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Dall’etereo fauno di Debussy alla maestria strumentale neoclassica

È ancora viva la musica classica? La risposta arriva forte e chiara il 15 novembre al Teatro Vittoria con Alberto Navarra e Leonardo Pierdomenico.

Il primo, flautista piemontese insignito del titolo di «Alumno más sobresaliente» dalla Regina di Spagna nel 2019 e vincitore nel 2022 del primo premio alla Carl Nielsen International Flute Competition è dal 2025, flauto solista della Philharmonie Luxembourg. Il pianista Leonardo Pierdomenico, a diciotto anni ha vinto il Premio Venezia e ha ottenuto un riconoscimento al Concorso Van Cliburn. Ha debuttato nella stagione cameristica 2022-2023 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma e nella stagione di balletto 2023-2024 del Teatro alla Scala di Milano.

foto di Peter Adamik da cartella stampa

Il duo è ospite del secondo appuntamento di Note Tra Noi: rassegna dell’Unione Musicale che non offre solo un concerto, ma un’esperienza sensoriale che abbatte la quarta parete invitando il pubblico a sedersi sul palcoscenico, accanto ai musicisti. Non si tratta solo di ascoltare, ma di percepire ogni dettaglio dell’esecuzione: dall’intensità di ogni respiro e sguardo, fino alle vibrazioni emesse dagli strumenti.

Il concerto si apre con un arrangiamento per flauto e pianoforte del Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy, simbolo dell’impressionismo musicale ispirato al poema di Stéphane Mallarmé. Il suono del flauto mantiene una qualità eterea e delicata, rendendo l’idea del sogno e della sensualità leggera del fauno: un monologo interiore di una creatura mitologica metà uomo e metà capro. Navarra riesce a trasmetterne la profondità emotiva variando il timbro attraverso dinamiche di grande espressività. Le frasi oscillano, pur mantenendo un’estrema precisione del dettaglio. L’accompagnamento pianistico traduce con sensibilità e vivacità ogni sfumatura di colore.

Il concerto prosegue come un viaggio che parte dal romanticismo tormentato di Schumann, con i Fantasiestücke op.73, e arriva alla modernità neoclassica di Poulenc con la Sonata per flauto e pianoforte in tre movimenti. In Schumann, Navarra dimostra come il flauto sia uno strumento capace di rivelare una bellezza sonora inedita. In Poulenc, ogni tocco sulla tastiera e ogni singola nota del flauto diventano dettagli essenziali e sfumature di grande impatto emotivo. Navarra e Pierdomenico usano il suono non per raccontare una storia reale, ma per disegnare trame sonore sognanti. L’idea tematica principale del primo movimento, dal carattere pensoso e a volte interlocutorio, è contrastata dalla dolcezza del secondo movimento e dallo spirito giocoso del terzo.

foto di Peter Adamik da cartella stampa

Il brano conclusivo è del compositore russo Prokof’ev: la Sonata op. 94, caratterizzata da un gioco di sonorità leggere e trasparenti di evidente ascendenza classica. Un punto di riferimento essenziale nella letteratura per flauto non solo per la sua lunghezza e complessità tecnica, ma perché offre a entrambi gli esecutori l’opportunità di mettere in piena luce sia la propria maestria strumentale sia la propria profondità interpretativa.

Il suono riesce ad abbracciare la platea con calore, portando con sé lo spettatore in un’altra epoca.

Il successo del concerto emerge dalle movenze spontanee di un bambino che, seduto sulle sedie disposte sul palco e rapito dalle luci, si lascia completamente trasportare dalla musica.

Melika Nemati

MiTo Settembre Musica, undicesima giornata

Entrare al Teatro Vittoria è sempre un gesto d’amore verso sé stessi: una coccola per il cuore e una carezza per l’udito. Nella sua sala intima e priva di barriere tra palco e platea, il suono riesce ad abbracciare lo spettatore con calore ed energia.
Il 13 settembre, nell’ambito di MiTo Settembre Musica, il teatro ha registrato il sold out – almeno sulla carta: qualche poltrona vuota è rimasta, ma questo non ha intaccato la magia della serata.

Protagonista dell’evento l’Eliot Quartett, approdato a Torino per concludere il viaggio musicale attraverso i quindici quartetti di Šostakovič: un percorso iniziato con tre appuntamenti a Milano e proseguito con tre giornate nella nostra città.

L’Eliot Quartett, fondato nel 2014, si è rapidamente affermato come una delle formazioni cameristiche più significative del panorama internazionale. Vanta numerosi riconoscimenti ed è spesso ospite di importanti sale da concerto in Europa. L’esecuzione integrale dei quartetti di Šostakovič è stata un traguardo e un sogno raggiunto nella stagione 2024-2025 con date in Germania, in Austria, in Canada e oggi anche in Italia.

Con la prima data torinese, sabato, il quartetto ha portato sul palco il Quartetto n° 4, il Quartetto n° 13 e il Quartetto n° 9, offrendo al pubblico un percorso musicale denso di contrasti. Troppo spesso entriamo in sala, leggiamo il programma (se ci spinge la curiosità) e usciamo senza mai sentire la voce dei musicisti. Il secondo violino Alexander Sachs, invece, ha scelto di rompere il silenzio e di introdurre i pezzi, sottolineando la profonda diversità che caratterizza i quartetti. Composti da Šostakovič in periodi differenti della sua vita, ciascuno riflette un contesto storico e personale differente. È difficile, infatti, separare le scelte musicali dalle tensioni politiche che lo circondavano.

Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision

A quarantatré anni Šostakovič compose il Quartetto n° 4 in un clima di forte repressione culturale, consapevole che la sua musica sarebbe rimasta inascoltata a causa della censura del regime sovietico. Il compositore sapeva che il nuovo pezzo – che conteneva citazioni dirette della musica popolare ebraica – non avrebbe potuto essere eseguito almeno fino alla morte di Stalin, ma decise di comporlo ugualmente come atto di resistenza ‘silenziosa’ e testimonianza artistica.

Ai quattro musicisti è bastato uno sguardo per dare avvio al primo movimento che, con il suo impasto sonoro che richiama una cornamusa, ha trasportato subito il pubblico in un paesaggio remoto. Era come se l’intreccio di violini e viola, sostenuti dal bordone del violoncello, stesse dichiarando l’intento del concerto: non una semplice esecuzione, ma un’immersione nell’anima di Šostakovič.
Un gusto orientaleggiante è affiorato lentamente, insinuandosi tra dissonanze che non hanno generato mai conflitti ma piuttosto tensioni emotive. I violini di Maryana Osipova e Alexander Sachs, pur essendo due voci distinte e contrapposte, hanno dialogato senza farsi la guerra, come due anime che si sfiorano senza mai scontrarsi. Il tono dolce e malinconico ha saputo mescolarsi alla perfezione con note profonde, gravi, a tratti dissonanti.
È però nel quarto movimento che il pezzo ha raggiunto il suo apice emotivo: una danza macabra, straziante, i cui motivi ebraici si sono intrecciati a ritmi agitati e vorticosi che hanno animato il suono, rendendolo denso e coeso.

La potenza sonora creata dal quartetto è riuscita a materializzare timbricamente un’intera orchestra: non più dunque quattro strumenti, ma un intero organico. La danza vorticosa improvvisamente ha lasciato il suo posto a pizzicati in pp che sembravano voler insinuare dubbi e domande nell’ascoltatore.

Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision

Mentre il silenzio si faceva sacro e l’arco di Dmitry Hahalin (alla viola) era pronto a dare vita al Quartetto n° 13, una notifica squillante (anzi, due notifiche consecutive) – inequivocabilmente Samsung – ha rovinato il rituale. Hahalin, pronto in posizione per iniziare, ha reagito con un gesto potente che ha mostrato il suo disappunto: ha abbassato la viola staccandola dalla spalla e dal mento, l’ha appoggiata sulle sue gambe, e poi ha atteso fermo, con lo sguardo abbassato, finché la sala non ha ritrovato silenzio e concentrazione. Un giorno, forse, assisteremo ad un concerto in cui nessun telefono squillerà, nessuna notifica ad alto volume interromperà il flusso armonico della musica, e nessun cellulare scivolerà dalle poltrone. Ma evidentemente quel giorno, il 13 settembre, non era ancora arrivato.

Le condizioni di salute di Šostakovič erano tutt’altro che stabili quando compose il tredicesimo quartetto, completato nel 1970 dopo diversi ricoveri. Ogni nota sembra, infatti, portare il peso di una vita vissuta sul filo, tra fragilità interiori e una traiettoria esistenziale troppo ‘rivoluzionaria’ rispetto al contesto storico. Attendere il silenzio non è stato solo un gesto di rispetto nei confronti dei musicisti stessi e della musica del compositore, ma un tributo alla vita di Šostakovič, per non dimenticare la sua storia e le difficoltà che ha incontrato lungo il percorso.

La malattia si sente sin dalle prime note che con leggerezza, ma tragicità, si addentrano con passo felpato in una storia drammatica che vuole, forse, evocare l’imminenza della morte. Il violoncello di Michael Preuß, con le sue note gravi, ha dialogato con quelle acutissime e taglienti dei violini, creando un paesaggio desolato ma vibrante. Sforzati-piano dei violini nel registro acuto, staccati fortissimi omoritmici, continue dissonanze, colpi secchi d’archetto sul legno degli strumenti – che, come frustate sonore, hanno risvegliato lo spettatore – e il nervosismo crescente hanno saputo rendere palpabile la sofferenza, il dolore e la malattia. L’atonalità ha dominato la scena, ma senza soffocare la melodia, che è rimasta centrale.

Nonostante la potenza e la capacità del quartetto di ipnotizzare il pubblico – soprattutto i più giovani, sempre troppo pochi nelle sale –, qualche testa brizzolata e qualche palpebra hanno ceduto alla forza di gravità. Per un pubblico poco avvezzo a suoni ‘rivoluzionari’ e alle tensioni imprevedibili che questi generano, anche solo ascoltare il Quartetto di Šostakovič può diventare una sfida contro sé stessi. Il magnetismo dell’Eliot Quartett ha però incantato tutti coloro che hanno avuto il coraggio di lasciarsi attraversare da questa rivoluzione sonora.

Il tormento di quest’ultimo pezzo ha lasciato poi spazio alla spensieratezza del Quartetto n° 9, che cita apertamente l’overture del Guillaume Tell di Rossini. Un galoppo senza fine verso la libertà, che sembra essere non solo musicale ma anche emotiva. Dopo aver attraversato l’oscurità, l’Eliot Quartett ci ha invitato a correre insieme, verso un futuro – forse – migliore.

Foto di Simone Queirolo per Colibrì Vision

Il quartetto ha saputo restituire la complessità di queste pagine con un equilibrio perfetto fra melodie dubbiose e malinconiche, poi nervose, e infine allegre e libertine. Il dialogo tra strumenti non è stato soltanto udito ma è stato anche visibile: le espressioni dei volti dei quattro musicisti hanno fatto trasparire una profonda immedesimazione, come se ogni nota fosse vissuta ancor prima di essere suonata. Occhi chiusi, sopracciglia tese e respiri profondi: tutti i loro gesti hanno parlato, trasformando il dialogo musicale in narrazione visiva.

L’Eliot Quartett ha dato voce a Šostakovič, trasformando ogni nota in testimonianza e ogni gesto in racconto.

Ottavia Salvadori

In missione per conto di Chopin

Un pianoforte, un compositore e tre interpreti per quattro concerti.

La rassegna, organizzata da Unione Musicale, si intitola Festival Chopin, ed è ovviamente dedicata al compositore polacco. A interpretare le sue pagine sono tre giovani musicisti: Matteo Buonanoce, Maria José Palla, David Irimescu, tutti formati presso il Conservatorio di Torino. Siamo stati al Teatro Vittoria per il concerto pomeridiano del 28 maggio per sentire questi talenti nascenti confrontarsi con un repertorio variegato e complesso. 

Il primo ad esibirsi è Matteo Buonanoce, torinese classe 2005, che propone i Due notturni op. 48. La sua esecuzione è coinvolgente, il pianista si muove sulla panca, si avvicina col busto alla tastiera o alza lentamente le spalle alla ricerca continua di una precisa espressività. Soprattutto nei momenti di maggior frammentazione del dettato, in cui si susseguono cellule melodiche diverse, Buonanoce riesce a dare una visione intensa della musica di Chopin.

Foto da cartella stampa di Unione Musicale

Dopo è il turno di Maria José Palla, che esegue Quattro mazurke op. 30 e il Valzer op. 64 n° 3, due composizioni caratterizzate da raffinatezza e rimandi alla musica popolare polacca. La pianista ondeggia dolcemente, il suo tocco sulla tastiera è sempre costante, senza esitazioni, dimostrando buona capacità interpretativa e anche comprensione emotiva di una musica energica e appassionata ma anche nostalgica ed evocativa. Nel Valzer si insegue uno stato di gioia, non frivola, ma cosciente delle ansie e dei tormenti: la pianista lo esegue con lucidità, senza eccedere in superflui compiacimenti malinconici.

Foto di Marco Carino

Conclude David Irimescu, pianista italo-rumeno, con il Notturno op. 37 n° 1, i Valzer op. 34 nn. 2-3 e la Ballata n° 2 op. 38, che costituiscono la seconda metà del concerto. Il musicista entra in sala con passo deciso e si prende il tempo di trovare la giusta concentrazione prima di iniziare. L’aspetto interpretativo è ancora più rilevante, qui, trattandosi di brani dai caratteri diversi. David cambia stile con agilità: nel primo brano dilata il lento come a voler cullare chi ascolta, ma sottolineando molto gli abbellimenti, mentre negli altri due è molto più vivace, facendo emergere i forti contrasti ad esempio tra i due temi della Ballata, che vengono contrapposti in modo efficace e con attenzione alla dinamica. 

Foto di Luigi De Palma

Il pubblico applaude con entusiasmo i tre artisti, che alla fine del concerto si inchinano tutti insieme. Tre visioni personali e originali di un compositore la cui musica oggi è molto nota e presente a tutti, ma che spesso diventa un sottofondo o una posa intellettuale, invece sentire un’esecuzione dal vivo può essere un’esperienza più significativa. Tutta l’iniziativa ha avuto un buon riscontro di pubblico che, attratto in primo luogo dal repertorio in programma, ha avuto modo di scoprire e apprezzare nuovi interpreti.

Alessandro Camiolo

Tre epoche, un dialogo: Yuki Serino e Martin Nöbauer 

Il 10 maggio al Teatro Vittoria si è conclusa la rassegna “Note tra di noi” dell’Unione Musicale con due giovanissimi e talentuosi musicisti: la violinista Yuki Serino e il pianista Martin Nöbauer. Lei nel 2024 si è aggiudicata il primo premio al Concorso Città di Cremona, lui nel 2023 è stato finalista al Concorso Internazionale Chopin su strumenti d’epoca di Varsavia. 

Quando, dopo il saluto del direttore artistico della rassegna, sono entrati i due musicisti, entrambi con un grande sorriso sulle labbra, si è respirato un piacevole senso di leggerezza (fra l’altro, parte del pubblico ha preso posto su alcune sedie posizionate sul palco per abbattere le barriere tra platea e artisti). 

Il primo brano che hanno scelto per questa serata è stata la Sonata in sol maggiore K. 379 di W. A. Mozart, che si apre con un “adagio” intimo e profondo introdotto dal pianoforte; il violino entra poco dopo, con un accordo pieno in imitazione delle prime note del pianoforte. Sono bastate poche battute per capire che davanti a noi avevamo degli autentici talenti nonostante la giovane età: questo inizio perfetto ci ha fatto subito entrare nel loro mondo. Il secondo movimento “allegro” cambia il carattere della sonata, con un gioco di imitazioni tra i due strumenti molto deciso e accattivante, mentre l’ultimo, “andantino cantabile”, contiene variazioni sul tema. Entrambi i musicisti hanno onorato la sonata mozartiana: se Yuki è riuscita a coinvolgere il pubblico con il suo modo unico di suonare, Martin non è stato da meno, e insieme hanno costruito un intreccio di colori e dinamiche che ha colpito gli ascoltatori. 

foto da Unione Musicale

Il programma è proseguito poi con le Tre romanze op. 22 di Clara Schumann. Il primo di questi vellutati quadri sonori è stato particolarmente suggestivo: calibrando ogni nota, i musicisti sono riusciti a trasmettere qualcosa del carattere appassionato della compositrice. Nel secondo, siamo entrati più in profondità nel racconto: con il suo vibrato e la precisione assoluta nei passaggi, era come se la violinista avesse assorbito lo spazio intorno a lei: impossibile distogliere lo sguardo!

foto da Unione Musicale

In chiusura del concerto è stata eseguita la Sonata in la maggiore op. 13 di Gabriel Fauré. (Molto raffinata l’idea dei due musicisti di farci attraversare tre periodi diversi con composizioni che rappresentano a meraviglia il carattere musicale e stilistico dei rispettivi autori!). Nel primo movimento di Fauré, Martin Nöbauer ha brillato in particolare per un crescendo perfetto, eseguito con naturalezza e un’irresistibile tensione. Un momento che ha sicuramente lasciato una forte impressione è stato il climax creato dalle ottave del violino e dagli arpeggi del pianoforte: sono stati impeccabili, raggiungendo il secondo tema con una dolcezza inaspettata, fuori dagli schemi. In tutto il brano sono riusciti a dimostrare una padronanza notevole, combinando destrezza tecnica e sincera espressività emotiva, frutto indubbiamente di un duro lavoro in fase di studio.

Le reazioni del pubblico sono state molto positive: i due musicisti, stanchi ma visibilmente appagati, sono stati acclamati con calorosi applausi (e pazienza se i battimani avevano interrotto le sonate dove il rito concertistico non lo prevede: i musicisti non hanno perso né la concentrazione, né il sorriso!). 

Francesca Modoni

Andrea Rebaudengo scatena i preludi di Uri Caine

Al Teatro Vittoria, il Torino Jazz Festival propone una produzione originale di scrittura e improvvisazione: Improvisers/Composers. Protagonista il pianista Andrea Rebaudengo, che presenta un programma interamente dedicato a brani “classici” per pianoforte composti da musicisti jazz contemporanei.

Rebaudengo, del resto, non è nuovo a questo tipo di esplorazioni: oltre a collaborare con realtà come l’Orchestra della Scala, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e la Rai, è il pianista stabile dell’ensemble Sentieri Selvaggi, gruppo di riferimento per la musica contemporanea in Italia. Proprio in questo contesto ha affinato un approccio libero ma rigoroso.

Foto da Press Kit Torino Jazz Festival

Il concerto è stato caratterizzato da una serie di prime esecuzioni che ne hanno definito l’unicità. In particolare, due prime italiane: Alone, in Four Parts di Wayne Horvitz e Looking Above, the Faith of Joseph di James Newton. A seguire, due brani di Matt Mitchell tratti da Vista Accumulationall the Elasticity e Utensil strength – autentici esercizi di resistenza.

La sorpresa del concerto è la prima esecuzione assoluta dei 24 Preludi per pianoforte firmati da Uri Caine: una suite che sfida l’ascolto e la varietà stilistica, consapevole che alcuni passaggi potessero mettere in crisi l’ascolto del pubblico. Ma è proprio questo il bello: il rischio, la possibilità di ascoltare qualcosa che ci sposti un po’ più in là.

I preludi sono stati affidati dallo stesso Caine a Rebaudengo. Si avverte la presenza del compositore negli accenni di micromelodie e citazioni, che come piccole apparizioni intersecano un ricchissimo mondo sonoro, da ascoltare con attenzione e impegno. La sequenza di esecuzione dei preludi non è fissa, ma costruita dal pianista stesso, che ha immaginato un percorso coerente con l’evoluzione dell’intero concerto. È proprio lui a concludere il ciclo con un preludio melodico, una scelta che sorprende e arricchisce ulteriormente il progetto.

Il pianoforte si conferma così l’ambito di una ricerca continua e appassionata da parte di Rebaudengo, e questo piccolo preludio finale diventa anche un gesto di “riappacificazione” – come lo definisce lui stesso –, un momento di leggerezza che permette di accogliere e conservare l’intensità dell’intero concerto.

Foto da Press Kit Torino Jazz Festival

Gli improvvisatori scrivono? Traggono dallo studio sull’improvvisazione materiale che poi mettono su pentagramma? «La risposta» spiega Rebaudengo «è stata un fluire di partiture estremamente interessanti, geniali, coraggiose, in cui le appartenenze geografiche e stilistiche c’entravano fino a un certo punto. Forse più di tutto contava la curiosità del compositore/improvvisatore, la sua voglia di mettersi in gioco».

Il risultato è un percorso dentro la mente di artisti che, pur nati nell’improvvisazione, hanno scelto la scrittura come nuovo terreno di esplorazione. Non semplici improvvisazioni “cristallizzate”, ma pensieri musicali lunghi, forme controllate, racconti in musica.

Alla fine del concerto — che, per scelta programmatica, non ha mai cercato la facile seduzione — Rebaudengo rientra tra gli applausi e offre al pubblico un piccolo encore: Portolan. Un repertorio raffinato, difficile, e proprio per questo necessario.

di Joy Santandrea

Sunday Morning Brings the Dawn In: korale in concerto al Teatro Vittoria

Come ogni festival che si rispetti, il Torino Jazz Festival nel programma di questa edizione presenta vari appuntamenti con giovani musicisti del jazz contemporaneo, offrendo così spazio per farsi conoscere alle nuove generazioni. Tra quelli più interessanti c’è l’esibizione del gruppo Korale che domenica mattina 27 aprile al Teatro Vittoria ha dato il via a una lunga giornata di concerti. 

Foto di Ottavia Salvadori

Il gruppo, nato lo scorso anno durante una residenza artistica presso il festival Grey Cat di Follonica, è composto da due talenti del panorama italiano come Michelangelo Scandroglio (contrabbasso) e Francesca Remigi (batteria) e due musicisti sudcoreani Youngwoo Lee (pianoforte) e DoYeon Kim (gayageum e voce). Alla base di tutto c’è l’incontro di diverse sensibilità e tradizioni musicali, che trovano il modo di rinnovarsi e ampliare i propri orizzonti. I brani eseguiti durante il concerto sono stati composti dai diversi membri del gruppo: un insieme sfaccettato di approcci creativi che mescola tecniche e stili esecutivi differenti, ma che coesistono solidamente.

Foto di Ottavia Salvadori

Una peculiarità di questo ensemble è la presenza del gayageum, strumento a corde pizzicate della tradizione coreana che DoYeon suona da seduta al centro della sala, come se fosse il crocevia degli scambi musicali che circolano durante l’esibizione. Ma non solo, anche il canto è l’aspetto portante di vari brani durante i quali DoYeon in piedi dirige i tempi di attacco del gruppo. Di tutt’altro stile invece il pianista Youngwoo che, in posizione defilata, quasi di spalle al pubblico e col volto chinato sul pianoforte, dialoga con gli altri quasi in un inseguimento reciproco di ritmi e suoni che si avvolgono tra di loro. Durante i momenti solisti il pianista segue un’idea frammentaria che però torna sempre, in una sorta di scrittura improvvisata. Chiudiamo il quadro con la batteria e il contrabbasso: Scandroglio è l’ideatore di tutta l’iniziativa che supervisiona e accompagna i brani, con incursioni sottili e raffinate, mentre la batterista, che chiude il concerto con un suo brano, è al centro dei cambi di ritmo e tempo che si sviluppano nelle singole composizioni.

Foto di Ottavia Salvadori

Più in generale il concerto ci restituisce una visione aperta della musica: come forma di scambio e connessione culturale che si può creare attraverso la sperimentazione di percorsi non canonici. Questi quattro giovani musicisti hanno saputo dimostrarlo e ci hanno reso partecipi delle loro ricerche. 

Alessandro Camiolo

Zoe Pia e il mito di Atlantide al Torino Jazz Festival

Il 25 aprile, giorno della Festa della Liberazione, la clarinettista e compositrice sarda Zoe Pia ha portato sul palco del Teatro Vittoria, nell’ambito del Torino Jazz Festival, il suo nuovo progetto Atlantidei. La sala era piena, anche se con un pubblico decisamente adulto: un peccato considerando l’energia fresca e sperimentale della proposta.

Atlantidei è una performance che va oltre la musica: è un viaggio sensoriale, una visione che mette insieme mito, natura e suono, pensata insieme al collettivo EIC – Eden Inverted Collective – composto da quattro percussionisti under 35 che hanno condiviso la scena con Zoe: Mattia Pia (suo fratello), Nicola Ciccarelli, Paolo Nocentini e Carlo Alberto Chittolina.

Foto di Colibrì Vision

Fin dalle prime note del brano d’apertura, “Oceanus”, si capisce che non sarà un concerto tradizionale. Le percussioni si mescolano a suoni liquidi generati da strumenti immersi in una bacinella d’acqua, mentre Zoe fa scivolare un medaglione sulle chiavi del suo clarinetto per produrre un suono arcaico, quasi sciamanico. 

È un momento che sembra arrivare direttamente dalla terra e dagli abissi, un suono che richiama qualcosa di antico ma che parla chiaramente anche al presente.

Tutto il progetto nasce infatti da un viaggio nel sud-ovest della Sardegna, nella zona dell’Iglesiente, dove la musicista ha immaginato una musica capace di raccontare paesaggi futuri intrecciati a suggestioni del passato e legati al mito di Atlantide. 

Tutto ciò prendendo ispirazione dalla teoria, affascinante quanto intricata, secondo cui la Sardegna possa essere l’antica isola sommersa.

Per Zoe Pia Atlantide è soprattutto un simbolo: «una metafora di bellezza naturale, necessaria da ricordare in una fase storica segnata da conflitti e fratture».

Ogni brano si muove tra queste coordinate: il recupero delle origini, del rito, e allo stesso tempo la sua decostruzione, attraverso suoni contemporanei e un uso creativo degli strumenti. Le launeddas, tipico strumento a fiato sardo, ad esempio, vengono soffiate e percosse in modo da produrre suoni sporchi e destrutturati, amplificati con riverberi profondi che creano rumori bassi e distorti.

Le percussioni spesso ricordano marce tribali e ritmi antichi, ma rimescolati con un linguaggio moderno, mentre il clarinetto lavora in continuo dialogo con vibrafono e marimba, dando vita a paesaggi sonori evocativi.

Il brano più diretto e politico della serata è “America”, che si apre con una vecchia registrazione radiofonica in inglese, forse di un discorso del periodo del Vietnam, coperta da un suono acuto e insistente di launeddas. 

Poi arriva un intervento al megafono, una voce che si scaglia contro la guerra, mentre le percussioni si muovono su una ritmica boom bap sincopata e il clarinetto accelera in fraseggi jazz energici. È un momento forte, uno dei più coinvolgenti dell’intero concerto.

Foto di Colibrì Vision

Il gran finale arriva con “Africa”, che parte come una marcia accompagnata dalle voci dei percussionisti. Il pubblico viene trascinato a battere le mani a tempo, mentre i musicisti si muovono ai lati della platea. È un brano definito da Zoe «green», per sottolineare quel legame continuo tra suono, natura e vita.

Tra un pezzo e l’altro, Zoe parla al pubblico con un tono semplice e diretto. Presenta il progetto, racconta come l’idea sia nata percorrendo le sue terre. 

Più volte ricorda il 25 aprile, citando la Festa della Liberazione come un momento da onorare, ricordare ed esporre a gran voce, anche attraverso la libertà e la forza della musica.

Atlantidei nasce inoltre dall’incontro con i pittori Luca Zarattini e Denis Riva in occasione della mostra Post Eden, e ne prende apertamente spunto: una visione post-edenica, un mondo nuovo che parte dal suono, dalla terra e dall’acqua, per ricostruire qualcosa di umano, sensibile e urgente. 

Una musica che respira insieme al pianeta.

Marco Usmigli

Lezione-concerto di Unione Musicale sul folklore nella musica classica 

Sabato 8 marzo, si è tenuta al Teatro Vittoria l’ultima lezione-concerto Solo per le tue orecchie, un progetto interattivo pensato per guidare un pubblico di appassionati verso un ascolto più consapevole della musica classica. Matteo Borsarelli e Eugenio Catale (al pianoforte e al violoncello) sono stati gli interpreti della serata, insieme ad Antonio Valentino, docente al Conservatorio Verdi di Torino e direttore artistico di Unione Musicale. Valentino, con la sua competenza tecnica e storica, ha illustrato le particolarità di compositori che hanno assorbito le tradizioni musicali della loro terra trasformandole in musica colta. Il programma è stato suddiviso in tre sezioni: le Danze popolari rumene di Béla Bartók, la Suite Italienne di Igor’ Stravinskij e Le Grand Tango di Astor Piazzolla.

Foto da ufficio stampa Unione Musicale

Valentino ha dapprima introdotto Béla Bartók, compositore ungherese, pioniere dell’etnomusicologia che realizzò una quantità incredibile di raccolte di musiche popolari soprattutto della Transilvania. 
Le Danze popolari rumene sono suddivise in sei danze, caratterizzate da tratti peculiari che Valentino ha descritto dando chiare spiegazioni tecniche, affiancate dagli esempi musicali dei due interpreti. 

La prima, La Danza del Bastone, ha un ritmo fortemente irregolare. Il nome proviene da una danza tradizionale eseguita da uomini con un bastone in mano che si sfidavano in movimenti coreografici. Segue La Danza della Fascia, di origine serba, in cui la pulsazione regolare del pianoforte si mantiene mentre il tempo si fa più brillante. La terza danza è La Danza sul Posto: il movimento dei ballerini infatti è particolarmente limitato, perciò il suono del pianoforte diventa ipnotico e statico, mentre il violoncello si inserisce con piccole fioriture arabeggianti. La quarta danza è detta La Danza del Corno ed è di stampo tradizionale e pastorale, con un carattere lirico e contemplativo. 
La quinta danza è una polka, danza tradizionale polacca che qui assume un carattere allegro e spensierato. La danza conclusiva risulta inizialmente lenta per poi diventare più rapida e affine alla danza precedente. 
Dopo aver suonato degli estratti per integrare le spiegazioni del relatore, Borsarelli e Catale hanno eseguito per intero le Danze popolari rumene, con qualche applauso nel mezzo e una grande ovazione finale.

La seconda parte della serata è stata dedicata a Igor’ Stravinskij, compositore che per la prima parte della sua carriera si dedicò alla composizione di brani per balletti sotto ingaggio di Sergei Diaghilev, impresario che rese noti i Balletti Russi a Parigi. Ne nacquero capolavori come L’uccello di fuoco, Petrushka e La sagra della primavera (quest’ultima fece scalpore per la sua modernità ‘primitiva’). 

La Suite Italienne proviene dalla tradizione della musica antica italiana, in particolare dalle opere di Pergolesi, che portarono Stravinskij a un nuovo periodo stilistico, caratterizzato da una sperimentazione basata, fra altre cose, su un utilizzo apparentemente incongruo degli strumenti.

L’estratto è estrapolato dalla Serenata, seguito dall’Aria e dalla Tarantella. La rapidità del pianoforte nella Serenata rimanda al mandolino mentre il violoncello riprende le sonorità tipiche del tamburello. L’Aria è un brano molto brillante che Stravinskij comincia con una serie di pizzicati massicci che evocano un senso di ruvidità, per poi passare al tipico suono dell’arco. L’ultimo brano è la Tarantella ed è particolarmente complesso in quanto caratterizzato da un estremo virtuosismo. L’esibizione colpisce gli spettatori ipnotizzandoli e termina con qualche esclamazione relativa alla bravura dei due interpreti.

La lezione-concerto si conclude con Le grand Tango di Piazzolla, il quale reinventò il tango in chiave colta e contemporanea. Valentino ha spiegato come il tango sia sorto a fine Ottocento tra la capitale dell’Argentina, Buenos Aires, e quella dell’Uruguay, Montevideo, due città molto vicine unite dal Rio de la Plata. Il genere aveva radici profonde nel ceto popolare portuale e veniva ballato soprattutto nei bordelli, per cui suscitò fin da subito scandalo. 

Il brano è eseguito secondo la versione originale, senza necessità di arrangiamenti. 
Piazzolla, per mantenere alto l’interesse, trasforma la ripartizione binaria tipica del tango in una suddivisione più intrigante e frammentata, la quale viene diretta dal pianoforte e seguita dal violoncello, che si unisce seguendone il ritmo oscillatorio.
Durante l’esecuzione, il ritmo ossessivo tiene agganciato il pubblico, soprattutto nel finale, quando diventa sempre più tormentato, strappando un grande applauso, seguito da un’acclamazione collettiva.

La sesta lezione-concerto giunge al termine. Dopo un paio di domande relative all’esibizione, assistiamo alla conclusione, per quest’anno, del progetto “Solo per le tue orecchie” che, giunto alla terza edizione, è apprezzato più che mai.

A cura di Maria Scaletta

Una prova d’amore per la De Sono: Federico Gad Crema

C’è chi il 14 febbraio festeggia San Valentino con cuori e fiori, chi guarda Sanremo sotto le coperte, e poi ci siamo noi che scegliamo di vivere una serata diversa, immersi nella magia della musica dal vivo. Una musica classica che celebra l’amore, che è capace di arrivare dritta al cuore e regalarci una dolce carezza.

È proprio questo che la De Sono, il 14 febbraio, ha voluto portare sul palco del Teatro Vittoria di Torino: note di tre grandi compositori – Schumann, Skrjabin, Debussy – che celebrano l’amore e la fantasia, due valori fondamentali nella vita di ciascuno. La presenza del pubblico è una «prova d’amore per la De Sono», afferma il direttore artistico Andrea Malvano, ma c’è qualcosa di più: la sala gremita e i biglietti esauriti sono la testimonianza che la musica dal vivo (fortunatamente) è al di sopra di ogni cliché.

Foto da cartella stampa, Federico Gad Crema

Protagonista della serata Federico Gad Crema, giovane pianista classe ’99, riconosciuto a livello internazionale e insignito, nel 2013, del premio “Cavalierato Giovanile” per i suoi meriti artistici. Tra il 2021 e il 2023, con il sostegno della De Sono, ha perfezionato i suoi studi conseguendo un Master a Ginevra. Vincitore di numerosi concorsi internazionali, si è esibito insieme a direttori quali David Coleman, Ricardo Castro e Roberto Abbado e, nel 2023, ha fondato il Peace Orchestra Project, un progetto che utilizza la musica come strumento di integrazione sociale.

Federico Gad Crema è il perfetto interprete della doppia anima di Schumann, un po’ Eusebio – delicato – e un po’ Florestano – virtuoso, esuberante. Il concerto, aperto dalla Fantasia op. 17, è stato un incontro straordinario tra virtuosismo e lirismo. Fin dalle prime note, Crema ha dimostrato di essere in perfettamente in sintonia con il compositore, rivelando tensione e profondità emotiva.

I tasti del pianoforte perdono la loro consistenza rigida per trasformarsi in un materiale morbido, soffice, in cui le dita di Crema affondano con leggerezza anche nei passaggi più energici e vigorosi. Il suo tocco è caratterizzato da una morbidezza che emerge anche nei ritmi più vivaci.   

La mano sinistra accompagna con un ritmo incalzante e irregolare – come un battito irrequieto del cuore – la melodia appassionata e piena di tensione della mano destra, passando da momenti di calma malinconica a momenti passionali con improvvise esplosioni sonore e intensi crescendo.

Foto da cartella stampa, Federico Gad Crema

Con il secondo movimento, il più festoso, Crema dimostra la sua grande abilità tecnica, da iper-virtuoso, con ampi spostamenti sulla tastiera ed effetti di sfasamento temporale: un continuo inseguirsi di mano destra e sinistra.
Si sa che le sezioni più energiche e virtuosistiche sono anche quelle che spesso generano gli applausi e, anche in questo caso, il pubblico non è riuscito a trattenersi prima della fine del trittico.

Con Images di Debussy, la ricerca timbrica che caratterizza il compositore emerge in tutte le sue forme. Crema, nella prima sezione Reflets dans l’eau, riesce a restituire con la sua delicatezza e passionalità il flusso sonoro dell’acqua, trasportando l’ascoltatore in un mondo immaginifico, sospeso e lontano. Ogni nota sembra evocare paesaggi incantati, ispirati all’Oriente, le cui sonorità venivano spesso ricercate dallo stesso compositore.

Dopo la pausa più intima e riflessiva con Debussy, arriva il finale impetuoso con la Fantasia op. 28 di Skrjabin. Il flusso dell’acqua si trasforma in un torrente di pensieri, emozioni e idee. Quasi senza alcuna struttura, i suoni vibrano nel corpo del pianista e nell’aria che avvolge la sala, lasciando il pubblico estasiato dalla sua performance che ha saputo unire tecnica e passione. Ogni gesto e movimento del corpo sembrava un’estensione diretta della musica: l’energia e il trasporto passionale emergevano nelle sue improvvise inclinazioni della testa, negli occhi chiusi e nelle espressioni rapite del viso.

Federico Gad Crema ha trasformato la sala del Teatro Vittoria in un contenitore di passioni, sentimenti ed energia. La capacità di fondere abilità tecnica e sensibilità emotiva ha dato vita ad un concerto trascendente che ha trasportato il pubblico in una realtà emozionale avvolgente.

A cura di Ottavia Salvadori

TJF 2023: Louis Sclavis e Federica Michisanti Trio

La vigilia della Festa della Liberazione vede la città assorbita nell’undicesima edizione di un Festival ricco di musicisti e proposte culturali; clima e temperatura sono in linea con le medie stagionali, l’ora è quella dell’aperitivo – le 18 in punto – e al Teatro Vittoria di via Gramsci va in scena il frutto del sodalizio artistico tra il noto clarinettista lionese Louis Sclavis e la contrabbassista e compositrice romana Federica Michisanti, accompagnata dal violoncello di Salvatore Maiore e dalla batteria di Emanuele Maniscalco.

La collaborazione tra i due artisti è del tutto inedita, così come la formazione del quartetto. L’età media del pubblico non è delle più giovani, e i ragazzi presenti sono pochi, ma non mancano certo; si ha la sensazione di trovarsi attorniati da ascoltatori appassionati del genere, nonostante la grande presa esercitata dalla manifestazione anche su semplici curiosi e onnivori musicali.

Louis Sclavis
Louis Sclavis. Credits: Pagina Facebook Torino Jazz Festival

Michisanti coglie qui l’occasione per presentare il suo nuovo progetto, del quale introduce i brani intervallandoli a brevi “note d’autore” riguardo le ispirazioni che hanno dato loro vita. La musicista modella una commistione tra jazz “classico” e influssi più eterogenei, derivati soprattutto dalla musica classica contemporanea. I due brani di apertura (il titolo del primo è “Two”, mentre quello del secondo è ancora da definire, anche se avrà a che fare con l’ambiente in cui è stato composto – una mansarda), eseguiti senza presentazione, danno da subito l’idea di un incastro efficace: l’intesa tra gli artisti è palpabile, e nell’insieme si può ben cogliere la sensibilità propria di ciascun elemento. Le linee melodiche sono affidate soprattutto a Sclavis, che alterna clarinetto e clarinetto basso, e a Michisanti, con il suo contrabbasso spesso caratterizzato da fraseggi rapidi e guizzanti.

federica Michisanti Torino Jazz Festival
Federica Michisanti. Credits: Pagina Facebook Torino Jazz Festival

Diverso spazio è concesso anche a parti improvvisative più o meno larghe, in cui risalta il frizzante drumming di Maniscalco. Quest’ultimo si destreggia tra bacchette, spazzole e mazzuole, con uno stile originale; la batteria presenta un kit abbastanza essenziale, dal quale scaturiscono fantasiose sezioni ritmiche (e poliritmiche). E forse è con il violoncello di Maiore che si apprezzano maggiormente gli accenti di musica contemporanea; le sonorità tipiche dello strumento vengono infatti alternate a pratiche non convenzionali, come l’utilizzo dell’archetto tra ponticello e cordiera – che genera un suono stridente, smorzato – o addirittura un approccio percussivo sulle corde.

Salvatore Maiore Torio Jazz Festival
Salvatore Maiore. Credits: Pagina Facebook Torino Jazz Festival

Una componente evocativa è imprescindibile per l’opera di Michisanti, che intitola uno dei suoi brani “B4PM”, ovvero “Prima delle quattro [del pomeriggio]”, con riferimento a una “luce particolare” percepita nel suddetto orario della giornata; da menzionare anche “Floathing”, una sorta di neologismo inglese dedicato a una composizione che “cambia continuamente il suo centro tonale”. Proprio durante “B4PM” Sclavis si produce in un lungo assolo col quale, sfoggiando la sua esperienza e il suo talento, strappa un applauso spontaneo ai presenti.

Dopo essersi assentati per pochi secondi dal palco e avere eseguito un ultimo pezzo, gli artisti si congedano dal pubblico con ripetuti inchini, chiudendo un’ora abbondante di concerto. Un jazz che lascia in chi ascolta il sentore di un lavoro profondo, intimo, condotto con l’amore di chi in questa musica sente la propria casa.

A cura di Carlo Cerrato