“Le strade del suono”: concerto di apertura

Divulgare la musica contemporanea a un pubblico sempre più numeroso senza rinunciare all’alto profilo artistico dei musicisti coinvolti e delle musiche proposte non è un’utopia. Questa è la convinzione che ha messo in moto “Le strade del Suono” a Genova, uno dei pochissimi festival (se differenziato dalle varie stagioni concertistiche) in tutta Italia che si occupa esclusivamente di musica contemporanea. Dal 2012 quella che era una piccola realtà locale, ingranditasi di stagione in stagione con un trend inversamente proporzionale alla generosità con cui vengono stanziati fondi alla cultura, offre l’occasione ogni anno di scoprire quanto questi arcipelaghi sonori così distanti da ciò che si trova comunemente nel mainstream musicale siano un luogo bello (un’eu-topia) da “abitare”.

E proprio da qui nasce il nome dell’ensemble in residence del festival: “Eutopia”, costituito da musicisti piuttosto giovani e di grande spessore artistico come Valentina Messa (pianoforte), Federico Bagnasco (contrabbasso), Corinna Canzian (violino), Edoardo Lega (clarinetto), Riccardo Agosti (violoncello), e diretti da Matteo Manzitti (compositore e ideatore del progetto). Il festival si è sempre interessato anche all’incontro con altri linguaggi espressivi (come il teatro e l’arte visiva) originando, oltre ai tradizionali concerti, spettacoli di carattere multimediale e opere di teatro musicale. Da ricordare alcune delle esecuzioni più memorabili delle scorse stagioni come quella del bellissimo WTC 9/11 di Steve Reich (in prima nazionale), delle Folk Songs di Berio, dei Luoghi immaginari di Fabio Vacchi, del Quartetto per la fine dei tempi di Messiaen, del Vortex Temporum di Gérard Grisey, e del visionario Professor Bad Trip di Fausto Romitelli. Il tutto suonato con un rigore e una capacità comunicativa davvero fuori dal comune.

Da quest’anno il festival si ingrandisce ulteriormente grazie al partenariato con Est-Ovest Festival, solida realtà musicale torinese aperta alla contemporaneità e alla ricerca di differenti punti di vista sul repertorio classico. Dopo aver proposto per diversi anni alcuni degli autori più importanti della musica del Novecento e della contemporaneità, questa sesta stagione de “Le strade del Suono” vedrà per la prima volta come protagonisti solo compositori viventi, molti dei quali anche giovani. Si svolgerà dunque a Genova dal 9/10, con qualche appendice piemontese, per poi concludersi insieme a Est-Ovest Festival il 2/12 con l’ultimo concerto al Castello di Rivoli.

Il concerto di apertura si è svolto martedì 9 ottobre nella splendida cornice neoclassica della Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale. Interessante il tema della serata: uno spaccato di musica di oggi scritta però da sole donne. A differenza di tanti altri paesi in Italia è ancora piuttosto raro trovare in un singolo concerto o in un’intera stagione concertistica la presenza di un numero di compositrici che si avvicini a quello delle dita di una mano… Questo concerto è stato quindi un gesto provocatorio e stimolante che ha portato all’attenzione del pubblico alcuni dei più grandi talenti di oggi, musiciste straordinarie, di grande raffinatezza e forza comunicativa. Come ad esempio Cheryl Frances-Hoad (classe 1980) che nel suo Forgiveness Machine (per violino, violoncello e pianoforte) ci ha coinvolto in un mondo di equilibri armonici dichiaratamente radicati nel sonatismo beethoveniano, una scelta a cui è ricorsa l’autrice per trovare una catarsi dopo uno sconvolgente lutto familiare, ma emancipati dal citazionismo. La tessitura degli archi viaggiava con leggerezza sopra ai tentativi del pianoforte di riportare quello slancio al mondo della “realtà” con l’inevitabilità del suo dolore. Il viaggio musicale ci porta poi molto più a nord, a tendere l’orecchio su un impasto sonoro più ruvido e materico, quello di Oi Kuu un bellissimo brano per violoncello e clarinetto della celebre compositrice finlandese Kaija Saariaho (1952). In questa meditazione, a tratti lontana dal sistema temperato, mischia i due strumenti come se fossero colori primari, come due elementi dallo stato fisico opposto, e ritroviamo così tutta la forza della sua ricerca sulla componente timbrica del suono, che l’ha portata nella sua lunga carriera tra l’elettronica (negli spazi dell’IRCAM a Parigi) e lo studio minuzioso dell’acustica. Un’altra composizione che, per il suo modo di “scolpire il tempo”, merita di essere segnalata è la Sonata per violino e pianoforte n.3 di Lera Auerbach, compositrice russa di notevole abilità tecnica e di un certo successo. Questo brano, molto più convincente di tante altre sue produzioni, è segnato da una drammaticità vera e per niente stucchevole, perché evocata da una “storia” musicale di grande intensità. La scrittura è magnetica, ricca di modelli musicali a mio avviso perfettamente assimilati (come gli echi iniziali alla Musica Ricercata di Ligeti per poi guardare alle sonorità di Schnittke) che non impoveriscono le idee musicali dell’autrice ma le sostengono. Le forniscono sicuramente le “spalle da gigante” su cui salire per poter provare a guardare ancora più in là, ma il tentativo qui è soprattutto quello di riuscire a “parlare” una lingua comune, un distillato linguistico della “Babele” del Novecento, ormai per molti aspetti interiorizzata dalla cultura musicale e, in qualche modo (anche se in molti casi inconsapevolmente: tramite altri media), anche dal pubblico. E quindi non è tanto la visionarietà artistica che troviamo qui, come nella maggior parte delle altre musiche proposte, ma la forte capacità di comunicare. Che non è poco! E proprio da questa strada si vede il “fil rouge” di tutto il concerto, che riunisce in un territorio comune tutte queste autrici: la voglia e l’esigenza di raccontare il proprio vissuto, di assumere come punto di partenza non un’astrazione ma qualcosa di reale. Something Real: il tema di questa nuova e affascinante edizione de “Le Strade del Suono”. Non so quanto questo aspetto sia caratteristico della scrittura musicale femminile. Forse lo è più verosimilmente del polo femminile che, insieme a quello maschile (direzionalità, costruzione formale, ecc) è presente con gradazioni differenti in ognuno di noi, come ci dicono l’antropologia e la psicologia più recente.

A cura di Giacomo Di Scala

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