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MITO 2022: il pianoforte di Beethoven

Nuovo appuntamento a Torino per il festival musicale MiTo 2022. La sera del 23 settembre, presso l’Auditorium grattacielo Intesa San Paolo, Andrea Lucchesini al pianoforte omaggia Ludwig van Beethoven. Quattro le sonate del compositore tedesco eseguite per l’occasione: la n.1 in fa minore op. 2 n. 1, la n. 14 in do diesis minore op. 27 n. 2, la n. 30 in mi maggiore op. 109 e la n. 31 in la bemolle maggiore op. 110.

Il programma, fedele alla linea del tempo, ripercorre l’evoluzione dello stile compositivo beethoveniano. Un filo conduttore lega l’intero percorso: una cura meticolosa, spesso logorante ed esasperata, per la stesura della partitura in ogni minimo dettaglio. Le sue opere, specchio dei suoi turbamenti interiori, trasudano ingegno, fatica e pàthos.

credits: MITO Settembre Musica

La Sonata n. 1, dedicata al maestro Haydn, rispetta ancora molti canoni della tradizione classica viennese, anche se il Prestissimo finale sembra già preannunciare la vera cifra stilistica del compositore di Bonn, più violenta e sfrenata. Il tocco al pianoforte di Lucchesini è ben ponderato, talvolta leggero, talvolta più energico come richiesto dai passaggi eseguiti.

L’ipnotico Adagio introduttivo della Sonata n. 14 (meglio conosciuta come “Al chiaro di luna”) raccoglie l’intera platea in un silenzio quasi contemplativo. Dopo un breve Allegretto intermedio, l’incanto viene bruscamente spezzato dal travolgente Presto agitato finale, uno dei vertici del pianismo beethoveniano per tecnica e carica emotiva.

credits: MITO Settembre Musica

La restante coppia di sonate proposte (nell’ordine, la n. 30 e la n. 31), risalenti al tardo stile, sembrano suggerire un sofferto equilibrio interiore finalmente raggiunto dal compositore. Anche qui, Andrea Lucchesini offre saggio della sua perizia espressiva, confermandosi specialista in questo tipo di repertorio.

Si congeda, infine, con altri brevi frammenti tratti dal ricco corpus beethoveniano, strappando ulteriori applausi a un pubblico compiaciuto. In fin dei conti, risulta difficile, specie dopo una performance convincente dell’esecutore, rimanere indifferenti all’ascolto di un qualsiasi capolavoro escogitato dal genio di Ludwig van Beethoven.

credits: MITO Settembre Musica

A cura di Ivan Galli

MITO 2022: Il pianoforte di Rachmaninov

Il festival musicale MiTo 2022 trova sede anche presso il Teatro Cardinal Massaia di Torino, dove, nella serata del 20 settembre, si è tenuto un concerto per pianoforte solo dedicato a Sergej Rachmaninov ed interpretato da Alessandro Taverna. Il programma era composto dai nove Ètudes tableaux op.39 e la Sonata n.2 in si bemolle minore op.36

Un breve discorso d’apertura del presentatore ha ricordato il valore unico dell’autore russo, anello di congiunzione tra una tradizione romantica in declino ed una moderna, d’avanguardia, che si faceva spazio nella musica, nelle arti e nelle menti del Novecento. Il passaggio di consegne è eclatante: Rachmaninov nasce nel 1873 quando Manzoni, uno dei padri della cultura ottocentesca, emette il suo ultimo respiro, e muore nel 1943, mentre il secondo conflitto mondiale macchia il XIX secolo

credits: MITO Settembre Musica – Simone Tonnicodi

Tutto ciò trova conferma nella scelta del repertorio proposto in sala, a partire dall’Allegro agitato in do minore con cui si è aperta la serata . L’autore russo, meglio noto per Sonate, Sinfonie e Concerti, era poco votato alle forme brevi come gli Studi. Questi dell’op. 39, scritti negli ultimi anni di permanenza in patria, portano con sé evidenti strascichi romantici (si pensi a Chopin e Čajkovskij, di cui Rachmaninov era fervido seguace) pur affacciandosi già alle sonorità della stagione novecentesca.

La Sonata, proposta nella seconda parte dello spettacolo, infatti esprime chiaramente questa nuova direzione avanguardista. Il brano, eseguito nella versione del 1931 (rimaneggiata dallo stesso autore rispetto all’originale del 1913), si sviluppa su armonie complesse, ritmi altalenanti, suoni prolungati che vibrano nelle orecchie e nell’anima di chi ascolta.

credits: MITO Settembre Musica – Simone Tonnicodi

L’esecuzione di Alessandro Taverna rende giustizia alle note del compositore russo, grazie ad una sensibilità ben calibrata che segue il flusso sonoro, ora dirompente e deciso, ora delicato e maestoso. Incitato dagli apprezzamenti degli spettatori, il pianista ha infine concesso un bis degno di nota: la dolce cantata di Bach “Schafe können sicher weiden” ridotta per pianoforte, ed una “Play piano play” da saloon western, di Friedrich Gulda.

Il nutrito pubblico (teatro sold out per l’occasione) non risparmia gli omaggi alla performance pianistica ed apprezzamenti per l’evento nel suo complesso, a testimonianza di un interesse superstite per un repertorio, quello novecentesco, tanto denso e sofisticato quanto affascinante.

credits: MITO Settembre Musica – Simone Tonnicodi

A cura di Ivan Galli

Nella nicchia: VOLA live a Milano

Ogni fanbase ha dei gusti in comune. Nulla di più vero per i patiti del progressive metal: una nicchia – sì – ma che si presenta puntuale per i propri beniamini, trasformando i concerti in raduni, dove le facce sono ricorrenti. Non stupisce, infatti, che il pubblico approdato sabato 17 settembre al Legend Club di Milano per i VOLA sia lo stesso degli ultimi live dei Leprous, Haken (dove la band faceva da supporto) o dei TesseracT.  Quartetto danese, i VOLA si sono ritagliati in poco tempo un posto d’onore della comunità prog, forti di passaggi radiofonici anche in Italia (alcuni brani sono in rotazione su Radiofreccia e affini). Il tour attuale è incentrato su Witness, disco uscito lo scorso anno, per molti il loro lavoro migliore.

I VOLA si esibiscono sul palco del Legend Club di Milano (foto: Mattia Caporrella)

Oltre ai VOLA è prevista l’esibizione di altri due gruppi: primi in scaletta i Four Stroke Baron, band americana a cavallo tra Devin Townsend e Tears for Fears. Nonostante le canzoni ripetitive, il gruppo riesce a intrattenere grazie al bassista, che tra piroette e headbanging cattura l’attenzione del pubblico. Seguono gli australiani Voyager: il loro progressive metal di matrice synth-pop fa scatenare il parterre del Legend. La band racconta della loro mancata partecipazione all’Eurovision Song Contest di quest’anno con “Dreamer”, un brano dance pop, ma con chitarre distorte a sette corde. Sono loro la sorpresa della serata: il set è festaiolo e spiritoso, fra cori dedicati a Piero Pelù (data la somiglianza del vocalist Daniel Estrin al cantante toscano) e a Roberto Giacobbo, presentatore, appunto, di Voyager su Rai 2.

I Voyager all’opera. No, non è Piero Pelù. (foto: Dario Vignudini)

Il palco si fa blu: i VOLA entrano sulle note di “24 Light Years”. Si nota subito il batterista Adam Janzi, che si esibisce con grande intensità. La scaletta è una montagna russa: la partenza in crescendo culmina con “Stray The Skies”, un brano piuttosto aggressivo, dove il pubblico, fra moshpit e pogo, si fa sentire. Tuttavia questi durano poco, forse per la stessa natura della band: i VOLA sono specializzati nell’alternare riff di chitarra baritona sincopati che ricordano i Meshuggah, a ritornelli in pieno stile new-wave: Asger Mygind, come vocalist, viene spesso paragonato a Dave Gahan dei Depeche Mode. La band prosegue nel segno di questa dialettica, riuscendo a trasporre dal vivo il proprio sound in maniera ineccepibile. Particolare anche il light show, caratterizzato da neon e LED sincronizzati con la ritmica dei riff.

Il batterista Adam Janzi e il particolare light show al neon dei VOLA. (foto: Dennis Radaelli)

Si chiude con “Inside Your Fur”: ormai il Legend sta esplodendo di calore. Poco dopo si creano code per il merch, dove le band accolgono i fan tra saluti e foto. La serata finisce così: tanta stanchezza per lo show intenso, ma tanta ammirazione per i musicisti. I fan escono dal locale consci di poter ritrovare lo stesso ambiente al prossimo concerto “di nicchia”, sempre contenti di essere pochi, ma buoni.

Immagine in evidenza: Mattia Caporrella

A cura di Mattia Caporrella


Modestia a parte: Biffy Clyro live a Milano

Lo scorso giugno il trio scozzese dei Biffy Clyro aveva chiuso l’ultima giornata del Download Festival, uno dei festival di maggior rilevanza nel panorama della musica live britannica. La band, capitanata da Simon Neil alla chitarra e alla voce, assieme ai gemelli Ben e James Johnston batteria e basso – riscuote da anni di un successo clamoroso in madrepatria; al pari di gruppi come Foo Fighters o Muse, i Biffy Clyro hanno ampiamente dimostrato di saper riempire gli stadi. Lo stesso non si può dire dei loro concerti all’estero, dove la production è molto più modesta.

I Biffy Clyro sul palco di Carroponte (foto: Mattia Caporrella)

É questo il tipo di spettacolo che il gruppo sta portando in giro per l’Europa da qualche settimana, a sostegno dei due album “fratelli” A Celebration of Endings e The Myth of the Happily Ever After. Mercoledì 14 settembre tocca all’Italia: siamo vicino a Milano, al Carroponte di Sesto San Giovanni. I fan si sono radunati, nonostante il tempo molto incerto, fin dalla notte prima, creando un’atmosfera più simile ad un campeggio (complice anche l’area adibita) che alla fila di un concerto. Alle 20:15 si spengono le luci: gli olandesi De Staat irrompono sul palco, scatenandosi all’insegna di un dance-rock eccentrico, con riferimenti all’immaginario dei Talking Heads nella loro presenza scenica.

Gli eccentrici De Staat durante la sfuriata finale del loro set con “Witch Doctor” (foto: Mattia Caporrella)

Esattamente un’ora dopo, i Biffy Clyro accompagnano dolcemente il pubblico verso il loro show con “Dum Dum”, per poi strattonarlo con prepotenza con “A Hunger in Your Haunt”, grazie alla sua energia prorompente. La scaletta è satura di stili diversi: dal punk rock al cardiopalma (“That Golden Rule”), all’AOR da cori da stadio (“Biblical”), esperimenti progressive (“Slurpy Slurpy Sleep Sleep”), fino al pop puramente commerciale (“Re-arrange”). Il concerto culmina con, in qualche modo, la crasi di tutti questi elementi: oltre al classico “Many of Horror”, nel bis c’è “Cop Syrup”, un brano caratterizzato dalle sue impennate, discese, crescendo orchestrali, parti confinanti con lo shoegaze, urla punk e arpeggi di chitarra non troppo lontani dai Genesis. Il pubblico è estasiato: in sole due ore i Biffy Clyro hanno dimostrato di saper coinvolgere con qualsiasi genere proposto, suonando un greatest hits (con l’adeguato spazio agli ultimi lavori) con un’energia spiazzante.

Il trio in uno dei tanti momenti “a raccolta” durante il concerto. Si notano anche i turnisti, tra cui due violiniste. (foto: Lorenzo Roy)

Di poche parole, la band lascia piuttosto parlare il repertorio, limitandosi a ringraziamenti sparsi in un italiano molto improvvisato (colpisce il “grazie mille Milano tutti” di Neil). Il light show particolarmente ispirato riesce a massimizzare la resa del modesto impianto. Niente effetti pirotecnici, mega schermi, coriandoli o scenografie: tre ragazzi (sette contando i turnisti), la loro musica, e un pubblico di appassionati. Quello dei Biffy Clyro è uno spettacolo intimo, vivace, creativo, imprevedibile, e non c’è schermo LED di ultima generazione che regga il confronto.

Immagine in evidenza: Lorenzo Roy

A cura di Mattia Caporrella

Aurora live a Milano: la luna, l’amore e L’AUTENTICITÀ

Decine di persone che si muovono in strada a ritmo di musica psichedelica, alcune mezze nude, altre travestite da frati, stregoni e altre creature fatate – no, non è un flash mob, né un rave party: è la fila per il concerto di Aurora. É questo il pubblico che attrae la cantante norvegese: appena ventiseienne, Aurora è autrice di svariati brani di grande successo tra i giovani, nel segno di un art pop sospeso tra Björk e Florence + The Machine. Mercoledì 7 settembre, il tour in supporto dell’ultima fatica The Gods We Can Touch (2022) approda all’Alcatraz di Milano.

Il locale è gremito, l’attesa per lo spettacolo viene smorzata dalle artiste di supporto Thea Wang e Sei Selina. Wang, alla vigilia dell’uscita del suo album di debutto, presenta un breve set acustico e intimo, illuminato dai flash dei telefoni. Selina porta l’opposto: un pop moderno di matrice elettronica e latin, intervallato da ballad al pianoforte che spezzano il ritmo del suo set generando notevole attrito.

Thea Wang accoglie il pubblico con le sue ballate folk

A questo punto il palco – allestito con onde, conchiglie e una gigantesca luna di tessuto bianco al centro – si fa scarlatto: dalle quinte emergono i musicisti fasciati da una tunica bianca: un evidente omaggio all’antica Grecia, tematica centrale in The Gods We Can Touch. Allo stesso modo appare Aurora che, tra le urla dei fan, attacca con la suggestiva
Heathens”. La figura della cantante si staglia in controluce davanti alla luna rossa: un effetto che lancia da subito la serata in un’atmosfera mistica. Alternandosi tra momenti ad alto tasso di energia con “Cure for Me” e “Daydreamer”, e brani più intensi come la famosa “Runaway”, Aurora parla al pubblico con il suo candore grazioso e caotico. «Il mondo sarebbe un posto migliore se solo ci concedessimo di essere tristi e di guarire con il giusto tempo» esclama la cantante, prologo per una versione di “The River” che inonda la sala di lacrime, regalandoci uno dei momenti più alti dello show.

La luna di sangue alle spalle di Aurora durante “Heathens”

Non manca il sostegno LGBTQIA+: durante “Queendom”, Aurora raccoglie una bandiera pride e scorrazza tra colori arcobaleno: ormai il pubblico è completamente suo. Sorprende, infatti, che il concerto finisca con una certa rapidità: a chiudere il set è “Giving Into the Love”, seguita da un bis acustico con “Exist for Love” e la struggente “Murder Song”, che lascia i fan in sospeso. Ciononostante, l’amore dei suoi warriors (così denominati dalla cantante stessa) ha riempito l’Alcatraz per ottanta calorosi minuti.

Il momento pride durante “Queendom”

Aurora ha dimostrato che il suo immaginario è luogo di completa accoglienza, amicizia e positività. Lo spazio all’intero spettro di emozioni rende la cantante autentica e per niente pacchiana nel suo essere irrimediabilmente sé stessa, anzi, è proprio questo il suo punto di forza.

A cura di Mattia Caporrella

TOdays Festival – Day Three, atto finale: l’indie rock anglosassone saluta Torino

Torino, domenica 28 agosto: la terza e ultima giornata del TOdays Festival si accende tra il fermento generale, per una serata che si preannuncia densa di musica interessante. La line-up accosta sapientemente le diverse sfumature di un indie rock tutto diviso tra il Regno Unito e gli USA: esordio e chiusura arrivano dalla Scozia, con gli Arab Strap ad aprire e il gran finale con i Primal Scream; i newyorkesi DIIV e gli inglesi Yard Act, nell’ordine, si spartiscono il ripieno dello show.

La golden hour è alle porte: quello che era un piccolo capannello in transenna, nel giro di poco si è trasformato in una folla nutrita ed effervescente. Che l’evento abbia inizio.

Arab Strap: il frontman Aidan Moffat. Credits: Martina Caratozzolo

La band di Aidan Moffat si presenta sui colpi serrati di un ritmo elettronico: è “The Turning of Our Bones”, che prende forma dal suo minimale riff di chitarra. Il frontman, look a dir poco coraggioso – camicia nera e jeans bermuda – attacca con un testo dalla metrica concitata, perfetto per una voce a tinte fosche come la sua. I suoni di chitarra, generalmente puliti, si mantengono su queste coordinate per tutto lo show, mentre il gruppo sfoggia una presenza poderosa nel suo stile caratteristico. I ritmi si infiammano con gli influssi dance in tempo dispari di “Compersion Pt. 1”, per poi distendersi drammaticamente con “New Birds” e riaccendere tutto nel finale, nell’elettronica forsennata di “The First Big Weekend”. Moffat si destreggia anche su un sintetizzatore e su un pad elettronico. Grande performance, contrassegnata in larga misura da mood musicali e testuali vagamente – nettamente, in alcuni casi – sinistri.

DIIV: da sinistra, Colin Caulfield e Andrew Bailey. Credits: Martina Caratozzolo

È poi il turno dei DIIV, che si presentano ostentando un distacco solo di facciata. Zachary Cole Smith prende posto sul palco e presenta con poche parole la band: comincia così “Loose Ends”. La qualità live è ottima e incorpora le peculiarità della produzione musicale del gruppo: protagonisti assoluti gli intrecci melodici tra chitarre effettate, con echi onirici tra lo shoegaze e il dream pop. A prendersi la scena è il chitarrista Andrew Bailey, immerso con lo strumento in un mondo tutto suo, a partire dai capelli annodati in due trecce sulle spalle e dalle smorfie istrioniche che ne fanno un personaggio. Picchi di adrenalina durante “Under the Sun”, scandita a gran voce dai presenti, gli stessi che pogano sfrenati a partire dalla potentissima “Doused”, tratta dall’album d’esordio Oshin (di cui si festeggia il decennale), e fino alla fine della scaletta. Chiusura degna con “Blankenship”; merita una menzione anche la componente ritmica, con la devastante batteria di Ben Newman ed il basso di Colin Caulfield.

Yard Act: il frontman James Smith. Credits: pagina Facebook TOdays festival

Gli Yard Act, band più giovane della serata (formatasi 3 anni fa, con album d’esordio lo scorso gennaio), salgono sul palco con personalità: il cantante James Smith si contraddistingue prontamente per il suo fare loquace, prima di immergersi a capofitto nel groove deciso e scanzonato di “Dark Days”. Il batterista Jay Russell e il bassista Ryan Needham compongono un duo tagliente, ed è proprio lungo le coordinate del ritmo che la band inglese si muove, ritmo cui i pungenti riff chitarristici di Sam Shjipstone – apprezzabili e apprezzati – cedono in generale il passo. Molto orecchiabile “Land of the blind”, molto incisiva la title track “The Overload”, molto accattivante “Rich”: il complesso mostra grande grinta, unita ad un atteggiamento spregiudicato di ispirazione quasi punk (o meglio, post-punk). Smith ama raccontarsi e raccontare le storie dietro ai brani, e la folla gli dà tutta la soddisfazione che merita la sua presenza scenica.

Primal Scream: il frontman Bobby Gillespie. Credits: pagina Facebook TOdays festival

Dulcis in fundo, i Primal Scream: le premesse sono ottime, specie se aggiungiamo l’hype generato intorno all’annunciata esecuzione di Screamadelica. La partenza sicuramente ha molta elettronica, con “Swastika Eyes”: Bobby Gillespie ha addosso i colori e il disegno del loro disco più famoso, suona le maracas, e naturalmente accentua il suo ruolo di leader. Anche con “Pills” e “Deep Hit of Morning Sun” – dedicata al compianto Mark Lanegan –la linea continua; a metà dell’esibizione, però, la rotta cambia improvvisamente, abbandonando le sonorità da rave per atmosfere più intime, come in “English Town”, oppure più classicamente rock, come nella celebre “Movin’ on Up” (primo pezzo tratto da Screamadelica) o in “Country Girl”. Morale della favola, i brani dello storico album sono soltanto due, tra cui “Loaded”, suonata in chiusura dopo aver fatto credere a tutti che il concerto fosse finito. Purtroppo, per quanto riguarda i Primal Scream sembra mancare qualcosa: lo si è percepito anche da una certa stanchezza (forse mista a delusione) aleggiante tra il pubblico. Evidente il gap tra le aspettative e l’offerta della band, che ha comunque regalato momenti divertenti e altri di vigore ed esaltazione.

Una timida pioggia ha iniziato a scendere proprio verso il termine dell’evento; nel complesso, una grande serata e una conclusione in bello stile per questa edizione del TOdays, che ha regalato spunti di rara bellezza dall’immenso patrimonio della musica indipendente. I quali, si spera, saranno fonte di ispirazione per migliaia di musicisti, e non solo a Torino.

A cura di Carlo Cerrato

Boyband e solisti: Harry Styles al Pala Alpitour

Dagli anni ’90 a questa parte, per ogni membro di una boy band o girl band che si rispetti è diventata tradizione esordire da solista dopo qualche anno di carriera in gruppo; c’è chi abbandona il progetto perché non ha le qualità necessarie per farcela, e c’è chi invece ha un successo dirompente. Harry Styles fa decisamente parte della seconda categoria.

Martedì 26 luglio il Pala Alpitour ha ospitato la seconda data italiana del Love On Tour, inizialmente prevista per maggio 2020, poi spostata a febbraio 2021 e infine fissata per il 2022; inutile dire come l’aspettativa degli spettatori di Bologna il giorno prima e poi di Torino fosse alle stelle (alcuni di loro hanno persino campeggiato fuori dall’arena per giorni pur di garantirsi le prime file).

LAS VEGAS, NEVADA – SEPTEMBER 04: Harry Styles performs on stage during the tour opener for Love On Tour at MGM Grand Garden Arena on September 04, 2021 in Las Vegas, Nevada. (Photo by Anthony Pham/via Getty Images)

La serata si apre con l’esibizione dei Wolf Alice, gruppo alternative rock britannico nonché opening act di buona parte della leg europea del tour. Da subito la band sembra emanare una forte intesa e una forte energia, riuscendo a coinvolgere anche i più restii. La frontwoman Ellie Roswell si muove sul palco sicura e disinvolta, mentre il pubblico accompagna l’esibizione come se i Wolf Alice non fossero semplicemente un gruppo sconosciuto in apertura, bensì i veri protagonisti del concerto: i fan saltano, prendono l’iniziativa e battono le mani a tempo, accendono le torce durante le canzoni più lente. La band scende dal palco allegra e soddisfatta, mentre gli spettatori continuano ad applaudire.

Le luci si accendono nuovamente ed è impossibile non notare le stravaganti scelte di look dei 14.500 presenti, nessuno escluso: occhiali da sole di tutte le forme, boa di finte piume colorate, camicie dalle fantasie più disparate, stivali texani e una gran quantità di cuori e abbigliamento rosa – questi ultimi due fattori chiaramente ispirati all’estetica di Fine Line (2019), secondo album solista di Styles e inizialmente tema principale del Love on Tour. Qualcuno osa addirittura indossare scarpe col tacco, qualcun altro afferma di sentirsi ad un evento che è un misto fra un Pride e un concerto di Elton John.

Il concerto ha inizio ancora prima dell’effettiva apparizione dell’artista sul palco: sulle note di “Best Song Ever” degli One Direction e “Bohemian Rhapsody” dei Queen, il pubblico balla e canta a squarciagola, creando un’unione fra le diverse generazioni presenti. Qualcuno già piange. Poi le luci si abbassano, la band – interamente vestita di giallo: forse un tributo al nuovo film dei Minions? – si posiziona dietro agli strumenti e le prime note di “Music For a Sushi Restaurant” si diffondono nel palazzetto. La folla sta già urlando a pieni polmoni quando sul palco compare finalmente Harry Styles, vestito per l’occasione con un completo a righe arcobaleno pieno di paillettes.

I look Gucci di Harry Styles per i concerti di Bologna (sinistra) e Torino (destra). @harry_lambert via Instagram

La setlist prevede 20 canzoni tratte dai tre album da solista del cantante, rispettivamente l’omonimo Harry Styles (2017), il già citato Fine Line (2019) e il recente Harry’s House (2022), il miglior debutto in Italia per un disco internazionale dal 2021, con un paio di brani aggiunti apposta per l’occasione.

In un italiano semplice e grammaticalmente corretto, nel corso della serata Styles racconta di star imparando la nostra lingua «piano piano. Quindi, per favore, siate pazienti con me». Spiega di come abbia vissuto alcuni dei momenti migliori della sua vita qui: non a caso la costiera amalfitana è stata location per le riprese del video di “Golden”, quinto singolo estratto da Fine Line.

Screenshot dal video “Golden” di Harry Styles, via YouTube
Screenshot dal video “Golden” di Harry Styles, via YouTube

Fra balletti che sembrano per lo più tentativi per schivare gli oggetti lanciati dalle prime file e profusi ringraziamenti in italiano e in inglese ai Wolf Alice e a tutti quelli che hanno reso il concerto possibile – i tecnici, la band, lo stesso pubblico –, Harry Styles ci tiene ad assicurarsi che tutti stiano bene e si stiano divertendo, incitando gli spettatori a ballare e ad accettarsi: «stasera vorrei che foste liberi di essere chi volete». I fan intonano “Sei bellissimo”, il cantante risponde intonando a sua volta “Se telefonando” di Mina, mandando il pubblico in visibilio.

A prescindere dalle gran doti canore, dalla qualità dei brani e dalle ottime capacità performative (tutti fattori presenti), è evidente come l’ex membro degli One Direction abbia costruito una comunità vera e propria di persone che lo seguono non soltanto per la sua musica, ma anche per l’atmosfera che si respira entrando a far parte di essa: un’atmosfera all’insegna dell’amore, della libertà e dell’unicità. Durante i suoi concerti Styles esegue cover dei Fleetwood Mac e degli One Direction, canta brani che ha scritto per altri artisti o pezzi mai registrati come “Medicine” o “Anna”, che diventano un grandissimo successo di pubblico proprio perché unici e inseparabili dalla dimensione live.

Harry Styles al Pala Alpitour. @justharried via Instagram

Dopo anni di attesa e continui rimandi, il concerto finisce forse troppo rapidamente, lasciando agli spettatori l’amaro in bocca e la malinconia del momento appena conclusosi. Fra il pubblico ci sono sì genitori trascinati a forza dai figli e gli stessi giovanissimi figli, ma anche chi segue Harry Styles dai tempi degli One Direction ed è cresciuto con lui: chi aveva 12 anni ai tempi di “What Makes You Beautiful” ha ormai passato i 20, e la sensazione è che sia tutto trascorso troppo in fretta.

Speriamo ci sia l’occasione di poter replicare presto, come d’altronde ha detto lo stesso Harry: «vi prometto che non passerà troppo tempo fino alla prossima volta in cui ci vedremo». E chissà, magari allora avrà già un C2 di italiano.

A cura di Ramona Bustiuc

Calibro35 plays Morricone: APOLIDE DAY 4

Prosegue il racconto del festival Apolide nella sua quarta giornata di domenica 24 luglio all’interno dell’area naturalistica Pianezze di Vialfré. Dopo un traumatico risveglio in tenda e reduce dai postumi della sera prima, il pubblico è pronto a godersi l’ultima giornata tra attività, musica e spettacoli. In chiusura di questa edizione di Apolide, un’esibizione magistrale dei Calibro 35 sulle note del maestro Ennio Morricone.

Sono le nove del mattino quando il primo caldo comincia a farsi sentire nelle tende del Joongla Camp, dove «si dorme poco ma si sogna tanto». I più mattinieri inaugurano la processione verso le docce, gli sguardi assonnati si incrociano e la sensazione è quella di far parte di una grande famiglia, seppure per un paio di giorni. Tra un caffè ed un morso ad una brioche si fanno due chiacchiere e ci si scambia qualche opinione sulle serate precedenti.

Fra le prime esibizioni della giornata c’è quella di Lorusso sul Boobs Stage. Spogliato dei suoi strumenti, Lorusso – progetto solista del torinese Claudio Lo Russo, voce e chitarrista degli Atlante – si cimenta nella produzione musicale accompagnandosi con la sua inconfondibile voce mentre il pubblico, seduto a terra, si gode l’esibizione.

Dalla pagina Facebook Apolide Festival, foto di Gabriele Tuninetti

È sufficiente percorrere qualche metro per rendersi conto che il festival è abitato da diverse anime. Contemporaneamente alle esibizioni sono infatti numerose le attività proposte: non è affatto strano imbattersi in sessioni di yoga mattutine, tornei di pallavolo amatoriali e spettacoli irriverenti come quello del burattinaio Rasid Nikolic, in arte The Gipsy Marionettist. Per i più atletici non mancano proposte più estreme come la parete da arrampicata o i tessuti aerei per la danza acrobatica.

Dalla pagina Facebook Apolide Festival, foto di Antonio Roseti

Il pomeriggio scorre veloce e intorno alle 18.30 il main stage comincia ad animarsi, vedendo sfilare in ordine Marco Fracasia, Meskerem Mees, Bluem. Direttamente da Torino, Marco Fracasia porta sul palco di Apolide il suo primo sognante EP, Adesso torni a casa (per 42 Records) in una versione live rockeggiante. Segue la cantautrice belga Meskerem Mees, che colpisce per la voce pura e malinconica, in un accompagnamento minimal composto da chitarra e violoncello.

Dalla pagina Facebook Apolide Festival, foto di Antonio Roseti

Il sole comincia a tramontare e la tappa all’Area Food è d’obbligo per ristorarsi dopo una giornata di sole e musica non stop. I più attendono il gruppo a cui spetta il compito di chiudere in bellezza l’edizione 2022 del festival, ovvero i Calibro 35.

Dalla pagina Facebook Apolide Festival, foto di Antonio Roseti

Il loro ultimo disco, Scacco matto al Maestro – Volume 1, tutto dedicato alla musica di Morricone, viene eseguito sul palco di Apolide in un’atmosfera solenne come solo la musica del compositore sa creare. La band non si limita a ricreare le melodie del “Maestro”: si tratta di vere e proprie reinterpretazioni dei brani alternati con stralci di dialoghi, estratti talvolta dai film, talvolta dal recente documentario Ennio di Giuseppe Tornatore. La folta formazione – che oltre a Massimo Merlotta, Enrico Gabrielli, Fabio Rondanini, Luca Cavini e Tommaso Colliva conta della collaborazione di Paolo Ranieri alla tromba, Sebastiano De Gennaro alle percussioni e Valeria Sturba al theremin, violino e voce – dà vita ad uno spettacolo mai banale e dinamico, con tanto di theremin alternato alla voce per le linee vocali.

Dalla pagina Instagram Apolide Festival, foto di Antonio Roseti

La varietà del pubblico conferma la transgenerazionalità della musica di Morricone, chiusura perfetta per i quattro giorni di Apolide.

A cura di Alessandra Mariani

Emma Nolde – LNDFK – Venerus @APOLIDE DAY 3

Nell’area naturalistica Pianezze, nel piccolo borgo di Vialfrè, giovedì 23 luglio si è tenuta la terza giornata di Apolide, il festival che unisce musica, natura ed arte nel cuore dei boschi delle Valli del Canavese.

Apolide non è solo musica live, ma molto altro; l’area del festival è vasta: vi sono diversi spazi per lo sport, il campeggio, i workshop creativi e il market di prodotti artigianali. Il pubblico che si riversa nella cornice fiabesca di Vialfrè è lì per godersi l’esperienza a 360° e dall’abbigliamento ricorda lo spirito hippie di Woodstock: vestiti colorati, fiori tra i capelli, bigiotteria vistosa, birra a volontà e tanta voglia di evadere dal caldo torrido della città.

Il festival si svolge in tre spazi principali: la Boobs area, dedicata ai live in acustico, alle interviste e alle presentazioni; il Soundwood, per dare spazio a dj e producer del panorama della musica elettronica underground e il Main Stage, sul quale sabato 23 si sono esibiti tre artisti: Emma Nolde, LNDFK e Venerus.

Sono le 20:00 in punto quando Emma Nolde sale sul palco. La cantautrice toscana attira una timida folla sottopalco, che con il passare delle canzoni via via aumenta. Il suo talento è evidente: si destreggia tra uno strumento e l’altro, accompagnando i suoi brani con la chitarra (sia elettrica che acustica), il basso e il pianoforte. I brani proposti sono quelli del suo album d’esordio Toccaterra, ma c’è spazio anche per due inediti e per il nuovo singolo “Respiro”, prodotto in collaborazione con Motta. Le ballate introspettive e malinconiche si alternano a momenti elettronici in cui scatenarsi. La cantautrice classe 2000 si conferma un nome da tenere sott’occhio per il futuro.

Emma Nolde (credit foto: Martina Caratozzolo)

Dopo una breve pausa sul palco sale LNDFK. La songwriter e producer presenta dal vivo Kuni, concept album che tocca temi di amore e morte. Gli ingredienti della sua musica? Il neo soul, il nu-jazz e il beatmaking tra l’astratto e il lo-fi. Il sound crea un’atmosfera sospesa, fatta di introspezione e psichedelia, come confermano i titoli di due dei brani proposti: “How Do We Know We’re Alive” e “Don’t Know I’m Dead Or Not”. Il pubblico sembra dimenticarsi momentaneamente l’ambiente circostante e fa un viaggio in una galassia lontana.

LNDFK (credit foto: Martina Caratozzolo)

Il terzo artista ad esibirsi – nonché quello più atteso – è Venerus. Il live può essere riassunto con una frase del suo brano “Ogni pensiero vola”, che fa da dichiarazione d’intenti: «Forse è che appartengo a un mondo un po’ magico / vorrei volare via lontano da qui / e a volte sento tutto attorno un po’ strano / chissà se qualcun altro è fatto così». Il tour “Estasi degli angeli” ha un fil-rouge: la musica e l’amore, in tutte le sue forme. La musica è al centro della scena tramite lunghe parti strumentali e assoli; l’amore tramite il clima di libertà che si percepisce sul palco e tra i fan. Il concerto sembra un lungo flusso di coscienza (per dirla alla James Joyce), tant’è che spesso si fa fatica a percepire i passaggi da un brano all’altro.

Venerus (credit foto: Martina Caratozzolo)

Freak e ribelle, Venerus fuma e beve sul palco, si sdraia per terra per suonare la sua Telecaster e invita il pubblico a baciarsi. I brani che si susseguono in scaletta sono tratti dal suo album Magica Musica, ma c’è spazio anche per i brani più vecchi e apprezzati dai fan, come “Love Anthem, No. 1” e “IoXTe”.

Prima di salutare, l’artista annuncia che assieme alla sua squadra gestirà una nuova etichetta musicale dal nome ancora inedito. Il logo, però, è disegnato su una bandiera che lo stesso Venerus sventola tra gli scroscianti applausi dei presenti.

Venerus mostra il logo della nuova etichetta musicale (credit foto: Martina Caratozzolo)

La giornata del festival si chiude con il dj-set di Napoli Segreta, il collettivo che propone brani disco funk degli anni ’70 e ’80. Il pubblico si scatena con le ultime energie rimaste, a conclusione di una giornata perfetta, vissuta senza freni inibitori in nome della musica e del divertimento.

A cura di Martina Caratozzolo

(credit immagine in evidenza: pagina ufficiale Facebook Apolide)

Carl Brave + Mara Sattei @ Stupinigi Sonic Park

Doppietta romana alla Palazzina di Caccia di Stupinigi per questa calda caldissima edizione 2022 del Sonic Park. Lo scorso mercoledì 20 luglio Mara Sattei prima e Carl Brave poi hanno animato un pubblico scarno ma entusiasta. Una sorridente ed emozionata Mara arriva sul palco puntuale, in un outfit total black con giacca a maniche lunghe, che fa un po’ soffrire visti i quarantasette gradi percepiti nel pit. Ma non importa: sono quisquiglie da stories su Instagram e giornaletti di lifestyle della domenica. Lei è raggiante, fresca, brilla anche se il sole è nascosto dietro un cielo velato e un tramonto poco rosa.

Mara Sattei @ Stupinigi Sonic Park – foto di Clarissa Missarelli

Non è un animale da palcoscenico, ma poco importa. Ha tutto il tempo per imparare una disinvoltura che non per tutti è innata. Non serve atteggiarsi da artisti navigati, quando evidentemente non lo si è. Il pubblico apprezza: è un tutto un vociare di “che carina”, “la amo”, “che brava”. Una carrellata di pezzi più o meno conosciuti, di singoli più vecchi e più nuovi. Qualcuno canticchia e balla, ma l’energia c’è, sopra e sotto il palco. Mara ha una voce potente, squillante, luminosa – come lei – che funziona bene sui pezzi uptempo come sulle ballads.

Mara Sattei @ Stupinigi Sonic Park – foto di Clarissa Missarelli

Fa storcere un po’ il naso vederla relegata alla voce femminile di turno in operazioni come “La dolce vita” di Fedez, in cui Tananai fa Tananai e sono tutti contenti, ma la Sattei è costretta nel ruolo dell’Orietta Berti di turno, e finisce lì. Consiglio spassionato: più collab con suo fratello Tha Supreme, meno hit estive.

Mara Sattei @ Stupinigi Sonic Park – foto di Clarissima Missarelli


È già notte quando iniziano i primi canti spazientiti a suon di “Carlo, Carlo”, le lamentele per l’attesa e per il caldo. E alla fine, dopo l’entrata in scena della sua numerosa band con tanto di sezione di fiati, “Carlo” arriva. Saltella da un lato all’altro del palco, saluta i fan in autotune, tutto regolare.

Carl Brave @ Stupinigi Sonic Park – foto di Clarissa Missarelli

Anche Carl Brave non è un super performer, ma fa quello che deve fare: ha energia, interagisce con il pubblico e con la band quanto basta, canta pezzi dal nuovo album e vecchi successi. Quello che funziona più di tutti è lui: l’atteggiamento da personaggio-macchietta di Roma Sud rappresenta esattamente quella che è la sua narrativa, la sua cifra stilistica e quello che i fan vogliono vedere. Le “tre bire”, guardie di qua, guardie di là – in una malsana ossessione per la Polizia che è tutta da comprendere, goliardici racconti di serate alcoliche al Pigneto e tutto il resto.

Carl Brave @ Stupinigi Sonic Park 2022 – foto di Clarissa Missarelli

Carl funziona molto più sul pop scanzonato e ironico, piuttosto che in romantiche ballad che si prendono troppo sul serio. Apprezzabile il
duetto a sorpresa con la Sattei per la super hit “Spigoli”, che il pubblico canta a squarciagola e sa a memoria. In fin dei conti, la soddisfazione di chi paga un biglietto è quello che conta più di tutto e a giudicare dalle urla, le lacrime, le videochiamate alla migliore amica che non è potuta venire e le coppiette innamorate che ballano, è andato tutto bene.

Carl Brave @ Stupinigi Sonic Park 2022 – foto di Clarissa Missarelli

A cura di Clarissa Missarelli