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Torino esoterica: Messa + Ponte del Diavolo

Chi abita a Torino sa del suo particolare legame con la magia bianca e nera, essendo essa il punto condiviso tra i due triangoli formati rispettivamente con Praga e Lione per la prima, mentre per la seconda troviamo Londra e San Francisco. Questa manichea opposizione che idealmente divide bene e male troverebbe nella città una sorta di equilibrio in cui queste due forze coesistono pacificamente. Ora, volendo compiere un salto logico abbastanza articolato e astratto, persino forzato se vogliamo, ritroviamo questa contrapposizione anche in campo artistico: l’esempio recente più evidente della scorsa settimana. Infatti, mentre il capoluogo piemontese era sotto i riflettori internazionali dalle luci sgargianti, colorate e gaie dell’Eurovision, altrove – e nello specifico al Bunker – è andata in scena l’oscura e pagana esibizione dei veneti Messa e dei torinesi Ponte del Diavolo.

Il motivo per cui i Messa stanno ottenendo così tanti consensi da pubblico e critica nostrana ed estera è presto detto. Questi quattro ragazzi hanno tutto: atmosfera, potenza, carica emotiva, gusto nella composizione e soprattutto hanno le canzoni, elemento imprescindibile che però molto spesso viene messo in secondo piano per privilegiare – a torto – altri fattori secondari come l’immagine o il gossip. Ecco, con i Messa tutto ciò non avviene e anzi, la musica è davvero la protagonista di un flusso sia fisico che mentale capace di trasportare in luoghi remoti sia geografici che dell’anima. Il loro doom metal è infatti di difficile classificazione e si può ben dire che è solo una componente di uno stile ben più composito e ricercato che ingloba suggestioni dark jazz e lunghe divagazioni strumentali orientaleggianti. C’è un senso rituale, spirituale, trascendentale ed ipnotico nei momenti in cui la musica si fa esclusivamente strumentale, ma anche una componente estremamente d’impatto che fa capolino ogni qual volta la band spinge sulla distorsione e i riff pachidermici. L’atteggiamento sul palco dei musicisti è attitudinalmente vicino allo shoegaze, con i singoli membri concentrati sui rispettivi strumenti ed effetti, ma ciò non toglie che la performance complessiva sia tanto impeccabile tecnicamente quanto sudata e fisica.

Discorso a parte per Sara Bianchin, la cantante, autrice di una performance di altissimo livello pur rimanendo praticamente ferma innanzi al microfono a occhi chiusi, totalmente concentrata e assorta nell’interpretazione dei brani. Bianchin ha una grande potenza, tecnica e un timbro che a tratti ricorda le grandi interpreti femminili di certa black music, che immersa in questo contesto estremo impreziosisce i brani addolcendoli e dando loro un’ulteriore eleganza. Quando non canta, sa mettersi in disparte, accovacciandosi tra le due spie in mezzo al palco per bere e far riposare le corde vocali, lasciando lo spazio ai suoi sodali di portare avanti la liturgia doom. Il paradosso, nonché peculiarità diffusa tra molti metallari è che, se da un lato la cantante mostra un evidente talento, carisma da vendere e una voce notevole e penetrante, dall’altro sembra essere altrettanto timida, specialmente quando mormora i titoli dei brani al microfono. Eppure al pubblico questo sembra quasi non importare tanto è assorto dalla musica. Tolte le giuste ovazioni tributate tra una canzone l’altra, il Bunker cala in un silenzio innaturale, concentrandosi nell’ascolto dei Messa come se fosse in trance. Insomma, se non c’eravate, vi siete realmente persi qualcosa.

Una menzione d’onore va sicuramente ai Ponte del Diavolo, che avevano il difficile compito di scaldare la platea. Missione che può dirsi compiuta in virtù dell’interessante miscellanea metal derivata dall’improbabile, ma azzeccata, unione di doom e black metal, voci femminili e scorie grunge: in altre parole una vera e propria riscoperta degli anni novanta aggiornata in chiave moderna. L’aspetto più interessante del gruppo è senz’altro la presenza di ben due bassisti in formazione votati a sovvertire il più rassicurante dominio della doppia chitarra. Una scommessa vinta perché le frequenze dei due bassi non si sovrappongono e l’equalizzazione dei rispettivi strumenti, uniti all’unica chitarra ritmica presente nel quintetto, crea un muro sonoro di tutto rispetto dalla pasta densa, plumbea, asfittica. L’esecuzione dei brani – tutti estratti dei due EP Mystery of Mystery (2020) e Sancta Mentuis (2022) – ha il giusto tiro e trasporto e sopperisce una presenza scenica a tratti un po’ statica, ma che nel complesso ha intrattenuto a dovere il pubblico fungendo da ottimo antipasto prima della portata principale.

Immagine in evidenza: Sergio Bertani de Lama

A cura di Stefano Paparesta

Tananai in concerto al teatro della concordia

Quando Tananai aveva detto sul palco di Sanremo che l’avremmo rivisto all’Eurovision, non pensavamo dicesse sul serio. Venerdì 13 maggio, non al PalaAlpitour – la location del contest – ma al Teatro della Concordia di Venaria si è tenuta in effetti la data torinese del cantante, il cui vero nome è Alberto Cotta Ramusino. E tra la semifinale e la finale di Eurovision, tantissime sono le persone che hanno trovato il tempo per riempire il teatro e assistere al concerto dell’ultimo classificato di Sanremo. Appena salito sul palco anche lui stesso ne sembra particolarmente sorpreso.

È la prima data del tour, ma Tananai non sembra troppo agitato: fin dal primo brano si muove sicuro sul palco, cantando e salutando gli spettatori. Tra una canzone e l’altra non perde l’occasione di chiacchierare e scherzare con il pubblico. Quando gli lanciano un reggiseno dal parterre è entusiasta, afferma che è la prima volta che gli accade. La scaletta prevede diversi brani dall’ultimo album Piccoli boati (2020), alternati con gli ultimi singoli pubblicati quest’anno come “Esagerata” e “Maleducazione”.

Credits: https://www.instagram.com/tananaimusica/

Arriva presto uno dei brani più attesi della serata, “Baby Goddamn”, singolo virale su TikTok nonché disco di platino. La gente balla e canta con Tananai che, elettrizzato, scende più volte tra il pubblico, a volte sporgendosi dalla transenna a volte scavalcandola direttamente e attraversando il teatro gremito. Verso metà serata spunta sul palco un enorme fungo giallo, la band scompare nelle quinte e Tananai si sposta alla console. Da quel momento ai brani cantati si alternano pezzi che ricordano l’inizio della sua carriera quando, sotto il nome di Not For Us, faceva il dj.

Momento centrale è stato quando il pubblico ha iniziato a chiamare l’ospite atteso da tutti i presenti: dopo la prima strofa di Tananai compare infatti  Rosa Chemical, vestito in completo bianco e sorpreso anch’egli dal calore con cui viene accolto. I due cantano “Comincia tu”, duetto sul celebre brano della Carrà presentato in anteprima durante la serata cover dell’ultimo festival di Sanremo. Tananai e il rapper di Alpignano hanno una buona chimica e senza difficoltà fanno ballare tutti i presenti.

Credits: https://www.instagram.com/tananaimusica/

Verso la conclusione del concerto Tananai canta  anche, naturalmente, “Sesso Occasionale”, brano che gli ha permesso di conquistare il venticinquesimo posto al Festival di Sanremo 2022.

Sicuramente Tananai non sarà un erede della nobile arte del bel canto, ma intrattiene e diverte come un valido performer, senza “tirare troppe stecche” (come lui stesso al contrario ha invece affermato più volte).

A cura di Isabella Ravera

Miola e i BRXiT in concerto all’Open Factory: il racconto della serata

L’esperienza di volontariato allo Stupinigi Sonic Park della scorsa estate ha unito un gruppo di giovani di Nichelino nell’organizzare una rassegna di concerti che ha preso il nome di Re Open. L’ultimo evento si è tenuto venerdì 13 maggio all’Open Factory, l’hub nichelinese che da anni riunisce i giovani del territorio in un luogo di cultura, dialogo e condivisione. Re Open è nato per promuovere artisti locali ed emergenti e per far vivere al pubblico una serata all’insegna della musica dal vivo. In quest’occasione si sono esibiti il cantautore Miola e la band BRXiT.

Il primo a salire sul palco è Miola, che fin da subito dà l’impressione di chi può improvvisare gli accordi di qualsiasi canzone con la sua fedele chitarra acustica, divertendo chi ha di fronte. Così accade in effetti al concerto: fin dai primi accordi il giovane cantautore entra in empatia con il pubblico, composto per lo più da amici e conoscenti che da anni supportano la sua musica con entusiasmo.

credits foto: Martina Caratozzolo

Una volta scaldata l’atmosfera, gli spettatori illuminano l’ambiente con le torce dei cellulari e prendono la giusta confidenza per andare a cantare sottopalco, chiedendo animatamente il bis di “GPS”, ultimo singolo del cantautore pubblicato lo scorso marzo. Oltre che i suoi inediti, in scaletta era presente anche “Antartide” dei Pinguini Tattici Nucleari, proposta in una versione senz’altro apprezzata dal pubblico accorso al locale.

credits foto: Martina Caratozzolo

Il volume aumenta considerevolmente quando i BRXiT salgono sul palco. Il tappeto di pedali ai loro piedi preannuncia un suono grezzo e distorto che avrebbe da lì a poco fatto scatenare i presenti. Formatasi nel 2017 sotto il nome di Fratellislip, la band composta da Lorenzo (voce), Gabriele (chitarra), Davide (basso) e Alessio (batteria) ha deciso di ripartire lo scorso anno con un nuovo progetto in italiano, dopo aver proposto per anni brani in inglese. È cambiato il nome, ma non l’anima rock: il sound dei BRXiT ricorda infatti quello dei Verdena e dei primi Arctic Monkeys di “I Bet You Look Good On The Dancefloor”. Il loro nuovo album – in uscita nel 2022 sotto la supervisione del cantautore torinese Bianco come direttore artistico – sembra vada tenuto sott’occhio.

credits foto: Martina Caratozzolo

La band sul palco si diverte e il pubblico risponde con lo stesso entusiasmo. Il groove scandito dai colpi di batteria e dai giri di basso si interrompe solo per un istante, ovvero quando Gabriele, il chitarrista, annuncia un omaggio a Taylor Hawkins dei Foo Fighters, recentemente scomparso. Il gruppo suona in sua memoria “Best of You” con ogni briciola di energia e passione rimasta.

credits foto: Martina Caratozzolo

Il live si chiude con uno scrosciante giro di applausi e con qualche birretta che passa di mano in mano, con la consapevolezza che la musica dal vivo vissuta in ambienti famigliari e piccoli ha un sapore ancora più speciale.

a cura di Martina Caratozzolo

Moor Mother in concerto al Bunker di Torino

Un viaggio attraverso scenari alternativi realizzati con lo scopo di fare luce su una nuova identità nera, lontana da un passato di schiavitù e di discriminazioni razziali, un’epopea che a partire dalla musica di Sun Ra e di George Clinton prosegue fino ai giorni nostri unendo l’iconografia africana, la fantascienza e l’avanguardia: un’odissea in un’Africa 2.0 che comprende l’esposizione di copertine di album tratti dalla storia della musica afroamericana.

Ecco cosa è stato proposto durante la mostra con aperitivo Visioni Soniche. Cover Afrofuturiste a cura di Juanita Apráez Murillo, tenutasi sabato 7 maggio dalle 18:00 presso i locali nell’area Jigeenyi del Bunker come preludio al concerto di Moor Mother per la seconda anteprima di Jazz is Dead festival.

Le danze iniziano alle 22:00 con il gruppo di apertura SabaSaba; il pubblico affluisce timidamente e, dopo qualche minuto, la sala si riempie. Il sound che vede come protagonisti il mellotron, campioni di suoni rielaborati attraverso filtri e la batteria, si basa sulla riproduzione di rumori, atmosfere distorte e repentini sbalzi di volume che simulano bene l’ira della natura in grado di generare maremoti, esplosioni vulcaniche, scontri tra placche.

Foto: Eleonora Iamonte

E se il viaggio dei SabaSaba termina con un terremoto, è con il cinguettio degli uccellini, simulati dai fischietti del percussionista Dudù Kouate, che comincia quello di Moor Mother. La voce calda della poetessa sembra sostituirsi a quella della coscienza dei presenti, mentre gli slogan da lei pronunciati riecheggiano nella mente anche nei giorni a seguire. Oltre all’elemento etnico proposto da Dudù con i suoi strumenti a percussione tipici della tradizione afroamericana si affianca quello sperimentale e futuristico di Camae Ayewa – vero nome di Moor Mother –, che grazie all’ausilio di un tablet e di un computer seleziona campioni di rumori e di suoni elettronici. È una musica che si potrebbe ascoltare anche senza il senso dell’udito: il giro di basso attivato riesce ad entrare dritto nel petto dell’ascoltatore fino a sostituirsi al battito cardiaco e in un attimo sembra che tutti i cuori presenti nella sala battano allo stesso tempo. Un evento ipnotico, onirico, avvolto dal mistero; una sorta di rituale, forse una lode alla vita – come suggerisce il simbolo egiziano Ankh stampato sulla sua camicia –.

Foto: Eleonora Iamonte

Dopo circa un’ora e mezza, il silenzio di fine concerto viene interrotto dagli applausi di un pubblico rapito che richiamano sul palco l’artista. Moor Mother ora si dirige verso gli spettatori, li guarda negli occhi, tocca le persone nelle prime file mentre interpreta l’ultimo brano, l’unico fra quelli proposti ad avvicinarsi alla forma canzone, forse al genere hip hop, ma che rimane ancora una volta impossibile da etichettare.

La serata si conclude con i dj set di Stefania Vos, DOPS e Sense Fracture aka Birsa.

A cura di Eleonora Iamonte

Mobrici all’Hiroshima Mon Amour: il racconto del live

Lo scorso 5 maggio all’Hiroshima Mon Amour Mobrici ha presentato live il suo ultimo album Anche le scimmie cadono dagli alberi, pubblicato lo scorso novembre. Dopo essersi esibito in qualità di frontman dei Canova nei maggiori club italiani, il cantautore lombardo è ripartito in tour con il nuovo progetto solista.

Fin dal pomeriggio, davanti al locale si è radunata una schiera di fan che ha atteso sotto la pioggia l’apertura dei cancelli, pur di essere tra le prime file e godersi il concerto da sottopalco. Il pubblico – a maggioranza femminile – si è intrattenuto con l’opening di Leandro, cantautore siciliano trapiantato a Torino che ha presentato gli inediti dell’album in uscita questo mese.

Mobrici si presenta con un cappello a cilindro e la sua fedele chitarra acustica. Il set è spoglio, senza scenografie ed effetti, ma con un solo sfondo che emerge alle spalle dell’artista e a quelle dei musicisti: quattro cuori stilizzati in lacrime, che sembrano costituire una sorta di manifesto della sua poetica musicale. Ad attenderlo alla destra del palco c’è anche un pianoforte, che a tratti contribuisce a rendere l’atmosfera ancora più intima.

©: Martina Caratozzolo

La tracklist è un susseguirsi dei brani dell’ultimo album e dei singoli più conosciuti – ed amati – dei Canova. La malinconia nell’aria è palpabile: la maggior parte del pubblico accorso al locale è infatti fan di vecchia data dell’indie rock della ex band del cantante, scioltasi nel 2020. Vedere in scaletta brani come “Manzarek”, “Threesome” e “14 sigarette” non può che riportare alla mente dei fan i ricordi legati ad un gruppo che ha intrapreso strade differenti.

©: Martina Caratozzolo

Il cantautore tra un brano e l’altro ne approfitta per interagire con il pubblico, creando simpatici siparietti con chi da sottopalco si scatena. Quando torna serio, rivela che ogni brano nasce da esperienze e storie sentimentali vissute personalmente; dunque, tutto ciò che scrive gli serve da sfogo per esorcizzare ciò che prova. Gli spettatori torinesi non sbagliano un colpo e cantano a squarciagola, guadagnandosi l’affetto del cantautore che afferma: «Per voi canto qualche brano in più, ma non ditelo ai fan delle altre città».

Il live si chiude con “Vita sociale”, uno dei brani più movimentati in scaletta. Mobrici saluta e il pubblico gli dedica un sentito applauso. L’Hiroshima si svuota timidamente: il passo lento con cui gli spettatori varcano l’uscita è il finale dal sapore agrodolce di una serata ricca di emozioni.

a cura di Martina Caratozzolo

Racconti dalla scena chierese: i Limeoni

È opinione diffusa che da un po’ di tempo a questa parte il rock sia un genere piuttosto bistrattato in Italia, eccezion fatta per i gruppi storici che entrano nella categoria degli artisti ritenuti intoccabili. Ai Limeoni (pronunciato “làimoni”) questo sembra però non importare, e “rock” è l’unico termine che può descrivere la loro anima musicale.

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I NEGRITA PER LA RASSEGNA TORINO, CHE SPETTACOLO

Il 9 maggio 2022 si è tenuta a Palazzo Madama la conferenza stampa con i Negrita, che hanno presentato il loro concerto nell’ambito della rassegna Torino, che spettacolo. La campagna vuole promuovere le grandi iniziative torinesi di questa primavera-estate, di cui Eurovision fa da capofila.

La band si è detta contenta per il fatto che per la prima volta una manifestazione come Eurovision sia stata presa sul serio dal nostro Paese. Pau (il frontman) spera che l’iniziativa possa essere causa di aggregazione transnazionale: in un mondo in cui siamo quasi “succubi” al dominio americano, questa è un evento democratico; in quanto tale, dà voce a tutti i Paesi allo stesso modo. Inoltre, dopo due anni «spettrali» – così come li definisce – è bello che una manifestazione del genere unisca i Paesi sotto il segno dell’Europa. 

Sempre parlando di Eurovision, Drigo (il chitarrista) si dice contento per la vittoria dello scorso anno dei Maneskin, dal momento che il gruppo è diventato il portavoce del rock. Quel genere che da anni viene definito morto dalla stampa, con un’attitudine che avrebbe in sé – dicono – qualcosa di «sociologico». La loro soddisfazione ha a che fare con il fatto che a vincere siano stati dei giovani italiani che suonano in analogico e non «premendo dei bottoni di plastica»

Rispetto ai cantanti di quest’anno si esprimono in maniera positiva, dicendo che Blanco e Mahmood «spaccano», per poi definire Achille Lauro – in gara per San Marino – un outsider.

In seguito è stata posta una domanda riguardante il loro rapporto con la città di Torino. La band precisa che si tratta di un bel rapporto, dal momento che la generazione di musicisti formati negli anni ’90 ha trovato la sua culla proprio a Torino, da sempre città cosmopolita e molto vivace a livello sociale e universitario. Il legame con la città rimane vivo grazie all’amicizia con i Subsonica, con i live – ricordano l’Hiroshima – e con il rapporto con Carlo Rossi, autore e produttore discografico morto prematuramente – con cui hanno avuto la possibilità di fare esperienze interessanti.

Foto: Alessia Sabetta

L’ultima domanda è rivolta al live di Eurovillage della serata. La band, infatti, è tra gli ospiti che suoneranno sul palco del Valentino. Loro definiscono il live «particolare» perché la band non suonerà al completo, motivo per cui è necessario ricercare nuovi equilibri per far divertire il pubblico.

I Negrita sono poi saliti sul palco intorno alle 22, nella giornata dedicata all’Europa per la pace, con  Pau alla voce, Drigo alla chitarra, Franky al basso e il percussionista brasiliano Itaiata Josè De Sa. 

Il live si è aperto con “Il gioco”, passando poi per successi più o meno recenti da “Rotolando verso sud” – canzone che ha dato loro molto fortuna, hanno ricordato – passando per “Gioia infinita”, per poi chiudere nel bis con “Radio Conga”.  Inoltre, hanno ricordato nuovamente Carlo Rossi dedicandogli “Non torneranno più”. Tra una canzone e l’altra hanno ripetuto quanto fossero increduli nel vedere di fronte ad un palco così tanta gente senza mascherine.

Il concerto ha messo alla prova le norme sulla sicurezza del posto dal momento che ad un certo punto della serata si è raggiunta la capienza massima del luogo e alla stessa band è stato intimato dall’organizzazione di avvisare dal palco i fan ancora in coda che non sarebbero potuti entrare.

Il concerto è durato circa un’ora e mezzo e, nonostante la formazione peculiare, i Negrita sono riusciti nell’intento dichiarato durante la conferenza: migliaia di persone radunate sul prato hanno ballato e cantato con la band. 

a cura di Alessia Sabetta

Narratore Urbano presenta live la sua musica conscious RAP

Giovedì 28 aprile a sPAZIO211 si è tenuto il concerto di Narratore Urbano. Il suo live si è svolto durante una nuova serata organizzata dal locale che si ripeterà anche nei prossimi mesi chiamata Open Space: una rassegna che prevede le esibizioni di un cantautore, di una cantautrice e di una band.

Ad aprire il live ci pensa Rossana De Pace, la quale imbraccia la chitarra acustica e canta i suoi brani introspettivi e malinconici, creando una connessione con chi da sottopalco si rispecchia nelle parole dei testi. Successivamente è il turno di Pugni, che con la voce graffiata che lo contraddistingue unisce rabbia ed emotività durante la sua performance. Il cantautore, tra una canzone e l’altra, invita gli spettatori a partecipare a più live possibili – soprattutto di artisti emergenti – perché ci sono realtà del panorama torinese, spesso poco conosciute, che meriterebbero più attenzione.

Narratore Urbano sale sul palco con la sua Squier Jaguar elettrica e presenta al pubblico la sua musica conscious hip-hop, dimostrando di avere una scrittura matura e consapevole. I testi dei suoi brani riguardano tematiche sociali e politiche e sono in grado di smuovere una riflessione nell’ascoltatore. La tracklist del concerto spazia tra le tracce dell’ultima uscita discografica 2ANNI, raccolta dei singoli del cantautore usciti dal 2019, tra i quali i due che l’hanno lanciato: “1939” e “Zucchero Filato”.

Narratore Urbano [© Martina Caratozzolo]

Sul palco è accompagnato da Luca Abbrancati al basso, da Giorgia Capatti alla batteria eda Giovanni Bersani alle tastiere: una formazione che fin dalle prime note funziona e convince. Il flow vibrante, l’attitudine rock e la schiettezza del suo messaggio tradotto in musica fanno scatenare gli spettatori, che mostrano di aver dedicato numerosi ascolti ai suoi brani.

Narratore Urbano [© Martina Caratozzolo]

La penna del cantautore torinese ricorda lo stile di Rancore, di Murubutu e di Willie Peyote. La sua musica nasce dall’esigenza di raccontare ciò che accade nel mondo – dalla voglia di cambiamento alle contraddizioni della società in cui viviamo – con la speranza di invogliare in chi lo ascolta a creare un proprio pensiero critico e personale.

Il concerto si conclude con i ringraziamenti e con l’immancabile coro «Se non metti l’ultima, noi non ce ne andiamo», a conferma del successo della serata appena giunta al termine. Il pubblico esce dal locale visibilmente soddisfatto e appagato dal fatto che la stagione dei live è finalmente ricominciata.

A cura di Martina Caratozzolo

L’Orchestre de Paris ospite all’Auditorium Lingotto

Serata di gala all’Auditorium Lingotto, dove, mercoledì 27 aprile, si è tenuto il concerto di chiusura della stagione musicale. Dopo i Dodici violoncellisti dei Berliner Philharmoniker, questa volta ospite è stata l’Orchestre de Paris, la principale formazione sinfonica del panorama francese attuale, qui diretta da Esa-Pekka Salonen. Il finlandese, già vincitore di svariati prestigiosi riconoscimenti (tra cui sette Grammy Awards), è l’attuale direttore musicale della San Francisco Symphony, nonché direttore onorario della Los Angeles Philarmonic e della londinese Philarmonia Orchestra.

Il programma prevedeva alcuni classici del repertorio d’oltralpe, tra cui la Pavane di Maurice Ravel e soprattutto la sinfonia Fantastique di Hector Berlioz; completava il quadro la suite dal Mandarino meraviglioso di Béla Bartók, di cui il direttore è esperto conoscitore (diverse le registrazioni discografiche, con la stessa Philarmonia di Londra).

In sala predominava un pubblico di giovani (molti, per giunta, studenti di Conservatorio), fedeli rappresentanti di un vivo e crescente interesse per il mondo della classica. 

Foto: Ivan Galli

Ad aprire il concerto è stata la Pavane pour une infante defunte di Ravel. Il tema tradizionale delle “tombe precoci” viene espresso, qui, con una sensibilità e raffinatezza tipicamente francesi. Tutto il brano ruota attorno ad un’unica melodia, semplice e struggente.

Questo idillio introduttivo è stato presto spezzato dalle dissonanze armoniche e i ritmi forsennati della suite dal Mandarino meraviglioso di Bartók. L’atteggiamento di orchestra e direttore era radicalmente cambiato: la gestualità della bacchetta si era fatta più marcata e decisa, il suono ottenuto da archi, ottoni, legni e percussioni più secco e incisivo.

Una pausa di venti minuti ha permesso al pubblico di prendere fiato prima di ripartire con la Symphonie fantastique di Berlioz, un caposaldo della produzione sinfonica francese. Divisa in cinque sezioni, l’opera riporta in musica una storia letteraria ottocentesca: un giovane artista innamorato ma non corrisposto, elabora, sotto effetto di un narcotico, visioni oniriche allucinanti, tra cui quella mutevole della fanciulla desiderata. L’immaginario dipinto (fantasmi, scheletri, magia, scene macabre e feste sataniche) incarna in modo esemplare i canoni estetici del filone gotico-romantico di cui Berlioz stesso è portavoce

Foto: Ivan Galli

Dopo quasi un’ora di esecuzione, che ha raggiunto l’apice drammatica nell’ultimo tempo della sinfonia, ci si avviava verso il termine della serata. Il direttore, concedendosi una breve introduzione, ha omaggiato il pubblico con un bis di tutto rispetto: di nuovo le sonorità ovattate di Ravel, questa volta con il Jardin féerique da Ma mère l’oye.

L’orchestra parigina, protagonista della serata, si è distinta per una lodevole capacità di alternare registri e linguaggi così lontani tra loro, pur conservando sempre una fine chiarezza esecutiva. Passaggi tecnici affiancati ad altri più lirici, problemi ritmici complessi sbrogliati con eleganza, sapiente dosaggio delle dinamiche, grande pulizia e omogeneità sonora: queste sono state alcune delle virtù performative che il pubblico ha potuto apprezzare.

L’Auditorium ha chiuso, così, in bellezza una stagione sinfonica, pur in tempi di pandemia, comunque densa e memorabile. L’attesa per l’anno prossimo è già partita.

Foto: Ivan Galli

A cura di Ivan Galli

Al Regio in scena la Turandot fra tradizione e modernità

Al Teatro Regio di Torino, dal 22 aprile al 5 maggio, va in scena la Turandot, ripresa dal regista Stefano Poda, con Jordi Bernacer alla direzione dell’orchestra. Come già spiegato durante la conferenza di presentazione dell’opera dalla giornalista Susanna Franchi, si tratta del celebre ultimo lavoro di Giacomo Puccini, rimasto incompiuto per il sopraggiungere della sua morte – venne poi ultimato a posteriori da Franco Alfano -. Questo stesso snodo filologico è stato terreno fertile per il regista che, nel suo riallestimento – messo in scena per la prima volta nel 2018 – ha optato per il finale irrisolto originale.

All’aprirsi del sipario le scelte direttive della regia appaiono già evidenti: il colore bianco regna sulla scena, la scenografia è minimale e contemporanea; i costumi, moderni e dai tratti epici, portano a una
dimensione quasi al di fuori del tempo. Il carattere “esotico” della prima messa in scena – risalente al 1926 – assume qui uno stile futuristico e moderno.

In una Pechino al tempo delle favole vige il proclama imposto dalla gelida principessa Turandot (Ingela Brimberg): si concederà in sposa solo a colui che saprà risolvere i suoi tre enigmi, mentre condannerà a morte chi fallirà nell’impresa. La folla, partecipe della condanna del principe di Persia, padroneggia la scena; le coreografie conferiscono grande forza a questa coralità, coinvolgendo i personaggi principali in un contesto pieno di collettività. Non basteranno le suppliche del padre e re tartaro Timur (Michele Pertusi), né gli inviti a desistere da parte dei tre ministri imperiali Ping, Pong, Pang (Simone Del Savio, Alessandro Lanzi e Manuel Pierattelli): il principe Calaf (Mikheil Sheshaberidze), persegue caparbio il suo intento di ottenere la mano di Turandot.

Dalla pagina Facebook del Teatro Regio di Torino, foto di Andrea Macchia

Nel secondo atto, particolarmente statico e riflessivo, Turandot spiega il motivo del suo inesorabile cinismo: vendicare una sua antenata, violentata e uccisa da un re straniero. L’atmosfera e l’allestimento
della scena raccontano una collettività femminile che sembra rendersi conto di essere imprigionata nel sistema. Finalmente la vera svolta della vicenda si consuma: Calaf non trema al cospetto di Turandot e scioglie uno ad uno gli enigmi proposti. Turandot si confessa col padre, l’imperatore Altoum (Nicola Pamio), sconvolta dall’idea di concedersi allo sconosciuto; Calaf propone di rinunciare al matrimonio qualora la principessa riuscisse a scoprire il suo nome, fino ad allora tenuto nascosto.

Si arriva così a un terzo ed ultimo atto più dinamico, con momenti carichi di poesia e di tensione drammatica. È a questo punto che si assiste alla celebre “Nessun dorma” di Calaf, uno dei momenti più attesi e riconosciuti dell’intero melodramma e del repertorio operistico in generale. Turandot, tramite le sue guardie, cattura in ostaggio Timur e la dolce schiava Liù (Giuliana Gianfaldoni) che, pur di non tradire l’amato principe confessandone l’identità, si uccide. La forza dell’amore di Liù si manifesta intensamente fino a culminare con il gesto della morte e diventare così simbolo di sacrificio e integrità. Proprio qui, all’apice del dramma, cala il sipario e si interrompe la rappresentazione, lasciando il pubblico attonito e affascinato al tempo stesso.

Al momento dei ringraziamenti finali, non sono mancati applausi per tutto il cast, in particolar modo per l’interpretazione di Liù, la protagonista inattesa ma decisiva per la resa dello spettacolo. Il suo personaggio, infatti, incarna il senso profondo della storia e mostra a Turandot e Calaf il potere di un sentimento autentico. Apprezzamenti anche all’orchestra per l’esecuzione di una musica, quella scritta da Puccini, che risulta sempre coerente e mai eccessiva.

Foto dalla pagina Facebook del Teatro Regio di Torino

Stefano Poda è riuscito a creare un mondo visivo e sonoro che racconta con una nuova prospettiva una favola intrisa di valori patriarcali ormai desueti; riprendendo le sue stesse parole: «Vorrei che non fosse solo un’opera teatrale, ma piuttosto un’esperienza, in cui il pubblico possa trovare delle nuove domande da porsi». Quasi come se il regista volesse richiamare i tre enigmi posti da Turandot.

A cura di Stefania Morra e Ivan Galli