestigiosi e importanti premi quali il Premio Abbiati come Miglior Regista d’Opera (2012), l’International Opera Awards (2016) e il Premio Internazionale Ivo Chiesa come Miglior Regista d’Opera (2023).

A dirigere l’orchestra c’è Nicola Luisotti, ex direttore dell’Opera di San Francisco insignito della San Francisco Opera Medal per i suoi meriti artistici e riconosciuto come uno specialista del repertorio verdiano. Con Verdi torna a Torino dopo otto anni per presentare un’opera che ha segnato la storia del melodramma, la prima delle tre opere della trilogia popolare del compositore composta nel 1851.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino, foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti

Siamo persone con identità fragili che si nascondono dietro maschere ingannevoli e tutto il mondo intorno a noi è deforme. Questa è l’epoca in cui viviamo, dove apparenza e finzione spesso prevalgono sulla realtà, ma è anche il tema in cui un’opera come Rigoletto trova le sue radici. Non è facile attualizzare opere del passato per raccontarle in maniera trasversale – ha sottolineato Muscato durante la conferenza stampa – ma la messa in scena di Rigoletto sul palco del Teatro Regio è riuscita magistralmente a rendere l’opera vicina al sentire contemporaneo.

La deformità di Rigoletto è frutto dell’ambiente che lo circonda e della società corrotta primo novecentesca che danza tra le due guerre. Il preludio iniziale introduce una scena dominata da una struttura muraria ondulata, realizzata con superfici riflettenti e deformanti, che trasforma il palco in un mondo precario e straniante.
Solo sul palco, Rigoletto, il giullare dal naso rosso, contempla la sua immagine nell’unico specchio reale che gli mostra la sua vera essenza: è un uomo solitario e triste, con la gobba e l’alopecia, costretto a nascondersi dietro una maschera per sopravvivere a corte.
Nasce probabilmente da qui l’idea di giocare con una scena fissa ma girevole: l’allestimento scenografico diventa un protagonista che sussurra l’ambiguità dei personaggi e la fragilità di un mondo in disfacimento. La scenografia di Parolini svela e nasconde: i personaggi sentono ma non vengono visti, il pubblico vede ma costruisce nella propria immaginazione gli spazi in cui si svolgono le azioni. Improvvisamente le mura cittadine ruotano svelando la festa in corso all’interno del palazzo ducale, presentata da un tableau vivant di personaggi aristocratici. Nasi e maschere da suino deturpano i volti di alcuni personaggi accentuando il grottesco e la decadenza che permea ogni angolo.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino, foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti

L’illuminazione di Alessandro Verazzi gioca un ruolo cruciale nel rafforzare il senso di straniamento. Il gioco di luci rapisce lo sguardo di tutti e scuote gli animi trasformando il palcoscenico in un labirinto di emozioni, personalità e di ambienti. Ogni fascio di luce, calibrato al millimetro, genera riflessi o ombre tragiche sulla struttura muraria rivelando verità taciute e crea dei veri e propri quadri dando vita ad un ulteriore livello di lettura dello spettacolo. Durante la tempesta del terzo atto, il pubblico, abbagliato da luci intermittenti, diventa parte integrante del dramma, condividendo paure ed emozioni con i personaggi. Un’intuizione registica che ha creato un’esperienza sensoriale partecipativa.

Muscato ci regala un Rigoletto che si allontana in alcuni punti dalla fedeltà al libretto originale, arricchendo e sfaccettando il dramma non solo dal punto di vista scenografico ma anche dal punto di vista narrativo. Monterone, dopo aver lanciato la sua maledizione, muore per poi riapparire, in altri quadri, come un fantasma vestito di bianco e illuminato da una luce fredda e intensa, un costante promemoria del destino che incombe su Rigoletto.
Gilda viene presentata come una giovane ragazza affidata alle cure di un convento o di un convitto, un’anima pura e innocente in un mondo corrotto.
Nell’atto finale, la drammaturgia si discosta ulteriormente dal libretto di Piave con l’ambientazione della scena in un postribolo, una fumeria d’oppio. La forte carica teatrale è amplificata dall’uso di luci e fumo che dividono il palco in tre sezioni: una luce blu a sinistra per la scena di “La donna è mobile”, una luce viola per il postribolo al centro, e una luce più calda per Gilda e Rigoletto che, esterni, osservano la scena. Improvvisamente un taglio di luce tragico, in gusto noir, attraversa i volti di Gilda e Rigoletto, sopraffatti dalla visione e ascolto del cantabile “Bella figlia dell’amore”.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino, foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti

L’inizio del primo atto è risultato musicalmente sottotono, con una certa difficoltà nel percepire le voci e le parole di alcuni interpreti i quali, probabilmente nel tentativo di preservare la propria voce per le repliche, hanno optato per un’esecuzione a mezza voce. Tuttavia, dalla conclusione del primo atto, l’orchestra e i cantanti hanno espresso il loro pieno potenziale emotivo e vocale, con passaggi dinamici di notevole impatto. Nicola Luisotti ha diretto le sfumature musicali con maestria, mantenendo la fedeltà al tema centrale dell’opera e arricchendolo di nuove sfaccettature emotive. Un plauso speciale va al Coro del Regio, guidato da Ulisse Trabacchin, che ha saputo trasformare i momenti corali in autentiche manifestazioni di espressività.

Un piccolo ma significativo gesto è stato quello di Luisotti che, al termine della rappresentazione, è rimasto sul suo podio, seminascosto, per applaudire l’intero cast, dimostrando grande rispetto e apprezzamento per il lavoro di tutti.
La rappresentazione di Rigoletto, come preannunciato durante la conferenza stampa, è stata frutto di un lavoro di squadra eccezionale che ha dato vita ad una fusione armoniosa di talenti artistici e legami umani.

A cura di Ottavia Salvadori