Tutti gli articoli di Clarissa Missarelli

Tauro Boys @ Hiroshima Mon Amour

I Tauro Boys ci hanno dedicato un tour intero, l’ultimo, ma che internet non renda felici è piuttosto chiaro. Il 26 maggio ci sono almeno tre generazioni diverse nella sala Majakovskij dell‘Hiroshima Mon Amour, a sudare, pogare ed esorcizzare ansie e paure dei
figli di internet. Ci sono gli ultratrentenni che si rifiutano di crescere e gli universitari coetanei del trio romano, in bilico tra Gen Z e Millennials. Ma ci sono anche gli adolescenti che in fila per entrare parlano dell’interrogazione di matematica il giorno dopo e poi urlano a squarciagola di voler morire. Yang Pava, Prince e MXMLN arrivano sul palco in una sala già infiammata non solo dal caldo infernale ma anche dall’entusiasmo di un pubblico che per la maggior parte è al primo concerto dopo la fine delle restrizioni Covid. La voglia di tornare ad
un idealizzato mondo pre-pandemia è tale che non servono grandi doti da animale da palcoscenico per farsi acclamare a gran voce. Ma i Tauro hanno sempre avuto un certo appeal sul pubblico, sanno muoversi bene, interagire con i fan e tra di loro, fare battute col microfono in autotune e tutti quei cliché da cui i trap boys non possono sfuggire. La setlist
pesca principalmente dall’ultimo album, Tauro Tape 3, la cui prima traccia, “Cobain Codeine”, apre anche il live. Ma i successi degli album precedenti, come “Marilyn”, non vengono certo dimenticati e i fan li accolgono sempre con un certo trasporto emotivo a cui il
trio romano non si è mostrato indifferente.


Qualcuno potrebbe rimproverare agli artisti della scena urban e dintorni di non muovere un dito sul palco – in fondo, si tratta di basi e mic in autotune – e chiedersi il motivo per cui si senta il bisogno di andare ad un concerto del genere. La lontananza dei grandi spettacoli pop dalle performance di artisti come i Tauro Boys è abissale, ma è proprio questo il punto. Non si tratta di uno show da ammirare, ma di un momento collettivo, comunitario per cantare insieme quel pezzo che condividiamo su Instagram e ascoltiamo su Spotify in solitudine, con un sostanziale annullamento della distanza artista-pubblico. Un discorso analogo – ma in realtà non così tanto – si potrebbe fare con i cantautori indie, o itpop che dir si voglia, che si pongono in un’ottica di identificazione dell’ascoltatore nei testi delle canzoni e nelle figure degli stessi cantanti. Ma il gap è piuttosto ampio: il cantautore indie non è esattamente “uno di noi”, gode in ogni caso dello status di artista, il più delle volte anche di strumentista, che dà vita alla “magia” della musica e della sua sensibilità e la dona ai suoi ascoltatori. Artisti come i Tauro Boys nella quasi totalità dei casi non suoneranno mai uno strumento sul palco anche se poi lo sanno fare davvero – e non fanno niente che non farebbe anche un fan preso a caso dall’audience. Ecco che un live come questo e come quello di tanti altri rapper e trap boys italiani trova il suo senso, ed ecco che i Tauro Boys, quando salgono sul palco, diventano, assieme al pubblico tutto, la Tauro Gang.



Il riposo dello stripper – Achille Lauro all’Eurovision 2022

All I need is love”: no, non siamo in un nostalgico revival dell’amore universale anni ’60, ma nel 2022, sul palco del contest musicale più seguito d’Europa. Dietro il microfono c’è Achille Lauro, che canta, ansima, bacia il suo chitarrista Boss Doms, si struscia sulla scenografia, cavalca un toro meccanico, dà fuoco agli strumenti, poi ringrazia e se ne va. I fan sono contenti ma non sorpresi, il pubblico italiano è in visibilio, quello internazionale un po’ meno. Contro ogni pronostico, “Stripper”, il brano che Lauro ha scritto appositamente per l’ESC, non passa in finale e perde contro performance decisamente più sottotono. Domandarsi cosa sia successo è lecito, rispondere è complicato.

La sconfitta di Achille Lauro al Festival di Sanremo era scontata: non solo per un brano debole e che ha soltanto le tinte sbiadite di quello che era stato “Rolls Royce”, nel 2019, ma anche per una performance poco brillante e non certo all’altezza di quello che Lauro ha costruito attorno al suo personaggio e alla sua presenza in determinati contesti. Molto meno ovvia, tuttavia, è apparsa la sua candidatura all’Eurovision 2022 per rappresentare San Marino. Che la visibilità di un palco come quello di ESC fosse nelle mire di Lauro fin dall’inizio è piuttosto chiaro. Come è altrettanto chiaro che qualcosa, in tutti questi corsi e ricorsi, sia andato storto. La figura di Lauro da sempre genera cortocircuiti, come spesso accade con figure investite, più o meno volontariamente, dello stato di icona del momento. Icona della trap a Sanremo 2019 – con un brano che di trap ha poco e niente -, icona di liberazione sessuale e identitaria nel 2020, icona della moda nel 2021: Lauro ha creato attorno a sé, al suo corpo, agli abiti che indossa, a come parla e come scrive, tutta una serie di discorsi che si porta dietro ogni volta che sale su un palco, specialmente in contesti mainstream e popolari.

Foto: Nderim Kaceli

Dal bacio con Boss Doms, alla scenografia in fiamme, agli outfit, quello che il pubblico di Sanremo e quello di Eurovision hanno visto sul palco e in diretta su Rai1 non è niente di nuovo nel progetto artistico di Lauro. Il destinatario del suo spettacolo non è la comunità dei fan, di chi effettivamente compra i biglietti per i live, i vinili in edizione limitata o il merch. L’efficacia dello show di Lauro e il suo team, che ha avuto indubbiamente un forte impatto almeno fino al 2020, dipende anche e soprattutto dal destinatario, dal target che dovrebbe essere più o meno sconvolto nel vedere un uomo con un corpo tutt’altro che androgino o efebico, che gioca con outfit e identità non binarie. Oppure quello ristretto e comunitario che coglie in un brano i continui riferimenti dalla cultura pop o dalla carriera di Lauro stesso, in un infinito rincorrersi di citazioni e autoreferenzialità. Ma l’Eurovision non è Sanremo e “Stripper” non è “Rolls Royce” e forse sta proprio qui la chiave di volta per comprendere – e accettare – l’effettiva sconfitta di Lauro al contest 2022, a discapito di quanto una certa fetta di pubblico italiano pensasse. Se “Domenica” (il brano dello scorso Sanremo) suona come uno svogliato tentativo di riprodurre il senso, le sonorità e gli arrangiamenti di 1969, l’album che ha strappato Lauro alla trap, “Stripper” si inserisce nella direzione degli ultimi due lavori in studio, Lauro e Achille Idol Superstar. L’evidente operazione che Lauro sta inseguendo ormai da anni non è la ricerca della hit radiofonica, ma piuttosto un tentativo di trovare la canzone-inno. La pretesa di una costruzione musicale complessa o ricercata decade, in favore di melodie volutamente immediate, liriche che “parlino a tutti”, strutture semplici e universali. Il focus non è Franco Battiato, ma “Albachiara”, per intenderci. Ma un brano come “Stripper” non funziona su un palco come quell’Eurovision, specialmente nell’edizione subito successiva alla vittoria dei Maneskin, di cui il brano di Lauro, ad una fetta non piccola del pubblico europeo è sembrato una brutta copia. 

Avrebbe funzionato meglio sul palco dell’Ariston? Per quanto sia complicato e forse poco interessante fare la storia con i se e con i ma, vale la pena di riflettere in questi termini. “Rolls Royce”, in un contesto e in un momento in cui Lauro era ancora un perfetto sconosciuto, è suonato come una ventata d’aria fresca in una kermesse stanca e incapace di intercettare le novità. Pian piano le cifre stilistiche di Lauro sono diventate parte integrante del personaggio: il collage di riferimenti pop, la lirica per accumulazione, gli outfit-opere d’arte, il personaggio dandy misterioso che non si capisce mai cosa provi davvero. Tutti questi discorsi sono Lauro stesso ed esistono ogni volta che sale su un palco come quello del Festival di Sanremo, al momento unico luogo in cui funzionano davvero. Senza i precedenti che solo il pubblico italiano coglie, “Stripper” non può avere lo stesso impatto. Ecco che agli ascoltatori europei e appassionati di Eurovision, più giovani, più internazionali, più informati, due chitarre elettriche e qualche riferimento pop non fanno effetto. 

Foto: Nderim Kaceli

Lauro sa scrivere, sa performare e sa interpretare e questo lo ha dimostrato fin dagli esordi della sua carriera, fin dai primi mixtape, da “Barabba” e dalla trap. L’utopistica pretesa di piacere a tutti, la nevrosi di produrre un album all’anno e non riconoscere quando è meglio mollare la presa, le eccessive costruzioni egoriferite che sottendono ogni sua mossa artistica o di marketing: sono forse questi gli ingredienti del cocktail che sta portando Lauro su un terreno pericoloso. “St’amore è panna montata al veleno, ne voglio ancora”, cantava in “Me ne frego” e oggi più che mai suona come uno sguardo allo specchio, una resa, forse inconscia. Lauro, a poco più di trent’anni e in meno di cinque, ha disegnato una parabola che molti artisti non vedranno in una carriera. Ed è proprio questo, forse, il momento di fare un passo indietro, per quanto sia spaventoso. Di vivere così, c’est la vie, Rolls Royce. 

A cura di Clarissa Missarelli

Stupide canzoni d’amore con Gigliola Cinquetti


C’è fermento nell’aula magna della Cavallerizza Reale. Alle 18 è attesa Gigliola Cinquetti, per un dialogo con Jacopo Tomatis dell’Università di Torino, nel pieno delle due intense settimane di eventi organizzati da Universo. Se è vero che la canzone italiana è tanto tradizione quanto trasversalità, è presto spiegato l’eterogeneo pubblico che affolla la sala: c’è chi la Cinquetti se la ricorda ancora in bianco e nero a Canzonissima, ma ci sono anche gruppi di ventenni alternativi che scorrono TikTok
per spezzare l’attesa. Poi, alle 18 e qualche minuto, preceduta da un video che ne mostra brevemente la storia attraverso i giornali giovanili italiani, arriva lei. È bellissima, elegante, ancora la diva che splende sul palco del Festival di Sanremo, di Canzonissima, di Eurovision. Bastano poche battute e il titolo della conferenza, “Un’italiana ad Eurovision”, è smontato, rimodellato: Gigliola è un’interprete italiana, ma una diva europea. Ci tiene a sottolineare e ricordare quanto i suoi brani piacciano ai francesi, ai tedeschi, “persino agli inglesi”. La commozione dei figli degli immigrati italiani in Australia nell’ascoltare “Non ho l’età”, di cui racconta Tomatis, poi, sposta il discorso verso il forte sentimento di appartenenza europea della Cinquetti.

Foto: Nderim Kaceli

Una breve panoramica dei momenti più emozionanti della carriera della diva, poi, si legano al tenero ricordo di suo padre. Un uomo che ha sempre creduto in lei, supportandola anche contro i pregiudizi del resto della famiglia, che vedevano il mondo dello spettacolo come un luogo poco adatto ad una ragazza così giovane. Gigliola, infatti, quando ha iniziato a calcare il palcoscenico aveva appena 13 anni.
Dai licei a Sanremo il passo non è breve, ma per un talento unico come quello di Cinquetti, è sicuramente naturale. Da qui il ricordo di alcuni incontri preziosi, come quello con Domenico Modugno, con cui ha anche diviso il palco e di cui ha interpretato “Dio come ti amo”. O come quelli con Piero Ciampi, Paul McCartney e Jacques Brel.

Foto: Nderim Kaceli

Un ultimo sguardo al passato, poi, con Eurovision ‘74, edizione in cui la sua “Alle porte del sole” è arrivata dietro a “Waterloo” degli Abba.
È il momento della musica. Con Alessandro D’Alessandro all’organetto e Antonio Ragosta alla chitarra, Gigliola Cinquetti canta quattro brani e incanta la sala. “Il maestro è nell’anima” di Paolo Conte, “Go (before you break my heart), “Alle porte del sole” e, per finire, “Dio come ti amo” di Domenico Modugno. Sono tutti d’accordo. Viva le stupide canzoni d’amore, viva Gigliola Cinquetti!

Foto: Nderim Kaceli

A cura di Clarissa Missarelli

ESC 2022: pagelle della seconda semifinale

Lungi dai tempi biblici di Sanremo, la seconda serata dell’Eurovision Song Contest 2022 scorre più o meno velocemente, tra commento fuori luogo di Malgioglio e l’altro. Senza ulteriori indugi, le pagelle delle esibizioni dell’ultima semifinale del contest:

Jezebel – The Rasmus (Finlandia)
La serata è appena iniziata e di colpo siamo nel diario di una emo quindicenne nel 2010. Solo per nostalgici incalliti e scene queens invecchiate.
Voto: Netlog/30

I.M. – Michael Ben David (Israele)
Dopo le chitarre distorte brutte e cattive, la tamarrata dance house, ci sta. Un po’ di voguing qua e là ed è subito Rupaul’s Drag Race. Sashay away.
Voto: 24 /30

In corpore sano – Konstrakta (Serbia)
Una performance ipnotizzante e quel fascino un po’ decadente est europeo. Complici scenografia e coreografia assolute protagoniste, Konstrakta porta a casa un’esibizione interessante.
Voto: 28/30

Fade to Black – Nadir Rustamli (Azerbaijan)
Vestito come una comparsa del Gladiatore, Nadir Rustamli piazza una performance vocale notevole, per un brano totalmente dimenticabile.
Voto: 25/30

Lock me in – Circus Mircus (Georgia)
Del resto, cosa c’è da fare in Georgia se non suonare una sorta di revival brit pop in improbabili outfit un po’ steampunk, un po’ Willy Wonka?
Voto: 27/30

I am what I am – Emma Muscat (Malta)
Quella canzone scartata dall’ultimo film di Disney Channel e ripescata in salsa pop. La quota “accettarsi per quel che si è”, ce la siamo portata a casa anche stasera.
Voto: Hannah Montana/30

Stripper – Achille Lauro (San Marino)
Un romano nato a Verona a cavallo di un toro texano – di nome Roberta – che gareggia per San Marino con una canzone che parla di uno spogliarellista e una cowboy. E Boss Doms.
Voto: old wild west/30 e premio “limone in prima serata”.

Achille Lauro in “Stripper” – Foto dal profilo Instagram di Raieurovision

Not the same – Sheldon Riley (Australia)
Una bella voce potente, melodica, super pop. Lo stile “American Idol” e il testo tanto intimo e personale quanto estremamente retorico lo rendono un valido candidato per scalare le classifiche. Forse l’outfit più bello della serata.
Voto: 26/30

Ela – Andromache (Cipro)
L’emozione può spezzare le gambe ad una performance eccellente. Andromache suona affaticata e non riesce del tutto a far funzionare il suo pezzo. Peccato.
Voto: 25/30

That’s rich – Brooke (Irlanda)
Un pezzo brutto.
Voto: brutto/30

Circles – Andrea (Macedonia del Nord)
Una bella vocalità potente per una performance che ha fatto tremare il Pala Olimpico. Andrea è incazzata nera e sfoga tutto in questa ballad veramente ben fatta.
Voto: 27/30

Hope – Stefan (Estonia)
Giacchetta di jeans con stivali un po’ cowboy, mascellone e sorriso da bravo ragazzo dall’aria rustica. Arriva sul palco ed è Johnny Cash della Lidl, poi inizia a cantare e comprare lo spirito di Aviici, pace all’anima sua.
Voto: 22/30

Sheldon Riley in “Not the same” / Foto dal profilo Instagram di Raieurovision

Llàmame – WRS (Romania)
Chi siamo? Da dove veniamo? Perché c’è un rumeno che canta un reggaeton spagnoleggiante con una cintura della WWI sul palco dell’Eurovision?
Voto: pem pem/30 e premio “appropriazione culturale”

River – Ochman (Polonia)

Nella fiera delle canzoni dimenticabili, Ochman è lo stand che vende sottobicchieri tristi, in fondo, verso l’uscita, quando hai già speso i tuoi soldi e vuoi solo andare a casa.
Voto: oblio/30

Breathe – Vladana (Montenegro)
Difficile non amare Vladana, anche se la sua performance ha dei difetti e il brano non è sicuramente tra i più originali o interessanti, ci ha messo proprio il cuore.
Voto: 25/30

Miss You – Jérémie Makiese (Belgio)
Da 007 a Justin Timberlake è un attimo e Jérémie, letteralmente, salta da un intro alla “Skyfall” ad una sorta di Backstreet Boys un po’ svecchiati, ma nemmeno tanto.
Voto: voglio tornare negli anni ‘90/30

Hold me closer – Cornelia Jakobs (Svezia)
Forse la performance canora più riuscita della serata. Il timbro graffiante di Cornelia, che canta scalza con un gusto un po’ fine anni ‘90, è perfetto per il suo brano. Il pubblico è d’accordo e la premia spedendola in finale.
Voto: 27/30

Lights off – We are domi (Repubblica Ceca)
La cantante, che poi è l’unica ceca del gruppo, in cosplay di Madame, alza il livello di un’esibizione che passa inosservata – come il brano, del resto.
Voto: 22/30

Immagine in evidenza: Nderim Kaceli

A cura di Clarissa Missarelli

BRAVI RAGAZZI ALL’HIROSHIMA MON AMOUR

I bravi ragazzi non stanno più nei brutti quartieri, ma nella sala Majakovskij dell’Hiroshima Mon Amour, dove, giovedì 7 aprile, Gianni Bismark ha consumato l’unica data torinese del suo tour. L’occasione non è soltanto l’uscita dell’ultimo album, appunto, Bravi ragazzi, ma anche quella del ritorno ai live in piedi, senza mascherine e a capienza massima. Non è certo cosa da poco, soprattutto per quegli artisti e quei progetti che sul calore del pubblico contano parecchio, più degli album in studio, più del grande live in sé. Se la cultura pop – visuale e spettacolarizzante – funziona in fin dei conti anche su canali comunicativi diversi, sono le musiche urban ad avere più bisogno della vicinanza fisica del pubblico. E l’eccezionalmente ventosa serata non ha fermato centinaia di under 25 che si sono accalcati sotto il palco dell’Hiroshima per sudare, cantare, urlare e celebrare la fine delle restrizioni. 

Il clima è familiare, da “pochi ma boni”, come ripete spesso Gianni tra un pezzo e l’altro e tra un sorso di un non meglio precisato cocktail e l’altro. L’atmosfera è quella del piccolo live del rapper di quartiere, di quelli con la stessa claque di fan appassionati che non si perde nemmeno una tappa; del rapper di quartiere che fa quello che fa perché non si immagina in nessun altro posto nella vita, che non ha alternative per sentirsi vivo. Qui sta il cortocircuito di Gianni Bismark, punto di forza del suo progetto: non c’è l’estetica trap dell’eccesso e del mostrare di “avercela fatta” a tutti costi, non c’è nemmeno la pretesa di fare del rap old school raffinato o simil-intellettuale. La street credibility inseguita in maniera più o meno reale dai rapper della generazione 2016 non c’è più e quello che rimane è soltanto lui, Tiziano, vero nome del rapper romano. Tiziano e i suoi bravi ragazzi, che si lasciano prendere per mano e trasportare in una Roma da tramonto sul Pincio, un po’ malinconica e un po’ criminale. 

La tracklist del concerto è fluida: Gianni canta sia brani tratti dall’ultima fatica, sia da Nati Diversi che non aveva potuto portare live nel 2020 causa Covid – sia da Re senza corona, l’album che l’ha lanciato in cima alle classifiche hip-hop. La piccola folla davanti a lui non sbaglia un colpo e canta tutto a squarciagola con la mano sul cuore, come solo nei migliori concerti intimi si può fare. La distanza artista-fan non esiste, è completamente appiattita e Gianni termina il live scendendo dal palco e cantando in mezzo al pubblico, in una sorta di abbraccio collettivo post-pandemia. Al grido di “se beccamo fuori”, poi, sparisce dietro le quinte, lasciando la scena. 

È da figure come quelle di Gianni e di Paky che la scena urban italiana sta virando verso una direzione nuova, un superamento della trap, ma anche del rap classico tout-court, che oggi suona vintage, ma anche vecchio e saturo – e l’ultimo album di Fabri Fibra lo dimostra piuttosto bene. C’è vita dopo Sfera Ebbasta? La risposta è proprio qui: nella voce secca e in primo piano, in un autotune quasi sempre impercettibile se non assente, in una lirica cruda, diretta e semplice, senza pretese, più vera che mai. 

Sanremo 2022 – Le pagelle della serata cover

Attesa più dell’elezione del Presidente della Repubblica, la serata delle cover al 72° Festival di Sanremo è finalmente arrivata, tra piacevoli sorprese e dolorosissime conferme.

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Sanremo 2022 – Le pagelle della prima serata

La rinascita dopo la pandemia, i balletti di TikTok, la retorica un po’ anni ‘80 della canzone ballabile che nasconde un testo impegnato: così si presenta la 72° edizione del Festival di Sanremo. La conduzione artistica di Amadeus, che persevera e ci riprova per la terza volta, tenta di accontentare nonni e nipoti, tra vaghi ricordi di Dalla e autotune. 

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FROM BREBBIA WITH LOVE

Luci e ombre del nuovo album di Massimo Pericolo

Mentre il 50% dei fan della scena è impegnato con i meme su Dababy e i furti di volante a Tony Effe, l’altro 50% rievoca i bei tempi andati delle medie quando ci si inviavano le foto porno con il bluetooth nel retro del pullman in gita al Bioparco, sghignazzando in lungo e in largo da quando Massimo Pericolo ha postato la tracklist del suo secondo attesissimo album. Sì, perché per giorni e giorni prima dell’effettiva uscita del disco, tutto il focus si è concentrato sulla traccia feat. Salmo “Cazzo culo” che ha fatto così tanto ridere che tutto il resto è passato in secondo piano. Tipo il fatto che Massimo Pericolo ha sfornato un disco, con pochissimi featuring, dopo anni di inquietanti post Instagram in cui pareva volesse lasciare la musica da un momento all’altro e in cui confessava l’estrema difficoltà nello scrivere qualcosa che potesse anche avvicinarsi al capolavoro che è stato Scialla semper, che mette sempre d’accordo tutti.

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Sanremo 2021 – PAGELLE FINALI

È uno strano Sanremo questo. E no, non solo per l’auto parodia di Ibrahimovic che imita sé stesso e riesce comunque ad intrattenere più di Fiorello, e nemmeno perché è dovuta arrivare Francesca Michielin a ricordarci che siamo nel 2021, così de botto. È uno strano Sanremo perché manca qualcosa. Mancano gli abbracci, manca il red carpet, manca il pubblico. Anche se di quest’ultima assenza non si è accorto nessuno, dato l’innato brio da pomeriggio in bocciofila che caratterizza da sempre la platea dell’Ariston. E ora che la settimana santa sta per volgere al termine, si tirano le somme di questo quantomeno anomalo 71° Festival della canzone italiana. Sempre nel nome delle tre A: Amore, Amadeus, Achille Lauro.

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SANTO GIONATA DA CINISELLO

Più atteso del Capodanno, del bonus monopattino e il vaccino contro il Covid c’era solo il ritorno sulle scene del trap king con le panette, che è rientrato in scivolata sulla scena italiana lasciando tutti (o quasi) di stucco. Ma non è un barbatrucco, è Gionata Boschetti aka Sfera Ebbasta con i suoi stream da record su Spotify a poche ore dall’uscita del suo nuovo album Famoso.

L’ultima fatica di Sfera, preceduta da un battage pubblicitario non da poco (tra gigantografie a Time Square e numeri dedicati di Rolling Stone), sulle spalle aveva delle aspettative non da poco: è dal 2018 e l’esplosione di Rockstar che Sfera Ebbasta è atteso come il Messia. E allora vai di reaction e commenti a pioggia, tra gli elogi dei ragazzini invasati e le recensioni velenose degli pseudo-critici musicali dell’Internet.

Al di là della risonanza nella scena, l’opinione pubblica ha virato l’attenzione non tanto sull’ennesimo album trap su cui sfogare le proprie frustrazioni su Facebook, ma su un evento per certi versi marginale, ma che diventa centrale in un paese in cui il vituperio alle tradizioni e alla nostra fantasmagorica Storia è un reato di lesa maestà: il sindaco di Cinisello Balsamo, Giacomo Ghilardi, ha deciso di dedicare temporaneamente una piazza a “Gionata Boschetti in arte Sfera Ebbasta”, scatenando un putiferio talmente assurdo da costringerlo a scrivere una lettera per dire a tutti di calmarsi.

I fenomeni del boomeraggio compulsivo sui social hanno alzato un polverone facendosi sfuggire il piccolo particolare per cui una persona deve essere morta da dieci anni affinché gli possa essere dedicata una piazza, una via e quant’altro e non cogliendo la palese mossa di marketing per l’uscita di Famoso. E mentre i figli e i nipoti sono chiusi in camera a guardare il documentario prodotto da Amazon Prime dal titolo omonimo delll’album, i genitori e gli zii si scatenano sui social, e qualche nome del giornalismo italiano, loro coetaneo, scrive paginate e titoloni contro questi idoli giovanili scandalosi e offensivi. I familiari delle vittime della terribile strage di Corinaldo, verificatosi nel 2018 in occasione di un’ospitata di Sfera in una discoteca di provincia, si sono detti profondamente feriti da questa decisione, in quanto “non condividono la musica e i messaggi trasmessi” dal rapper, opinione certo legittima ma che, anche per l’interesse che i media continuano a mostrare per quella vicenda, ben oltre i limiti legali del (non) coinvolgimento di Sfera, continua a fomentare i legami tra un cantante e una strage causata da violazioni delle norme di sicurezza che nulla hanno a che vedere con la sua musica. Arrabbiarsi con le istituzioni è faticoso e stancante, meglio sputare veleno contro un artista che ha costruito il suo consenso e il suo successo per vie anomale rispetto a quelle del paternalistico e vetusto sistema che regola lo spettacolo e la canzone italiana e che non è ancora riuscito ad inglobarlo; come ha fatto con Achille Lauro, che adesso non fa più paura, è innocuo, è solo un bravo ragazzo che si veste come Renato Zero e David Bowie. E Mara Venier che lo chiama “bello de zia” suona quasi come un’investitura cavalleresca che incorona il ragazzino che è cresciuto in mezzo alle roulotte.

Eppure l’operazione messa in atto nel docu-film “Famoso” racconta a mo’ di favola Disney, il making of dell’ultimo album, l’ascesa del ragazzetto un po’ tamarro di provincia che sogna l’america, che riempie il forum Assago di Milano cantando di bravi ragazzi nei brutti quartieri. Una favola dalla narrazione completamente edulcorata dall’immaginario che il fenomeno trap ha costruito negli anni e che esplode vigorosamente nelle nuove leve (vedi FSK), nate a ridosso del nuovo millennio, figli fragili dei capostipiti del genere in Italia (almeno come ascolti e diffusione), come la Dark Polo Gang o lo stesso Sfera Ebbasta. E nella favola del self-made man da Cinisello a Hollywood, non c’è spazio per sesso, droga e rock ‘n roll.


Che quella di “Famoso” fosse una sorta di pulizia dell’immagine di Sfera agli occhi del pubblico più ampio e variegato che ormai, lui come la BHMG in generale, da anni sta cercando di raggiungere in favore di uno sguardo internazionale, o meno, il perno su cui ruota tutto è sempre lui, Sfera. Sfera Ebbasta è un imprenditore che non usa i congiuntivi, ha un mitra sulla faccia e crede ancora nel sogno americano. Ha girato il mondo e riempito i palazzetti ma non è mai uscito dalla profonda provincia lombarda, che canta di droga e puttane mentre dice alla mamma di stare tranquilla. Sfera Ebbasta è l’ennesima occasione sprecata per non trattare i giovani come appestati e i loro idoli come untori di degradazione, ignoranza e perdita di valore, senza tentare nemmeno di capire chi sono e perché fanno quello che fanno. È il martire simbolico di generazioni che non hanno il coraggio di fare i conti con la loro arretratezza e il loro triste fallimento.

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