Giunto alla sua seconda edizione, dopo il buon riscontro ottenuto nel 2024, il Freak Film Festival si conferma una realtà vivace e sensibile ai bisogni di una generazione alla ricerca compulsiva di identità, spazi e conferme. L’edizione di quest’anno, ospitata dal 13 al 17 novembre presso il Cinema Baretti e il Polo Culturale Lombroso 16, ruota attorno all’estetica Hyperpop: un genere che esaspera gli elementi del pop attraverso una radicalizzazione digitale, glitchata e computerizzata, spesso intrecciandosi col mondo nerd.
Proprio in questa dimensione si coglie l’intento degli organizzatori: partire da un mondo nato come nicchia per poi raccontare la sua trasformazione in rifugio di personalità disorientate o incapaci di riconoscersi nei contenitori troppo rigidi dell’era contemporanea. Riprendendo il messaggio dell’Hyperpop musicale, il festival propone una selezione di film che affrontano l’inadeguatezza adolescenziale e la difficoltà dei giovani adulti di trovare una collocazione in un mondo che spesso li esclude o li fraintende.
Foto di Davide Tacconelli
A incarnare questo spirito è la serata del venerdì, incendiata da Kenobit, artista smanettone del Game Boy e paladino della resistenza digitale. Il suo live di Chiptune è un’ora di pura energia, tra salti, grida e improvvisazioni rapidissime, ottenute spremendo all’estremo la limitata capacità della console Nintendo. Il set mescola remix di sigle animate anni ’80 a brani della tradizione partigiana, il tutto sorretto da una cassa dritta che oscilla tra techno e hardcore.
Il sabato è invece dedicato all’Hyperpop nella sua forma più canonica, rappresentato da Sillyelly: cantante dall’estetica waifu che però sovverte i tratti subordinati del personaggio, sostituendoli con audacia, consapevolezza e ribellione verso i canoni. Sul palco porta la sua estetica fucsia e otaku, insieme a performance e testi che celebrano l’empowerment di chi vive nella diversità.
Foto di Davide Tacconelli
Tra riferimenti pop, autodeterminazione e momenti di vulnerabilità, Sillyelly costruisce una narrazione di rivalsa emotiva che incarna perfettamente l’anima del festival: uno spazio per chi non ha paura di dis-integrarsi al fine di reinventarsi.
Quest’anno la collaborazione tra due importanti realtà torinesi, Glocal Sound e Reset Festival, ha portato una ventata di freschezza all’Hiroshima Mon Amour. Tra il 9 e l’11 ottobre il club ha ospitato una serie di progetti musicali davvero interessanti. Particolare merito va al Glocal Sound: è riuscito a riunire sul palco artisti innovativi provenienti da tutta Italia, che con le loro performance hanno piacevolmente stupito il pubblico in sala. L’ultima giornata ha ospitato cinque progetti molto diversi fra loro.
Ad aprire la serata, i Ra di Spina, dalla Campania, con un sound che fonde tradizione popolare e ricerca sonora contemporanea. Le voci di Laura Cuomo e Alexsandra Ida Mauro si intrecciano in armonie originali e suggestive, mentre chitarre ed elettronica costruiscono un tappeto sonoro di grande raffinatezza. La musica mescola antico e moderno in modo sorprendente, dando vita a un’esperienza d’ascolto immersiva e a tratti ipnotica.
La seconda a salire sul palco è Alice Caronna, cantautrice proveniente dal Lazio, che conquista il pubblico con un’esibizione essenziale ma profondamente intensa. Accompagnandosi unicamente con la chitarra, Caronna è interprete di un cantautorato intimo e autentico, capace di alternare momenti di dolcezza a una sorprendente forza espressiva.
Dombre, cantautore vicentino, si presenta invece in duo con un tastierista che gestisce anche drum machine e laptop. La chitarra e la voce si fondono con le seconde voci e i tappeti ambient, creando una commistione affascinante tra cantautorato e sperimentazione elettronica.
L’atmosfera cambia con il quarto progetto della serata: gli Amore Audio. Il duo elettronico piemontese propone basi ritmate e sperimentali, costruite su un mix di diversi generi musicali come techno e jungle, mantenendo però sempre un linguaggio fortemente pop.
A chiudere l’evento (prima del Reset, il festival con cui ha collaborato il Glocal) ci pensano i Morama, duo lombardo composto da voce/violoncello e tastiera. Il loro sound fonde con equilibrio electro-pop e cantautorato italiano. La performance è una vera altalena emotiva in cui le atmosfere da club si intrecciano con la malinconia dei dischi più intimi di Luigi Tenco e Fabrizio De André, dando vita a un finale intenso e sorprendentemente coerente.
Il 22 agosto è uscito il nuovo album delle irossa: La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti (L.M.S.A.) scritto e arrangiato da Gabriele Chiara (sax tenore e contralto, clarinetto), Margherita Ferracini (voce, chitarra elettrica, synth, cembalo), Guglielmo Ferroni (chitarra elettrica, sax contralto, synth), Simone Ravigliono (basso, voce), Valerio Ravigliono (batteria, percussioni), Jacopo Sulis (voce, chitarra acustica, synth).
A differenza del primo album, Satura, che ruotava attorno alla ricerca di “lei”, una figura onirica e sfuggente che non corrispondeva a una persona reale, ma incarnava il desiderio di autenticità e di amore assoluto, questa volta è una stella ad essere inseguita: misteriosa, lontana, invisibile agli occhi ma viva dentro ognuno di noi. Non è una meta da raggiungere in fretta, ma una dimora interiore da costruire con pazienza, mattone dopo mattone. Richiede tempo, ascolto, cura. È il sogno di scoprire chi si è davvero, attraversando le fasi della vita e superando i mille ostacoli che segnano questa età incerta e luminosa.
Questo lavoro si rivela come una rappresentazione lucida e delicata della fragilità dei vent’anni – un’età sospesa tra la ricerca di senso, il bisogno di rapporti autentici e il desiderio di capire chi si è davvero. Tra immagini di aule universitarie percepite come estranee, interrogativi sull’identità, sul futuro, e racconti di relazioni sentimentali alla deriva, la band torinese dà forma ad un universo narrativo e musicale che invita non solo all’ascolto e alla riflessione, ma anche ad un possibile riconoscimento: quello di sé, nascosto tra le virgole e i punti, dove qualcosa di luminoso e inquieto continua a sfuggire e a rivelarsi, proprio come una stella che non smette di cercare il suo posto.
Abbiamo deciso di entrare in questo mondo e di intervistarli, per capire meglio cosa si cela dietro le loro parole e melodie.
Foto di Nicolò Canestrelli
Come vi siete conosciuti e quando avete capito che volevate creare qualcosa insieme?
R: Ci siamo conosciuti durante un corso di chitarra bluegrass (sì, fa sempre un po’ strano dirlo) alla House of Rock, la scuola di musica di Rhobbo Bovolenta, nostro maestro e mentore, dove quasi tutti noi suonavamo già da anni, anche se in gruppi diversi. Da quel corso è nata un’affinità, poi la voglia di scrivere pezzi nuovi insieme, e infine i primi concerti tra Torino e provincia…
Qual è il significato del nome del vostro gruppo?
R: Come abbiamo già raccontato in qualche intervista, ci sono due versioni della storia. La verità? Eravamo alla disperata ricerca di un nome. Una sera, mentre bevevamo una birra bionda (c’è chi giura fosse una limonata, ma io non ci credo), qualcuno ha detto: “Chiamiamoci i Bionda.” Silenzio. “No, è orrendo.” “Allora facciamo irossa.” E così è rimasto.
Col tempo, però, abbiamo scoperto che in una poesia di Rimbaud, “Les Voyelles”, ad ogni vocale viene associato un colore, e la “i” è, per l’appunto, rossa. Questa è la versione che usiamo quando vogliamo fare i seri… o i fighi.
Parliamo di L.M.S.A., «Il secondo album è sempre il più difficile/ Nella carriera di un artista», diceva Caparezza, voi come lo avete vissuto?
R: Il secondo album è sempre una sfida, ma scriverlo e registrarlo è stato davvero bello. Abbiamo iniziato a comporre nuovi pezzi in un periodo di transizione: da poco era uscita dal gruppo la nostra ex sassofonista, Caterina Graniti, ed era entrato Gabriele Chiara, che ha preso il suo posto ai fiati. Con Gabri abbiamo cominciato a sperimentare una scrittura più coesa, in costante dialogo tra di noi. Ma, soprattutto, abbiamo dato sfogo a una forte necessità di creare. Alla fine, tra agosto 2024 e aprile 2025, abbiamo chiuso le dieci tracce che compongono questo nuovo album.
In quali circostanze è nato?
R: Decisamente varie, e in luoghi che spaziano dalla sala prove di Fede (che ringraziamo di cuore) a una residenza artistica in Friuli, al Mushroom Studio, dove abbiamo avuto la possibilità di fermarci qualche giorno. Lì, circondati dai monti, dal vino e da persone splendide, abbiamo lavorato ai nuovi pezzi per due giorni di fila, dalla mattina fino a notte fonda. È stata un’esperienza fondamentale.
Quali sono gli ascolti che più vi hanno accompagnato mentre registravate le canzoni?
R: Veramente tanti… giusto per citarne alcuni: Black Country, New Road, Fontaines D.C., Shame, Murder Capital, Deadletter, Headache, IDLES… Di musica italiana, dobbiamo ammetterlo, ne ascoltiamo poca.
Cosa è cambiato nel vostro modo di lavorare rispetto alle primissime demo?
R: Ci sentiamo decisamente più maturi e consapevoli di ciò che facciamo, anche se ci piace continuare a sperimentare e non ci sentiamo arrivati a un sound “definitivo”. Le intenzioni di scrittura sono sicuramente più chiare, sia per quanto riguarda la parte strumentale che per i testi. L’aiuto di Claudio Lo Russo (Atlante) nelle registrazioni, produzioni e mix ci ha permesso di raggiungere una qualità decisamente superiore.
Ricordate il momento preciso in cui avete capito che l’album era finito?
R: Probabilmente è stato proprio in Friuli, a febbraio, che abbiamo capito che il disco era, almeno nelle intenzioni, finito. È successo nel momento in cui abbiamo trovato il titolo dell’album. Una sera, dopo molto (troppo) vino, abbiamo giocato al cadavre exquis – un gioco surrealista che consigliamo vivamente, in cui ogni partecipante scrive alcune parole senza sapere cosa hanno scritto gli altri – ed è venuta fuori la frase: “La mia stella aggressiva raggiunge la pelle secca con prepotenza.” L’abbiamo manipolata in vari modi, e alla fine siamo arrivati al titolo definitivo: La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti. Una frase e un concetto che hanno avuto in noi una risonanza profonda fin da subito. Da lì in poi, il grosso del lavoro concettuale era fatto… anche se per concludere le registrazioni e la scrittura di alcuni brani ci sono voluti ancora tre o quattro mesi.
Foto di Nicolò Canestrelli
Cosa avete provato la prima volta che avete ascoltato il disco tutti insieme? C’è qualche aneddoto che volete raccontarci?
R: Una grande, grandissima soddisfazione, anche se inizialmente mascherata dalle infinite discussioni sull’ordine più funzionale dei brani. Registrarlo è stato un processo lungo e faticoso, ma anche molto divertente. Ricordiamo con affetto una gigantesca pasta alle vongole mangiata con Claudio e Raffa tra una registrazione e l’altra (ancora ci chiediamo come nessuno di noi si sia beccato un’intossicazione, visto che le vongole del supermercato non promettevano nulla di buono).
Comunque, è già almeno un mese che, ogni volta che ci becchiamo la sera, brindiamo al nuovo album… che non è nemmeno ancora uscito. Chissà cosa succederà quando sarà fuori. Nel dubbio, stiamo già preparando il Moment per il mal di testa del giorno dopo.
Qual è il momento e il luogo migliore in cui si dovrebbe ascoltare questo album?
R: Corriamo il rischio di essere banali, ma lo diciamo lo stesso: durante un viaggio in macchina, di notte, da soli, mentre si torna verso casa. Quando ciò che è successo sta già diventando un po’ opaco e l’arrivo ha il sapore di coperte calde e calzini da mettere a lavare.
Com’è essere ventenni oggi rispetto a come immaginavate da piccoli?
R: Non è facile. Da piccoli, tutto sembra insipido rispetto al mondo dei grandi. Poi, in un attimo, grande lo sei diventato davvero, e il mondo dei piccoli ti appare sempre un po’ più bello, più vivido. Per fortuna siamo ancora in un momento in cui possiamo permetterci di essere spensierati, senza troppe ripercussioni… speriamo di riuscire a godercelo finché possiamo.
Che sogno vi motiva oggi?
R: Riuscire a vivere con la nostra musica sarebbe qualcosa di incredibile, una vera ragione di vita. Più persone incontriamo, più ci rendiamo conto che non è affatto facile. Ma l’unica cosa da fare è provarci e crederci fino in fondo, altrimenti si finisce per convivere con il rimorso… e il rimorso, diciamolo, non è granché.
Se doveste scegliere il pezzo che più vi somiglia quale sarebbe?
R: “Io odio il governo” di Tony2Milli. Non rispondiamo a ulteriori domande.
Dove vi vedete tra 5 anni?
R: Cinque anni… Abbiamo il sospetto che tante cose saranno successe e cambiate, e che magari sarà il momento giusto per tirare le somme di ciò che abbiamo fatto. Probabilmente, però, ci ritroveremo davanti a un kebab in Santa Giulia, dopo la solita nottata passata a parlare, magari a dirci: «Eh, se solo avessimo deciso di chiamarci iBionda…»
Dove possiamo sentirvi dal vivo?
R: Il 20 settembre 2025 presenteremo “La mia stella aggressiva si nasconde nelle virgole e nei punti” a sPAZIO211, insieme a Stasi, che è un nostro grande amico. Dopo quella data, stiamo cercando di chiudere qualche altro appuntamento in giro per l’Italia: passeremo per Milano, Bologna, Genova, Viareggio… e, se possibile, anche più giù.
Speriamo di potervi dare informazioni più precise molto presto!
La rassegna torinese, quest’anno, osa con una line-up composta da band dalle attitudini molto diverse, ma sorprendentemente compatibili. Il risultato è una serata intensa e difficile da dimenticare.
La serata si apre con i Circus Punk, un duo chitarra e batteria che fa subito entrare il pubblico nel mood con brani molto grezzi e veloci.
Subito dopo salgono sul palco i Tre Allegri Ragazzi Morti. Molti nel pubblico sono venuti principalmente per loro, come si nota dalle centinaia di maschere a forma di teschio, simbolo della band. Sono rimasto piacevolmente colpito dalla naturalezza di Toffolo sul palco e dal modo quasi colloquiale con cui si interfaccia con il pubblico. Il live scorre con leggerezza e, nonostante le sonorità più soft, si confermano un’ottima scelta come band di appoggio per gli headliner svedesi.
Dopo i TARM, il palco si riempie di tecnici che montano gli strumenti, mentre sul maxischermo appare a caratteri cubitali la scritta endless anxiety e le casse iniziano a suonare musica house e techno ad alto volume, per prepararci a tutto quello che succederà da lì a poco.
Le luci si spengono, uno dopo l’altro i musicisti fanno il loro ingresso. Per ultimo arriva Sebastian, il frontman: a petto nudo e con gli occhiali da sole. Attaccano con “Man Made of Meat”, traccia dall’ultimo album che fa subito impazzire il pubblico, la cui metà è già un enorme pogo.
Il live va avanti così, tra brani vecchi e nuovi che non lasciano un secondo di respiro per la potenza dei suoni e della performance. I “boys” portano uno spettacolo non perfetto ma indimenticabile, anche per la sfacciata ironia che caratterizza i brani e i discorsi del cantante. Un esempio è la performance di uno dei loro pezzi più famosi, “Research chemicals”, suonata con un loop di basso per più di 10 minuti, durante i quali il tastierista e Sebastian si scambiano continuamente diversi strumenti, tra cui una keyboard guitar da band anni 80.
La serata si rivela un successo dimostrando come, anche in Italia, quando un festival viene ben organizzato e ha il coraggio di osare, può dar vita a risultati sorprendenti e di grande valore.
Dopo un primo giorno carico di aspettative e adrenalina, il secondo ha consolidato l’entusiasmo e confermato la qualità del festival.
Dagli headliner ai talenti emergenti, passando per la risposta del pubblico e l’organizzazione impeccabile, Jazz is Dead! non solo ha mantenuto le promesse, ma ha persino superato le aspettative.
Ad aprire la seconda giornata del Jazz is Dead! troviamo il collettivo Orchestra Pietra Tonale, ormai presenza fissa al festival da quattro anni. L’esibizione ha mescolato improvvisazione e materiali dal nuovo album del gruppo , uscito il 16 maggio, e ha avuto come filo conduttore l’esplorazione di territori sonori unici e innovativi, uno dei tratti distintivi del collettivo. Fase importante della performance, rappresentativa dello spirito sperimentale del gruppo, è stata l’orchestrazione improvvisata sotto la direzione di Simone Farò che ha lasciato il pubblico col fiato sospeso in balia di suoni di guerriglia, a volte disorientanti e frammentati, altre rassegnati alle mani di chi li dirige.
Subito dopo l’esibizione dell’Orchestra Pietra Tonale, il festival si è spostato sul palco all’aperto. Qui è salito ShrapKnel, duo americano composto da PremRock e Curly Castro, membri della Wreckin’ Crew di Philadelphia. Il loro set ha inaugurato il palco esterno trasportando il pubblico in un viaggio attraverso l’hip-hop/rap più visionario e sperimentale, arricchito da sonorità elettroniche. Nonostante l’orario ancora poco affollato, gli ShrapKnel sono riusciti a coinvolgere tutti i presenti: in pochi minuti il pubblico si è avvicinato sotto il palco, riempiendo velocemente lo spazio e creando un’atmosfera carica di energia. Il loro live, caratterizzato da rime taglienti e un sound ruvido e contemporaneo, ha dato il via ufficiale alla serata, mostrando la forza del rap underground americano.
È poi l’ora dei Funk Shui Project che per chiudere in bellezza il tour del loro ultimo album Polvere hanno scelto di tornare a casa, Torino. Il live è stato un susseguirsi di sorprese e ospiti d’eccezione, sin dalle prime canzoni. A salire sul palco per primo è stato Willie Peyote, che ha regalato al pubblico due brani iconici: “Anestesia Totale” e “SoulFul”. L’atmosfera si è poi accesa con l’arrivo di Ensi, maestro del freestyle e simbolo della scena rap italiana, che ha sfoderato il suo flow impeccabile e l’energia contagiosa che lo contraddistingue. Un’altra sorpresa della serata è stata Davide Shorty, artista dalla voce soul inconfondibile. A rendere il momento ancora più speciale è stato l’arrivo di Johnny Marsiglia, uno dei liricisti più raffinati della scena siciliana.
A chiudere il concerto, grazie agli scratch di Frank Sativa, tutti gli artisti si sono riuniti per una jam memorabile, rappando alcune delle loro barre più celebri su strumentali che hanno segnato la storia dell’hip hop: un vero e proprio omaggio alla cultura del rap.
Dopo la celebrazione del rap underground, il festival ha lasciato spazio a un ambiente più elettronico e all’esibizione di Herbert e Momoko, intimae sperimentale. I due artisti, Matthew Herbert produttore e musicista di musica elettronica e la cantante e batterista Momoko Gill, hanno presentato alcuni brani del loro prossimo album Clay, in uscita il 27 giugno, offrendo un’anteprima delle nuove sonorità elettriche e sognanti che lo caratterizzano. La performance si è sviluppata in un’atmosfera giocosa, con palle da basket a tenere il tempo, e raccolta, come se sul palco ci fossero due bambini a divertirsi dopo scuola. Nonostante la natura della loro esibizione, c’era una forte sintonia con il pubblico, diventato quasi parte attiva del processo creativo dentro il quale i due musicisti stavano viaggiando.
A seguire c’è stato l’arrivo di Meg, voce inconfondibile dei 99 Posse negli anni Novanta e icona della musica alternativa italiana: ha festeggiato i suoi 30 anni di carriera con un live intenso e carico di emozioni, portando sul palco il suo nuovo EP da solista Maria e i brani più conosciuti come “Sfumature” e “L’anguilla.”
Oltre alla musica, Meg ha scelto di usare il palco per parlare di temi urgenti e delicati. L’artista si è esposta riguardo al femminicidio di Martina Carbonaro ad Afragola, ribadendo l’importanza di educare le nuove generazioni sulla violenza di genere e sulla necessità di un cambiamento culturale. Un gesto potente, che ha dato ancora più valore al suo live e alla sua figura di musicista impegnata.
Un impegno che, forse, sarebbe stato ancora più significativo se anche alcuni colleghi uomini avessero preso posizione nei concerti successivi, facendo sentire la propria voce su un tema che riguarda tutti.
Ormai a notte inoltrata, l’ultimo artista a salire sul palco esterno è stato Egyptian Lover, autentico caposaldo e pioniere dell’hip-hop electro. Con un set alla console, ha chiuso la serata regalando bassi potenti, momenti vocali e sorprendenti incursioni di melodie mediorientali sapientemente remixate.
La sua performance, semplice ma estremamente efficace, si è distinta per una mimica minimalista ricca di carisma, perfettamente in linea con il suo personaggio. I ritmi travolgenti hanno coinvolto il pubblico, che nonostante le molte ore di festival alle spalle, si è lasciato trasportare dalla musica e si è scatenato fino all’ultimo beat grazie anche alla scelta di orientare le casse verso l’interno ha garantito una diffusione del suono equilibrata e avvolgente.
La giornata si è conclusa con i dj set di Los Hermanos, che hanno proposto una coinvolgente techno latina, seguiti da Andrea Passenger per chiudere la serata.
Anche il secondo giorno si è così concluso, confermando pienamente le aspettative del festival.
Torino e Milano si preparano ad accogliere la 19a edizione di MiTo Settembre Musica, il festival internazionale che dal 3 al 18 settembre celebrerà la musica attraverso il tema “Rivoluzioni”.
Durante la conferenza stampa del 20 maggio, in collegamento tra le due città coinvolte, l’Assessora alla Cultura di Torino, Rosanna Purchia, ha affermato che MiTo rappresenta non solo un appuntamento musicale, ma un vero e proprio dovere civile, culturale e sociale. Il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha invece evidenziato il valore della collaborazione tra le due città, sottolineando che l’internazionalità del festival rispecchia l’identità e le aspirazioni di Milano.
Alla sua ultima edizione come direttore artistico, Giorgio Battistelli ha messo in luce la necessità di rinnovare il concetto stesso di programmazione musicale. «Non si porta la cultura, si sollecita un’azione culturale» ha affermato, rimarcando la volontà di resistere all’omologazione e stimolare nuove connessioni.
I quattro perimetri su cui si sviluppa il programma sono: Mitjia e gli altri (per omaggiare Šostakovič nel cinquantenario dalla scomparsa), Berio e le avanguardie (con un omaggio al compositore nel centenario dalla nascita), Rivoluzioni – tempi di guerra, tempi di pace, e infine Ascoltare con gli occhi – la musica si intreccia con immagini e danza per creare un’esperienza multisensoriale.
Con 67 eventi in programma, MiTo porterà sui palchi artisti e orchestre di grande rilievo. Ad inaugurare il festival, il 3 settembre all’Auditorium del Lingotto di Torino, ci sarà la Filarmonica della Scala guidata dal futuro nuovo direttore musicale del Teatro, Myung-Whun Chung: in programma musiche di Šostakovič, Rachmaninov e Čajkovskij.
A seguire, il 4 settembre al Teatro alla Scala, Antonio Pappano dirigerà la London Symphony Orchestra in brani di Bernstein, Prokof’ev e Copland.
All’interno del programma dedicato a Šostakovič, sarà di rilievo l’esecuzione della Sinfonia n° 10 al Teatro Dal Verme con l’Orchestra Sinfonica di Lucerna diretta da Michael Sanderling, accompagnata dalla proiezione dell’artista William Kentridge: un suggestivo dialogo tra musica e immagini. Significativa sarà anche l’esecuzione integrale dei quartetti per archi di Šostakovič, proposta in sei giornate dal Quartetto Eliot.
Accanto alle esibizioni di grandi nomi, il festival conferma il suo impegno nella valorizzazione di talenti emergenti con il progetto Milano Mito d’Europa che offrirà spazio a giovani musicisti e compositori. In questo ambito, il 6 settembre al Teatro Alfieri di Torino, la Scuola di Perfezionamento Musicale di Saluzzo presenterà un’orchestra di giovani musicisti sotto la direzione di Donato Renzetti in un programma dedicato a Bernstein, Gershwin e John Williams.
Battistelli ha voluto sottolineare come MiTo sia un festival che resiste all’immobilità, abbracciando il cambiamento: «Più passa il tempo, più non so quale sia la musica contemporanea. La musica è un experimentum mundi». L’iniziativa si pone dunque come una riflessione sulla trasformazione culturale e sulle nuove modalità di ascolto e partecipazione.
MiTo si conferma una realtà dinamica capace di intrecciare tradizione e innovazione, di rivoluzionare la musica e la fruizione musicale.
Sabato 17 maggio 2025, il Salone Internazionale del Libro di Torino ha vissuto una delle sue giornate più intense e partecipate. Come ogni anno, il Lingotto Fiere ha accolto ospiti e visitatori da tutta Italia, con incontri che hanno spaziato dalla letteratura alla musica, dalla psicologia alla cultura pop.
Come primo evento della giornata al quale abbiamo partecipato, si è svolta la presentazione della nuova edizione di “Storia del Jazz. Una prospettiva globale”, di Stefano Zenni, introdotto da Jacopo Tomatis e da un intervento al contrabbasso di Furio Di Castri. Il talk ha proposto una visione aperta e critica del genere musicale oggetto del libro. A partire dal libro “I segreti del jazz” (2008), Zenni ha riflettuto sul jazz come un’etichetta fluida che ha abbracciato e definito diverse tipologie di musica. Negli anni ’20 era un termine inclusivo, ma già negli anni ’50-’60 artisti come Sinatra, il cui lavoro presenta arrangiamenti jazz evidenti, venivano esclusi dalla definizione. Oggi il jazz sopravvive come linguaggio che attraversa generi, lasciando tracce anche dove non lo si nomina.
Di Castri ha sottolineato come la storia del jazz, inizialmente lineare, si apra a molteplici influenze nel secondo Novecento. Da qui l’approccio di Zenni: una narrazione che non solo racconta gli sviluppi musicali, ma riflette su cosa includere, su come si costruisce una storia. Centrale è il tema del gender gap: Zenni recupera figure femminili straordinarie, non come eccezioni ma come protagoniste alla pari, integrandole nella storia del jazz senza ghettizzazioni.
Una delle conversazioni più attese si è svolta nel primo pomeriggio, ed è stata l’incontro tra il rapper Salmo e lo psicoterapeuta Matteo Lancini, curatore della nuova sezione tematica “Crescere”. L’evento, ispirato al primo libro di Salmo, l’autobiografia “Sottopelle”, ha offerto al pubblico una riflessione sincera sulle emozioni che accompagnano la crescita personale. Salmo ha condiviso esperienze legate alla rabbia, alla tristezza e alla paura, sottolineando come queste emozioni, spesso legate ai suoi traumi familiari, siano state fondamentali nel suo percorso artistico e umano, dapprima nel writing e nei graffiti per poi sfociare nel rap e oggi anche nel cinema. Lancini, insieme alle ragazze del gruppo Tutto annodato, un collettivo composto da giovani che si occupa di sensibilizzare sulla salute mentale, ha guidato la conversazione, evidenziando l’importanza di riconoscere e affrontare le proprie fragilità.
In conclusione, il Salone del Libro di Torino ha dimostrato come la cultura possa essere uno strumento potente per esplorare sé stessi e il mondo che ci circonda, non solo come una vetrina editoriale, ma come un luogo di crescita personale e un’occasione per toccare con mano i mondi che accompagnano il nostro tempo libero. In un’epoca in cui il dialogo e l’ascolto sono più che mai necessari, eventi come questi ci ricordano l’importanza di fermarsi, riflettere e condividere esperienze.
Per il loro nuovo singolo Ansia, abbiamo fatto un’ intervistare ai BRX!T, gruppo piemontese composto da Davide Barbieri/ Dave (basso e voce), Alessio Ferrara/ Ale (batteria) e Gabriele Ferrara/ Gabe (chitarra), scoprendo le ispirazioni dietro al brano, il loro processo creativo e cosa riserva il futuro per loro.
L’ultima volta era il 2022, cos’è successo in questi anni?
Gabe: Sono cambiate un bel po’ di cose…l’ultima volta eravamo in quattro ora siamo in tre.
(sorride, ndr). Abbiamo cambiato formazione e il modo di scrivere: siamo felici di aprire una nuova fase della nostra vita musicale.
Per chi non vi conosce, chi siete?
B: Siamo i BRX!T e veniamo da Nichelino. Fino a cinque anni fa ci conoscevate come Fratellislip, ma nel 2021 abbiamo deciso di cambiare nome. BRX!T era il titolo del nostro doppio EP, che avrebbe dovuto uscire nel 2020 ma è stato bloccato dalla pandemia. Quando abbiamo scelto di modificare genere e lingua, volevamo comunque restare fedeli alle nostre radici, ed è per questo che abbiamo deciso di chiamarci così… nonostante la grande rivoluzione che stavamo vivendo—una delle tante che abbiamo affrontato! (ridono, ndr)
Perché suonate e cosa vi ha spinto a far parte di una band?
Ale: Nel mio caso e in quello di mio fratello (Gabe), è stato nostro padre, da sempre appassionato di musica, a trasmetterci questa passione. Ricordo un Natale, o forse un compleanno, quando avevo otto anni: ci regalarono Guitar Hero, e da quel momento abbiamo preso in mano gli strumenti senza mai più abbandonarli.
Dave: io dovevo fare qualcosa e non mi piaceva il calcio, allora ho iniziato a suonare.
Se doveste descrivervi con tre parole, quali sarebbero?
Per descriverci, useremo HEAVY-POP, il genere in cui cerchiamo di identificarci oggi. Non crediamo molto nella categorizzazione musicale, ma se dovessimo sceglierne una, sarebbe questa.
Il 30 aprile è uscito il vostro ultimo singolo Ansia, com’è nata questa canzone? Avete un metodo preciso per scrivere i brani o, nasce tutto in modo spontaneo?
Dave: Non abbiamo un metodo fisso per scrivere: a volte lavoriamo individualmente, altre volte in gruppo. Ma la maggior parte delle volte componiamo jammando, lasciando che la musica nasca spontaneamente.
Ansiaè nata dalla necessità di esprimere un sentimento che tutti e tre proviamo, seppur in forme diverse. Io non la sento sul palco, ma nella vita quotidiana.
L’idea del testo è scaturita da un periodo di circa sei mesi in cui mi sono ritrovato a fare visite inutili, per poi scoprire che era “solo” ansia—quella che stringe il petto e ti fa sentire senza via d’uscita.
Quest’ansia che stringe la gola
Non prendermi, lasciami ora
Foto di Elisabetta Ghignone dal profilo Facebook dell’artista
L’ansia è un’emozione di cui si parla molto spesso, forse è anche uno dei temi che più accomuna la nostra generazione. Viene spontaneo chiedervi quale sia il vostro rapporto con lei?
Ale: L’ansia per me? Ogni secondo in cui respiro essenzialmente (sorride, ndr) …ogni istante della mia vita è soverchiato, occupato dall’ansia.
Dave: Per me è guidare fino a Torino. (ridono,ndr)
Gabe: È uno stato d’animo che provo quando mi sento sopraffatto da troppe cose. Quando mi sento pieno, l’ansia diventa intensa. La sfogo in modi diversi, ma in generale la percepisco come un peso che mi opprime.
Dave: Poi, secondo me, è un tema che accomuna tutti, qualsiasi persona e quindi ci sentivamo di scrivere qualcosa per noi e per tutti.
Qual è il vostro obiettivo come band? Quali sono i vostri progetti futuri e dove vi vedete tra 5 anni?
B: Conquistare il mondo vale come obiettivo? In realtà, il nostro sogno nel cassetto è vivere di questo.
Vederci tra cinque anni è molto difficile, non ci aspettavamo nemmeno che ci saremmo trovati in tre a fare musica ancora perché molti mollano per diversi motivi. È difficile vedersi ma saremo sicuramente sul palco.
Qual è il vostro featuring dei sogni?
Gabe: Abbiamo un sogno, si chiama Antonino Cannavacciuolo, è un feat difficile ma ci proviamo.
Lele adani è diventato un cantante, si può fare tutto. (ridono, ndr)
Dove possiamo venire a sentirvi suonare dal vivo?
B: Il primo giugno all’ Underdog Fest, un festival organizzato da noi, e il 12 luglio a Caselle.
Abbiamo pochi live estivi ma ci riscaldiamo per l’autunno quando usciranno gli altri singoli.
L’ultima domanda: se doveste creare un manifesto che rappresenti la vostra filosofia di vita e la vostra musica cosa ci scrivereste?
B: Fate quello che volete, fate ciò che vi rende felici e seguite quello che vi fa stare bene. Finché si è giovani, felici e spensierati, nulla peserà davvero. Non ponetevi confini.
Al Comala il 16 aprile 2025 si è tenuta la Marmellata Jam, esibizione completamente improvvisata (o quasi). Per l’organizzazione della serata, il collettivo Marmellata Jam ha optato per l’utilizzo di un canale su Telegram, nel quale chi voleva partecipare ha avuto modo di iscriversi per facilitare la ripartizione dei tempi e degli spazi di chi avrebbe improvvisato durante la serata.
L’esibizione era programmata all’esterno ma a causa della pioggia, si è tenuta in una saletta interna.
La serata è stata divisa in due parti: la prima focalizzata sulla lettura di poesie con libero accesso da parte di persone dal pubblico, con sottofondo musicale improvvisato e disegni proiettati realizzati sul momento. Nella seconda parte, è stata privilegiata la parte musicale, sempre con un libero accesso al microfono, all’iPad per disegnare e soprattutto, questa volta, agli strumenti.
Foto di Giulio Santullo
Si sono susseguiti innumerevoli cantanti e strumentisti, da alcuni nomi noti della scena torinese, come la cantante Caterina Ciari degli EDEN4ALL , ai meno conosciuti, i quali hanno sperimentato improvvisando attraversando i generi.
La serata si è conclusa verso mezzanotte ed è stata un grande successo nonostante il nubifragio in corso.
Degna di nota è stata la poesia di Viola Cicoria, la quale ha tenuto sospeso il pubblico:
”Salve. Salve, dunque di quale cifra si tratterebbe? Ah. E per quanto tempo? Dunque, per una settimana? Per una settimana, bene, me lo assicura? Cento milioni per una settimana. Mi assicura, dunque, che la luna si spegnerà per una settimana. Una settimana di luna spenta per cento milioni.
Sì, sì, siamo d’accordo. Sì, proceda pure. Sì, la spenga.
Prima notte di luna spenta: ma perché nessuno ci fa caso? Ha senso che nessuno ci faccia caso. Una volta al mese succede. Soltanto in pochi, in pochissimi, in così pochi nel mondo che li si potrebbe tutti stipare in uno di quegli autobus inglesi rossi a due piani, se ne sono accorti.
Foto di Giulio Santullo
Prima notte di luna spenta, un normale cielo blu (quasi) per tutti.
Seconda notte di luna spenta: qualcuno ci fa caso. Non dovrebbe crescere la luna? Prima o poi, non dovrebbe crescere? No, ma dico, oggi non dovrebbe crescere la luna? E se non crescesse mai più?
[…]
Quarta notte di luna spenta: più di più di qualcuno ci fa caso. È un guaio. Signore, signori, è un guaio. E gli astronauti di che si occuperanno ora? E cos’altro possiamo misurare se non la distanza tra qui e là? Ora che si fa? E chi costruisce i razzi? E chi cuce le tute degli astronauti? E le aste delle bandiere dove verranno piantate? E le foto? E il Paese? Quanto spenderemo per i lampioni? E perché nessuno costruisce astronavi intergalattiche?
[…]
Sesta notte di luna spenta: tutti (o quasi) ci hanno fatto caso. E i misteri? E gli dèi? E Dio? E l’amore? E l’amore, vi prego, l’amore? E le idee? Ma dico, le idee? Sono duemilaquattrocento anni che stanno da un’altra parte, lì, mentre noi le copiamo, non è che di punto in bianco si può fare così. E dove dovrei camminare ora? Con i piedi piantati in terra? Dovrei camminare sulla Terra? E dove dovrei sognare? Come dovrei sognare? A cosa, a chi dovrei dedicare? E dove, come, quando, perché dovrei dedicare ora che la luna è spenta? Quali luoghi dovrei abitare? Dove dovrei vivere? Dove potrei essere? E il mio fine quale sarà?
Settima notte di luna spenta: poveri conigli, son scomparse tutte le loro tane.
Settima notte di luna spenta, il cielo è blu.
E lei ci pensa mai a quante cose abbiamo proiettato lassù?”
È iniziato, giovedì 20 marzo presso lo sPAZIO211, il nuovo tour di Claudio Domestico, alias GNUT. Il cantautore napoletano sceglie Torino come luogo di debutto del suo ultimo progetto live, caratterizzato da un trio composto dalla chitarra del cantante e da una coppia d’archi, suonati da Marco Sica (violino) e Mattia Boschi (violoncello).
L’artista, con il piccolo ensemble, ripercorre la sua carriera mantenendo il focus sul suo stile legato al folk anglofono attraverso arrangiamenti che ampliano l’ambiente sonoro con i temi lenti e i numerosi pizzicati sviluppati dai due archi.
Questi si mantengono distanti dall’impronta classica e creano un “non-luogo”, dove il pubblico può seguire i passi da ballad tracciati dal trio strumentale, che accompagna GNUT nel suo tragitto autoriale.
Il percorso definito rimane fedele a se stesso, in una coerenza che non è solo sonora ma che è anche garantita dal tema universale dell’amore: amore che viene messo sotto la lente d’ingrandimento, e che GNUT indaga nella sua molteplicità.
È quello spensierato in “Se cucini tu” e in “Semplice”, malinconico in “Dimmi cosa resta”, quello da dimenticare e da abbandonare centrale in “Luntano ‘a te”, ultimo inedito pubblicato a febbraio, nel quale GNUT si mette a nudo e racconta della sua personale esperienza con un «amore tossico che – dice il cantante – mi ha sconvolto».
La libertà espressiva di GNUT, oltre alla scelta del trio sul palco, si vede anche nel modo in cui alterna canzoni in italiano e in napoletano. Ogni lingua porta con sé un’emozione diversa, e GNUT sa come usarla per raccontare le sue storie in modo autentico. Non è solo una questione di parole, ma di sensazioni che si mescolano e prendono vita, in modo unico ma al contempo universale.
Foto da cartella stampa
Durante un momento strumentale apparentemente transitorio GNUT cattura l’attenzione degli ascoltatori emettendo con la sua voce un suono soffiato simile a un flauto, sollevando gli occhi dagli schermi di chi dopo un’ora di live iniziava a sentirsi, evidentemente, affaticato. Il suono, lontano e misterioso, ha creato un’atmosfera rituale, richiamando tutti i presenti in uno spazio fuori dal tempo.
E poi, c’è stato il momento finale con “Nu poco ‘e bene”, la canzone che tutti conoscono e che il pubblico ha cantato in coro, in un momento comunitario e intimo che ha fatto da perfetta chiusura alla serata.
Un live che ha dimostrato, ancora una volta, come la musica di GNUT sappia toccare le corde più profonde dell’animo umano, mescolando folk, emozioni e parole in un viaggio che promette di continuare a incantare nelle prossime tappe del tour.
Marco Usmigli
La webzine musicale del DAMS di Torino
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