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Muti dirige «Babij Yar» di Šostakóvič

«T’ho visto: eri tu, –l’accusa di Quasimodo all’Uomo del mio tempo– con la tua scienza esatta, persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro per la prima volta»: è l’atto di dolore di quella menzogna («Andiamo ai campi») giunta sino a noi, che ha sostituito l’insegnamento del Cristo con la legge di Caino; coltivato la pietra e la fionda. Una riflessione che potrebbe prestarsi all’interpretazione implacabile di Riccardo Muti, che dirige Sinfonia n.13, op. 113, «Babij Yar» di Šostakóvič –con il basso Aleksej Tichomirov e Chicago Symphony Orchestra, per CSO Resound quest’anno. L’esecuzione massiccia contro la violenza di dimenticare, la mortificazione di negare, per una trasmutazione dei valori.

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Bloody Vinyl 3: chi ha paura della machete?

La Machete e lo scettro della scena italiana

Come la Trinità, i Moschettieri e le Grazie anche la Machete sa che tre è il numero perfetto, e all’alba dello scorso 2 ottobre, è arrivato il terzo episodio della saga Bloody Vinyl Mixtape: dal fantasma della dubstep e lo scratching old school che aleggiavano nel primo capitolo nel 2012, ai primi accenni di 808 nel BV2, tre anni dopo, anche quest’anno, Salmo si riconferma tra i più intelligenti imprenditori musicali del momento.
Astri nascenti, meteore, padri e padrini della scena t(rap) sui beat dei producer di punta dell’anno: questo è Bloody Vinyl 3.
Bastano i nomi: Slait, Tha Supreme, Low Kidd, Young Miles (e una capatina di Greg Willen).

Salmo, copyright ColdMasterKilla / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

Già con il discusso, amato e odiato Machete Mixtape 4, da cui Salmo è uscito ora come il Cristo Redentore della scena italiana, ora come un pagliaccio venduto, la Machete si era dimostrata quantomeno in grado di intercettare i sound e i nomi del momento, tra cui appunto quello di Davide Mattei aka Tha Supreme, anticipandone l’esplosivo successo che lo avrebbe investito di lì a poco con il primo album targato Epic Records,
sottoetichetta della Sony , 236451.
Bloody Vinyl 3, che sembra aver calmato le acque e momentaneamente anestetizzato le polemiche contro Salmo e l’eterna querelle con Luchè, ha tutte le carte in regola per essere una delle più interessanti uscite dell’anno e stabilire chi è fuori e chi è dentro al gioco.

Mossa azzeccata aprire con i bassi distorti di “Machete Satellite”, in cui, nell’improbabile ma riuscita collaborazione con Taxi B, Salmo rievoca il suo passato metal e hardcore con uno screamo perfetto che sorprende i fan nuovi e accontenta i vecchi, e che suona un po’ come un voler dimostrare la tecnica che vince sugli urli scoordinati di Taxi, e che in fondo ’sti giovani trapper di oggi non si sono inventati niente.
Le sonorità esplosive e il flow destrutturato che segue l’andamento del beat, firme d’autore di Tha Supreme, fanno scintille con i suoni ricercati e tendenti all’elettronica di Young Miles, in due dei brani più riusciti del mixtape: “X 1 MEX” con un beat che guarda alla dance anni ‘90 e con il feat. di Dani Faiv e il suo flow fluido e scorrevole che si incastra con le sillabe sincopate di Tha Supreme e “Baby” feat. Rosa Chemical, che quando si parla di “tre bitch sul dick come Paul”, è sempre in prima fila.
Il sound più dark di Low Kidd viene fuori nei momenti meno d’impatto della tracklist, ma altrettanto riusciti come “Telephone” (feat. Capo Plaza e Sick Luke) e “5G” in collaborazione con Nitro, Fabri Fibra e Jake La Furia.

Che la si veda come una mera strategia di marketing o meno, è innegabile l’intelligenza della mossa, più che riuscita e decisamente di qualità.
A dimostrazione non solo che Salmo, e la Machete con lui, è stato capace di collaborare con i nomi giusti e nel modo giusto, ma anche che è ormai chiaro chi, per un motivo o per l’altro, è fuori dal gioco.

Cage meets Satie

«Per interessarsi a Satie – sosteneva Cage – bisogna cominciare non avendo interessi, accettare che un uomo sia un uomo, lasciar perdere le nostre illusioni sull’idea di ordine, di espressione dei sentimenti e tutti gli imbonimenti estetici di cui siamo gli eredi. Non si tratta di sapere se Satie è valido. Egli è indispensabile»: è l’ago della bilancia della sua vita artistica. Sapientemente Jay Gottlieb e Anne de Fornel (pianisti) interpretano questo pensiero nel loro disco rilasciato da Paraty.

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I Concerti per violino di Schoenberg e Brahms (Jack Liebeck)

È pubblicato da Orchid Classics il lavoro di Jack Liebeck, che la BBC Symphony Orchestra accompagna sotto la direzione di Andrew Gourlay. Riflettendo sulla Storia e l’esperienza della sua famiglia, Liebeck sceglie l’accostamento dei Concerti per violino e orchestra op. 36 e 77 di Schoenberg e Brahms. Comune la persecuzione: ebreo d’origine, Schoenberg scrisse il Concerto quando lasciò l’Europa, dopo l’ascesa al potere di Hitler nel 1933; Walter Liebeck, il nonno del violinista, nel 1934 fu costretto a fuggire dai nazisti in Sudafrica. Mantenendo un vivo legame con il passato, nell’interpretazione si lega affettivamente, sentitamente al contesto. Pronuncia un discorso della memoria – sull’instabilità e l’intolleranza, che ancora appartengono all’uomo di oggi.

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10 tra i migliori album della prima metà dell’anno

La prima metà dell’anno, caratterizzata dalla pandemia di Covid-19, è stata sicuramente un periodo difficile per i musicisti di tutto il mondo, che hanno dovuto annullare o posticipare l’attività live. Molti hanno rimediato con dirette sui social per intrattenere i propri fan, altri hanno caricato online di propria iniziativa interi concerti. Nonostante tutto, nella prima metà dell’anno sono usciti diversi dischi interessanti. Questo articolo ne analizza 10 in ordine sparso, senza l’intento di fare una classifica.

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Amor Tiranno (Vistoli e Sezione Aurea)

Carlo Vistoli sceglie per il suo lavoro discografico 2020 di cantare l’Amore non in una prospettiva idealizzata, romantica, bensì in quella del tormento, della collera che consuma i sensi. Da questa angolatura, l’Amore è sempre un «dio della violenza». Preme sul cuore, costruisce labirinti di angoscia, meandri di pianti in cui perdi l’anima. Un lavoro che Vistoli interpreta insieme a Sezione Aurea –con il contributo del soprano Lucia Cortese- diretti da Filippo Pantieri al clavicembalo e all’organo, per l’etichetta Arcana. La voce di Vistoli, intrisa d’intenso lirismo, tocca le corde della sensibilità. In costante dialogo con gli strumenti, ponendosi abilmente al servizio totale di canto e testo. Parola e musica si compenetrano l’una nell’altra, armonizzando, ma sempre mantenendo la propria natura.

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Rota: Chamber Works (Bidoli, Canino, Mercelli, Sanzin)

Pubblicato da Decca Italy, il lavoro discografico 2020, che il violinista Alessio Bidoli interpreta insieme al pianista Bruno Canino, al flautista Massimo Mercelli e all’arpista Nicoletta Sanzin, seleziona alcune delle pagine cameristiche più espressive di Nino Rota –nome d’arte di Giovanni Rota Rinaldi (Milano 1911, Roma 1979).

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Perfezione ed estasi nella moderna Quinta diretta da Currentzis

In occasione dei 250 anni dalla nascita di Ludwig van Beethoven, il greco Teodor Currentzis dirige la Quinta sinfonia alla tesa di MusicAeterna – l’orchestra russa che lui stesso ha fondato nel 2004. La registrazione, incisa in coppia con la Sinfonia n.7 in la maggiore op.92 –che verrà rilasciata separatamente in autunno 2020- è stata distribuita da Sony Classical e resa possibile grazie al supporto di VTB Bank.

Legati da un’intesa mistica, l’orchestra e il suo direttore condividono valori, principi, che trovano radice in intime e profondissime esigenze; affrontando un repertorio che spazia dalle musiche barocche, nel loro suono originale, alle più contemporanee.    

Opinioni divergenti sulla sua figura, d’eccezione nell’ambito, hanno contribuito alla costruzione di un mito, che lo presenta ora “salvatore della musica classica” ora guru visionario ed eccentrico, contrassegnato da un’attitudine punk. L’atteggiamento da eremita, l’ascesi spirituale e la devozione verso un ideale totalizzante, cui aderisce pienamente insieme con i musicisti di MusicAeterna, dimostrano la convinzione e la forza della sua fede artistica. La ricerca è quella estrema della perfezione, dell’estasi, e la trascendenza. Il fine è catarchico, in tutti gli stati possibili. «Tutta l’alta intenzione di questa musica, tutta questa incredibile energia può purificare gli ascoltatori e inviare questo nuovo raggio di luce nella loro coscienza e nello spirito»: questa la dichiarazione d’intenti di Currentzis per la Sinfonia n.5 in do minore op.67. Le prime bozze della Sinfonia risalgono al 1804, ma la composizione vera e propria è avvenuta in seguito, tra il 1807 e il 1808, in contemporanea con la Pastorale. Sono anni di travaglio e sofferenza, per il compositore di Bonn, acuiti dalla sempre più disperante sordità. Schindler, amico e primo biografo di Beethoven, avrebbe difatti interpretato le sue parole «così il destino batte alla porta», in riferimento alle quattro note iniziali, come esemplificative dei motivi dell’intera opera, da allora definita «Sinfonia del destino». Per certi versi, è la dichiarazione di un destino irriducibile. Eppure Beethoven sentiva, con determinazione sacrale, di essere stato investito di una missione –quella di trasmettere un messaggio, positivo nonostante le miserie e le storture quotidiane, al di là della dimensione strettamente personale. Allo stesso modo, il Currentzis-vate avverte tutta la necessità e l’importanza di recuperare la purezza assoluta dell’Arte, la Verità artistica. Secondo il direttore d’orchestra, è stata infatti fraintesa la vera bellezza di Beethoven, la quale «non è la bellezza morale della proporzione –sostiene lo stesso Currentzis- bensì quella immorale e rinvigorente della luce che può bruciare». Prendendo le distanze dall’interpretazione più classica, ne restituisce una personalissima e anticonvenzionale.

L’esecuzione dell’Allegro con brio, in apertura dell’opera 67, è densa, dinamica. L’intero movimento, vigoroso nel suo insieme, è sostenuto da un andamento rapinoso di note veloci. Scandito dall’impeto del ritmo, prosegue spedito, impietoso; brevi stati di quiete. Si consuma in rapidità. Currentzis riesce a penetrare tutta l’essenza dello spirito del compositore tedesco: un Beethoven teso, contrastato, esasperato che si sostanzia attraverso le sonorità secche e taglienti, le accensioni cromatiche. Dall’alleggerimento sonoro in chiusura del primo movimento, prende le mosse l’Andante con moto. Mitigato dall’alternanza tematica, si caratterizza per il generale senso di luminosità. Crepita in bagliori. L’Allegro inizia fra note sommesse, che dal registro grave crescono di sonorità. Il trattamento musicale restituisce un incedere nervoso. Gli archi si impuntano e trascinano in un’agitazione frenetica. Agitazione poi stemperata dal passaggio al pianissimo in una graduale, ma crescente, sottrazione -in termini di peso e colore. Il suono diviene morbido, delicato, sfuma in leggere inconsistenze. Dirompente, l’Allegro finale trionfa sui movimenti precedenti, esuberante, tumultuoso. Espressione che vibra di vitalità e gioia. Chiude sfolgorando.    

È interessante notare come Currentzis rilevi nell’opera non tanto il titanico conflitto tra Eroe e Destino o la lotta fra Bene e Male, quanto la passione del compositore, facendone un ritratto molto espressivo e vivido.  È dunque Beethoven stesso che appare, deborda dai confini della partitura, in una sorta di “fenomenologia dello spirito”. La rappresentazione dell’uomo in rivolta.