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BRAVI RAGAZZI ALL’HIROSHIMA MON AMOUR

I bravi ragazzi non stanno più nei brutti quartieri, ma nella sala Majakovskij dell’Hiroshima Mon Amour, dove, giovedì 7 aprile, Gianni Bismark ha consumato l’unica data torinese del suo tour. L’occasione non è soltanto l’uscita dell’ultimo album, appunto, Bravi ragazzi, ma anche quella del ritorno ai live in piedi, senza mascherine e a capienza massima. Non è certo cosa da poco, soprattutto per quegli artisti e quei progetti che sul calore del pubblico contano parecchio, più degli album in studio, più del grande live in sé. Se la cultura pop – visuale e spettacolarizzante – funziona in fin dei conti anche su canali comunicativi diversi, sono le musiche urban ad avere più bisogno della vicinanza fisica del pubblico. E l’eccezionalmente ventosa serata non ha fermato centinaia di under 25 che si sono accalcati sotto il palco dell’Hiroshima per sudare, cantare, urlare e celebrare la fine delle restrizioni. 

Il clima è familiare, da “pochi ma boni”, come ripete spesso Gianni tra un pezzo e l’altro e tra un sorso di un non meglio precisato cocktail e l’altro. L’atmosfera è quella del piccolo live del rapper di quartiere, di quelli con la stessa claque di fan appassionati che non si perde nemmeno una tappa; del rapper di quartiere che fa quello che fa perché non si immagina in nessun altro posto nella vita, che non ha alternative per sentirsi vivo. Qui sta il cortocircuito di Gianni Bismark, punto di forza del suo progetto: non c’è l’estetica trap dell’eccesso e del mostrare di “avercela fatta” a tutti costi, non c’è nemmeno la pretesa di fare del rap old school raffinato o simil-intellettuale. La street credibility inseguita in maniera più o meno reale dai rapper della generazione 2016 non c’è più e quello che rimane è soltanto lui, Tiziano, vero nome del rapper romano. Tiziano e i suoi bravi ragazzi, che si lasciano prendere per mano e trasportare in una Roma da tramonto sul Pincio, un po’ malinconica e un po’ criminale. 

La tracklist del concerto è fluida: Gianni canta sia brani tratti dall’ultima fatica, sia da Nati Diversi che non aveva potuto portare live nel 2020 causa Covid – sia da Re senza corona, l’album che l’ha lanciato in cima alle classifiche hip-hop. La piccola folla davanti a lui non sbaglia un colpo e canta tutto a squarciagola con la mano sul cuore, come solo nei migliori concerti intimi si può fare. La distanza artista-fan non esiste, è completamente appiattita e Gianni termina il live scendendo dal palco e cantando in mezzo al pubblico, in una sorta di abbraccio collettivo post-pandemia. Al grido di “se beccamo fuori”, poi, sparisce dietro le quinte, lasciando la scena. 

È da figure come quelle di Gianni e di Paky che la scena urban italiana sta virando verso una direzione nuova, un superamento della trap, ma anche del rap classico tout-court, che oggi suona vintage, ma anche vecchio e saturo – e l’ultimo album di Fabri Fibra lo dimostra piuttosto bene. C’è vita dopo Sfera Ebbasta? La risposta è proprio qui: nella voce secca e in primo piano, in un autotune quasi sempre impercettibile se non assente, in una lirica cruda, diretta e semplice, senza pretese, più vera che mai. 

SANTO GIONATA DA CINISELLO

Più atteso del Capodanno, del bonus monopattino e il vaccino contro il Covid c’era solo il ritorno sulle scene del trap king con le panette, che è rientrato in scivolata sulla scena italiana lasciando tutti (o quasi) di stucco. Ma non è un barbatrucco, è Gionata Boschetti aka Sfera Ebbasta con i suoi stream da record su Spotify a poche ore dall’uscita del suo nuovo album Famoso.

L’ultima fatica di Sfera, preceduta da un battage pubblicitario non da poco (tra gigantografie a Time Square e numeri dedicati di Rolling Stone), sulle spalle aveva delle aspettative non da poco: è dal 2018 e l’esplosione di Rockstar che Sfera Ebbasta è atteso come il Messia. E allora vai di reaction e commenti a pioggia, tra gli elogi dei ragazzini invasati e le recensioni velenose degli pseudo-critici musicali dell’Internet.

Al di là della risonanza nella scena, l’opinione pubblica ha virato l’attenzione non tanto sull’ennesimo album trap su cui sfogare le proprie frustrazioni su Facebook, ma su un evento per certi versi marginale, ma che diventa centrale in un paese in cui il vituperio alle tradizioni e alla nostra fantasmagorica Storia è un reato di lesa maestà: il sindaco di Cinisello Balsamo, Giacomo Ghilardi, ha deciso di dedicare temporaneamente una piazza a “Gionata Boschetti in arte Sfera Ebbasta”, scatenando un putiferio talmente assurdo da costringerlo a scrivere una lettera per dire a tutti di calmarsi.

I fenomeni del boomeraggio compulsivo sui social hanno alzato un polverone facendosi sfuggire il piccolo particolare per cui una persona deve essere morta da dieci anni affinché gli possa essere dedicata una piazza, una via e quant’altro e non cogliendo la palese mossa di marketing per l’uscita di Famoso. E mentre i figli e i nipoti sono chiusi in camera a guardare il documentario prodotto da Amazon Prime dal titolo omonimo delll’album, i genitori e gli zii si scatenano sui social, e qualche nome del giornalismo italiano, loro coetaneo, scrive paginate e titoloni contro questi idoli giovanili scandalosi e offensivi. I familiari delle vittime della terribile strage di Corinaldo, verificatosi nel 2018 in occasione di un’ospitata di Sfera in una discoteca di provincia, si sono detti profondamente feriti da questa decisione, in quanto “non condividono la musica e i messaggi trasmessi” dal rapper, opinione certo legittima ma che, anche per l’interesse che i media continuano a mostrare per quella vicenda, ben oltre i limiti legali del (non) coinvolgimento di Sfera, continua a fomentare i legami tra un cantante e una strage causata da violazioni delle norme di sicurezza che nulla hanno a che vedere con la sua musica. Arrabbiarsi con le istituzioni è faticoso e stancante, meglio sputare veleno contro un artista che ha costruito il suo consenso e il suo successo per vie anomale rispetto a quelle del paternalistico e vetusto sistema che regola lo spettacolo e la canzone italiana e che non è ancora riuscito ad inglobarlo; come ha fatto con Achille Lauro, che adesso non fa più paura, è innocuo, è solo un bravo ragazzo che si veste come Renato Zero e David Bowie. E Mara Venier che lo chiama “bello de zia” suona quasi come un’investitura cavalleresca che incorona il ragazzino che è cresciuto in mezzo alle roulotte.

Eppure l’operazione messa in atto nel docu-film “Famoso” racconta a mo’ di favola Disney, il making of dell’ultimo album, l’ascesa del ragazzetto un po’ tamarro di provincia che sogna l’america, che riempie il forum Assago di Milano cantando di bravi ragazzi nei brutti quartieri. Una favola dalla narrazione completamente edulcorata dall’immaginario che il fenomeno trap ha costruito negli anni e che esplode vigorosamente nelle nuove leve (vedi FSK), nate a ridosso del nuovo millennio, figli fragili dei capostipiti del genere in Italia (almeno come ascolti e diffusione), come la Dark Polo Gang o lo stesso Sfera Ebbasta. E nella favola del self-made man da Cinisello a Hollywood, non c’è spazio per sesso, droga e rock ‘n roll.


Che quella di “Famoso” fosse una sorta di pulizia dell’immagine di Sfera agli occhi del pubblico più ampio e variegato che ormai, lui come la BHMG in generale, da anni sta cercando di raggiungere in favore di uno sguardo internazionale, o meno, il perno su cui ruota tutto è sempre lui, Sfera. Sfera Ebbasta è un imprenditore che non usa i congiuntivi, ha un mitra sulla faccia e crede ancora nel sogno americano. Ha girato il mondo e riempito i palazzetti ma non è mai uscito dalla profonda provincia lombarda, che canta di droga e puttane mentre dice alla mamma di stare tranquilla. Sfera Ebbasta è l’ennesima occasione sprecata per non trattare i giovani come appestati e i loro idoli come untori di degradazione, ignoranza e perdita di valore, senza tentare nemmeno di capire chi sono e perché fanno quello che fanno. È il martire simbolico di generazioni che non hanno il coraggio di fare i conti con la loro arretratezza e il loro triste fallimento.

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TOP 10 OTTOBRE

I dieci singoli migliori di Ottobre, secondo Musidams.

A LA MUERTE – Speranza (feat. Tedua)
Potente, tamarro, incazzato: il primo album di Speranza non poteva che essere nato da l’improbabile, riuscitissima, unione tra Secondigliano e gli Champs Elysées.
28/30

Bottiglie Privè – Sfera Ebbasta
Più atteso delle elezioni americane c’è solo il ritorno di Sfera. I fan si commuovono, la scena trema.
27/30

Demoni – Mecna
In questi tempi bui tutti diventano più indie, Mecna non è da meno.
Si piange in autotune.
26/30

On Gang – Thelonious B.
Di amore e di trap non ce n’è mai abbastanza, allora viva chi bacia in bocca suo fratello perché lo ama davvero.
25/30

Let me love you like a woman – Lana Del Rey
La voce di Lana Del Rey è proprio quello che ci vuole per abbandonarsi in questa cullante malinconia autunnale.
24/30

a cura di Clarissa Missarelli

5G – Ackeejuice feat. Tormento & Nomercy Blake
Un brano che dal titolo sembra richiamare una teoria di complotto, ma che ti trascina con il suo ritmo.
28/30

Ultimo tango – La Scelta
Da un leggero sapore vagamente lunapoppiano.
27/30

Parli parli – Carl Brave (feat. Elodie)
Potrebbe essere la versione moderna, con tutto il rispetto, del duetto di “Non amarmi”
25/30

Il Cielo è di tutti – Bungaro e Fiorella Mannoia
Un valzer/ballata che accompagna le parole di Gianni Rodari, nel centenario della sua nascita.
26/30

Contatto Negramaro (24/30)
Sognare di cercare un contatto con qualcuno, probabilmente per colpa della distanza di sicurezza.
24/30

a cura di Luca Lops