“Il matrimonio segreto” di Cimarosa al Teatro Regio

Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa in scena al Teatro Regio di Torino lo scorso 15 gennaio.

Il titolo dell’opera – che pure sostituisce Il flauto magico di Mozart- soddisfa le aspettative del pubblico, che riempie la platea e assiste divertito e coinvolto dalla comicità dai toni buffi ed equivocanti su cui lo spettacolo si fonda.    

Il libretto è di Giovanni Bertati e il soggetto tratto dalla commedia The Clandestine Marriage, di George Colmar e David Garrick, i quali a loro volta avevano tratto ispirazione dal ciclo di dipinti e di incisioni Marriage à la mode di William Hogarth, pittore e autore di stampe satiriche settecentesco. Il dramma musicato da Cimarosa, ponendosi a metà fra il genio mozartiano e quello rossiniano, è difatti tutto un gioco – visivo, musicale e teatrale- di fraintendimenti, allusioni (esplicite e non, al mondo borghese), reticenze, che strappano più di un sorriso allo spettatore in sala. Ciò è reso evidente nell’andamento orchestrale -la cui direzione è stata affidata a Nikolas Nägele che, non a caso, potremmo definire giocoso, frizzante e coerente con la drammaturgia. Così introdotti, compaiono sulla scena i due protagonisti, Carolina e Paolino (rispettivamente interpretati dal soprano Carolina Lippo e dal tenore Alasdair Kent), che giocano scherzosamente, affettuosamente.

Per due mesi, gli sposini hanno tenuto nascosta la loro unione, ma è nata ora, imperante, l’esigenza di uscire allo scoperto. Esigenza che è urgente nella protagonista femminile. Carolina teme infatti la reazione alla notizia, tuttavia confida nell’ “ottimo cuore” del padre, Geronimo, nonostante l’austerità esteriore, rigida, della persona (cui dà voce il basso Marco Filippo Romano). Paolino, conoscendo il desiderio di ascesa sociale di Geronimo, spera di entrare nelle sue grazie e poter rivelare con minor timore, combinando un matrimonio d’interesse tra lo squattrinato Conte Robinson, suo amico (Markus Werba,baritono) ed Elisetta, la sorella maggiore di Carolina, altera e capricciosa (Eleonora Bellocci, soprano). Tuttavia, non riuscendo negli intenti, Paolino proporrà la fuga, unica via d’uscita. Ed è sul procrastinare dello scioglimento di questa tensione -motore della vicenda- che gioca lo spettacolo. 

Ma ci sono anche altri elementi di comicità disseminati sul palco, che suscitano la risata del pubblico, ora per la “ingenuità” con la quale sono trattati, ora per l’equivoco, topos della commedia plautina, con cui essi sono declinati. Ad esempio, apice il goffo tentativo del Conte di riconoscere la promessa sposa, in prima battuta scambiata per Carolina, dalla cui bellezza viene sedotto, e poi per zia Fidalma, che è invece la ricca vedova e sorella di Geronimo (interprete il mezzosoprano Monica Bacelli); e ancora, sempre da parte dello stesso, il tentativo di dissuadere proprio la futura sposa dalle nozze, passando in rassegna una vasta gamma di difetti (lunatico, sonnambulo, vizioso giocatore, crapulone e “più strambo di un cavallo”), sui quali insiste nella speranza che, oltre alla ragione del suo evidente disamore, ella desista. Buffo, infine, l’iniziale rifiuto categorico del Conte a sposare Elisetta e la conclusione del dramma, proprio con quel meccanismo dell’agnizione, quel ritorno all’ordine che è il lieto fine, trattato con garbo e ironia. Da notare il fatto che l’opera si svolga senza che vi siano veri e propri momenti di contemplazione lirica: hanno il privilegio i pezzi d’assieme e i duetti, rispetto alle arie. C’è piuttosto un tono lirico reso attraverso le ripetizioni melodiche, che dilatano il tempo e proiettano lo spettatore in una dimensione contemplativa.

L’allestimento scenico è stato meticolosamente curato da Pier Luigi Pizzi, che aveva firmato già nel 1977 la sua prima produzione d’opera al Regio, per Don Giovanni con Ruggero Raimondi; torna nuovamente, dopo una serie di altri spettacoli nello stesso teatro, per occuparsi di scena, costumi e regia del Matrimonio. L’arredamento è complessivamente molto moderno e lo si può evincere dall’ambiente, nel quale dominano il bianco alle pareti e nei mobili, il rosso e il giallo per divano e quadri. È significativa la presenza di riproduzioni di Lucio Fontana, Burri, Castiglioni e Bonalumi, che configura, nella versione di Pizzi, il personaggio di Geronimo come mercante d’arte. Tra le opere di Fontana, si riconosce la famosa serie di tagli monocromatici, Concetto spaziale. Attese, che non solo denota la contemporaneità della rappresentazione, ma mette anche in moto l’ingranaggio di un discorso astratto, che va ben oltre la “semplice” tela, aprendo ad una dimensione ulteriore. Potremmo dire che il gesto di Fontana apra il buio alla luce e la luce al buio: così dai tagli sembra discendere, in effetti, una sorta di “buio luminoso” che investe il palcoscenico.  Domina la legge compositiva dello spazialismo. La scelta suggerisce uno stile dalle linee semplici, ma brillante, e la precisione dei colori vividi cattura l’attenzione dello spettatore in ogni momento. Impossibile distogliere lo sguardo dal palcoscenico, grazie anche al lavoro di luci di Andrea Anfossi. Gli stessi colori tingono i costumi dei personaggi, tra cui l’abito giallo e rosso per Geronimo e il bianco e nero per Paolino, mentre per gli altri variamente blu, rosa e arancio.

  • Musica: Domenico Cimarosa;
  • Libretto: Giovanni Bertati;
  • Interpreti: Carolina Lippo (Carolina); Alasdair Kent (Paolino); Marco Filippo Romano (Geronimo); Markus Werba (Conte Robinson); Monica Bacelli (Fidalma); Eleonora Bellocci (Elisetta);
  • Regia, scene e costumi: Pier Luigi Pizzi;
  • Luci: Andrea Anfossi;
  • Assistente alla regia: Matteo Anselmi;
  • Assistente alle scene: Serena Rocca;
  • Direttore d’allestimento: Pier Giovanni Bormida;
  • Direttore d’orchestra: Nikolas Nägele;
  • Maestro al fortepiano: Carlo Caputo;
  • Orchestra Teatro Regio

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