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Il risveglio dei maestri: A View From the Top of the World – Dream Theater

I Dream Theater sono artisticamente morti dopo l’uscita di Kevin Moore

“Sono noiosi, didiscalici e freddi.”

“Esagerano con la componente tecnica. Sembra di sentire una serie di esercizi per i rispettivi strumenti”

“James LaBrie è bollito. Un cantante così dovrebbe ritirarsi.”

“Mike Mangini è una drum machine. Quanto ci manca Mike Portnoy.”

Ecco, questi sono i commenti ricorrenti che puntualmente affollano le sezioni commenti dei principali social network e nelle discussioni inerenti i Dream Theater. Ed è giunto il momento di scrollarsi di dosso tali giudizi preconfezionati e frutto di una generazione ingrata di pseudo intenditori musicofili da cameretta, che dopo aver abbondantemente mangiato dal succulento piatto offerto dal quintetto statunitense nel corso degli anni, ha evidentemente deciso di tornare sui propri passi risputandolo, per bollarlo come per spacciato. Pura ipocrisia da leoni da tastiera sempre più diffusa nel mondo metal, e specialmente in Italia, dove si fa a gara a chi denigra i nomi storici che hanno contribuito a delineare i connotati di questa musica, sparando giudizi lapidari e spregiativi a raffica, spesso senza aver ascoltato a dovere il disco in questione. In un clima odierno in cui la vita media di un album nuovo al momento dell’uscita è piuttosto breve oltre che affollata ed oscurata da centinaia di uscite analoghe, sembra sempre più evidente la tendenza ad un ascolto superficiale, distratto e di contorno rispetto alla vera cosa importante: dare il proprio giudizio prima di qualunque altro, ponendosi in modo quanto più assolutistico possibile, badando bene a non ascoltare una singola parola detta da chi la pensa diversamente.

In questo contesto, i Dream Theater pubblicano il  sostanzioso A View From the Top of the World, quindicesimo lavoro in studio in oltre trent’anni di onorata carriera. Le sette lunghe tracce in esame testimoniano la volontà da parte della band di scrollarsi di dosso questi giudizi grossolani andando a costituire una prova di forza inaspettata, ponendosi come una netta inversione di tendenza rispetto al ben più lineare e di facile presa Distance Over Time  (2019). Non dovendo più dimostrare niente e forti di uno stile consolidato nel tempo e sempre coerente in termini di tecnica, melodia, pomposità epica ed emotività, i Dream Theater costruiscono nota su nota della musica che esplora abbondantemente le sfumature più heavy metal della loro gamma sonora, intessendoci sopra elaborate divagazioni e variazioni sul tema che dal progressive traggono il gusto per il virtuosismo estremamente melodico unito ad una disinibita sperimentazione sui tempi dispari, le poliritmie e controtempi senza soluzione di continuità. Ci troviamo idealmente in un crocevia che fa eco al repertorio più oscuro e pesante della band, prendendo a riferimento le atmosfere algide di Awake, lo shredding tamarro di Train of Thought ed il gusto per repentini ammiccamenti orecchiabili presi da Dream Theater. Ed è così che si viene travolti dall’isterico vortice sonoro di “The Alien”, che per quanto canonica e vicina alle ultime cose fatte dai Dream Theater negli ultimi anni vanta un’ottima coda strumentale in levare sul finale, mentre “Answering the Call” e “Invisible Monster” sono gradevoli numeri a tratti vicini a certo power-progressive moderno.

Il meglio però arriva con la bislacca “The Sleeping Giant” dal riff portante tanto heavy quanto trascinante, alla quale segue il tributo ai Rush di “Trascending Time”. Le due suite finali, ovvero “Awaken the Master” e la title track, che coprono la mezzora finale del disco, alzano ulteriormente l’asticella introducendo alcune novità che fanno ben sperare per il futuro e lasciano intravedere interessanti sviluppi in territori djent. “Awaken the Master” è infatti il brano più aggressivo dell’intero lavoro e vede John Petrucci sfoderare per la prima volta la sua nuova Music Man a otto corde. Nel complesso, si tratta di un bel pezzo dinamico dall’andamento tempestoso che riesce ad essere coerente con il consolidato stile dei Dream Theater pur non rinunciando all’influenze derivate dalle frange più moderne del metal attuale. “A View From the Top of the World” merita un discorso a sé. Se infatti “Octavarium” era una lucida dichiarazione d’amore verso il progressive rock ispiratore della band che però precisava anche la volontà di distaccarsi dagli stilemi dei padri fondatori del genere ricercando uno stile personale, così questa suite è una dichiarazione d’intenti di un gruppo mai domo che, nonostante non debba per forza dimostrare il proprio valore, mira a raggiungere nuovi ed ambiziosi risultati. 

Nel complesso dunque, il songwriting dell’album risulta più curato ed ispirato che in passato, complice anche la lunga pausa forzata dovuta alla pandemia che ha permesso forse più tempo per riflettere ed elaborare le numerose idee messe in campo. Soprattutto James LaBrie, che negli ultimi anni è stato oggetto di pesanti critiche sul rendimento altalenante dal vivo e per le performance sempre più arrancanti in studio rispetto ai colleghi sembra, pur avendo fisiologicamente perso lo smalto di una volta, aver ritrovato parte di quell’espressività che a detta di molti è svanita. Certamente non può più far leva sull’estensione vocale per cui è noto, ma a conti fatti è ancora l’unico cantante adatto per i Dream Theater. Ha ancora senso ascoltare materiale inedito dei Dream Theater nel 2021? Sì perché A View From the Top of the World rielabora con opportuni ammodernamenti una visione, un’idea, un approccio personale e ormai ben delineato e coerente d’intendere la musica nel corso del tempo. 

Iron Maiden – Senjutsu

L’heavy metal è il genere musicale, che per sua natura intrinseca, vive grazie alla fusione di tre elementi irrinunciabili: 1) la potenza e l’orecchiabilità del riff, che deve essere incisivo e pesante al punto giusto seppur relativamente semplice da memorizzare; 2) sulla cantabilità delle linee vocali e l’interpretazione del cantante; 3) sui ritmi sostenuti e possibilmente veloci delle ritmiche al fine di donare impeto e irruenza alla musica. 

Ecco, ora prendete questi tre aspetti e metteteli da parte, anzi dimenticateli proprio. Senjutsu infatti non è nulla di tutto questo per nessuno degli ottanta, pachidermici, minuti nei quali si dilunga, indugiando oltremodo su una formula di scrittura sempre più scricchiolante e traballante, nonché conferma di una tendenza ad una certa ripetitività di fondo che gli Iron Maiden si portano dietro almeno dai tempi di A Matter of Life and Death.Prevalgono infatti tempi perlopiù lenti e dilatati seguiti a ruota da un riffing a tre chitarre che mai come prima d’ora in questo evitano di proporre riff ed armonizzazioni vincenti e concise – aspetto in cui la band inglese era assolutamente maestra – prediligendo al contrario lunghe sezioni arpeggiate a inizio brano facenti da preludio ai crescendo d’intensità in ostinato. Buona parte dei pezzi contenuti in Senjutsu procede col pilota automatico reiterando questa modalità di scrittura in una continua ed impercettibile variazione sul tema che si ripete all’infinito, giocando di tanto in tanto la carta dell’autocitazione con evidenti rimandi a Dance of Death, Somewhere in Time, Virtual XI Seventh Son of a Seventh Son. Detta così sembrerebbe l’ennesimo, conclamato caso di album riciclato ed effettivamente la sensazione di deja-vù fa capolino qua e là durante l’ascolto.

Eppure, nonostante i difetti, i conti non tornano. Troppo semplice bollare Senjutsu come l’ennesimo delirio pseudo progressive ridondante di Steve Harris bocciando tutto senza appello. Infatti questo doppio album, esattamente come per il precedente The Book of Souls, tende a crescere esponenzialmente con gli ascolti differenziandosi però da quest’ultimo per il fatto che i pezzi nel complesso iniziano a decollare nel momento in cui si tengono in considerazione due aspetti. Il primo è immaginare le stesse canzoni eseguite dal vivo, nell’habitat naturale degli Iron Maiden, là dove i sei ultrasessantenni vincono per manifesta superiorità nel saper far scatenare con le loro melodie folle oceaniche. Senjutsu è infatti pieno zeppo di questi ammiccamenti melodici, che però vanno decifrati rispetto ai classici a presa rapida alla The Trooper. Il secondo aspetto focale è senza dubbio la volontà di mettersi in gioco da parte dei Maiden seppur in una veste più matura e decisamente meno irruenta rispetto ai tempi d’oro degli anni ottanta. Bruce Dickinson ad esempio si è egregiamente reinventato sfruttando al meglio l’espressività del proprio timbro medio basso, evitando di affaticarsi inutilmente con gli acuti come in The Book of Souls e, allo stesso tempo a livello strumentale la band si è definitivamente assestata sui mid tempos dall’atmosfera epica, ormai conscia del fatto di non poter caricare a testa bassa.  I pezzi migliori, se proprio si volesse procedere con un ascolto a campione, sono Lost in a Lost Word, Days of a Future Past, l’elegantissima ed emozionante Darkest Hour, Death of the Celts, Hell on Hearth. Nel complesso dunque ci si può ritenere soddisfatti, premettendo però che bisogna approcciarsi a questi Iron Maiden con cognizione di causa.

BLACK MIDI @TODAYS FESTIVAL

Tornare a un concerto dopo più di un anno e mezzo è stata un’esperienza quasi surreale, ma norme anti-Covid e posti a sedere a parte è stato un ritorno a una semi-normalità quasi necessario. E quale miglior modo per tornare alla musica dal vivo se non coi black midi, freschi del secondo album che li ha confermati come uno dei più interessanti gruppi rock degli ultimi 2-3 anni?

Foto: TODAYS Festival

TODAYS Festival, tenutosi allo Spazio 211 dal 26 al 29 agosto, è arrivato alla sesta edizione e quest’anno tra gli artisti vantava nomi come Andrea Laszlo De Simone, I Hate My Village, black midi, Iosonouncane, The Comet Is Coming, Motta e Shame, giusto per citarne alcuni. La serata di venerdì 26 è iniziata con gli I Hate My Village, con un concerto davvero coinvolgente che sicuramente è servito a dare un bel mood alla serata, facendo tornare a provare emozioni ormai dimenticate da mesi e mesi.

Dopo un’intro fatta di feedback e basso distorto i black midi sono partiti in quarta con “953” e “Near DT, MI”, brani del primo album che sono stati suonati con così tanta energia da non far notare la mancanza del secondo chitarrista (attualmente in pausa dal gruppo per motivi personali). Lo stesso discorso vale per quelli dell’ultimo album, Cavalcade, come “John L” o “Slow”, eseguiti senza il reparto di fiati presente nel disco ma comunque di grande impatto. Notevoli inoltre gli inediti come “Sugar/Tzu” e i brani suonati alla chitarra acustica, che insieme alle varie jam, sono stati l’ennesima prova della creatività e delle capacità tecniche del gruppo, fra cui sicuramente spicca quella del batterista Morgan Simpson.

Foto: TODAYS Festival

Davvero uno show impressionante, suonato tutto d’un fiato senza pause o interazioni col pubblico, ma non sono mancati momenti ironici inseriti qua e là subdolamente nei brani, ai quali il gruppo ci ha già abituati in passato (Greep ha suonato il riff di “Sweet Child O’ Mine” durante la prima canzone). Una setlist quasi perfetta se non per la mancanza di “bmbmbm”, brano ormai diventato iconico tra i fan del gruppo.

Come accennato già prima, è stato fantastico poter tornare a un concerto, anche stare in coda al bar non mi è dispiaciuto, tuttavia è un periodo pieno di incertezze e non ci resta che sperare che le cose migliorino il prima possibile, perché vivere uno show del genere pogando a pochi metri dal palco e guardarlo da seduti purtroppo sono due cose diverse.



Le pagelle di sanremo 2021 – seconda serata

E anche la seconda serata del 71esimo Festival di Sanremo si è conclusa, dando spazio alle esibizioni degli ultimi 12 concorrenti di quest’edizione. Anche Irama – che inizialmente era stato escluso a causa di un tampone molecolare positivo appartenente a un membro del suo staff – è riuscito a prendere parte alla gara, anche se non totalmente dal vivo.

Vediamo dunque le pagelle di questa seconda parte del Festival, presentate sempre in ordine di esibizione:

Orietta Berti – “Quando ti sei innamorato”
Orietta Berti torna alla carica con un abito sberluccicante e una canzone dal testo fra l’erotico e il cringe, con una linea melodica nello stile de “Il Volo”.
Voto: Premio del cuore/30

Bugo – “E invece sì”
Con un’intonazione degna di qualcuno a cui è stato appena tranciato un dito senza anestesia e un ciuffo in stile Justin Bieber nel 2013, Bugo decide di plagiare Battisti prolungando la nostra sofferenza all’infinito.
Voto: Andava meglio l’anno scorso/30

Gaia – “Cuore Amaro”
Pezzo radiofonico con un ritornello dal ritmo reggaeton, già pronto per scalare le classifiche. Carina, ma mi aspettavo di più.
Voto: 22/30

Lo Stato Sociale – “Combat Pop”
Qualche anno fa cantavano di passare una vita in vacanza, eppure non hanno rispettato l’impegno. Quindi ecco un tentativo di musica demenziale andato male. Malissimo.
Voto: 19/30

La Rappresentante di Lista – “Amare”
Discretamente bene, anche se l’originalità chiaramente non è una prerogativa di questa edizione del Festival.
Voto: 23/30

Malika Ayane – “Ti piaci così”
Tedio interminabile contornato da brillantini.
Voto: 18/30

Ermal Meta – “Un milione di cose da dirti”
Canzone impeccabilmente sanremese ed orecchiabile, interpretata in modo ottimo. Top 7 assicurata.
Voto: 24/30

Extraliscio con Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti – “Bianca Luce Nera”
Dopo oltre 60 anni, il ritmo dell’habanera torna a Sanremo più forte che mai. Evitabile tanto quanto il trio Cinquetti – Leali – Bella.
Voto: 21/30

Random – “Torno a te”
Caro Random, mi stai simpatico, sei giovane e ti voglio bene. Ma avresti dovuto prendere qualche lezione di canto in più. Forse più che qualcuna.
Provaci ancora Sam/30

Fulminacci – “Santa Marinella”
Piacevole, non si è snaturato, sicuramente una gioia in mezzo al mortorio di questa sera.
Voto: 25/30

Willie Peyote – “Mai dire mai (la locura)”
Come ogni anno è necessaria la presenza di una canzone con una critica sociale. Questa volta tocca a Willie Peyote, che riesce a portare a termine il compito in maniera abbastanza originale – ma non troppo -.
Voto: 26/30

Gio Evan – “Arnica”
Gio Evan ci prova con una canzone a metà fra un plagio a Simone Cristicchi e uno a Fabrizio Moro. Ovviamente non risulta credibile in nessuno dei due casi.
Voto: “Scrittore e poeta, cantautore, umorista e performer ma lui non lo sa e vola lo stesso”/30

Irama – “La genesi del tuo colore”
Uno dei pochissimi pezzi che sembrano dare una parvenza di vita a questo Sanremo piuttosto lagnoso. Il bridge è molto figo.
Voto: 26/30

A cura di Ramona Bustiuc

LE PAGELLE DI SANREMO 2021 – Prima Serata

Fra una regia con spasmi e stacchetti discutibili – ad eccezione ovviamente di Achille Lauro – ecco le pagelle della prima serata della 71esima edizione del Festival di Sanremo secondo Clarissa e Ramona!

In ordine di esibizione:

Arisa – “Potevi fare di più”
Canzone tipica sanremese, praticamente un remake di “La notte”. C’è tanto potenziale sprecato.
Voto: 24/30

Colapesce Dimartino – “Musica Leggerissima”
TheGiornalisti con vibes di un agosto degli anni ’70. Molto radiofonica, sicuramente la sentiremo spesso.
Voto: 25/30

Aiello – “Ora”
Un vago inizio alla Call Me Maybe con un crescendo che culmina in un ictus. Mi aspettavo di meglio, ma sicuramente andrà migliorando con l’ascolto.
Voto: ?/30

Francesca Michielin e Fedez – “Chiamami per nome”
Un Fedez emozionatissimo e una Francesca Michielin splendida. Una combo già provata e approvata in passato, ma che in questo caso non esplode.
Voto: 23/30

Max Gazzè e la Trifluoperazina Monstery Band – “Il Farmacista”
Max Gazzè plagia sé stesso con un look fra Noè e Nostradamus. Un po’ deludente.
Voto: 20/30

Noemi – “Glicine”
Dimenticabile non solo all’interno del panorama sanremese, ma anche in quello della musica italiana nella sua totalità. Non c’è evoluzione.
Voto: 18/30

Madame – “Voce”
È da apprezzare il fatto che non si sia snaturata più di tanto. Si è tenuta su un territorio sicuro, che è riuscita a valorizzarla abbastanza bene. Anche qui un buon potenziale piuttosto sprecato.
Voto: 24/30

Maneskin – “Zitti e buoni”
In assenza di Piero Pelù, ci hanno pensato i Maneskin a fare brutto con i distorsori e qualche parolaccia perché sì siamo sul palco dell’Ariston, ma siamo anche giovani e ribelli.
Voto: 25/30

Ghemon – “Momento perfetto”
Cugino anni ’70 di Colapesce e Dimartino, per fortuna più per il look che per la canzone. Il sound r’n’b veste bene la vocalità di Ghemon, che naviga in acque tranquille.
Voto: 26/30

Coma_Cose – “Fiamme negli occhi”
Aleggia il fantasma di Thom Yorke nelle melodie di un brano in cui i Coma_Cose non perdono il loro stile, pur confezionando una hit sanremese e radiofonica a tutti gli effetti.
Voto: 28/30

Annalisa – “Dieci”
Difficile immaginare qualcosa di più anonimo e scialbo. Più che dimenticabile.
Voto: 18/30

Francesco Renga – “Quando trovo te”
Anche quando Le Vibrazioni non sono in gara a Sanremo, in qualche modo ci sono lo stesso. Per l’occasione, coi capelli ricci.
Voto: ma basta/30

Fasma – “Parlami”
Non basta usare l’autotune a manetta per essere giovane e fare la trap. Ma Fasma ci crede e sforna una discreta canzoncina da teenager innamorato.
Voto: Tik Tok/30

https://youtu.be/MJhkALvLs0s

A cura di Clarissa Missarelli e Ramona Bustiuc

TOP 15 GENNAIO 2021

I quindici singoli migliori di Gennaio, secondo Musidams.

Lo vas a olvidar – Billie Eilish & Rosalia 
Eterea, leggera e importante allo stesso tempo. Una collaborazione perfetta.
Voto:28/30

Mantieni il bacio – Michele Bravi 
I primi accordi sono quelli di “Heal” di Tom Odell, per poi distaccarsene completamente. In questo periodo serve a tutti un po’ di amore. 
Voto: 27/30

Drivers license – Olivia Rodrigo
Taylor Swift si è reincarnata in una 17enne del 2021. Perfetta da urlare mentre guidi e fuori piove.
Voto: 26/30

Vibez- ZAYN
Gigi Hadid e ZAYN hanno una figlia e lui decide di scrivere una canzone per spiegare come è successo. Okay?
Voto: 25/30

Chemtrails over the country club – Lana del Rey  
Allegra e gioiosa come sempre, Lana non si smentisce mai. Ci piace.
Voto: 25/30

a cura di Ramona Bustiuc

Don’t Judge Me – FKA twigs ft. Headie One, Fred Again.
Il cantato etereo di FKA twigs si fonde perfettamente al rap di Headie One in un brano a tratti da pelle d’oca.
28/30

All My Favorite Songs – Weezer
Canzone semplicissima ma dall’arrangiamento mai banale, soprattutto incredibilmente orecchiabile.
27/30

Alphabet – shame
Post punk arrabbiato e dissonante, old school ma non scontato.
26/30

Gravity – Brent Faiyaz ft. Tyler, The Creator
R&B malinconico con tanto di featuring di Tyler, cosa si può volere di più? 25/30

My Immolation – Portrayal of Guilt
Un’ulteriore conferma di come hardcore e black metal possano convivere dando vita a qualcosa di originale. 
25/30

a cura di Maurizio Minazzi

The Passing of Time – Liquid Tension Experiment
Un sano bagno d’umiltà per tutti quegli shredder da cameretta che avevano dato per bolliti i LTE. In sette minuti troverete peripezie strumentali, macchie di colori alla Jakson Pollock e i bicipiti di John Petrucci sempre più abnormi per dimensioni.  
28/30

Looking For The Light – Translatantic
Portnoy, Stolt, Morse,Trewavas: una lezione su come ancora oggi si possa suonare arioso progressive rock anni settanta senza risultare datati, rimanendo sempre in bilico tra melodie irresistibili e virtuosismo strumentale di alto profilo. 
28/30 

Illusion – Soen
Torna a farsi sentire il progetto progressive dell’ex batterista degli Opeth Martin Lopez. Di metal c’è ben poco, tuttavia il pezzo convince per il suo taglio emozionale che non risparmia echi anni settanta e fa assolutamente ben sperare nell’ottica del full-lenght.  
27/30

Rivers – Epica
Ennesimo centro per la band olandese: tra archi, pianoforte e il cantato da usignolo della sempre fenomenale Simone Simons d’altronde non poteva andare diversamente.
27/30

Sonata Cosmica – Agent Steel
Fa male sentire come sia caduto in basso John Cyriis, e con lui i quattro musicisti assoldati per riesumare il logo del gruppo autore del seminale Skeptics Apocalypse. A ferire maggiormente non è tanto la banalità del pezzo assemblato su non appena due riff ripetuti stancamente, ma soprattutto l’abuso dell’autotune da parte di un cantante che ha fatto dei falsetti lancinanti la propria cifra stilistica. Bocciati su tutta la linea.
10/30

a cura di Stefano Paparesta


Sodom – Genesis XIX

Il ritorno dei panzer tedeschi

Di tanto in tanto si deve avere il coraggio rinnovarsi, resettare le proprie abitudini e iniziare da capo. È proprio quello che ha fatto Tom Angelripper, leader dei Sodom, band che assieme ai Tankard, i Kreator e Destruction costituisce il formidabile poker d’assi del thrash metal tedesco.

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Plastic hearts, la svolta pop rock di miley cyrus

Se c’è qualcuno che nel corso della sua carriera ha sempre saputo reinventarsi, questa è Miley Cyrus, probabilmente uno dei nomi più sottovalutati nel pop mainstream di questa nuova decade. 

Venerdì 27 novembre 2020 è uscito infatti Plastic Hearts, un album che richiama le sonorità degli anni ’70 e ’80 e riprende la linea già accennata nel suo album di debutto, Breakout.

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Top 10 Novembre

I dieci singoli migliori di Novembre, secondo Musidams.

La depressione è un periodo dell’anno – Willie Peyote
Willie = groove e rime taglienti: questo è forse uno dei suoi brani più arrabbiati, una forte critica a questa società in questo momento particolare.
30/30

Mille Pare (Bad Times) – Ghali
Giustamente, se in estate si parlava di Good Time, in inverno si parla di Bad Times, ma se lo dice lui “fidati, è solo un periodo”.
29/30

Scooby Doo – Pinguini Tattici Nucleari
Bel tentativo di apertura a nuovi generi mantenendo ben saldo lo stile “Pinguini”.
28/30

Come un riccio – Godo
Che sia un richiamo o no alla celebre frase di Matty il Biondo, con le tematiche e la musica è una goduria per le orecchie.
27/30

Lacri-ma – Gazzelle
Testo ricercato, con giochi di frasi interconnesse, tutto con la solita elegia “gazzelliana” di fondo.
26/30

a cura di Luca Lops

I Don’t Love Me Anymore – Oneohtrix Point Never
Accantonata momentaneamente l’elettronica più sperimentale, Daniel Lopatin si lascia andare a progressioni di accordi e sonorità più catchy e accessibili con un brano che funziona decisamente bene.
28/30

Latitudine – Nicolaj Serjotti
Rap dalla base chill e malinconica con un ritornello che non esce più dalla testa. Tutti quanti vorremmo poter prendere il volo e cambiare latitudine in questo periodo.
27/30

Protect the Land – System of a Down
Brano dedicato a quanto sta succedendo in Armenia, loro patria d’origine. Stile inconfondibile anche dopo 15 anni di assenza.
25/30

Peppers and Onions  – Tierra Whack
Beat originale e particolare ma comunque molto orecchiabile. Flow davvero niente male.
25/30

Cyr – Smashing Pumpkins
Billy Corgan ritira le chitarre per passare ai synth, con un sound più moderno ma che guarda molto agli anni ’80. Nulla di originalissimo ma comunque una canzone piacevole.
23/30

a cura di Maurizio Minazzi

Moncalieri Jazz Festival 2020 Vive!

La XXIII edizione in live streaming

Con una proiezione del logo in Piazza Caduti per la Libertà, al grido di «Moncalieri Jazz 2020 Vive!!» si annuncia che quest’anno, nonostante tutto, la XXIII edizione del Festival si farà. In questo momento difficile in cui tante rassegne artistiche e tanti festival sono stati cancellati, il Festival, sotto la guida del direttore artistico Ugo Viola, avrà luogo, con tutti i rischi e le problematiche che ne derivano.

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