MUSIDAMS CONSIGLIA: i 10 migliori singoli di gennaio

Ecco la top 10 del mese di gennaio 2023 secondo MusiDams!

Bologna – maniviola

A quasi un anno dalla pubblicazione del suo ultimo singolo, la giovane Irene Badaloni, in arte maniviola, torna con un singolo che si discosta dal caratteristico binomio voce e ukulele. Il ritornello in chiave rock dà un tono fresco ed energico ad una canzone con un testo piuttosto malinconico.

Voto: 25/30

Tutto inutile – Fulminacci

Fulminacci rivisita insieme a okgiorgio la famosissima “Misirlou” – avete presente Pulp Fiction? Ecco, quella – in un pezzo ironico che invita al cambio di prospettiva, anche se a volte ci si lamenta solo per il puro gusto di farlo.

Voto: 26/30

Gimme (feat. Koffee & Jessie Reyez) – Sam Smith

Dopo il successo dirompente di “Unholy”, Sam Smith pubblica una nuova collaborazione che anticipa l’uscita di Gloria, suo quarto album studio. Un brano sensuale e ipnotico arricchito dall’influenza dancehall reggae, sicuramente merito della cantautrice giamaicana Koffee.

Voto: 27/30

Gossip (feat. Tom Morello) – Maneskin

I Maneskin stanno facendo tutto bene, forse troppo bene. Il merito è sicuramente del loro talento, ma anche di una casa discografica che li fa percorrere la strada giusta: la collaborazione con Tom Morello, chitarrista dei Rage Against The Machine è solo una delle tante ciliegine sulla torta. Bravi, non c’è che dire.

Voto: 28/30

Flowers – Miley Cyrus

Miley Cyrus comincia l’anno con i migliori propositi e con un pezzo che ti incita ad eliminare tutte le persone tossiche della tua vita. Miley, io so che puoi comprarti i fiori da sola – potresti comprarti anche l’intero fioraio se solo volessi –, ma permettici almeno di regalarti il nostro cuore.

Voto: 28/30

Menzione speciale: Shakira: Bzrp Music Sessions, Vol.53 – Bizarrap, Shakira

Shakira vince il premio disagio di questo primo mese del 2023, portandoci una canzone talmente assurda che non puoi non amarla.

A cura di Ramona Bustiuc

Screaming Suicide – Metallica

La precedente “Lux Aeterna” scimiottava i Diamond Head e la New Wave of British Heavy Metal, citandola spudoratamente in ogni sua parte. Ora i Four Horsemen chiamano in causa i Motorhead, ma in una versione edulcorata, col freno a mano tirato e ripulita dal sentore di alcool, tabacco, dalla sporcizia e dall’impatto di Lemmy & co. Metal per famiglie, ma nella sua accezione negativa questa volta.

Voto: Forse era meglio Load/30

Okkvlthammer  – Hellcrash

Ci spostiamo in Liguria, per lo sguaiatissimo ritorno degli ultrareazionari speed metaller nostrani. Si sente Satana in questo brano che unisce Motorhead, Venom e Exhumer in un’orgia musicale alcolica travolgente. Bravi!

Voto: da Maneskin a maneschi il passo è breve/30

Taurus – Haken

Forse il singolo meno orecchiabile pubblicato sino ad oggi a nome della band britannica. Ci vuole più di un ascolto per metabolizzare il progressive metal raffinato che fa da spina dorsale al brano, ma come sempre l’eleganza delle linee vocali innalzano ne la qualità, ergendosi come appiglio solido utile a decifrare gradualmente la complessità degli arrangiamenti sofisticati.

Voto: 26/30

The Surgeon – Overkill

Si inizia con un giro di basso arrogante, alzato a cannone nel mix e dall’iconico sound ultra metallico. Poi entra la voce inacidita dagli anni di Bobby Blitz e ci sentiamo subito a casa. Il primo singolo tratto dall’album numero venti di casa Overkill – intitolato Scorched – ci ricorda quanto siano dei maestri indiscussi del thrash e garanzia di qualità, carisma e tanta cazzimma.

Voto: 28/30

The Wrong Time – Obituary

Il riff di chitarra è sempre quello. Il groove di batteria che innesca l’headbanging istantaneo pure. Il latrato da redneck della Florida di John Tardy anche, ma va bene così. Il ritorno degli Obies è inaspettatamente ispiratissimo e ha aperto l’annata nel migliore dei modi, con un singolo ed un album – The Dying of Everything da cui è tratto il brano in esame – tanto essenziale e morbosamente crudo quanto estremamente godibile e sostanzioso.

Voto: 30/30

A cura di Stefano Paparesta

Immagine in evidenza: screenshot dal video https://www.youtube.com/watch?v=XrsbfrFPATs

Reinhold Release Party: Gli Alberi al Magazzino sul Po tra le arti e l’alpinismo

Il 17 dicembre la band torinese Gli Alberi ha presentato il suo ultimo disco, intitolato Reinhold, al Magazzino sul Po. Il titolo è una dedica a Reinhold Messner, e rimanda al toccante racconto della spedizione in cui l’alpinista, nel 1970, vide morire il fratello minore Gunther, durante una scalata sulle pendici del Nanga Parbat, in Pakistan. La storia si dipana lungo le tracce del concept album, ma non solo: l’evento è infatti una felice commistione di momenti di incontro e versanti artistici differenti.

Verticalife. Credits: Luca Maccario

In apertura prendono la parola diverse personalità legate al mondo dell’alpinismo: il primo è Enrico Ferrero, accompagnatore di escursionismo presso il CAI, il quale riporta testimonianze e aneddoti, seguito da tre rappresentanti del tour operator Verticalife, che raccontano i modi di vivere la loro passione. È poi il turno dell’illustratore Simone Mostacci, i cui suggestivi dipinti – ad acquerello e digitalizzati, esposti alle pareti – costituiscono le grafiche del disco.

Simone Mostacci. Credits: Luca Maccario

Ha così inizio la parte musicale della serata. Il duo Corazzata Jazz della Morte, costituito da Federico Pianciola – produttore di Reinhold – e Jacopo Acquafresca, attiva le frequenze di un’elettronica immersiva: i bordoni iniziali si addensano in un crescendo di stridori e rumori concreti, quasi materici, che rievocano le sperimentazioni avanguardistiche del secolo scorso. Il risultato è una sonorità inquietante e distorta, propedeutica al prosieguo della serata.

Corazzata Jazz della Morte. Da sinistra: Federico Pianciola e Jacopo Acquafresca. Credits: Luca Maccario

I membri del complesso prendono dunque posto. Da subito emerge la carica di Davide Quinto, bassista letteralmente scatenato nel cavalcare il fervore del pubblico, oltre a tenere i brani sui binari giusti e ad accompagnare la voce principale con growl e scream taglienti, come perfetto contraltare della cantante Arianna Prette. Le corde di quest’ultima rappresentano la parte più delicata del sound ricercato dagli Alberi, che si esprime soprattutto durante gli arpeggi de “La danza pallida”.

Gli Alberi. Da sinistra: Davide Quinto, Arianna Prette, Daniele Varlonga, Matteo Candeliere, Giovanni Bersani. Credits: Luca Maccario

La vicenda si articola anche in brevi intermezzi narrativi, raccontati da Mattia Macrì, già voce della band Post-Kruger. Non si tratta dell’unico ospite: per “Noialtri” è Narratore Urbano a prendere il microfono, apportando alla musica il suo stile cantautorale, in un testo colmo di concitazione. La scaletta prosegue rapida e i presenti calcano gli accenti del ritmo saltando, muovendo la testa e il corpo: il tutto dettato, oltre che dal basso, dalla batteria di Daniele Varlonga, ricca di inventiva, sulla quale il chitarrista Matteo Candeliere ricama i suoi riff incisivi.

Gli Alberi feat. Narratore Urbano. Credits: Luca Maccario

Eccezion fatta per “Hiems”, pezzo dalle tinte intimiste per voce e piano – suonato da Giovanni Bersani, che si spende anche in chitarra ritmica, percussioni, cori – e per l’interessantissima “Vuoto alle spalle”, le cui melodie abbracciano scale dal sentore esotico, l’album resta fedele al genere metal, anche se con declinazioni eterogenee. Da menzionare “Aspettami”, canzone dalle atmosfere alterne con finale a cappella, mentre “Sindrome del terzo uomo” è citabile per l’energia cupa e prorompente.

Le due chitarre, Matteo e Giovanni. Credits: Luca Maccario

La conclusione si consuma in un acclamato bis, nel quale Gli Alberi ripropongono un loro classico di lunga data: “River God”. Saluti e ringraziamenti finali sigillano una serata piacevole; l’originalissimo format ha dato vita a un riuscito evento crossmediale, con il Natale torinese alle porte, sulle sponde del Po e di una fredda notte di nebbia.

A cura di Carlo Cerrato

MUSIDAMS CONSIGLIA: i 10 migliori singoli di novembre

Ecco la top 10 del mese di ottobre 2022 secondo MusiDams!

La verità – Cosmo

Scanzonate paturnie esistenziali alla Cosmo con una bella base uptempo e una produzione pulita, tanto che arriva pure in rotazione radiofonica.

Voto: 25/30

Non lo dire a nessuno – Gazzelle

Dopo due album ben fatti e sudati Gazzelle ha capito che la solita zuppa è buona lo stesso se riscaldata a puntino e con un ritornello in più. E funziona dannatamente bene, ogni volta.

Voto: 26/30

Quelli come noi – Tananai

In memoriam dei defunti rave con più di 50 persone, Tananai fa una versione caciarona da balera degli Underworld. Ma Trainspotting è a Quarto Oggiaro e Born Slippy è la prossima canzonaccia da urlare ai festival estivi.

Voto: 27/30

Così stupidi – Ernia

Non sono i Gemelli Diversi, non è una hit dell’estate ’04 ma Milano nel 2022 con un Ernia in gran forma. In mezzo ad un album che ha convinto tutti e che sa di old school ma non troppo, un salto negli anni d’oro dell’hip-hop italiano in grande stile.

Voto: 27/30

Traccia 0 – ANSIAH

Pezzo sincero, un po’  brutto e cattivo, un po’ tamarro, pieno di cocaina e cassa dritta. Ansiah è emergente ma il sound c’è, l’attitudine pure, si può solo migliorare.

Voto: 28/30

A cura di Clarissa Missarelli

Caravan of Broken Ghost – Darkthrone

Benché sia uscito a ottobre, non potevamo esimerci dal parlare di Fenriz e Nocturno Culto, vista l’importanza enorme all’interno della scena black metal. Il brano non è niente di nuovo, poiché è da almeno vent’anni – diciamo da Plaguewielder– che il duo ricorre a quella che potremmo definire puro Celtic Frost worshipping

Voto: Meh/30

It’s The Sickness – Sadus 

Certo che con un titolo del genere e tenendo conto dell’enormità del coefficiente tecnico individuale del power trio in questione, ci saremmo aspettati realmente un brano sparato a velocità folli e tecnico all’inverosimile, in modo da essere coerenti col titolo della canzone. E invece no, i Sadus del 2022 mettono due riffini semplicistici in croce e per di più senza poter contare sul roboante basso fretless di Steve di Giorgio, ora impegnato con i Testament.

 Voto: Swallowed in Black era n’altra cosa/30

Seven Words – Xentrix

Gli inglesi non hanno mai brillato per inventiva sin dagli esordi risalenti alla seconda metà degli anni ottanta. Malgrado ciò, consiglio a tutti di andarsi a recuperare i primi due album (Shattered Existence e For Whose Advantage?), vere gemme di thrash metal abbastanza tecnico chiaramente ispirate ai migliori Metallica. Questo singolo, nonché title track del nuovo album, prosegue nel solco delle stesse sonorità. 

 Voto: 26/30

Ghost Of Reality – Riot City

Inseriamo in lista questo singolo, nonostante sia uscito già qualche mese fa, perché il secondo album dei canadesi – Electric Elite – è uscito a novembre. La canzone, manco a dirlo è una bomba ad orologeria che ben rappresenta la qualità altissima del disco, ovviamente tutto incentrato sullo speed metal e il metal tradizionale alla Judas Priest. 

Voto: 28/30

Lux Aeterna – Metallica

La vera notizia è che Hammett non usa il pedale wha nell’assolo. Il singolo anticipatore del prossimo 72 Seasons, la cui uscita è prevista per Aprile 2023, è un ganzissimo omaggio ai Diamond Head e alla NWOBHW, da sempre primo amore musicale di James Hetfield e Lars Ulrich, tanto da riprenderne spudoratamente lo stile nel riff portante. Una canzone che per quanto essenziale e di mestiere, difficilmente si schioderà dalla vostra testa.

Voto: 1982/30

A cura di Stefano Paparesta

Il Trio Eidos: una scoperta sorprendente

Entrando a un concerto della De Sono, e in particolare al concerto che si è tenuto in Conservatorio il 14 novembre, l’impressione che ha il viandante musicofilo è quello di essersi ritrovato in mezzo a una festa di famiglia: la De Sono effettivamente lo è, nel modo in cui adotta giovani musicisti a cui offrire sostegno economico, morale e un luogo dove esibirsi, senza perderli poi di vista nello sviluppo delle loro carriere internazionali. Ma lo è anche perché aveva una Mamma, Francesca Gentile Camerana, che ne è stata la fondatrice e l’anima per più di trent’anni: scomparsa nel corso di questa estate 2022, la sua figura è stata ricordata prima del concerto a tutti i presenti, membri della famiglia De Sono e outsider che, in un modo o nell’altro, hanno avuto a che fare con lei: e chiedendo perdono al lettore per l’autoreferenzialità, devo rammentare che persino noi, che pure non meritiamo niente, abbiamo avuto la fortuna di godere della straordinaria generosità di Francesca: è giusto che, nel nostro piccolo, la ricordiamo qui.

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I Modena City Ramblers raccontano i loro “Appunti Partigiani”

Andare ad un concerto dei Modena City Ramblers significa sapere già cosa aspettarsi: musicisti in kilt, discorsi sociali e pugni alzati. Eppure, nonostante sia un pattern presente ad ogni loro concerto, non si sa mai cosa aspettarsi davvero.

Appunti partigiani, disco d’oro del 2005 ripubblicato in vinile e in CD a distanza di 15 anni dalla prima uscita, sarebbe dovuto essere protagonista di un tour celebrativo che a causa della pandemia è stato annullato. Per questo motivo la band ha deciso di posticiparlo a quest’anno; con la data torinese del 18 novembre a Hiroshima Mon Amour è iniziato, invece, un tour invernale che la vedrà esibirsi nei più importanti club italiani.

Foto: Alessia Sabetta

La scaletta della serata prevede alcuni brani contenuti nel disco, quelli più legati alla Resistenza; ma anche i successi più famosi conosciuti ai più e lasciati esplodere alla fine. Il pubblico è decisamente eterogeno: i cinquantenni si sono accaparrati fieramente la prima fila e alla vista dei musicisti avviano una diretta Facebook, mentre alle loro spalle i ragazzi si amalgamano in un corpo unico fatto di pogo, birra e sudore.

L’allestimento è semplice: il logo della band, enorme, sulla parete posteriore è riprodotto anche sulla cassa della batteria. In scena tantissimi strumenti musicali: tra chitarre e bassi sia elettrici, che acustici, un violino, una tromba, un piffero, un banjo e tutti gli altri c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Il volume della musica è talmente tanto alto che il coro di tutti i presenti che cantano a squarciagola non riesce minimamente a emergere.

Foto: Alessia Sabetta

I MCR sul palco sono pieni di energia. Portano in scena la disillusione e la rabbia causate dal mondo che li circonda e le trasformano in veemenza pura. Guardano il pubblico dritto negli occhi, uno ad uno. Creano contatto con i presenti: salutano, sorridono, addirittura si mettono in posa quando si accorgono di qualcuno che sta cercando di fare loro delle foto. Si parla di migranti, di governo e di diritti. Di guerra e ingiustizie. Della necessità di rimanere umili e di ricordarsi le proprie radici. Si alzano cori che loro incitano e chiedono ai fan di rimanere sempre fedeli a quegli ideali antifascisti alla base del loro percorso musicale e quotidiano.

Non si snaturano mai. Questo è il motivo per cui andare ad un concerto dei Modena significa immaginare perfettamente cosa si sta andando a vedere. Anche a distanza di anni. Eppure, non è una cosa che stanca. Perché i loro discorsi sono fatti con l’occhio critico di chi sa esattamente cosa vuole, queste scelte si rispecchiano nella musica. Tutto si scaglia con un vigore quasi unico. E tu, più o meno fan, lo vivi in modo assolutamente attivo.

Foto: Alessia Sabetta

A cura di Alessia Sabetta

Uno sguardo attuale del passato: l’anteprima del Don Giovanni al Teatro Regio

Per la nuova stagione teatrale, il Teatro Regio ha davvero deciso di avvicinare i giovani al pubblico: agli under 30 sono dedicate le anteprime delle opere; un’esperienza che dà la possibilità, anche ai ragazzi che non hanno mai avuto occasione di avvicinarsi a questo mondo, di godersi lo spettacolo a un prezzo ridotto. Novità inizialmente pensata per gennaio 2023, ma già avviata con la fine della stagione teatrale 2022, in accordo con Riccardo e Chiara Muti, per la nuova produzione del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart. Per desiderio del direttore e del Sovrintendente Mathieu Jouvin, il Teatro Regio ha devoluto l’incasso della prova generale del 16 novembre alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro Onlus di Candiolo.

Riccardo Muti torna dunque al Teatro Regio per dirigere il dramma giocoso, salutando il pubblico e specialmente «i 650 giovani che sono con noi questa sera». Li invita a rimanere vicini al teatro, perché dà loro la possibilità di crescere; si chiede come mai, durante la sua gioventù, la musica non fosse importante quanto l’arte: «Perché nelle scuole non si studiava, ad esempio, Monteverdi?». Il discorso si conclude con l’applauso di un pubblico che è d’accordo con le sue parole e che si trova a teatro proprio perché crede nelle potenzialità del melodramma italiano.
La regia è firmata dalla figlia del direttore, Chiara Muti, che decide di scavare in profondità nei personaggi dell’opera, trattandoli come vere e proprie marionette: l’ingresso in scena di ciascuno di loro è anticipato dalla discesa, sul palco, dell’abito che andranno ad indossare. Questo vale per tutti, tranne che per Don Giovanni, perché: «L’archetipo che rappresenta l’ha liberato dai fili a cui sono ancorati tutti gli altri» tiene a precisare la stessa Chiara Muti.

La scenografia è d’impatto: uno scorcio di strada indefinito sullo sfondo, un palazzo come collassato su se stesso al centro del palco, che di fatto è composto da una pedana rotante che verrà utilizzata al suo massimo solo nel II atto. Nessun riferimento temporale, se non i vestiti che indossano i personaggi. L’ambiguo, il velato, non esiste qui: Don Giovanni (Luca Micheletti, oltre che attore anche regista stabile e responsabile artistico della Compagnia Teatrale I Guitti) è attuale, così come lo sono Zerlina (Francesca Di Sauro) e Masetto (Leon Košavić), che vengono presentati direttamente in una situazione allusiva; Donna Anna (Jacquelyn Wagner) e il suo futuro sposo, Don Ottavio (Giovanni Sala), assomigliano ad una coppia artificiosa dei giorni nostri, dove il non detto pesa e divide. Donna Elvira (Mariangela Sicilia) e il Commendatore (Riccardo Zanellato), passato e futuro di Don Giovanni, tentativo di salvezza da un lato e condanna dall’altro, sono il fil rouge dell’esistenza del “cavaliere”.

Il Don Giovanni è pur sempre un dramma, sì, ma giocoso: l’aspetto comico c’è e non si ferma solo alle parole del libretto, la gestualità collabora con la musica per esprimerne il carattere ludico. Leporello (Alessandro Luongo) in questo è certamente il maestro e le risate del pubblico durante l’aria «Madamina, il catalogo è questo» lo confermano. Si ritorna così al discorso delle marionette, capaci di divertire grazie a qualcuno che dà loro una personificazione: i protagonisti del Don Giovanni, alla fine del II atto, si spoglieranno dei loro vestiti, per tornare ad essere semplici pezzi di legno senza identità e senza caratterizzazione. E forse questo è il riferimento più grande alla società odierna: vuota e con la necessità che qualcuno tiri i fili per lei.

A cura di Chiara Vecchiato

PFM: chi li ferma mai

Si può chiedere al proprio pubblico imbambolato e immobile di applaudire senza cadere nel ridicolo? Se sei la PFM, sì. E se stai girando l’Italia – a 70 anni suonati – per festeggiare cinquant’anni di carriera suonando ininterrottamente per due ore, allora non solo ti è concesso, ma addirittura dovuto.

Il 16 novembre il Teatro Colosseo di Torino ha ospitato una tappa del tour “PFM 1972-2022” con cui la band progressive celebra i successi nazionali e transnazionali e i concerti, che superano ormai le 6000 date nell’arco della loro longeva carriera. A riflettere questa longevità ci pensa il pubblico in sala che, a parte per pochissimi giovani che abbassano drasticamente la media, se non ha l’età dei musicisti, manca poco. 

L’apertura del concerto è affidata ai Barock Project, band che vuole unire la musica classica a rock e jazz. I ragazzi si muovono bene sul palco, dimostrano una tecnica notevole e uno stile molto simile a quello della Premiata Forneria con assoli di tastiera e cambi di tempo ben studiati. Il cantante, prima di lasciare il palco, dichiara la band come progressive e il signore seduto davanti a me si lamenta del fatto che ormai si dichiarino tutti prog. Se fosse stato più giovane avrebbe però convenuto che in un presente in cui sta spopolando l’indie, la band rappresenta una validissima alternativa nel panorama musicale giovanile. 

Foto di Alessia Sabetta

Il teatro ritorna completamente al buio. In un silenzio pieno di fermento esplode la musica. Il concerto vuole fare un viaggio nel tempo partendo dai brani più recenti per andare indietro ai grandi classici della band. E infatti una delle canzoni più attese è “Impressioni di Settembre”, che si scaglia nel teatro come un coltello che squarcia il pubblico, ma anche come un medicamento che lenisce la ferita appena inflitta. Fanno jazz e improvvisano: a detta loro è grazie all’improvvisazione se sono ancora insieme. Suonano Prokof’ev e Rossini «con un piccolo aiuto, come l’avrebbero scritta gli autori se avessero avuto la PFM in orchestra». Lo fanno magistralmente. Dedicano uno special esplosivo a De André con cui hanno collaborato nei celebri due album dal vivo.

Franz Di Cioccio si presenta con l’immancabile bandana nera in testa e le coppie di bacchette incastrate avanti e dietro la cintura. Incarna la libertà. Randagio (il suo soprannome) sguizza sul palco: canta, balla, suona la batteria con una potenza impensabile per un settantaseienne. È lui a dominare la scena insieme a Patrick Dijvas, molto più statico. Il bassista  presenta i brani con il suo accento francese quando il collega si sposta alla batteria, ma lascia parlare per lo più il suo strumento. I due “giovincelli” fanno parte della formazione originale. Con loro un altro storico componente: Lucio “Violino” Fabbri, subentrato otto anni dopo la nascita della band, che suona eccentricamente il violino con l’aggiunta di vari effetti, tra cui il wah wah, pur mantenendo una compostezza inalterabile. Sono loro a mandare avanti la baracca e, nonostante la formazione sia composta da musicisti di altissimo livello, ognuno di loro potrebbe suonare da solo garantendo uno show degno di essere chiamato tale.

Dai social della band

Si sente la mancanza di alcuni brani celebri come “Maestro della voce” o “Chi ha paura della notte”, che il pubblico continua a richiedere. Ma al gruppo che ha scritto la storia del progressive facciamo passare anche questa. 

Una standing ovation, il tempo di una foto con il pubblico e il teatro cade nuovamente in un silenzio contemplativo con la platea che si svuota lentamente: è l’unica cosa che si può fare dopo un concerto simile.

a cura di Alessia Sabetta

Emma Nolde porta DORMI all’Hiroshima Mon Amour

Parole. Nei testi di Emma Nolde le parole sono tantissime e ne servirebbero altrettante per raccontare la seconda data del tour di Dormi dell’11 novembre all’Hiroshima Mon Amour di Torino. O forse non sono affatto necessarie, perché di fronte al suo talento c’è poco da dire e tanto da goderne.

Emma Nolde – Foto di Martina Caratozzolo

Nell’annunciare il tour, la cantante ci aveva avvertiti – “ci divertiremo veramente tanto, piangeremo veramente tanto” –,  la perfetta sintesi di uno spettacolo che ha mantenuto un riuscitissimo equilibrio tra la dimensione intima e quella corale. Un dualismo che non a caso si riflette tanto nelle tematiche dei brani in scaletta per l’occasione quanto nella resa sonora del suo ultimo lavoro, co-prodotto da Francesco Motta e uscito il 30 settembre a due anni dal disco d’esordio di Emma Nolde Toccaterra.

Sono le 21.00, i primissimi volti arrossati per il freddo cominciano a varcare la soglia del tempio. L’attesa di Emma Nolde è scandita dalla voce eterea di Thom Yorke. C’è chi ne approfitta per scambiarsi consigli sui tempi di esposizione più adatti per documentare fotograficamente la serata. Intorno alle 22.30 le luci si abbassano, il pubblico è consistente.

Emma Nolde – Foto di Martina Caratozzolo

Pantaloni cargo, giacca nera e anfibi neri, sin dal primo momento è chiaro come la presenza scenica di Emma sia ipnotica. Accompagnata da Marco Martinelli alla batteria, Andrea Beninati al violoncello e Francesco Panconesi al sassofono, Emma si siede alla tastiera e il concerto si apre sulle note di “Fuoco coperto”, brano che fa da introduzione al disco. La voce pulitissima è accompagnata da una melodia minimale che lentamente avanza in un crescendo, scaldando l’atmosfera.

Emma Nolde – Foto di Martina Caratozzolo

Abbandonando momentaneamente la tastiera Emma imbraccia la chitarra – la quantità di strumenti tra cui si destreggia abilmente è notevole – per regalare al pubblico alcuni tra i suoi ultimi pezzi –  “Storia di un bacio”, “CQVT”, “Dormi” – che in chiave live risultano particolarmente riusciti.

Emma Nolde – Foto di Martina Caratozzolo

Tanto dai testi delle sue canzoni quanto dagli scambi di battute con il pubblico emerge di Emma quella rara capacità che accomuna i bravi cantautori di trovare parole nuove per raccontare e raccontarsi, capacità notevole considerata la giovane età. In diverse occasioni si rivolge direttamente agli astanti e in particolare a coloro “che pensano troppo”, invitando a farsi cullare dalla musica e a lasciarsi andare per tutta la durata dello spettacolo. Brani in scaletta come “Voci Stonate”, “Sfiorare” e “Berlino” risultano particolarmente efficaci nel creare un dialogo esplosivo con il pubblico fatto di botta e risposta a suon di “OH OH OH!”.

Emma Nolde – Foto di Martina Caratozzolo

L’esperienza del recente tour estivo ha dato i suoi frutti, Emma sul palco è sicura di sé. Salta e invita il pubblico a fare altrettanto, ondeggia i suoi lunghissimi capelli e si diletta con mossette ironiche sul brano “Respiro”.

Emma Nolde – Foto di Martina Caratozzolo

Se fino a questo punto i pezzi più malinconici erano controbilanciati da quelli più esplosivi, risulta difficile trattenere la lacrimuccia su “La stessa parte della luna”, brano eseguito in chiusura del concerto in un clima di intimo raccoglimento. Durante l’applauso finale Emma si prende un istante per guardare il suo pubblico per poi lasciare il palco dopo un sincero “vi voglio bene ragazzi” pronunciato al microfono.

Emma Nolde – Foto di Martina Caratozzolo

Il tempo per recuperare le giacche e commentare lo spettacolo appena conclusosi e ritroviamo Emma al banchetto del merchandise che scambia due parole con i più affezionati, mentre si destreggia tra le t-shirt alla ricerca di una “M” perché le “L” sono finite. Il live conferma che di Emma Nolde, e della sua musica, ne sentiremo tanto parlare.

Da sinistra: Francesco Panconesi, Marco Martinelli, Emma Nolde, Andrea Beninati – Foto di Martina Caratozzolo

A cura di Alessandra Mariani

Sono una diva o non sono più niente

La rappresentante di lista al Teatro della Concordia

Scatta una notifica di BeReal collettiva mentre un sessantenne si lamenta della morte del vinile. I glitter, i crop top e le calze a rete, i mocassini indie, le barbe incolte, le giacche a vento in sconto dai cinesi. È il caos. È il pop. È il Teatro della Concordia di Venaria Reale che il 9 novembre ha ospitato La Rappresentante di Lista per la tappa torinese del MyMamma Tour 2022.

A luci accese finalmente si vedono le facce che pochi minuti prima erano attaccate allo schermo del telefono, sorridenti, contrite per il troppo urlare e sgolarsi, unite in un limone appassionato tra il fumo del ghiaccio secco. I glitter sono già andati via, come i bicchieri vuoti che scricchiolano sotto tacchi e anfibi, mentre la sicurezza intima agli ultimi superstiti di uscire. La magia si è rotta bruscamente ma le orecchie ancora ronzano nel silenzio della notte di Venaria, tra un discutibile paninaro che illumina il buio pesto della periferia torinese con patatine a prezzi discutibili e birre annacquate. Ma la folla sciama contenta verso le macchine e il bus notturno, soddisfatta di uno spettacolo che non ha lasciato niente al caso e ha funzionato dannatamente bene.

La rappresentante di Lista @ Teatro Concordia di Venaria Reale

La Rappresentante di Lista si trovava su una strada difficile: due Festival di Sanremo di fila per un duo più o meno indie che non ha mai fatto davvero il botto possono pesare. Il limbo dei vecchi fan che si lamentano dei cambiamenti e i nuovi che vogliono ballare con le mani, con le gambe e con il culo è dietro l’angolo. Ma i Sanremo pesano soltanto se non sai cosa fare della patata bollente che ti sei tirato in mano. E Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina hanno capito esattamente cosa farne: il risultato è una pomme de terre da ristorante stellato.

Il percorso teatrale dei due è sempre più evidente: scenografia, costumi e coreografie curate al dettaglio, uno show in atti con una scaletta che sembra più una divisione in scene di una pièce piuttosto che la tracklist di un live pop. Veronica si muove sul palco come una performer contemporanea, balla, provoca, salta, dà sfoggio del suo range e della sua vocalità pulita e quasi lirica alla Antonella Ruggiero e ogni tanto si lascia andare a sorrisi emozionati che il pubblico coglie con piacere. Dario, dall’alto di stivali rossi laccati con tacco squadrato, si muove tra chitarra, microfono, pianoforte e il piccolo Mac, pentolone magico del mixing.

Con una messa in scena così curata c’è il rischio di risultare freddi e distaccati, di dare ragione a chi lamenta la svolta mainstream. Ma La Rappresentante di Lista ha pensato anche a questo, non l’ha lasciato al caso e a metà concerto Veronica rompe la quarta parete e parla direttamente ai fan, con un discorso che non sembra nemmeno preparato e anche se lo fosse, sarebbe la finzione del teatro, a cui tutti un po’ crediamo lo stesso. Crediamo anche ai pezzi vecchi e nuovi riarrangiati per incontrare meglio l’atmosfera di un tour nei club, più elettronici che mai. Crediamo a “Resistere“, ad “Alieno“, a “Questo corpo” e ad “Amare” e crediamo pure al momento dj set tamarro con musicisti e pubblico che ballano insieme M.i.a. e gli Outkast.

Se il teatro, come il pop, è finzione, quello che rende veri La Rappresentante di Lista è che non hanno un album uguale all’altro, eppure sono sempre gli stessi. E il pubblico lo sa, sotto i riflettori e la cassa dritta e a palco spento. Sotto i costumi e dietro le scenografie rimane il gusto di uno spettacolo vero, a cui si crede volentieri. Sipario, bonne nuit e ciao ciao.

A cura di Clarissa Missarelli

Teatro Regio: presentata la stagione 2023

Poche produzioni, ma molto meditate, per la nuova stagione del Teatro Regio di Torino. Con artisti del panorama internazionale e nazionale che danno una nuova luce alle grandi opere del repertorio. Alla conferenza stampa del 28 ottobre, presso il Foyer del Toro, a riempire la moltitudine di sedie troviamo non solo giornalisti con le loro telecamere e microfoni, ma anche abbonati pronti a conoscere tutte le novità della prossima stagione intitolata “Passaggi”.

Al tavolo dei relatori il sindaco della città Stefano Lo Russo, il sovrintendente Mathieu Jouvin e il direttore artistico Sebastian F. Schwarz che a breve cederà la sua carica a Cristiano Sandri, attualmente responsabile della programmazione artistica del Festival Verdi e del Teatro Regio di Parma. “Passaggi”, il titolo appunto della nuova stagione, deriva dal francese antico passage, un insieme di tanti significati che è simbolo di cambiamento, apertura e espansione. Dopo le chiusure per la pandemia e la ristrutturazione, si avverte una forte voglia di ripresa. Sul libretto della stagione appare la giovane fotografa Deka Mohamed Osman che ha potuto ritrarre, secondo una sua personale visione, l’architettura di Carlo Mollino.

Nel suo intervento il direttore artistico si concentra sulle particolarità delle produzioni che uniscono nazioni estere, come Francia e Germania, non dimenticando personalità russe e ucraine per poi ritornare alla centralità del panorama italiano. Il programma spazia dal 1768 al 1995, con una scelta di cantanti studiata minuziosamente secondo le capacità di repertorio.

In foto Ex Sovrintendente Mathieu Jouvin, Sindaco Stefano Lo Russo, Direttore artistico Sebastian F. Schwarz durante la conferenza. Foto di Chiara Vecchiato

La stagione si apre il 24 gennaio con Il barbiere di Siviglia nella versione colorata di Pierre Emmauel Rousseau; a dirigere è Diego Fasolis, grande esperto del Settecento e primo Ottocento, con un cast ricco di giovani cantanti. L’allestimento è in coproduzione con l’Opéra de Rouen.
Dal 25 febbraio all’8 marzo andrà in scena Aida, nella versione delpremio oscar William Friedkin, con la direzione del giovane Michele Gamba alla testa di un cast di rinomati interpreti verdiani: Angela Meade e Erika Grimaldi  che si alterneranno nel ruolo di Aida, Silvia Beltrami e Stefano La Colla  nei ruoli di Amneris e Radamès.
Dal 31 marzo al 14 aprile il Flauto magico di W. A. Mozart nella versione del regista operistico del teatro di Berlino Barrie Kosky e Suzanne Andrade: il libretto resta in lingua tedesca, ma i dialoghi saranno sostituiti da proiezioni ispirate al cinema muto, con le quali gli interpreti interagiranno. Il direttore d’orchestra sarà Sesto Quatrini con un cast giovane e internazionale.
Dal 13 al 23 maggio, in coproduzione con il Teatro la Fenice di Venezia, andrà in scena La figlia del reggimento di Gaetano Donizetti, opera ricca di marce sfavillanti e virtuosismi vocali che sin dalla sua scrittura, nel 1840, conquista i cuori del popolo francese. Sul podio Evelino Pidò con un cast specialista del repertorio: Giuliana Gianfaldoni, John Osborn, Manuela Custer e Roberto de Candia.
L’ultimo titolo (dal 13 al 27 giugno) a prendere posto in forma scenica nella sala grande del Regio è Madama Butterfly di Puccini, nell’allestimento di Damiano Michieletto, un’opera non certo sconosciuta, ma che in quanto grande classico potrà di certo essere una grande occasione per i giovani che ancora non hanno avuto modo di goderne la fruizione.

Negli spazi del Piccolo Regio Puccini, che prende vita a seguito di una grande opera di ristrutturazione, avremo due prime esecuzioni per la città di Torino; Powder Her Face (di Thomas Adès) che si presenta come un’opera da camera (dal 10 al 18 marzo) e La Sposa dello Zar (26 e 28 aprile), in versione da concerto, titolo del grande repertorio russo diretto da Valentin Uryupin (ex direttore del teatro di Mosca che a seguito della sua opposizione al regime venne esonerato dall’incarico).

La stagione dei concerti (dall’8 gennaio al 21 giugno) dell’Orchestra e coro del Teatro Regio e della Filarmonica Teatro Regio Torino, sarà aperta dalla Messa da Requiem di Verdi diretta da Andrea Battistoni.

Tra le novità rivolte ai giovani, che diventano di primo interesse per l’amministrazione, si segnala la possibilità di assistere a una delle due prove generali delle opere, che saranno riservate al pubblico under 30 per un costo di 10€. Per i nati tra il 1988 e il 2005 ci sarà la possibilità di fare la Regio Card Giovani 18-35 che darà accesso a promozioni e anteprime; per la community ci saranno sconti dedicati, tariffe speciali per i concerti e per i giovani under 30, biglietti last minute al costo di 10€. Per tutti gli spettatori, inoltre, sarà possibile richiedere la Regio Card che dà diritto a sconti del 10% sui biglietti.

Sono molte le iniziative che il Regio offre al suo pubblico, vuole concentrarsi sui giovani per uno sguardo al futuro, consigliando produzioni che non spiccano per l’innovazione nei titoli, ma di certo nella messa in scena.

L’invito è quindi a teatro con la scoperta delle grandi opere storiche e dei grandi artisti contemporanei.

A cura di Milena Sanfilippo

il blog degli studenti di Musica del Dams di Torino