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Con Belvedere Galeffi canta “Malinconia mon amour” all’Hiroshima Mon Amour

Galeffi potrebbe essere descritto come un inguaribile romantico, e l’uscita dell’album Belvedere conferma questa ipotesi. I live di cui è protagonista in questi giorni sembrano però aggiungere qualche tassello in più. Da dicembre il cantautore romano è infatti impegnato nel suo Belvedere Tour, che con ben tre date sold out sta incantando un pubblico curioso di vederlo esibirsi dal vivo dopo tre anni dal suo ultimo concerto. Tra le date in programma, quella del 19 gennaio all’Hiroshima Mon Amour sembra essere molto attesa da Galeffi stesso, che nel corso della serata ripete diverse volte di essere contento di trovarsi a contatto con la folla torinese.

Foto di Alessia Sabetta

Già prima del concerto è facile immaginare come si presenterà sul palco: il suo stile è un tratto caratterizzante del suo personaggio. Sicuramente avrà l’immancabile cappellino e quel look un po’ vintage e un po’ romantico, un po’ da bacheca di Pinterest. E infatti è proprio così.

Il cantautore prova a muoversi a ritmo di musica ma risulta un po’ impacciato; anche dopo aver rotto il ghiaccio con le prime canzoni Galeffi continua con movenze che potrebbero risultare buffe e quasi goffe, ma che rientrano perfettamente nella personalità di un ragazzo che diventa bordeaux appena gli vengono fatti dei complimenti. Tutto questo lo si ritrova anche nell’ultimo album, in cui si nota la ricerca della bellezza, l’introspezione e la profondità, ma soprattutto il salto di qualità rispetto alle produzioni precedenti.

Foto di Alessia Sabetta

Anche il live è caratterizzato da queste sfumature. A eccezione di qualche canzone riarrangiata appositamente in chiave rock grazie alla band che lo sta accompagnando in queste date (formata da Luigi Winkler alla chitarra, Matteo Cantagalli, fratello di Galeffi a tastiera e chitarra, Fabio Grande alla chitarra, basso e cori e Andrea Palmeri alla batteria), ascoltarlo in alcuni brani è come ricevere una carezza; in altri sembra essere avvolti in un’enorme coperta di pile mentre fuori fa freddo. Tutto è accompagnato da quella vena malinconica che rende l’intera esecuzione ancora più calorosa e accogliente, come quando entri in una stanza con il fuoco scoppiettante in un caminetto di pietra.

Foto di Alessia Sabetta

Tra la notifica del BeReal da scattare, la sua richiesta di ballare un valzer sulle note di “Due Girasoli” e qualche coro in dialetto romano per omaggiare la sua provenienza, il concerto si è tinto dei colori bluastri e rossastri che – oltre a riprendere la copertina del disco – si armonizzano accuratamente nel contesto di comfort che pochi artisti riescono a ricreare. E Galeffi ci riesce in modo impeccabile.

A cura di Alessia Sabetta

ROCK-ISH: quando eravamo Emo

Di tutto regolare che ci sta stretto, nostalgie pop punk e ciuffi che sudano al primo Rockish dell’anno.

Allo Spazio 211 eravamo tutti emo, insieme ai Melody Fall, i Dari e Walter Fontana dei Lost.

Con un sold out e ore di fila nel gelo e la nebbia di via Francesco Cigna, il Rockish saluta il nuovo anno con un promettente pienone. Cavalcando il nuovo tour italiano dei Dari e i quindici anni dei Melody Fall, preme i giusti tasti: quelli degli emo kids ormai adulti.

Una surreale notte di venerdì 13 di impazienti chiacchiere davanti al cancello dello Spazio 211, in attesa della tarda apertura. Si scrutano, gli emo kids, e si riconoscono, si raccontano dell’imbarazzo dei nomi su MySpace, di quella frase dei My Chemical Romance che scrivevano sul banco, dell’eyeliner messo male. Una cartolina dal 2008. In quel glorioso passato in cui i vestiti a rete, le Converse colorate e le Vans a scacchi, gli abbinamenti improbabili, il merch di Emily The Strange e il TRL post-pranzo e pre-compiti di matematica erano il capro espiatorio di turno. Niente di diverso dai trap boys 2016, tanto per dire. Essere le pecore nere a strisce rosa della classe, rifugiarsi nei formati mp3 e quei personaggi che ci parevano così magici e incredibili come solo gli idoli pre e adolescenziali possono sembrare.

Melody Fall @ Rock-ish, foto di Elisabetta Ghignone

La serata è cotta a puntino, con qualche incidente di percorso e qualche fonico sbiancato di fronte a pedali che non vanno e cavi che si staccano. Ma va bene così, a nessuno dei presenti interessano suoni puliti, impianti galattici e spettacoli pirotecnici. Si vogliono soltanto sentire sulla pelle i dodici, i tredici, i sedici anni, ancora una volta.

Walter Fontana @ Rock-ish Night, foto di Elisabetta Ghignone


I Melody Fall si fanno sentire e acchiappano anche il pubblico stanco dall’attesa eterna, che un po’ si lamenta, un po’ poga felice e contento di ricordare quella canzone che ha ancora sull’iPod impolverato. I Dari sono una macchina del tempo e in quelle sonorità all’Alberto Camerini, quell’ironia che non prende niente sul serio eppure è necessaria, ci siamo tutti ritrovati adulti, all’improvviso.

Come tutti i riti collettivi del pop, rivivere un periodo in cui si era parte di qualcosa è un modo per esorcizzare le consapevolezze che non vorremmo avere, la paura del futuro, il tempo che passa. Insieme agli stessi artisti che quindici anni fa ci hanno fatto sentire compresi e che oggi sembrano soltanto altri ragazzini cresciuti; che hanno visto la consacrazione nelle camerette rivestite di poster in allegato a Teen Rock e sono scomparsi, chi più chi meno, sostituiti da altro, come le Barbie e i peluche.

Noi come loro, eravamo un branco di bambini soli con l’egocentrica, romantica convinzione di essere troppo sensibili per questo mondo.

Dari @ Rockish Night, foto di Elisabetta Ghignone

A cura di Clarissa Missarelli

IWLOD/PLANE Live al CPG TORINO

IL FUTURO DELLA SCENA RAP TORINESE VA IN SCENA AL CENTRO PER IL PROTAGONISMO GIOVANILE

La sera del 13 gennaio si è tenuto al CPG Torino l’IWLOD/PLANE Live, che ha visto come protagonisti il produttore Fioritura e i quattro rapper emergenti Bryxo, Egon, Scanhelo e Checkmate. Lo spettacolo è durato all’incirca un’ora, durante la quale i ragazzi hanno condiviso il palco alternando i brani dei loro repertori e partecipando attivamente alle esibizioni di ciascuno, sotto l’attenta direzione del produttore.

La parola chiave di questo spettacolo è sintonia, sintonia che si percepisce tra gli artisti con la loro musica, con i loro colleghi e con il pubblico. I quattro torinesi cantano i loro brani con una convinzione affatto scontata e danno vita ad un live equilibrato in cui ognuno ha il suo modo di brillare e mostrare le sue capacità senza scavalcare il resto del gruppo, trovando il modo di integrarsi nelle performance degli altri.

Sin dalla prima canzone il pubblico si mostra entusiasta e partecipativo: i cantanti scambiano numerose battute e interagiscono continuamente con gli spettatori che seguono le loro direttive, saltano, ballano e cantano con eccitazione, riempiendo con la loro voce la sala.

I quattro artisti dimostrano anche di sapere esattamente cosa fare per coinvolgere il pubblico: Bryxo chiede di accendere le torce dei telefoni in un paio di occasioni, Egon scatta un BeReal dal palcoscenico e Checkmate annuncia le canzoni “Dimmi” e “Non è Solo Acqua”, realizzate insieme a Scanhelo, con brevi spiegazioni che si concludono con il titolo del brano, facendo alzare delle urla emozionate e concitate.

Il live si conclude con la travolgente “DANCEFLOOR”, collaborazione tra Bryxo ed Egon prodotta da Fioritura che esalta così tanto il pubblico da portarlo a chiedere un bis, che viene prontamente concesso. Al termine dell’esibizione Fioritura lascia il suo posto dietro al computer e si unisce ai quattro rapper per i saluti finali e per prendersi gli applausi e le grida di gioia.

La serata si conclude con un breve momento discoteca in cui alcuni membri del pubblico si lanciano in un appassionante dance off, mentre altri commentano lo spettacolo appena terminato. L’IWLOD/PLANE Live si è rivelato un’esperienza fresca e ricca di intrattenimento, che ha avuto modo di mettere in risalto il potenziale dei protagonisti e della loro discografia, che nonostante sia ovviamente ancora molto limitata si inserisce molto bene nel panorama musicale attuale e nei suoni che oggi vanno per la maggiore.

A cura di Giulia Barge

PHONY BEATLEMANIA HAS BITTEN THE DUST: il Punk fra suoni, moda e politica a 20 anni dalla morte di Joe Strummer

Genere musicale o estetica? Fenomeno di consumo giovanile o nuova forma di protagonismo culturale? Sotto l’etichetta punk – termine che non trova una corrispondenza esaustiva nella lingua italiana – rientrano queste e altre declinazioni. La poliedricità del fenomeno è stata ben resa nel seminario che si è tenuto il 20 dicembre presso l’Auditoriom Quazza di Palazzo Nuovo e organizzato all’interno dei corsi DAMS di Popular music e Moda e costume di StudiUm – Dipartimento di Studi Umanistici, in collaborazione con Cinema Massimo – Museo del Cinema di Torino e con il patrocinio del Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino.

Cuore della due giorni – apertasi il 19 dicembre e chiusasi il 20 con un doppio appuntamento presso il Cinema Massimo –, la natura interdisciplinare dell’evento è stata ben raccontata da Alessia Masini, autrice del libro Siamo nati da soli. Punk, Rock e Politica in Italia e in Gran Bretagna (1977-1984) (Pacini 2019) frutto del suo dottorato di ricerca in Storia, Politica e Istituzioni presso l’Università di Macerata e da Matteo Torcinovich, musicista artista e grafico autore di diversi volumi tra cui Punkouture. Cucire una rivolta. 1976-1986 (Nomos edizioni) e 1977. Don’t Call It Punk (Goodfellas).

Foto di Alessandra Mariani

Guidata “spiritualmente” nel suo lavoro dalla capacità di osservazione di Pier Vittorio Tondelli, Alessia Masini ha fornito ai presenti un inquadramento storico e culturale dell’Italia a cavallo tra gli anni di piombo e gli anni Ottanta, identificati generalmente come anni del riflusso dalla mobilitazione post-1968 al privato. La tesi di Alessia Masini si concentra sullo scardinamento di questa semplificazione che tende a ridurre drasticamente la poliedricità del periodo, che in realtà nascondeva diverse forme di protagonismo politico.

A fare da cesura tra questi due decenni sarebbe proprio il movimento punk. Per Alessia Masini il 1977 rappresenta l’inizio del punk in Italia, che trova come canali di ingresso le riviste di movimento come Re Nudo, tra le principali riviste italiane di controcultura che nel maggio del 1977 pubblica un articolo intitolato “Il movimento dell’oltraggio” in cui veniva descritto il clima giovanile londinese dell’epoca. Masini racconta come il punk nasca inizialmente come un fenomeno di consumo giovanile, per ramificarsi poi in una corrente meno politicizzata – coloro che erano più interessati ai concerti, alla musica, all’estetica – e una corrente più politicizzata – nella declinazione anarchica.

La contraddizione del fenomeno punk consiste nell’aver avuto una diffusione di massa – la discografia, la stampa, la moda – ma allo stesso tempo nell’aver rappresentato un fenomeno controculturale. Nel suo intervento e nei suoi lavori Matteo Torcinovich afferma che il punk può essere definito anche come un vero e proprio movimento artistico. Il fatto stesso di scrivere un libro sulla moda punk è una contraddizione, afferma l’autore, poiché originariamente l’estetica punk nasce proprio per essere contro la moda, piegandosi però con il tempo ad una vera e propria codificazione. Il desiderio di protagonismo tipico del movimento si sarebbe declinato nella moda nel concetto del “pezzo unico” – i giovani erano soliti a a personalizzarsi autonomamente i propri capi di abbigliamento, pratica che ha trovato nella tecnica a stampa della serigrafia il suo principale approdo – e nella pratica di tradizione duchampiana della risemantizzazione di oggetti di uso comune come ornamenti a completamento di outfit estrosi.

Foto di Alessandra Mariani

Durante l’incontro sono stati visionati alcuni brevi reportage dell’epoca come quello di Raffaele Andreassi trasmesso su Rai 2 il 4 ottobre 1977 (reperibile su YouTube), che a vederlo oggi strappa un sorriso per le parole utilizzate dal commentatore per descrivere un fenomeno giovanile in cui “I capelli sono corti, possibilmente con colori assurdi: verde, arancio, viola. L’espressione del viso è dura, senza sorriso. Il linguaggio naturalmente… volgare”.

L’incontro si è concluso con un’interessante tavola rotonda tra i due ospiti in dialogo con Fabio Acca, Eleonora Chiais, Federica Mazzocchi e Jacopo Tomatis.

A cura di Alessandra Mariani

Reinhold Release Party: Gli Alberi al Magazzino sul Po tra le arti e l’alpinismo

Il 17 dicembre la band torinese Gli Alberi ha presentato il suo ultimo disco, intitolato Reinhold, al Magazzino sul Po. Il titolo è una dedica a Reinhold Messner, e rimanda al toccante racconto della spedizione in cui l’alpinista, nel 1970, vide morire il fratello minore Gunther, durante una scalata sulle pendici del Nanga Parbat, in Pakistan. La storia si dipana lungo le tracce del concept album, ma non solo: l’evento è infatti una felice commistione di momenti di incontro e versanti artistici differenti.

Verticalife. Credits: Luca Maccario

In apertura prendono la parola diverse personalità legate al mondo dell’alpinismo: il primo è Enrico Ferrero, accompagnatore di escursionismo presso il CAI, il quale riporta testimonianze e aneddoti, seguito da tre rappresentanti del tour operator Verticalife, che raccontano i modi di vivere la loro passione. È poi il turno dell’illustratore Simone Mostacci, i cui suggestivi dipinti – ad acquerello e digitalizzati, esposti alle pareti – costituiscono le grafiche del disco.

Simone Mostacci. Credits: Luca Maccario

Ha così inizio la parte musicale della serata. Il duo Corazzata Jazz della Morte, costituito da Federico Pianciola – produttore di Reinhold – e Jacopo Acquafresca, attiva le frequenze di un’elettronica immersiva: i bordoni iniziali si addensano in un crescendo di stridori e rumori concreti, quasi materici, che rievocano le sperimentazioni avanguardistiche del secolo scorso. Il risultato è una sonorità inquietante e distorta, propedeutica al prosieguo della serata.

Corazzata Jazz della Morte. Da sinistra: Federico Pianciola e Jacopo Acquafresca. Credits: Luca Maccario

I membri del complesso prendono dunque posto. Da subito emerge la carica di Davide Quinto, bassista letteralmente scatenato nel cavalcare il fervore del pubblico, oltre a tenere i brani sui binari giusti e ad accompagnare la voce principale con growl e scream taglienti, come perfetto contraltare della cantante Arianna Prette. Le corde di quest’ultima rappresentano la parte più delicata del sound ricercato dagli Alberi, che si esprime soprattutto durante gli arpeggi de “La danza pallida”.

Gli Alberi. Da sinistra: Davide Quinto, Arianna Prette, Daniele Varlonga, Matteo Candeliere, Giovanni Bersani. Credits: Luca Maccario

La vicenda si articola anche in brevi intermezzi narrativi, raccontati da Mattia Macrì, già voce della band Post-Kruger. Non si tratta dell’unico ospite: per “Noialtri” è Narratore Urbano a prendere il microfono, apportando alla musica il suo stile cantautorale, in un testo colmo di concitazione. La scaletta prosegue rapida e i presenti calcano gli accenti del ritmo saltando, muovendo la testa e il corpo: il tutto dettato, oltre che dal basso, dalla batteria di Daniele Varlonga, ricca di inventiva, sulla quale il chitarrista Matteo Candeliere ricama i suoi riff incisivi.

Gli Alberi feat. Narratore Urbano. Credits: Luca Maccario

Eccezion fatta per “Hiems”, pezzo dalle tinte intimiste per voce e piano – suonato da Giovanni Bersani, che si spende anche in chitarra ritmica, percussioni, cori – e per l’interessantissima “Vuoto alle spalle”, le cui melodie abbracciano scale dal sentore esotico, l’album resta fedele al genere metal, anche se con declinazioni eterogenee. Da menzionare “Aspettami”, canzone dalle atmosfere alterne con finale a cappella, mentre “Sindrome del terzo uomo” è citabile per l’energia cupa e prorompente.

Le due chitarre, Matteo e Giovanni. Credits: Luca Maccario

La conclusione si consuma in un acclamato bis, nel quale Gli Alberi ripropongono un loro classico di lunga data: “River God”. Saluti e ringraziamenti finali sigillano una serata piacevole; l’originalissimo format ha dato vita a un riuscito evento crossmediale, con il Natale torinese alle porte, sulle sponde del Po e di una fredda notte di nebbia.

A cura di Carlo Cerrato

I Modena City Ramblers raccontano i loro “Appunti Partigiani”

Andare ad un concerto dei Modena City Ramblers significa sapere già cosa aspettarsi: musicisti in kilt, discorsi sociali e pugni alzati. Eppure, nonostante sia un pattern presente ad ogni loro concerto, non si sa mai cosa aspettarsi davvero.

Appunti partigiani, disco d’oro del 2005 ripubblicato in vinile e in CD a distanza di 15 anni dalla prima uscita, sarebbe dovuto essere protagonista di un tour celebrativo che a causa della pandemia è stato annullato. Per questo motivo la band ha deciso di posticiparlo a quest’anno; con la data torinese del 18 novembre a Hiroshima Mon Amour è iniziato, invece, un tour invernale che la vedrà esibirsi nei più importanti club italiani.

Foto: Alessia Sabetta

La scaletta della serata prevede alcuni brani contenuti nel disco, quelli più legati alla Resistenza; ma anche i successi più famosi conosciuti ai più e lasciati esplodere alla fine. Il pubblico è decisamente eterogeno: i cinquantenni si sono accaparrati fieramente la prima fila e alla vista dei musicisti avviano una diretta Facebook, mentre alle loro spalle i ragazzi si amalgamano in un corpo unico fatto di pogo, birra e sudore.

L’allestimento è semplice: il logo della band, enorme, sulla parete posteriore è riprodotto anche sulla cassa della batteria. In scena tantissimi strumenti musicali: tra chitarre e bassi sia elettrici, che acustici, un violino, una tromba, un piffero, un banjo e tutti gli altri c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Il volume della musica è talmente tanto alto che il coro di tutti i presenti che cantano a squarciagola non riesce minimamente a emergere.

Foto: Alessia Sabetta

I MCR sul palco sono pieni di energia. Portano in scena la disillusione e la rabbia causate dal mondo che li circonda e le trasformano in veemenza pura. Guardano il pubblico dritto negli occhi, uno ad uno. Creano contatto con i presenti: salutano, sorridono, addirittura si mettono in posa quando si accorgono di qualcuno che sta cercando di fare loro delle foto. Si parla di migranti, di governo e di diritti. Di guerra e ingiustizie. Della necessità di rimanere umili e di ricordarsi le proprie radici. Si alzano cori che loro incitano e chiedono ai fan di rimanere sempre fedeli a quegli ideali antifascisti alla base del loro percorso musicale e quotidiano.

Non si snaturano mai. Questo è il motivo per cui andare ad un concerto dei Modena significa immaginare perfettamente cosa si sta andando a vedere. Anche a distanza di anni. Eppure, non è una cosa che stanca. Perché i loro discorsi sono fatti con l’occhio critico di chi sa esattamente cosa vuole, queste scelte si rispecchiano nella musica. Tutto si scaglia con un vigore quasi unico. E tu, più o meno fan, lo vivi in modo assolutamente attivo.

Foto: Alessia Sabetta

A cura di Alessia Sabetta

PFM: chi li ferma mai

Si può chiedere al proprio pubblico imbambolato e immobile di applaudire senza cadere nel ridicolo? Se sei la PFM, sì. E se stai girando l’Italia – a 70 anni suonati – per festeggiare cinquant’anni di carriera suonando ininterrottamente per due ore, allora non solo ti è concesso, ma addirittura dovuto.

Il 16 novembre il Teatro Colosseo di Torino ha ospitato una tappa del tour “PFM 1972-2022” con cui la band progressive celebra i successi nazionali e transnazionali e i concerti, che superano ormai le 6000 date nell’arco della loro longeva carriera. A riflettere questa longevità ci pensa il pubblico in sala che, a parte per pochissimi giovani che abbassano drasticamente la media, se non ha l’età dei musicisti, manca poco. 

L’apertura del concerto è affidata ai Barock Project, band che vuole unire la musica classica a rock e jazz. I ragazzi si muovono bene sul palco, dimostrano una tecnica notevole e uno stile molto simile a quello della Premiata Forneria con assoli di tastiera e cambi di tempo ben studiati. Il cantante, prima di lasciare il palco, dichiara la band come progressive e il signore seduto davanti a me si lamenta del fatto che ormai si dichiarino tutti prog. Se fosse stato più giovane avrebbe però convenuto che in un presente in cui sta spopolando l’indie, la band rappresenta una validissima alternativa nel panorama musicale giovanile. 

Foto di Alessia Sabetta

Il teatro ritorna completamente al buio. In un silenzio pieno di fermento esplode la musica. Il concerto vuole fare un viaggio nel tempo partendo dai brani più recenti per andare indietro ai grandi classici della band. E infatti una delle canzoni più attese è “Impressioni di Settembre”, che si scaglia nel teatro come un coltello che squarcia il pubblico, ma anche come un medicamento che lenisce la ferita appena inflitta. Fanno jazz e improvvisano: a detta loro è grazie all’improvvisazione se sono ancora insieme. Suonano Prokof’ev e Rossini «con un piccolo aiuto, come l’avrebbero scritta gli autori se avessero avuto la PFM in orchestra». Lo fanno magistralmente. Dedicano uno special esplosivo a De André con cui hanno collaborato nei celebri due album dal vivo.

Franz Di Cioccio si presenta con l’immancabile bandana nera in testa e le coppie di bacchette incastrate avanti e dietro la cintura. Incarna la libertà. Randagio (il suo soprannome) sguizza sul palco: canta, balla, suona la batteria con una potenza impensabile per un settantaseienne. È lui a dominare la scena insieme a Patrick Dijvas, molto più statico. Il bassista  presenta i brani con il suo accento francese quando il collega si sposta alla batteria, ma lascia parlare per lo più il suo strumento. I due “giovincelli” fanno parte della formazione originale. Con loro un altro storico componente: Lucio “Violino” Fabbri, subentrato otto anni dopo la nascita della band, che suona eccentricamente il violino con l’aggiunta di vari effetti, tra cui il wah wah, pur mantenendo una compostezza inalterabile. Sono loro a mandare avanti la baracca e, nonostante la formazione sia composta da musicisti di altissimo livello, ognuno di loro potrebbe suonare da solo garantendo uno show degno di essere chiamato tale.

Dai social della band

Si sente la mancanza di alcuni brani celebri come “Maestro della voce” o “Chi ha paura della notte”, che il pubblico continua a richiedere. Ma al gruppo che ha scritto la storia del progressive facciamo passare anche questa. 

Una standing ovation, il tempo di una foto con il pubblico e il teatro cade nuovamente in un silenzio contemplativo con la platea che si svuota lentamente: è l’unica cosa che si può fare dopo un concerto simile.

a cura di Alessia Sabetta

Sono una diva o non sono più niente

La rappresentante di lista al Teatro della Concordia

Scatta una notifica di BeReal collettiva mentre un sessantenne si lamenta della morte del vinile. I glitter, i crop top e le calze a rete, i mocassini indie, le barbe incolte, le giacche a vento in sconto dai cinesi. È il caos. È il pop. È il Teatro della Concordia di Venaria Reale che il 9 novembre ha ospitato La Rappresentante di Lista per la tappa torinese del MyMamma Tour 2022.

A luci accese finalmente si vedono le facce che pochi minuti prima erano attaccate allo schermo del telefono, sorridenti, contrite per il troppo urlare e sgolarsi, unite in un limone appassionato tra il fumo del ghiaccio secco. I glitter sono già andati via, come i bicchieri vuoti che scricchiolano sotto tacchi e anfibi, mentre la sicurezza intima agli ultimi superstiti di uscire. La magia si è rotta bruscamente ma le orecchie ancora ronzano nel silenzio della notte di Venaria, tra un discutibile paninaro che illumina il buio pesto della periferia torinese con patatine a prezzi discutibili e birre annacquate. Ma la folla sciama contenta verso le macchine e il bus notturno, soddisfatta di uno spettacolo che non ha lasciato niente al caso e ha funzionato dannatamente bene.

La rappresentante di Lista @ Teatro Concordia di Venaria Reale

La Rappresentante di Lista si trovava su una strada difficile: due Festival di Sanremo di fila per un duo più o meno indie che non ha mai fatto davvero il botto possono pesare. Il limbo dei vecchi fan che si lamentano dei cambiamenti e i nuovi che vogliono ballare con le mani, con le gambe e con il culo è dietro l’angolo. Ma i Sanremo pesano soltanto se non sai cosa fare della patata bollente che ti sei tirato in mano. E Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina hanno capito esattamente cosa farne: il risultato è una pomme de terre da ristorante stellato.

Il percorso teatrale dei due è sempre più evidente: scenografia, costumi e coreografie curate al dettaglio, uno show in atti con una scaletta che sembra più una divisione in scene di una pièce piuttosto che la tracklist di un live pop. Veronica si muove sul palco come una performer contemporanea, balla, provoca, salta, dà sfoggio del suo range e della sua vocalità pulita e quasi lirica alla Antonella Ruggiero e ogni tanto si lascia andare a sorrisi emozionati che il pubblico coglie con piacere. Dario, dall’alto di stivali rossi laccati con tacco squadrato, si muove tra chitarra, microfono, pianoforte e il piccolo Mac, pentolone magico del mixing.

Con una messa in scena così curata c’è il rischio di risultare freddi e distaccati, di dare ragione a chi lamenta la svolta mainstream. Ma La Rappresentante di Lista ha pensato anche a questo, non l’ha lasciato al caso e a metà concerto Veronica rompe la quarta parete e parla direttamente ai fan, con un discorso che non sembra nemmeno preparato e anche se lo fosse, sarebbe la finzione del teatro, a cui tutti un po’ crediamo lo stesso. Crediamo anche ai pezzi vecchi e nuovi riarrangiati per incontrare meglio l’atmosfera di un tour nei club, più elettronici che mai. Crediamo a “Resistere“, ad “Alieno“, a “Questo corpo” e ad “Amare” e crediamo pure al momento dj set tamarro con musicisti e pubblico che ballano insieme M.i.a. e gli Outkast.

Se il teatro, come il pop, è finzione, quello che rende veri La Rappresentante di Lista è che non hanno un album uguale all’altro, eppure sono sempre gli stessi. E il pubblico lo sa, sotto i riflettori e la cassa dritta e a palco spento. Sotto i costumi e dietro le scenografie rimane il gusto di uno spettacolo vero, a cui si crede volentieri. Sipario, bonne nuit e ciao ciao.

A cura di Clarissa Missarelli

Magic Bus: un viaggio into the Hiroshima Mon Amour

Una delle frasi che più riecheggiano tratte dal film Into the Wild recita: «Chiama le cose con il loro vero nome». Eppure diventa difficile definire quello che è successo lo scorso 21 ottobre a Hiroshima Mon Amour: non un semplice concerto, non soltanto una cover band di Eddie Vedder.

Sui social e sulle locandine Magic Bus viene presentato come uno spettacolo itinerante ispirato al film e alla produzione solista di Eddie Vedder, compositore della colonna sonora del film. La giovanissima produzione dell’agenzia creativa Popcorn Gang fa la sua seconda tappa a Torino di fronte a un pubblico amante del film che rimane seduto a terra per buona parte del concerto. L’atmosfera sembra essere quella di una serata tranquilla tra amici.

Davide Genco in apertura concerto. Foto: Alessia Sabetta

La sala è illuminata di rosso, riprendendo le grafiche della locandina e lo stile dei filmati. Il tocco in più è dato da una serie di video inediti – che comprendono spezzoni del film, letture tratte dal libro, animazioni e brevi video-testimonianze di un ragazzo che in Alaska, a vedere il magic bus, ci è andato davvero – proiettati alle spalle della band per tutto il concerto. Ad accrescere il clima intimo e l’atmosfera avvolgente in cui si ha la sensazione di totale coesione ci pensa la scelta di iniziare il concerto con dei brani eseguiti solo dal cantante (Davide Genco)  e dal suo ukulele in una sala semibuia. Si aggiunge poi il chitarrista (Marco Settanni) che, tra le varie canzoni, esegue la celebre “Society” e infine, il bassista (Marco Chiodi) e il batterista (Enrico Pirola) che danno alla serata una svolta più rock.

Davide Genco (voce e chitarra) e Marco Settanni (chitarra). Foto: Alessia Sabetta

L’esecuzione integrale della colonna sonora è intervallata da una scelta filologica di brani aventi a che fare con Eddie Vedder e con i concetti capisaldi del film: la libertà e il viaggio. I brani selezionati spaziano tra cover dei Beatles, dei Pearl Jam, e “Follow The Sun” suonata con chitarra e armonica, sottolineando quell’immaginario cinematografico del viaggiatore solitario che si tiene compagnia con la musica. D’altra parte, il patto non scritto stipulato tra la band e il pubblico è quello di voler fuggire per una serata da «questo mondo così triste».

Esattamente come accade in un viaggio appena iniziato, in alcuni momenti si percepisce la necessità di un motore che deve carburare, complice il fatto che lo spettacolo sia alle prime esecuzioni e abbia bisogno di essere ben collaudato. Nonostante ciò, il prodotto confezionato è piacevole. 

Magic Bus. Foto Alessia Sabetta

La serata si conclude in modo tranquillo e anche se le temperature sono tutt’altro che glaciali come in Alaska, per tutto il concerto sembra di essere nel vero Magic bus, con Alexander Supertamp a ripetersi che «La felicità è reale solo se condivisa».

a cura di Alessia Sabetta

_resetfestival: il talk sulla sostenibilità ambientale negli eventi

Uno degli argomenti più discussi durante l’estate 2022 è stato indubbiamente il rapporto tra gli eventi musicali più importanti della stagione e l’impatto ambientale. La conversazione è stata incoraggiata soprattutto dalle polemiche nate intorno al Jova Beach Party, tour estivo di Jovanotti che aveva come location gli arenili di varie città balneari: è in questo contesto di maggiore coscienza sulla problematica che il _resetfestival ha organizzato l’incontro “La sostenibilità ambientale negli eventi” in collaborazione con il CdS EACT del Dipartimento di Economia e Statistica dell’Università di Torino, seguito da un laboratorio curato da Antonio Vita, funzionario della sezione Igiene Urbana e Ciclo dei Rifiuti per il comune di Torino.

Il talk, che ha avuto luogo al campus Luigi Einaudi, è stato brevemente introdotto da Daniele Citriniti, organizzatore e fondatore del festival, ed è proseguito con la presentazione della tesi del 2018 “Change The Music” – misure per la sostenibilità dei festival musicali realizzata da Antonio Vita, che si è chiesto come il settore creativo potesse contribuire positivamente allo sviluppo di città e comunità sostenibili. Sono stati mostrati alcuni casi studio che trattavano importanti festival europei come Glastonbury e diverse tipologie di festival italiani fra cui il TOdays; il focus principale della ricerca era la mobilità e la ricerca di alternative più sostenibili per raggiungere gli eventi come il car sharing, il bike sharing e le navette.

Foto: Marzia Benigna

Successivamente è intervenuto Aldo Blandino, uno dei responsabili dell’area ambiente del comune di Torino, che ha parlato dell’impegno della città soprattutto in termini di questione ambientale e transizione ecologica, portando come esempio l’organizzazione di MITO Settembre Musica 2020 e gli accorgimenti presi per ridurre l’impatto ambientale del festival. Hanno poi preso la parola i professori Enrico Bertacchini e Vito Frontuto, che hanno sottolineato la necessità di trovare soluzioni che possano funzionare oltre il medio periodo e l’importanza di elaborare politiche culturali che educhino la popolazione sul cambiamento climatico.

Il talk si è concluso con l’intervento di Dino Lupelli, general director di Music Innovation Hub, che ha raccontato la sua esperienza nella progettazione del Back to the Future Live Tour di Elisa e delle decisioni prese per realizzare una serie di concerti che avesse il minor impatto ambientale possibile: tra queste la scelta di svolgere una delle tappe di giorno, la valorizzazione di spazi già esistenti e la realizzazione di attività di sensibilizzazione sul tema per il pubblico.

Foto: Marzia Benigna

Una volta terminata la conferenza è stato organizzato una sorta di laboratorio, coinvolgendo i presenti in una sessione di brainstorming al fine di trovare soluzioni integrabili all’organizzazione di un evento musicale per renderlo più sostenibile ed idee per incoraggiare chi frequenta i concerti ad assumere comportamenti più rispettosi dell’ambiente: tra gli espedienti pensati quello di realizzare stand con tutoriali per realizzare prodotti fai da te attraverso il riciclo, l’idea di donare una parte dei soldi del biglietto ad un’associazione per la tutela dell’ambiente e l’inserimento di maggiori accorgimenti per la raccolta differenziata nella venue. Decisamente, quello del _reset, un festival costruito e popolato da persone coscienti del mondo in cui vivono.

A cura di Giulia Barge