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Der fliegende Hollander al Teatro Regio e la lettura di un Wagner più psicologico del necessario

Dopo la presentazione durante la conferenza-concerto al Piccolo Regio, Der fliegende Holländer – L’Olandese Volante è andato in scena l’8 maggio per l’Anteprima Giovani (rassegna del Teatro Regio quasi giunta alla fine della stagione 2023-2024). 

L’opera lirica in tre atti, composta da Richard Wagner (che ne è anche il librettista) nel 1843, è incentrata su una leggenda nordica. Il protagonista, l’Olandese, è il capitano di una nave, condannato a navigare per l’eternità senza poter mai toccare terra, a meno che non trovi una donna che si innamori di lui e gli sia fedele fino alla morte.

L’Ouverture eseguita a sipario chiuso ha aumentato l’attesa e la suspence ma allo stesso ha fatto sì che gli spettatori, non distratti dalla scenografia, fossero rapiti dalla magnifica sinfonia wagneriana.

Dalla cartella stampa del Teatro Regio

Il regista Willy Decker, ha realizzato un allestimento minimalista total white: una stanza quadrata obliqua, sfruttando il gioco dell’inclinazione del palco, creava un effetto ottico che risulta un po’ straniante. Ispirandosi alle pareti di un museo d’arte in cui siamo seduti ad ammirare un quadro con il mare in tempesta come quelli della scuola fiamminga del XVII secolo, l’atmosfera generale risulta magrittiana e riprende sia i colori che l’essenza dei personaggi di opere come L’impero della luce o Golconda.

Anche le scene, realizzate da Wolfgang Gussmann, risultano alquanto minimali. Un fondale rosso e uno blu in contrasto con le pareti bianche per una maggiore suggestione visiva e un’intuizione geniale: una porta automatizzata e dalle notevoli dimensioni da cui escono le cime della nave di Daland da poter ancorare al palco, che rimandano alla riva in cui si trova anche il veliero olandese. In scena vengono inseriti pochi oggetti essenziali e quotidiani: sedie, tavoli, bottiglie e una tovaglia, che creano una maggiore coesione visiva e una dimensione rituale-popolare da parte dei cantanti del coro del Teatro Regio e del Maghini in relazione allo spazio e al tempo scenico del libretto in cui le donne filano e i marinai brindano. Stesso nome per la realizzazione dei costumi – scelti attentamente effettuando una corretta ricerca dei tessuti, dei materiali e delle fogge – per i quali si è voluto rimanere nei canoni classici di vestizione.

Hans Tölstede, alla luminotecnica, è stato in grado di far immergere lo spettatore grazie ai giochi di luci fredde, calde e colorate per ricreare la dimensione concitata e spaventosa del mare in burrasca, sul corpo del cantante interprete dell’Olandese o sulle pareti con la costruzione delle ombre. 

Dalla cartella stampa del Teatro Regio

La sezione corale, affidata a Ulisse Trabacchin, ha reso vive e dinamiche le scene amplificando i sentimenti dei personaggi principali immersi nella tempesta di emozioni contrastanti della storia d’amore, destinata in breve tempo a cessare. La giovane Senta (interpretata dal soprano Johanni Van Oostrum), innamorata della leggenda dell’Olandese e desiderosa di salvarlo, viene promessa all’Olandese (il baritono Brian Mulligan) dal padre Daland (il basso Gidon Saks), in cambio di una ricca ricompensa nonostante l’amore non corrisposto del cacciatore Erik (il tenore Robert Watson). Il Cast dei cantanti primi si è destreggiato egregiamente pur facendo fronte a una partitura complessa che richiede struttura vocale compatta, buon fraseggio e grande capacità di controllo diaframmatico nel reggere le tessiture articolate della composizione wagneriana. Particolare nota al baritono per il bellissimo colore vocale e alla significativa morbidezza nell’emissione e al soprano per l’elegante registro centrale e alla grande facilità di emissione degli acuti.

Infine, non per importanza, la direzione orchestrale affidata alle mani sapienti della direttrice d’orchestra Nathalie Stutzmann, è apparsa ricca, innovativa e in grado di far evocare alle menti il mare, la tempesta e le atmosfere drammatiche. Il volume di tutti gli strumenti è rimasto morbido per tutta l’esecuzione e le dinamiche non sono mai risultate impetuose come ci si aspetterebbe dall’esecuzione di qualsiasi brano di stampo wagneriano. 

L’Olandese Volante si conclude con un finale tragico in cui risaltano i temi della redenzione attraverso l’amore fedele e il sacrificio di Senta che, gettandosi in mare, rompe la maledizione dell’uomo che ama. Nella rappresentazione, tuttavia, Senta non si getta nelle onde del mare, ma si accascia in mezzo alla stanza generando una lettura più cerebrale dell’opera. Rimane quindi un amaro in bocca dovuto al mancato lieto fine e alla necessità di rileggere la storia e i tumulti dei personaggi in una chiave molto più psicologica di quella presentata da Wagner. La serata si è così conclusa con la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di potente come solo Wagner avrebbe potuto concepire, pur con qualche perplessità sulla staticità della scena (mai modificata nel corso dell’opera). 

a cura di Angelica Paparella e Alessia Sabetta

IL GRANDE RITORNO DELL’OPERA “LE VILLI” A TORINO

Il cartellone del Teatro Regio prosegue – dopo la Bohème, La Rondine e La fanciulla del West – con il suo omaggio a Giacomo Puccini in occasione del centenario dalla morte.
Le Villi, opera d’esordio del compositore, dopo 140 anni dalla sua prima rappresentazione in forma ampliata – in due atti – al Teatro Regio, viene nuovamente messa in scena a Torino in una produzione del regista Pier Francesco Maestrini con la direzione di Riccardo Frizza il 18 aprile 2024 con l’anteprima giovani – format che sta avendo sempre più successo tra gli under 30. Un’opera-ballo di soli due brevi atti, della durata di poco più di un’ora, che coinvolge lo spettatore in una storia d’amore. Come spesso capita gli amori operistici finiscono in una tragedia ma la tragedia de Le Villi viene mascherata da creature leggendarie e notturne che popolano i boschi, contrapponendo così l’idillio iniziale del primo atto al sinistro epilogo del secondo.
Vediamo già un Puccini in grado di mescolare influenze diverse, dall’Italia ottocentesca degli scapigliati al romanticismo tedesco sinfonico (“La tregenda”) fino ad arrivare alle influenze francesi con la danza: il tutto colorato da un clima fantastico-infernale che culmina nella danza delle magiche Villi in un rito di vendetta per l’amore perduto.

Foto dal link https://www.teatroregio.torino.it/area-stampa/comunicato-stampa/le-villi

La regia di Maestrini riesce a trasportare sin da subito lo spettatore nel  clima fantastico ma cupo delle Villi: a sipario aperto vengono proiettate immagini in movimento di una tetra foresta al chiaro di luna, quasi a presagire quanto accadrà nel secondo atto. Un escamotage, quello dello schermo, sia per dividere il proscenio dalla scena, sia per mettere in dialogo quanto avviene nello schermo e ciò che accade dietro. La foresta nera si trasforma presto in un contesto colorato e sognante, con fondali fioriti di sapore vittoriano; non da meno sono i fastosi costumi tipici di un’epoca e una classe borghese che festeggia nella propria residenza: un eden onirico e festoso in cui i personaggi cantano, danzano e sognano. Ben presto però questo clima di festa spensierata si conclude con i rintocchi della campana che introducono il concertato-preghiera. L’intermezzo sinfonico si apre con un voice over narrante che introduce il rito funebre di Anna, morta per amore. Come indicato sul libretto, la scena si svolge dietro al telo-schermo che filtra l’immagine del corteo funebre, accompagnato da immagini video che mostrano una donna-sposa sola in un cimitero. La regia, sacrificando parte del testo della voce narrante, è stata abile nel mostrare il contrasto tra il dolore-morte di Anna e la stanza “peccaminosa” nella quale Roberto è stato attirato: un grande quadro reclinato raffigurante una donna nuda fa da sfondo a danze dal ritmo concitato, di tarantella, che muove i corpi delle amanti di Roberto trasportandoli in una danza frenetica. La resa scenica non appare però concitata come la musica: in un momento di climax di tensioni sessuali date dalla partitura musicale, scena e coreografia risultano un po’ statiche. L’opera si risolve con l’intervento delle Villi, creature fantastiche che rappresentano gli spiriti delle ragazze tradite e morte d’amore. Ballando nelle notti di luna piena, trascinano i traditori verso la morte, aiutando così Anna − divenuta anch’essa una creatura soprannaturale − nella sua vendetta contro Roberto. Anche in questa scena la frenesia del momento è data soprattutto dalla musica, mentre la danza delle Villi, che entrano in scena a sorpresa durante il dialogo tra i due protagonisti, diventa più irrequieta nel momento in cui legano con una corda Roberto per avvicinarlo ad Anna e trasportarlo in un altro mondo, quello della morte. Visivamente molto interessante la scelta di accerchiare Roberto, legarlo e condurlo verso il suo destino ma, complessivamente, i movimenti appaiono un po’ rigidi e codificati.

Foto dal link https://www.teatroregio.torino.it/area-stampa/comunicato-stampa/le-villi

Il cast vocale di questa serata, composto dal soprano Roberta Mantegna (Anna), il tenore Azer Zada (Roberto), il baritono Simone Piazzola (Guglielmo), ha faticato a emergere  sull’impetuosità dell’orchestra. Nella scena finale, l’inquietudine di Roberto e la rivalsa di Anna si sono percepiti maggiormente nei gesti che nell’interpretazione canora. Il coro, guidato da Ulisse Trabacchin, è riuscito ad essere più d’impatto rispetto ai solisti, senza però essere di rilievo poiché coperto anch’esso dal grande sinfonismo orchestrale. L’acustica del Teatro Regio sicuramente non ha aiutato, ma le voci non hanno raggiunto il pubblico in modo incisivo e intenso.

Foto dal link https://www.teatroregio.torino.it/area-stampa/comunicato-stampa/le-villi

I giovani sono stati, anche questa volta, protagonisti della serata: non solo un giovane Puccini, ma anche una sala gremita di giovani ragazzi e ragazze interessati a scoprire qualcosa di più sul mondo del teatro musicale. Per coinvolgere maggiormente il pubblico il Teatro Regio continua, infatti, ad invitare ospiti speciali: l’invitato di questa serata è stato Pietro Morello, giovane pianista e digital content creator che con il suo entusiasmo e felicità ha presentato e raccontato – durante l’intervallo tra un atto e l’altro – la storia de Le Villi e qualche aneddoto sulla vita di Puccini.

L’omaggio al grande operista lucchese continuerà al Teatro Regio con un’ultima opera della stagione: Il trittico dal 21 giugno al 4 luglio.

A cura di Roberta Durazzi e Ottavia Salvadori

Puccini: La Fanciulla del West al Teatro Regio

“Non siamo disposti a perdonare! Si perdona ciò che si vuole! Allora perdonerete!”

Sono frasi significative che inaugurano la messa in scena dell’Anteprima Giovani under 18-30 del 21 marzo 2024 al Teatro Regio con “La Fanciulla del West”, l’opera lirica in tre atti composta da Giacomo Puccini, su libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini. La sua prima rappresentazione è avvenuta al Metropolitan Opera House di New York nel 1910. L’Opera è stata presentata prima dell’Anteprima Giovani, mercoledì 20 marzo al Piccolo Regio alle ore 18, nella conferenza-concerto condotta da Susanna Franchi.

Dal punto di vista del genere, La Fanciulla del West mescola elementi di dramma e lirismo. È un’opera che si colloca nel contesto del verismo, un movimento artistico che rappresentava la vita reale e le emozioni umane in modo crudo e sincero. Tuttavia, quest’opera si distingue per la sua ambientazione americana e per l’inclusione di temi legati al Far West, raggiungendo una certa originalità tra i titoli di Puccini. Sotto il punto di vista musicale, utilizza melodie popolari americane, come le “ballate del West”, insieme a motivi più operistici. La partitura è caratterizzata da una scrittura vocale impegnativa e da un’orchestrazione incalzante che riflette i sentimenti e le atmosfere dell’ambientazione.

La direzione orchestrale viene affidata a Francesco Ivan Ciampa, il quale con grande maestria crea una forte sinergia tra la componente orchestrale e quella canora. La regia viene condotta da Valentina Carrasco, la quale si ispira nell’allestimento al genere cinematografico degli “spaghetti Western”: manca solo la figura di John Wayne in Ombre Rosse per chiudere in bellezza! Il palco del tempio lirico del Regio diventa “un set cinematografico” in cui tutte le scene vengono girate e riprese dal vivo dai macchinisti, coordinate dal regista e infine proiettate sullo schermo visibile in sala dagli spettatori per cogliere i momenti più significativi e precostituiti dall’Industria degli effetti speciali cinematografici. I momenti solistici ribaltano la situazione di ripresa di realtà in cui viene meno la dimensione cinematografica ritornando alla dimensione operistica.

Le scene sono realizzate da Carles Barga e Peter Van Praet grazie all’utilizzo di tecnologie quali pannelli digitali retrostanti removibili in cui si ha la proiezione della neve (rappresenta la stagione invernale) e delle immagini collinari (il tipico finale Western dei due innamorati che si dirigono verso terre sconosciute e inesplorate). Si ha un’intuizione geniale nell’utilizzo dei cantanti secondari (i nativi americani, i cosiddetti “pellerossa”), con un cartello di protesta per effettuare un attacco satirico ed ironico contro la discriminazione razziale e l’integrazione forzata di comunità minoritarie all’interno della cultura bianca dominate.

La fanciulla del west
Foto di Daniele Ratti

Grande lavoro è stato svolto da Ulisse Trabacchin nella direzione corale della sezione maschile (baritoni e tenori), i quali hanno saputo mescolarsi con le voci solistiche creando una comunanza di cuori verso la storia d’amore tra la cameriera del Saloon Minnie (il soprano Oksana Dyka) e il bandito Ramerezz (il tenore Amadi Lagha) osteggiata dallo sceriffo Jack Rance (il baritono Massimo Cavalletti).

La Fanciulla del West, rispetto alle altre opere pucciniane, si conclude con un finale inaspettatamente lieto in cui è la donna a dominare sulla scena rispetto alla presenza maschile, ed essa non diviene vittima dell’uomo, anzi diviene figura che redime, mitiga ed espia le colpe di tutto il genere maschile.

A cura di Angelica Paparella

“La Rondine” di Puccini in un particolare omaggio al Teatro Regio

Al Teatro Regio continua il successo di anteprime per ragazzi under 30. Ancora una volta la sala è piena di giovani che vogliono avvicinarsi ad un mondo lontano da quello contemporaneo. 

Il 16 novembre 2023 è andata in scena La Rondine, commedia lirica poco conosciuta del celebre Giacomo Puccini. La direzione dell’orchestra è stata affidata a Francesco Lanzillotta, direttore d’orchestra e attento esperto del panorama operistico italiano contemporaneo. Lanzillotta ha dimostrato la sua grande abilità, riuscendo a comunicare la forza di quest’opera, che si muove a ritmi di danza tipici dell’epoca pucciniana, tra cui il tango, il one-step e soprattutto il valzer. Quest’ultimo è centrale in tutta la rappresentazione e dona momenti di sensualità e passione. 

Degna di nota è la regia di Pierre-Emmanuel Rousseau, che torna a Torino dopo l’inaugurazione della stagione scorsa. Il nuovo allestimento de La Rondine vuole essere un omaggio innanzitutto al Teatro Regio, ma anche agli anni Settanta francesi, anni di fermento successivi alle rivolte del Sessantotto. Rousseau ha collocato, quindi, l’azione in un anno ben preciso, il 1973, momento della riapertura del Teatro dopo la ricostruzione progettata dall’architetto Carlo Mollino, a seguito del tragico incendio del 1936. 

Il primo atto si svolge in un loft minimalista dell’alta borghesia francese durante un after party. La scena è arredata con piccole sculture che fanno riferimento a Mollino, mentre i colori si concentrano sul nero e sull’oro, alimentando l’idea di ricchezza dei personaggi coinvolti. Nel secondo atto si viene catapultati in una grande festa proprio nel foyer del Teatro Regio, ben rappresentato in ogni dettaglio. Infine, nel terzo atto ci si ritrova in Costa Azzurra, evocata dallo sfondo celeste, simile al colore del mare e, soprattutto, dagli abiti indossati dai protagonisti: costumi da bagno e camicie leggere.

L’esibizione corale del secondo atto è stata sicuramente la più coinvolgente: sembrava davvero di partecipare, insieme ai protagonisti, ad un party anni Settanta. Il coro, istruito dal maestro Ulisse Trabacchin, si è ben inserito nella scena e i ballerini, su coreografie di Carmine de Amicis, si sono esibiti in danze tra cui il vogueing. In questo quadro, oltre alla scenografia, un altro omaggio al Regio: i costumi di scena sono stati presi in prestito direttamente dal magazzino della sartoria teatrale. La performance è stata accolta molto positivamente da tutto il pubblico in sala, il quale ha espresso il suo consenso con un lungo e caloroso applauso.

I cantanti sono emersi bene durante tutta la rappresentazione, senza mai essere sopraffatti dall’impianto scenografico. In particolare, la protagonista Magda, interpretata dal soprano di origine russa Olga Peretyatko, che grazie alle sue capacità e alla grande estensione vocale, è riuscita a rendere leggeri e piacevoli acuti, senza mai mostrare fatica. 

Interessante la realizzazione del progetto Contrasti per questa serata. L’artista ospite è stato Marquis, giovane promettente che nell’ultimo anno ha collaborato alla composizione delle musiche per la colonna sonora della serie I leoni di Sicilia, tratta dall’omonimo romanzo di Stefania Auci. Come d’abitudine l’esibizione si è svolta nel Foyer del Toro, questa volta però non in conclusione della serata, ma come sottofondo durante gli intervalli, generando veri e propri “contrasti” all’atmosfera del teatro.

Dunque, ancora una volta il Regio è riuscito a incuriosire e avvicinare un pubblico giovane, contestando una visione elitaria del teatro lirico.

A cura di Roberta Durazzi

Al Teatro Regio Madama Butterfly: oggi come allora

Si conclude sabato 10 giugno, il ciclo “Anteprima giovani” del Teatro Regio con la messa in scena di Madama Butterfly. Lo spettacolo, con la regia di Damiano Michieletto e Dmitri Jurowski alla direzione d’orchestra e coro, è stato firmato dal regista stesso per il teatro torinese nel 2010 e questa è la terza ripresa dopo quelle del 2012 e del 2014. 

Madama Butterfly è l’eterna dicotomia tra la globalizzazione americana contro un Oriente che prova a tenere strette le proprie tradizioni; è una storia struggente di una donna (in questo caso ancora una bambina) sedotta e abbandonata; potrebbe essere uno dei numerosi casi di turismo sessuale (minorile) che continuano a verificarsi nella società odierna. Però Madama Butterfly, prima di ogni cosa, è un’opera in tre atti composta all’inizio del ‘900 da Giacomo Puccini, su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. E il fatto che continui ad essere ancora così contemporanea fa riflettere.

Dalla cartella stampa del Teatro Regio (ph Andrea Macchia)

Niente abiti tradizionali o la consueta, idilliaca ambientazione ottocentesca: il pubblico è catapultato di fronte a una metropoli asiatica come tante, con cartelloni pubblicitari, insegne al neon, food truck, vestiti moderni e una lussuosissima macchina bianca − al posto della nave − che sta ad indicare lo status symbol di Pinkerton (Matteo Lippi nei suoi panni). Non una tipica casa di legno giapponese con il tatami e le porte scorrevoli, ma una teca in plexiglass − proprio come quelle in cui si tengono le farfalle − piena di peluche e giocattoli, ma anche «pochi oggetti da donna…» che Cio Cio San (per l’occasione interpretata da Barno Ismatullaeva) chiede il permesso al neo-marito di possedere. Anche questi a simboleggiare una dicotomia di una bambina chiamata a crescere troppo in fretta, forse senza neanche volerlo davvero e la donna che sarebbe potuta diventare. E infatti, dopo tre anni in cui è persa nella sua ingenuità, è costretta ad avere la sua metamorfosi (da bambina a donna), in una notte sola, quando, finalmente consapevole di quello che le è successo, si punta una pistola alla tempia −anche in questo caso, non un pugnale, non un coltello, ma una pistola − e pone fine alle sue sofferenze. 

dalla cartella stampa del Teatro Regio (Ph Andrea Macchia)

Il tutto è svuotato da qualsiasi sfumatura fiabesca o da quell’esotismo che ha sempre caratterizzato l’opera: la storia si svolge tra il completo cinismo di Pinkerton, che è solo avido di addentare la sua preda e la sua spietata moglie americana pronta a strappare il bene più prezioso di una madre (ovvero la creatura che ha messo al mondo); l’opportunismo di una donna che vende una figlia in cambio di becero denaro; l’indifferenza degli altri protagonisti tra cui Sharpless (Damiano Salerno) di fronte alla realtà dei fatti. Un girotondo intorno ad una Butterfly che, purtroppo ancora oggi, impersona la storia di tante altre farfalle a cui sono state spezzate le ali.

Gli attori sono perfettamente calati nei loro ruoli: coinvolgenti e persuasivi rendono la drammaticità del racconto che, anche grazie alla loro interpretazione, arriva ancora di più agli spettatori in sala. La scelta dell’ambientazione non convenzionale (così come per Il Flauto Magico), esempio di grande coraggio da parte di un regista già conosciuto per il suo spirito provocatorio, viene premiata dal pubblico che, alla fine della rappresentazione, scoppia in un forte e caloroso applauso. Soprattutto, in questo modo, è più facile leggere la vicenda in chiave contemporanea e capire che non è una storia poi così lontana dalla nostra quotidianità. E questo è importante.

a cura di Alessia Sabetta

Amour Toujours: presentata la stagione 2024 del Teatro Regio

La nuova Stagione del Teatro Regio ha compiuto il passo prefissato nella precedente: “Amour Toujours” è il titolo della produzione 2023/2024, dedicata in particolar modo a Giacomo Puccini, per festeggiarne il centenario. A spiegare il perché di questa scelta e a presentare le quattordici opere della Stagione, ci hanno pensato nella mattinata del 7 giugno il sindaco Stefano Lo Russo, il sovrintendente Mathieu Jouvin e il nuovo direttore artistico Cristiano Sandri, protagonisti della conferenza tenutasi nel Foyer del Toro. 

Dal 21 settembre 2023 al 4 luglio 2024 il Teatro Regio ospiterà allestimenti importanti – otto sono i nuovi – ma vedrà anche il ritorno di interpreti che abbiamo già conosciuto durante la Stagione 2022/2023, (come Mariangela Sicilia, Donna Elvira e Riccardo Zanellato, Il Commendatore, dal Don Giovanni). Altro grande ritorno sul palcoscenico del Regio, questa volta con Un ballo in maschera, sarà anche quello del direttore Riccardo Muti. A fianco di titoli già conosciuti, come La bohème (con il contributo di Reale Mutua), ci saranno quelli più ‘di nicchia’, come La rondine (con il sostegno di Italgas; direttore d’orchestra Francesco Lanzillotta, già presente alla Norma nella scorsa stagione), e persino prime esecuzioni a Torino – con Un mari à la porte, di  Jacques Offenbach (operetta in un atto) – e in Italia – con The tender Land, di Aaron Copland (opera in tre atti). Entrambi gli allestimenti saranno presentati in lingua originale, così come lo sarà anche Der fliegende Holländer (L’Olandese volante), di Richard Wagner

dalla Cartella Stampa del Teatro Regio, il nuovo logo

Il Regio non perde occasione di mantenere gli impegni presi nell’anno di piena pandemia da Covid-19, tanto che Mathieu Jouvin precisa che nella nuova Stagione sarà presente anche un titolo che doveva essere allestito in precedenza: Don Pasquale, di Gaetano Donizetti. Non manca lo sguardo rivolto al balletto: tra le produzioni anche La bella addormentata, di Marcia Haydeé – balletto in tre atti basato sulla fiaba di Perrault, con musica di Čajkovskij – che vedrà sul palco solisti e corpo di ballo del Balletto Nazionale di Praga; Don Chisciotte, su libretto di Marius Petipa – balletto in tre atti, tratto dall’omonimo libro di Cervantes –, con il corpo di ballo del Balletto dell’Opera di Kiev; e Le villi, su libretto di Ferdinando Fontana, a richiamare un’altra opera, Giselle. Ad aprire la stagione del balletto nel nuovo anno, però, sarà Roberto Bolle and Friends, a gennaio 2024. 

La prima e l’ultima produzione sono, tuttavia, le più particolari: ad aprire la Stagione 2024 sarà La Juive (l’ebrea), di Halévy Scribe, con regia di Stefano Poda, già scritturato per Turandot nell’allestimento 2021/2022 – partner di quest’anno sarà Intesa San Paolo –, mentre a chiuderla sarà il trittico Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, a suggellare questo cartellone all’insegna dell’amore. Stagione che, come detto poc’anzi, si aprirà con un’opera francese, così come lo è il titolo della stessa: “Amour Toujours”, a riprendere – parole di Jouvin – la canzone di Gigi d’Agostino, il dj torinese che (paradossalmente) ha dato l’idea di un’unione tra due paesi, l’Italia e la Francia.

Il nuovo inizio del Teatro Regio è dimostrato anche dal logo che, in occasione del cinquantenario, coglie lo spunto per rinnovarsi. Infatti, il toro – che la faceva da padrone – ora condivide il posto con una musa, che a sua volta tiene una lira tra le mani come simbolo del legame tra la città di Torino e la musica. I tre elementi sembrano protrarsi in avanti, in una corsa verso il futuro, che richiama sempre e comunque al passato: il disegno è stato realizzato da Undesign Agency a partire da un bozzetto originale e inedito di Carlo Mollino, originariamente pensato per il pavimento del Teatro. 

A completare la Stagione i concerti 2023/2024: dodici appuntamenti, otto con l’Orchestra, il Coro e il Coro di voci bianche del Teatro Regio e quattro con la Filarmonica TRT, che nel 2024 compirà vent’anni. Ad aprire la Stagione sarà il direttore russo Timur Zangiev; a seguire, salirà sul podio dell’orchestra Nathalie Stutzmann, per il concerto del 25 novembre. Il periodo pasquale vedrà protagonisti il Salve Regina e lo Stabat Mater, diretti da Claudio Fenoglio, e Vetrate di chiesa e Requiem (di Cherubini), diretti da Diego Ceretta. Agli appuntamenti con la Filarmonica TRT saranno presenti il direttore Felix Mildenberg, con la Sinfonia n. 4 di Gustav Mahler, Yutaka Sado, a dirigere la Sinfonia n. 4 di Anton Bruckner e la direttrice sudcoreana Kim Eun-sun, che si cimenterà con Johannes Brahms. Non mancherà nemmeno il consueto appuntamento con il cinema e le colonne sonore, affidate a Timothy Brock: in programma la proiezione con colonna sonora eseguita dal vivo di The Great Dictator, con regia di Charlie Chaplin

A cura di Chiara Vecchiato

Regio 50 1973-2023: un compleanno lungo un anno

Presentato il 7 aprile 2023 il programma di eventi ideato per celebrare i 50 anni del nuovo Teatro Regio di Torino (progettato da Carlo Mollino dopo il terribile incendio del 1936 e inaugurato il 10 aprile 1973 dopo quasi 40 anni di lavori). Ad illustrare le proposte Stefano Lo Russo sindaco di Torino e Presidente della Fondazione Teatro Regio, il sovrintendente Mathieu Jouvin e il direttore artistico Cristiano Sandri.

Si inizia il 10 aprile con l’accensione della Mole Antonelliana e la proiezione del logo creato appositamente da Undesign per Regio 50 a partire dai disegni originali di Carlo Mollino, dando il via ad un programma ambizioso ricco di appuntamenti. 

Il piano di attività, dice Stefano Lo Russo in apertura, si somma alla programmazione ordinaria della stagione e ambisce ad avvicinare a questa realtà coloro che ancora non la conoscono, mandando un forte segnale di integrazione. Duplice è la funzione della manifestazione: esaltare la splendida architettura frutto del genio di Mollino, celebrare l’eccellenza artistica e la rilevanza che ricopre il Teatro Regio nelle politiche culturali della città. 

Un compleanno pensato in tre tempi – primavera, estate e autunno – sottolinea il sovrintendente Mathieu Jouvin che a luglio festeggerà il suo primo anno operativo presso il Teatro Regio. Quattro i pilastri su cui si poggia il progetto della manifestazione: il profondo legame tra la città di Torino e il suo teatro, l’esaltazione delle eccellenze artistiche di cui si è fatto portatore, il recupero del passato e la straordinaria figura dell’architetto Carlo Mollino.

Foto di Alessandra Mariani

Il primo appuntamentola primavera – è previsto per il weekend del 15-16 aprile con due giornate a porte aperte dove sarà possibile visitare gratuitamente il teatro e godere nel frattempo di diverse esibizioni da parte dell’Orchestra, del Coro, del Coro di voci bianche e del neonato Regio Ensemble. Il pubblico “itinerante” avrà la possibilità di assistere a diverse rappresentazioni e sperimentare diversi repertori, per avvicinare nuovi pubblici e favorire l’apertura ad altre generazioni. Il secondo appuntamento – l’estate – celebrerà uno degli avvenimenti più rilevanti nella storia del nuovo Teatro Regio portando in scena il 6 luglio I Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi in formato concerto, omaggiando la storica inaugurazione del 1973. Infine l’ultimo tempol’autunno – chiuderà i festeggiamenti con una mostra dedicata alle varie personalità della figura dell’architetto Carlo Mollino.

Molte inoltre le sorprese previste durante questo anniversario, che consta di omaggi studiati per l’occasione da parte di diversi sponsor. In primis lo speciale tv Regio 50. Ci vuole molto tempo per diventare giovani realizzato da Rai cultura; l’iniziativa Art in taxi dove per circa un mese i taxi della città di Torino verranno decorati con delle grafiche celebrative, dando vita ad un teatro in movimento; infine lo storico Caffè torinese Baratti & Milano per l’occasione ha ideato due nuove creazioni che entreranno a far parte del menù: la Torta Regio e un uovo di cioccolato fondente con copertura vellutata color rosso volta a richiamare gli iconici interni del Teatro Regio. Per la gioia degli appassionati, all’interno di un uovo soltanto è stata inserita una sorpresa speciale: due biglietti per l’inaugurazione della stagione 2023-2024.

Non resta perciò che annunciare ufficialmente la caccia all’uovo!

A cura di Alessandra Mariani

Tra scandali, frivolezze e cipria: Powder Her Face per la prima volta a Torino

L’opera permette di raccontare storie che ancora oggi possono essere attuali. A dimostrarcelo è uno spettacolo inconsueto che con soli cinque interpreti e più di diciassette personaggi, per la prima volta a Torino, va in scena al Piccolo Regio Puccini il 10 marzo 2023: Powder Her Face. Prima opera lirica di Thomas Adès, compositore classe 1971, direttore e pianista della nuova generazione che spazia dalla musica da camera al teatro musicale cantato, dall’atonalità alla musica barocca, dal blues alla musica per cinema. Un artista poliedrico la cui musica viene eseguita in tutto il mondo.

Attraverso il gioco erotico, il gioco di ruoli e un climax di tensioni, Powder Her Face racconta la storia di una donna paladina della libertà ma vittima della sua stessa società: Margaret Campbell, la cui vita fece scalpore nell’Inghilterra degli anni Sessanta a causa dei suoi comportamenti sessuali disinibiti, vede il suo matrimonio e la sua vita andare lentamente in rovina.
Una storia raccontata attraverso flashback: artificio temporale particolarmente difficile da mettere in scena a teatro ma che la regia di Paolo Vettori è riuscita a rendere in modo molto efficace con cambi a vista di cartelli riportanti l’anno della vicenda.

Foto di Andrea Macchia

Musica e canto sembrano essere indipendenti l’una dall’altro ma, in realtà, si fondono in un unico grande spettacolo che trasporta il pubblico in una storia inusuale ma estremamente coinvolgente.

L’ensemble del Regio, costituito da quindici esecutori, è riuscito con grande abilità a sfruttare tutte le capacità degli strumenti. Tra i timbri più inconsueti lo swanee whistle (flauto a pistone), il mulinello di una canna da pesca, rottami di ferro o l’uso di microfoni che sfregano la membrana del rullante o l’archetto che viene fatto rimbalzare sulle corde. Questi colori insoliti hanno suscitato grande curiosità nel pubblico che faticava a cogliere l’origine dei suoni. Un’orchestra impeccabile che è riuscita a modulare in maniera raffinata anche le dinamiche: suoni leggerissimi e quasi impercettibili si sono contrapposti a sonorità sempre più energiche.
Impossibile non lodare il giovanissimo direttore d’orchestra, il ventiduenne Riccardo Bisatti, le cui abilità sono state confermate da questo spettacolo che propone enormi sfide tecniche. Una partitura che sembra essere un luogo in cui nulla è proibito: tango, swing, jazz, sonorità contemporanee e le deformazioni di temi romantici creano una massa strumentale attraverso intrecci di timbri e colori mutevoli.

Non solo la ricerca di una sonorità pregnante ma anche un lavoro sulla timbrica vocale dei quattro interpreti attraverso un continuo alternarsi di momenti di lirismo a momenti di canto parlato, in stile Sprechgesang, e una sostanziale attenzione per i cambi di registro. Particolarmente esteso è il registro di Lorenzo Mazzucchelli, nelle vesti del Direttore dell’hotel, la cui voce risuonava potente in tutta la sala.
Irina Bodganova, soprano che già ottenne un grande successo al Regio nei panni di Berta nel Barbiere di Siviglia, questa volta ha ricoperto il ruolo principale della Duchessa. Unico personaggio sempre al centro dell’azione e che resta sé stessa fino all’ultimo; al contrario, gli altri interpreti, mutano e si spogliano dei loro abiti per entrare in vesti altrui.

Foto di Andrea Macchia

Mescolando lo stile camp – che rimanda a un carattere grottesco – al tema tragico della Duchessa di Argyll, l’opera risulta molto contemporanea: oltre a raccontarci di una società borghese della quale ci si può fare beffe, ci fa assistere ad una rappresentazione attuale della nostra società dimostrandoci la falla che c’è in essa: l’incapacità di resistere alla tentazione di «spiare dal buco della serratura» – come afferma il regista Vettori – e di giudicare l’altro.

L’erotismo, realizzato dalla regia con grande maestria, non è mai risultato volgare. Anche le scene più scabrose sono apparse eleganti e spiritose, e hanno generato spesso una risata negli spettatori. Con un omaggio alle polaroid di Mollino, perfino le fotografie della moglie del Duca in pose seducenti, esibite nel finale del primo atto sulle pareti grigie, si sono integrate perfettamente nella scenografia.
Lo spazio scenico ricordava un manicomio ma in stile déco, con oggetti di una vita ricca e prosperosa. Un allestimento dunque equilibrato, semplice e d’effetto. Il letto in posizione centrale è diventato l’elemento privilegiato: luogo in cui si consumano le scene erotiche della Duchessa, ma anche luogo del giudizio (un tribunale). L’oggetto della passione è finito dunque per rivelarsi anche l’inizio della sua rovina sociale e finanziaria.

Foto di Andrea Macchia

Al contrario del Don Giovanni che può sfoggiare il suo “catalogo”, la Duchessa viene punita dalla società per i suoi comportamenti. Al centro della storia, dunque, c’è una donna emancipata e ribelle la cui vita viene osservata e giudicata senza pietà.

A cura di Ottavia Salvadori

Il regista de L’Esorcista questa volta parla di un celebre amore: Aida torna al Regio

Continua la stagione del Teatro Regio con le anteprime delle opere rivolte ai giovani under 30. Il programma che vuole avvicinare i ragazzi al mondo dell’opera funziona molto bene: biglietti sold out in quattro giorni. Ancora una volta i giovani si vedono avvicinati ad una realtà che sembra a loro distante e inaccessibile ma che viene sfruttata come occasione di crescita.

Torino il 24 febbraio 2023 ospita nuovamente l’Aida di Giuseppe Verdi, questa volta diretta da Michele Gamba, un giovane direttore d’orchestra attivo in ambito sinfonico e con un interesse per la musica contemporanea. Creando brevi interventi tra un cambio di scena e l’altro e rivolgendosi al pubblico con un linguaggio diretto, semplice e comprensibile, Gamba ha aderito pienamente alla proposta del Regio.

Riccardo Fracchia decide di riprendere la regia di William Friedkin, regista Premio Oscar di cui si ricorda il celebre film L’Esorcista, che curò l’allestimento dell’Aida nella stagione 2005-2006: una scelta particolare per un regista dedito alla cinematografia horror e thriller.

Foto dal link https://www.teatroregio.torino.it/area-stampa/comunicato-stampa/aida-anteprima-giovani

Un’introduzione all’opera è stata offerta nel foyer del toro dall’attrice Chiara Buratti sostenuta al pianoforte da Giulio Laguzzi, direttore musicale del palcoscenico del Regio. Con grande dimestichezza e a mo’ di “jukebox”, Laguzzi ha suonato al pianoforte alcuni dei temi principali dell’opera e, con voce soave, ha riprodotto il canto del soprano Aida trasportando gli spettatori nel clima e nella disperazione della protagonista. Il pubblico, tra cui pochi neofiti, attraverso il racconto della vicenda e piccole curiosità su Verdi, ha avuto la possibilità di entrare nella trama di Aida, di conoscerla e ammirare dal suo interno elementi fondamentali per la sua lettura. L’idea che il melodramma sia uno spettacolo polveroso sta forse pian piano sparendo dalle menti dei giovani? Come dice il direttore d’orchestra Gamba «L’opera non è un cumulo di cenere, è qualcosa di rilevante per noi…parla di noi e dell’oggi».

«L’opera lirica è l’unione di quasi tutte le forme d’arte di cui l’uomo è capace, è l’unione della musica, del canto, del recitativo, della poesia, della scenografia, dei trucchi, dei balli…» ha detto Buratti, e Verdi, uomo di teatro, ci dimostra la sua capacità di utilizzare tutti questi elementi per creare uno spettacolo che colpisce per la sua grandezza. Un’opera, dunque, maestosa ma allo stesso tempo intima, in cui le fragilità vengono affrontate con forza. Grandi masse vocali che hanno travolto il pubblico con potenza, si contrapponevano a frasi sottili, in pianissimo e ancora più piano trasportando la mente in un sogno onirico, quello della pace tra i popoli. La dinamica è una caratteristica fondamentale delle composizioni verdiane, ma talvolta è stata trascurata in funzione di altri aspetti della scrittura musicale. Durante i suoi interventi il direttore d’orchestra ha affermato che «…la musica ci evoca qualcosa… l’evocazione di un’atmosfera è più di una semplice pittura di paesaggi…» gli spettatori, infatti, hanno condiviso insieme ai personaggi le vicende e le emozioni. La musica ha rievocato ambienti a noi estranei, mai vissuti. Eppure, tutto sembrava essere così familiare.

Anna Nechaeva (Aida), Gaston Rivero (Radamès) e Silvia Beltrami (Amneris)
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Musiche che risuonavano lontane alla vista ricreavano una spazializzazione e un’ambientazione che riprendeva le maestose architetture visibili sul palco. Statici e imponenti edifici si stagliavano sulla scena, rendendo i personaggi piccoli e quasi impotenti. Nonostante questo, con grande abilità i cantanti sono riusciti ad emergere dalla possente scenografia. In particolare il soprano Anna Nechaeva che con grande capacità e poco preavviso ha sostituito Angela Meade nel ruolo di Aida: con la sua performance, è riuscita a trasmettere abilmente al pubblico le emozioni e il dolore della protagonista.

La scenografia e la regia ci sono parse troppo statiche nonostante i cambi di scena abbiano continuamente variato le dimensioni del palco. Hanno trovato comunque modo di alleggerirsi con momenti coreografici eleganti che, con la raffinatezza e leggerezza del corpo di ballo, hanno donato movimento e dinamicità all’opera. Pochi colori hanno contraddistinto il palcoscenico. Luci calde gialle e rosse si alternavano a luci fredde sulle tonalità del blu per donare una particolare atmosfera ai diversi quadri. In particolare la scena del trionfo ha visto contrapposti il bianco delle tuniche dei sacerdoti e il grigio della pietra ad uno sfondo blu acceso, poco funzionale alla vicenda, e alle luci calde che hanno creato un’ambientazione fedele all’Antico Egitto, ma un clima poco maestoso. Una marcia trionfale, più efficace nella scenografia che nella musica, ha accompagnato l’ingresso vincitore di Radamès nella città di Tebe. Con stendardi e trombe ai lati del quadro, la scena è risultata infatti di grande impatto visivo, con una geometria e simmetria che probabilmente vuole ricordare anche il grande interesse di Verdi per l’architettura non solo musicale ma anche legata allo spazio.

Baobab! e gli Atlante
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Come da programma, la serata si è conclusa con Contrasti, format che vede unire drammi del passato a protagonisti della scena Torinese. Ospiti in questa serata gli Atlante e Baobab! che, con pochi brani, hanno commosso molti dei presenti con canzoni che hanno visto unire voce, chitarra acustica ed elettrica, basso, pianoforte e sintetizzatori.

Ancora una volta il Regio ottiene un grande successo permettendo ai giovani di vivere il teatro e di farlo vivere.

A cura di Ottavia Salvadori e Roberta Durazzi

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Uno sguardo attuale del passato: l’anteprima del Don Giovanni al Teatro Regio

Per la nuova stagione teatrale, il Teatro Regio ha davvero deciso di avvicinare i giovani al pubblico: agli under 30 sono dedicate le anteprime delle opere; un’esperienza che dà la possibilità, anche ai ragazzi che non hanno mai avuto occasione di avvicinarsi a questo mondo, di godersi lo spettacolo a un prezzo ridotto. Novità inizialmente pensata per gennaio 2023, ma già avviata con la fine della stagione teatrale 2022, in accordo con Riccardo e Chiara Muti, per la nuova produzione del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart. Per desiderio del direttore e del Sovrintendente Mathieu Jouvin, il Teatro Regio ha devoluto l’incasso della prova generale del 16 novembre alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro Onlus di Candiolo.

Riccardo Muti torna dunque al Teatro Regio per dirigere il dramma giocoso, salutando il pubblico e specialmente «i 650 giovani che sono con noi questa sera». Li invita a rimanere vicini al teatro, perché dà loro la possibilità di crescere; si chiede come mai, durante la sua gioventù, la musica non fosse importante quanto l’arte: «Perché nelle scuole non si studiava, ad esempio, Monteverdi?». Il discorso si conclude con l’applauso di un pubblico che è d’accordo con le sue parole e che si trova a teatro proprio perché crede nelle potenzialità del melodramma italiano.
La regia è firmata dalla figlia del direttore, Chiara Muti, che decide di scavare in profondità nei personaggi dell’opera, trattandoli come vere e proprie marionette: l’ingresso in scena di ciascuno di loro è anticipato dalla discesa, sul palco, dell’abito che andranno ad indossare. Questo vale per tutti, tranne che per Don Giovanni, perché: «L’archetipo che rappresenta l’ha liberato dai fili a cui sono ancorati tutti gli altri» tiene a precisare la stessa Chiara Muti.

La scenografia è d’impatto: uno scorcio di strada indefinito sullo sfondo, un palazzo come collassato su se stesso al centro del palco, che di fatto è composto da una pedana rotante che verrà utilizzata al suo massimo solo nel II atto. Nessun riferimento temporale, se non i vestiti che indossano i personaggi. L’ambiguo, il velato, non esiste qui: Don Giovanni (Luca Micheletti, oltre che attore anche regista stabile e responsabile artistico della Compagnia Teatrale I Guitti) è attuale, così come lo sono Zerlina (Francesca Di Sauro) e Masetto (Leon Košavić), che vengono presentati direttamente in una situazione allusiva; Donna Anna (Jacquelyn Wagner) e il suo futuro sposo, Don Ottavio (Giovanni Sala), assomigliano ad una coppia artificiosa dei giorni nostri, dove il non detto pesa e divide. Donna Elvira (Mariangela Sicilia) e il Commendatore (Riccardo Zanellato), passato e futuro di Don Giovanni, tentativo di salvezza da un lato e condanna dall’altro, sono il fil rouge dell’esistenza del “cavaliere”.

Il Don Giovanni è pur sempre un dramma, sì, ma giocoso: l’aspetto comico c’è e non si ferma solo alle parole del libretto, la gestualità collabora con la musica per esprimerne il carattere ludico. Leporello (Alessandro Luongo) in questo è certamente il maestro e le risate del pubblico durante l’aria «Madamina, il catalogo è questo» lo confermano. Si ritorna così al discorso delle marionette, capaci di divertire grazie a qualcuno che dà loro una personificazione: i protagonisti del Don Giovanni, alla fine del II atto, si spoglieranno dei loro vestiti, per tornare ad essere semplici pezzi di legno senza identità e senza caratterizzazione. E forse questo è il riferimento più grande alla società odierna: vuota e con la necessità che qualcuno tiri i fili per lei.

A cura di Chiara Vecchiato