Intervista a Stefano Guarnieri

Stefano Guarnieri è innanzitutto un compositore. Ma poi è anche pianista, baritono, insegnante e vocal trainer, nonché figura di primo piano nella creazione e divulgazione della musica a Genova. Si è dedicato da sempre ad una ricerca musicale d’avanguardia che sia allo stesso tempo radicale e libera da qualsiasi tipo di dogma novecentesco. E in questo senso, più etimologico della parola, la sfida della sua musica è di essere “assoluta”, cioè “sciolta”, svincolata da tutte quelle possibili gabbie stilistiche, concettuali, e ideologiche in cui, non di rado, si finisce imprigionati. Ma in questa parola c’è anche la traccia di una funzione dell’arte dei suoni che gli sta particolarmente a cuore. La possibilità di vivere l’ascolto come atto in sé, come accoglienza e presa di coscienza del suono nel suo puro manifestarsi. E quindi, come occasione per approfondire il sé più profondo e stimolare un confronto dialettico con gli altri.

Ha contribuito alla nascita del festival di musica contemporanea “Le Strade del Suono” (unica realtà genovese e uno dei pochissimi festival a livello nazionale dedicato esclusivamente a questo repertorio) come co-direttore artistico, insieme a Matteo Manzitti: compositore, direttore e ideatore di questo progetto. Dallo scorso anno è compositore in residence del festival. In questo nostro dialogo abbiamo affrontato alcuni temi importanti legati al mondo della musica contemporanea per poi finire con la prossima stagione del festival genovese.

La musica che scrivi viene comunemente definita “classica contemporanea”, secondo te è una definizione che ha solo a che fare con un’esigenza di mercato oppure la consideri efficace e pertinente?

È un’espressione piuttosto bizzarra. Nasce dal fatto che il termine “musica classica” è diventato quell’enorme “calderone” in cui inseriamo anche la musica rinascimentale, barocca, romantica, ecc. Di conseguenza credo che per distinguere il “contemporaneo” da quella musica che è contemporanea per semplice definizione, ovvero di adesso (che è anche la musica pop) allora le si dà questo termine. A noi compositori contemporanei non piace più di tanto così come non ci piace chiamarla “musica colta” perché, per esempio, anche una grande parte della produzione musicale dei Pink Floyd può essere considerata “colta”, pur non essendo esattamente quello che facciamo noi. Considerando tra l’altro che ci sono alcuni compositori, me compreso, che nella loro produzione si trovano a scrivere cose piuttosto eterogenee dal punto di vista stilistico, formale, e anche di “genere” musicale. E quindi diventa ancora più difficile poterci etichettare come autori di “classica contemporanea” perché a volte non è neanche più quello. Possiamo accettarla come un’utile definizione perché serve, come dicevi tu, al mercato e poi al pubblico per capire almeno cosa va ad ascoltare. Solo che “classica contemporanea” si dice anche per un concerto dove nel programma c’è Berio, che è morto da un bel po’ di tempo, per non parlare di Cage, di Stockhausen, e di tutti quelli che sono morti prima di vedere il duemila. E così “contemporanea” non vuol dire più nulla, resta solo un nome.

Questi compositori però sono ormai praticamente dei classici…

Loro cominciano a diventare dei classici nel senso più stretto della parola. Il termine “musica classica” ha infatti anche il significato di qualcosa che non passa mai di moda. Haydn, Mozart e Beethoven si collocano in una linea di continuità che vede con loro una continua trasformazione del modo di fare musica. Loro li si chiamava “classici” non tanto nel senso di neoclassici come per l’arte visiva ma piuttosto come si usa per dire che il frac in certe situazioni è un classico. E da qui è diventato poi il nome del “calderone” di musiche che hanno poco in comune tra loro: da quella antica a quello che faccio io, come si diceva prima. Quindi quando parliamo di “musica classica” (contemporanea e non) parliamo di niente. Il che ci fa molto piacere…

La musica contemporanea è comunemente considerata una musica “difficile”, per addetti ai lavori, una musica che necessita solide conoscenze di base per essere apprezzata. Come risponderesti a questo luogo comune?

C’è un fondo di verità. Ma bisogna considerare che fin dalla notte dei tempi la musica che spinge ad elevare l’umanità, quella chiamata antipaticamente “musica colta”, veniva ascoltata effettivamente da gente che aveva un po’ più di cultura. A partire dal mondo ecclesiastico, per arrivare alla casta della nobiltà. Lo stesso Mozart, se andiamo a vedere, non era ascoltato dalle grandi masse ma soprattutto da un pubblico aristocratico, e spesso anche numericamente ristretto. Con la nascita della borghesia le persone arricchite hanno cominciato ad andare a teatro, e si dovevano misurare con opere d’arte che magari a volte non capivano. Ma a dettare legge erano loro perché il teatro commissionava anche per riempire le sale, e se i borghesi non capivano le cose allora non si potevano fare. Quando c’è di mezzo la legge del mercato si creano le stesse situazioni di forza. La massa è più appagata da certe cose, mentre tante altre non vengono divulgate più di tanto perché ci vuole un po’ più di conoscenza per apprezzarle. Inoltre, secondo me, questa diffidenza per la “musica contemporanea”è anche un po’ un retaggio della propaganda politica nazista e fascista contro quella che chiamavano l’arte degenerata, perchè questo ha abbastanza inquinato il mondo. E ad essere censurati erano quegli artisti con una visione che andava a scardinare il sistema tradizionale. Questo tipo di arte è, in qualche modo, tuttora boicottata perché veicola un pensiero. E a chi interessa mantenere una certa posizione di potere non piace che la gente pensi troppo.

C’è da dire però che, con la disponibilità ad un ascolto profondo, la grande musica di tutti i tempi riesce sempre in qualche modo ad arrivare anche a chi è meno preparato culturalmente…

Sicuramente. Alla fine questa musica se la fai ascoltare lasciando che le persone abbiano una sensazione a pelle, senza particolari aspettative, è un’arte che riesce a comunicare molto! È come quando ti dedichi alla lettura di un buon libro, dopo anche se ti metti a mescolare la pasta lo fai con un’altra presenza… Anche la grande musica del passato non è facile assimilarla al primo ascolto, e penso ad esempio a una qualsiasi sonata di Beethoven. Solo che quelle musiche, che ora sono diventate patrimonio dell’umanità, sono forti dei tanti decenni in cui sono state diffuse, eseguite e interpretate fino a diventare familiari alle nostre orecchie. Un nuovo linguaggio musicale prima di diventarlo ti mette in profonda difficoltà. Come poi ognuno di noi decide di affrontare questa difficoltà (opportunità) è un altro discorso.

Secondo te la scuola di Darmstadt, così come altri esempi del Novecento che si sono orientati su una musica più da apprezzare concettualmente leggendo la partitura che all’ascolto con la gioia del corpo, hanno una responsabilità nel distacco tra il pubblico e la musica contemporanea?

Fondamentalmente no secondo me. Il punto è che ci prosciugano sempre più risorse economiche. Teatri, festival e organizzatori di eventi artistici fanno sempre più fatica. All’estero la musica contemporanea è molto più seguita, rispettata e considerata. È qui in Italia che le cose non si fanno (o comunque si fanno molto poco) e allora sembra che non esistano. In Francia, ad esempio, troviamo un compositore anche giovane come Francesco Filidei che è osannato tra i più interessanti della scena attuale, eppure finché non è stato edito da RaiTrade in Italia non lo considerava nessuno. Solo allora, guarda caso, è spuntato nelle programmazioni dei festival italiani. Non bisogna però dimenticare che quello che fa l’arte è aggregare un po’ di persone non delle grandi masse. Quando le persone diventano “massa” allora non abbiamo più aggregazione, ma solitudine. Per quanto riguarda la parentesi più intellettualistica della musica del Novecento mi verrebbe da dire, provocatoriamente, che dal mio punto di vista il cervello non solo fa parte del corpo ma lo comanda tutto. E quindi scrivere musica per il cervello è un po’ come scrivere musica per tutto il corpo.

Come sono nati “Eutopia Ensemble” e il festival “Le Strade del Suono” ?

L’ensemble è nato da un sogno condiviso. Ed è stato chiamato “Eutopia” (dal greco “eu-topia”: posto bello) proprio per scommettere sul fatto che i sogni si possono realizzare. Nasce inizialmente dal desiderio di Matteo Manzitti di avere una stagione concertistica di musica contemporanea a Genova e così, insieme a Valentina Messa (la “nostra” pianista), ha fatto partire il progetto con l’appoggio del Teatro della Tosse e subito dopo ha formato l’ensemble, scegliendo tutti musicisti di alto profilo artistico. Nelle prime stagioni c’era ancora molta musica della seconda metà Novecento e dei primi anni duemila, dall’anno scorso invece il repertorio si basa quasi esclusivamente su musiche di compositori vivi e tendenzialmente giovani. Alla fine, partendo da un piccolo sogno, siamo riusciti a realizzare il festival di musica contemporanea di Genova. E quando abbiamo musicisti che vengono da fuori teniamo molto a curare il rapporto umano con loro: li ospitiamo e ci preoccupiamo di risolvere ogni aspetto logistico dal mangiare al dormire, passiamo molto tempo insieme e ci confrontiamo. Puntiamo molto sull’ospitalità perché ci piace farlo e ci piace condividere. E questo mi fa piacere dirlo perché siamo uno dei pochi festival che lo fa ed è uno dei nostri punti di forza. È un vivere la musica in modo diverso. Fare arte insieme diventa davvero un’occasione per veicolare pensieri e condividerli.

Il tema della stagione di quest’anno è il “silenzio”, come lo avete sviluppato?

Abbiamo immaginato il silenzio come occasione, e non soltanto come il contenitore naturale della musica: come opposto del suono o del rumore, che è comunque molto importante perché è ciò che crea ritmo, che crea attesa. Ma è anche un suggerimento al raccoglimento, al pensare, alla consapevolezza di certe cose. Abbiamo dedicato ad esempio un concerto al muro di Berlino, che è molto inerente col fermarsi a riflettere (in questo caso sul passato). Poi c’è il silenzio concepito da culture molto diverse e lontane. Il primo concerto è dedicato al Giappone, quindi anche in quel caso a compositori viventi (con una prima esecuzione assoluta) e al concetto di vuoto e di silenzio nella cultura giapponese. Quel non-agire, quel fermarsi in silenzio ad osservare, ad ascoltare se stessi per poi comportarsi di conseguenza, ma avendo allo stesso tempo un fortissimo senso di appartenenza sociale. La forza del Giappone è stata proprio questa. E nel momento in cui hanno scoperto la tecnologia e l’arte occidentale le hanno prese, interiorizzate, e ci hanno superato. Proprio per questa forza sociale in loro radicata che noi occidentali non abbiamo, o viviamo comunque in modo profondamente differente. C’è poi il silenzio come censura dei potenti verso gli artisti. Il silenzio meditativo delle sirene, le figure mitologiche, a cui è ispirato un bellissimo brano di Giorgio Netti Rinascere Sirena per trio d’archi con amplificazione piramidale, che faremo nella sala dei delfini dell’Acquario di Genova. Questi sono più o meno i temi principali su cui abbiamo costruito la stagione di quest’anno.

A cura di Giacomo di Scala

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