Tutti gli articoli di Alessia Sabetta

Der fliegende Hollander al Teatro Regio e la lettura di un Wagner più psicologico del necessario

Dopo la presentazione durante la conferenza-concerto al Piccolo Regio, Der fliegende Holländer – L’Olandese Volante è andato in scena l’8 maggio per l’Anteprima Giovani (rassegna del Teatro Regio quasi giunta alla fine della stagione 2023-2024). 

L’opera lirica in tre atti, composta da Richard Wagner (che ne è anche il librettista) nel 1843, è incentrata su una leggenda nordica. Il protagonista, l’Olandese, è il capitano di una nave, condannato a navigare per l’eternità senza poter mai toccare terra, a meno che non trovi una donna che si innamori di lui e gli sia fedele fino alla morte.

L’Ouverture eseguita a sipario chiuso ha aumentato l’attesa e la suspence ma allo stesso ha fatto sì che gli spettatori, non distratti dalla scenografia, fossero rapiti dalla magnifica sinfonia wagneriana.

Dalla cartella stampa del Teatro Regio

Il regista Willy Decker, ha realizzato un allestimento minimalista total white: una stanza quadrata obliqua, sfruttando il gioco dell’inclinazione del palco, creava un effetto ottico che risulta un po’ straniante. Ispirandosi alle pareti di un museo d’arte in cui siamo seduti ad ammirare un quadro con il mare in tempesta come quelli della scuola fiamminga del XVII secolo, l’atmosfera generale risulta magrittiana e riprende sia i colori che l’essenza dei personaggi di opere come L’impero della luce o Golconda.

Anche le scene, realizzate da Wolfgang Gussmann, risultano alquanto minimali. Un fondale rosso e uno blu in contrasto con le pareti bianche per una maggiore suggestione visiva e un’intuizione geniale: una porta automatizzata e dalle notevoli dimensioni da cui escono le cime della nave di Daland da poter ancorare al palco, che rimandano alla riva in cui si trova anche il veliero olandese. In scena vengono inseriti pochi oggetti essenziali e quotidiani: sedie, tavoli, bottiglie e una tovaglia, che creano una maggiore coesione visiva e una dimensione rituale-popolare da parte dei cantanti del coro del Teatro Regio e del Maghini in relazione allo spazio e al tempo scenico del libretto in cui le donne filano e i marinai brindano. Stesso nome per la realizzazione dei costumi – scelti attentamente effettuando una corretta ricerca dei tessuti, dei materiali e delle fogge – per i quali si è voluto rimanere nei canoni classici di vestizione.

Hans Tölstede, alla luminotecnica, è stato in grado di far immergere lo spettatore grazie ai giochi di luci fredde, calde e colorate per ricreare la dimensione concitata e spaventosa del mare in burrasca, sul corpo del cantante interprete dell’Olandese o sulle pareti con la costruzione delle ombre. 

Dalla cartella stampa del Teatro Regio

La sezione corale, affidata a Ulisse Trabacchin, ha reso vive e dinamiche le scene amplificando i sentimenti dei personaggi principali immersi nella tempesta di emozioni contrastanti della storia d’amore, destinata in breve tempo a cessare. La giovane Senta (interpretata dal soprano Johanni Van Oostrum), innamorata della leggenda dell’Olandese e desiderosa di salvarlo, viene promessa all’Olandese (il baritono Brian Mulligan) dal padre Daland (il basso Gidon Saks), in cambio di una ricca ricompensa nonostante l’amore non corrisposto del cacciatore Erik (il tenore Robert Watson). Il Cast dei cantanti primi si è destreggiato egregiamente pur facendo fronte a una partitura complessa che richiede struttura vocale compatta, buon fraseggio e grande capacità di controllo diaframmatico nel reggere le tessiture articolate della composizione wagneriana. Particolare nota al baritono per il bellissimo colore vocale e alla significativa morbidezza nell’emissione e al soprano per l’elegante registro centrale e alla grande facilità di emissione degli acuti.

Infine, non per importanza, la direzione orchestrale affidata alle mani sapienti della direttrice d’orchestra Nathalie Stutzmann, è apparsa ricca, innovativa e in grado di far evocare alle menti il mare, la tempesta e le atmosfere drammatiche. Il volume di tutti gli strumenti è rimasto morbido per tutta l’esecuzione e le dinamiche non sono mai risultate impetuose come ci si aspetterebbe dall’esecuzione di qualsiasi brano di stampo wagneriano. 

L’Olandese Volante si conclude con un finale tragico in cui risaltano i temi della redenzione attraverso l’amore fedele e il sacrificio di Senta che, gettandosi in mare, rompe la maledizione dell’uomo che ama. Nella rappresentazione, tuttavia, Senta non si getta nelle onde del mare, ma si accascia in mezzo alla stanza generando una lettura più cerebrale dell’opera. Rimane quindi un amaro in bocca dovuto al mancato lieto fine e alla necessità di rileggere la storia e i tumulti dei personaggi in una chiave molto più psicologica di quella presentata da Wagner. La serata si è così conclusa con la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di potente come solo Wagner avrebbe potuto concepire, pur con qualche perplessità sulla staticità della scena (mai modificata nel corso dell’opera). 

a cura di Angelica Paparella e Alessia Sabetta

Fatoumata Diawara e la musica della liberazione: 25 aprile al Torino Jazz Festival

«Festeggiamo la liberazione dal nazifascimo ma i rigurgiti fascisti rimangono e dobbiamo continuare a combatterli» è la premessa con cui inizia la serata del 25 aprile al Teatro Regio: questa frase, pronunciata dal presidente regionale del Piemonte, un accenno all’art. 3 della Costituzione da parte dell’assessore alla cultura e un breve intervento di Adriana Cantore che la liberazione l’ha vissuta sulla sua pelle e ne conserva e tramanda l’impegno. Successivamente Sara D’amario legge alcuni passi di Dante di Nanni perché il concerto, in sua memoria e della gioventù resistente, è promosso con il sostegno del Comitato Resistenza e Costituzione.

Poi buio in sala e sul palco del teatro, illuminato da luci bluastre, si posizionano Juan Finger al basso, Jurandir Santana alla chitarra elettrica, Fernando Tejero alle tastiere e Willy Ombe alla batteria. Un paio di giri iniziali ed entra Fatoumata Diawara, bellissima, vestita di bianco con un copricapo tradizionale e la chitarra, anch’essa bianca, a tracolla.  

Fatoumata non è solo il simbolo della Resistenza, ma la sua musica diventa un modo per tradurre le battaglie per la conquista dei diritti nella sua Africa (l’artista è originaria del Mali) in momenti di gioia e speranza. Sul fondo del palco uno schermo che proietta video e grafiche che raccontano le donne africane, rafforzano i messaggi da lei portati.

Foto di Shelby Duncan dalla cartella stampa del Torino Jazz Festival

Il focus della serata, infatti, sono le donne: secondo Diawara esiste una complementarietà tra donne e uomini (come terra e cielo, fuoco e acqua) perché necessari gli uni agli altri, ma le prime non sono emancipate. È impressionante il coraggio con cui la cantante affronta alcuni temi davanti a un pubblico che, potenzialmente, non ha esperienza diretta di quello di cui sta parlando. Pur essendoci parecchie persone di origine africana − diverse delle quali vestite con i tradizionali abiti wax – che fanno sentire la loro presenza, la componente occidentale si aggiudica la percentuale più alta.

L’artista è ad esempio una delle prime a parlare in musica del tema della mutilazione genitale femminile: «don’t touch my flower, part of our body» introduce così “Sete”, il brano con cui si ribella a questa pratica ancora largamente diffusa. Afrobeat, jazz, pop, blues ed elettronica si intersecano per raccontare ancora meglio le storie di cui si fa portavoce.

È difficile immaginare il Teatro Regio spogliato dalla sua aura “classica”, eppure, ad un certo punto la platea viene incitata ad alzarsi in piedi e ballare per la libertà. Per questa sera il teatro cambia la sua destinazione d’uso, tra chi si alza e si lascia trascinare in una danza liberatoria e chi, in modo più temerario, lascia addirittura il proprio posto per scagliarsi sottopalco e ballare liberamente senza limitazioni di spazio.

Foto di Alun Be dalla cartella stampa del Torino Jazz Festival

Per tutta la durata del concerto Diawara si dimena sul palco, suona, canta, esce e rientra con una maschera tradizionale, danza come a volersi liberare da un veleno che le scorre in corpo. Usa i suoi ritmi, quelli della sua gente, per innalzarsi spiritualmente e si serve dell’energia delle persone per elevarsi ancora di più. «Mi hanno detto che non potevate salire sul palco, perciò è come se lo stessimo condividendo». Lo spettacolo è potente perché lei stessa è potenza allo stato puro. Quasi a fine della serata Diawara dedica “Feeling Good” a tutte quelle donne che hanno tanto da dire in musica, le «sopravvissute», le chiama: Billy Holiday, Ella Fitzgerald e Nina Simone, per lei la più importante perché le ha insegnato a vedere la luce cambiandole la vita.

Alla fine la sua luce, la forza, i suoi messaggi arrivano come una diga che si è appena rotta e non riesce più a contenere acqua. E in una giornata come quella del 25 aprile è utile tornare a casa inondati di musica che suona di lotta sociale, attivismo ed emancipazione.

a cura di Alessia Sabetta

Christian McBride al Teatro Colosseo tra i nomi più importanti del Torino Jazz Festival

Il foyer del teatro Colosseo nella serata del 23 aprile raccoglie tutta la gente che cerca riparo dall’acquazzone quasi improvviso in attesa del concerto di Christian McBride che, durante l’esibizione, tiene a sottolineare che la pioggia è una costante delle sue esibizioni torinesi raccontando che anche i suoi passaggi in città nel 1990 e 1994 erano stati nel segno del maltempo.

Sul palco, il contrabbassista si prende il centro della scena rimanendo in seconda fila, allineato con Mike Kings alle tastiere e Savanna Harris alla batteria; davanti, disposti a scacchiera, ci sono Nicole Glover al sax tenore e Ely Perlman alla chitarra elettrica. Questa la formazione della serata.

Savanna Harris – foto di Ottavia Salvadori

Le aspettative riguardo al concerto sono alte: annunciato tra i main della line up del TJF, McBride è considerato tra i jazzisti più importanti della sua generazione, oltre che essere uno dei più attivi (se non bastasse il fatto che ha vinto ben otto Grammy, tra le altre cose è anche direttore artistico del Newport Jazz Festival). L’attesa è stata ripagata.

Capire di essere di fronte a dei maestri assoluti del proprio strumento non è difficile, anche se non si è grandissimi estimatori del genere e McBride non prova in nessun modo a nasconderlo. Nel corso della serata si alterna, quasi divincola, tra basso elettrico e contrabbasso con un tocco forsennato ma sempre leggerissimo. Pur non volendo scomodare troppo Aristotele, viene immediato parlare di catarsi: il suo approccio con gli strumenti è catartico perché sembra essere lì solo per liberare la sua anima per conto della musica. Allo stesso tempo è una catarsi per gli spettatori che sembrano stregati dall’esibizione: nessuno ha il coraggio di muoversi durante e, a parte gli applausi tra un assolo e l’altro, il resto del tempo nella platea regna il silenzio.

Christian McBride al contrabbasso, Ely Perlman alla chitarra – foto di Ottavia Salvadori

La scaletta prevede pochi brani (un po’ meno di dieci) per le quasi due ore di concerto, tutti molto lunghi e strutturati quasi sempre in tre parti: una parte iniziale con l’esposizione dei temi, un momento centrale di improvvisazione e la ripresa conclusiva. Alcuni di questi sono stati composti dai musicisti della band (come “More is” di Savanna Harris o “Elevation” di Ely Perlman), altri invece dallo stesso Mc Bride come “A morning story”, o standard come “Dolphine Dance”, riarrangiata da Mike Kings. Se è scontato riferire della bravura dei musicisti sul palco, una cosa degna di nota è il supporto reciproco durante o al termine dei rispettivi assoli: McBride per primo sorride o contorce il viso in espressioni di stupore e approvazione per la performance dei suoi compagni.

Il rischio, in questi casi, è di risultare troppo tecnici e ricadere in incastri armonici e passaggi perfettamente eseguiti, ma poveri emotivamente. Mc Bride e i suoi compagni, invece, riescono a fare sfoggio di virtuosismo ma anche a far trasparire le emozioni che stanno provando e che vogliono far arrivare al pubblico.

A fine concerto nella sala del teatro rimane il silenzio di quando bisogna metabolizzare quello a cui si è appena assistito e la promessa, da parte di McBride, di tornare presto a Torino – con o senza la pioggia.

a cura di Alessia Sabetta

Sanremo 2024 − Le pagelle della serata cover

Tra problemi tecnici, borsettine scippate e pubblico in rivolta dopo i primi cinque posti si è conclusa la penultima serata sanremese. 

Sangiovanni e Aitana – Medley “Farfalle” e “Mariposas”

Aitana (molto brava) e l’arrangiamento orchestrale sono un tentativo di innalzare una canzone poco interessante. Ma non aiutano.

Voto: premio autostima 

Annalisa, La Rappresentante di Lista, Coro Artemia – “Sweet Dreams”

Bello l’incastro tra le diverse voci: la Rappresentante e le sue note acute, Annalisa con il tono graffiante, il coro che si dimostra una presenza piacevole e non eccessiva. Tutto si incastra bene, in una performance bella, potente e con una spinta fortissima. Annalisa risponde a chi continua a dire che è brava solo a fare brani per i lidi.

Voto: 27

Rose Villain e Gianna Nannini – Medley Gianna Nannini

Rose non inizia al meglio, si riprende, e le due insieme tentano un’armonizzazione che di armonico ha poco, per poi contagiare anche Gianna Nannini che dimostra difficoltà di intonazione. Il tutto termina con un “sei nell’animaaaaaaa” fin troppo urlato. Il pubblico nonostante ciò sembra apprezzare.

Voto: 18, ma con qualche lezione di canto in più

Gazzelle e Fulminacci – “Notte prima degli esami”

A parte un po’ di incertezza iniziale regalano un momento mistico − complici alcune armonizzazioni inaspettatamente ben riuscite − con l’Ariston illuminato dalle torce dei cellulari come se fossero davvero tutti riuniti fuori dai cancelli della scuola la notte prima degli esami. I due sono stati bravi in fin dei conti.

Voto: 23

Thr Kolors e Umberto Tozzi – Medley Umberto Tozzi

Umberto Tozzi intermezzato da Italodisco perché la persecuzione fino al mese scorso non ci bastava.

Voto: 22

Alfa e Roberto Vecchioni – “Sogna ragazzo sogna”

Sembra strano sentire Alfa cantare qualcosa che non sia una canzonetta per TikTok e infatti, dopo un iniziale annebbiamento accanto a Vecchioni, si riprende la scena con la strofa inedita dimostrando di potersi dedicare a qualcosa di più interessante di una canzone che inizia con “Yoo-hoo”.

Voto: 23

Bnkr44 e Pino D’angiò – “Ma quale idea”

Iniziano col botto intonatissimi con l’accompagnamento al pianoforte: basterebbe già così. Non fosse che regalano una performance leggera e divertente senza prendersi veramente sul serio (marchio di fabbrica del collettivo). La base musicale originale, con innesti testuali inediti che non sembrano fuori posto, aggiungono il tocco in più. E quindi se la sono giocata benissimo, bravi! 

Voto: 28

Irama e Riccardo Cocciante – “Quando finisce un amore”

Irama è una comparsa rispetto a Cocciante, che lo annichilisce del tutto. La canzone è tra i pilastri della musica italiana, ma l’esibizione ha il sapore di un compitino in cui Irama non eccelle

Voto: 18

Fiorella Mannoia e Francesco Gabbani – Medley “Che sia benedetta” e “Occidentali’s karma”

Almeno si sono divertiti, contenti loro.

Voto: 19

Santi Francesi e Skin – “Hallelujah”

Hallelujah rischia di risultare banale, vista la ridondanza con cui viene proposta. Ma Skin è bravissima e anche Alessandro De Santis sfoggia tutte le sue doti canore. Partono con una bella spinta e crescono d’intensità, fino a un momento di stacco che all’inizio ha un impatto un po’ strano. Ma tutto sommato sono potenti.

Voto: 26

Ricchi e Poveri e Paola & Chiara – Medley “Sarà perché ti amo” e “Mamma Maria”

Che succede se le regine del trash di Sanremo 2023 incontrano i reali del trash Sanremo 2024? Qualcosa di talmente tanto caotico che Grignani e Arisa, l’anno scorso, in confronto sono stati dei pivelli. 

Voto: Angela rivelaci la ricetta dell’allegria

Ghali e Ratchopper – Medley dal titolo “Italiano Vero”

Il tentativo di provocazione è evidente, però sembra manchi qualcosa e infatti è un po’ sottotono. Tuttavia, Ghali sta sfruttando il palco del Festivàl per fare politica con la sua arte e bisogna dargliene atto.

Voto: 24

Clara, Ivana Spagna, Coro Voci Bianche – “Il cerchio della vita”

Togliere la parte in lingua zulu dal cerchio della vita è come togliere il soffritto dal ragù.  Un po’ insipida.

Voto: 20

Bertè e Venerus – “Ragazzo mio”

Venerus è tra le figure più interessanti del panorama indie/alternative: lo dimostrano gli esperimenti con le cover di Battisti che ha proposto nel corso dell’ultimo tour e la produzione inedita. Piazzarlo sul palco solo per fare l’accompagnamento chitarristico è un grandissimo spreco. Peccato per l’occasione ghiottissima di cui siamo stati privati.

Voto: le aspettative erano troppo alte

Geolier, Guè, Gigi D’Alessio, Luchè – Medley dal titolo “Strade”

Un mix di strade un po’ sgarrupate in un’esibizione studiata per rimanere sobria. Ma piazzare Gigi D’Alessio non è propriamente la scelta più sobria.

Voto: 18 per la simpatia

Angelina Mango e Quartetto d’archi dell’orchestra di Roma – “La rondine”

Angelina Mango decide di dare il tutto per tutto e fa versare le lacrime ai presenti e non solo. Si preannunciava una performance commovente, ma nessuno se l’aspettava così tanto da lasciare attoniti.

Voto: cosa le si può dire?

Alessandra Amoroso e Boomdabash – Medley 

Alessandrina cara hai aperto con un frammento soul e con la voce graffiante con cui potresti fare faville, ma poi hai deciso di trasformare l’Ariston in un lido di Gallipoli a metà agosto per un momento di celebrazione salentina. Tutto condito con il pathos di un arrangiamento degno del premio oscar per la miglior colonna sonora. 

Voto: premio Salentu intra lu core 

Dargen D’Amico e Belnova Orchestra – Omaggio a Ennio Morricone

Nonostante le dissonanze del pianoforte e dei violini, l’attenzione si focalizza sulle parole del testo e neanche Dargen perde l’occasione di farsi portavoce di messaggi sociali.

Voto: 23

Mahmood e Tenores de Bitti – “Come è profondo il mare”

Mahmood sa di essere bravo e non perde occasione per dimostrarlo. Alla fine però, passa in sordina.

Voto: sei il primo della classe e lo sai

Mr.Rain e Gemelli diversi – “Mary”

Stava andando tutto bene finchè Mr. Rain non ha iniziato a cantare “Supereroi”.

Voto: 18 politico

Negramaro e Malika Ayane – “La canzone del sole”

Sangiorgi e Malika inscenano la storia di due ragazzini alla prima cotta, che si sfiorano e si scambiano sguardi con gli occhi a cuoricino mentre lui le dedica “le bionde trecce” che quando hai 13 anni fa sempre figo.

Voto: premio saggio dell’oratorio

Emma Marrone e Bresh – Medley Tiziano Ferro

Se c’è Tiziano Ferro il momento karaoke parte spontaneamente, quindi sarebbe stato difficile fare male. In più Emma funziona bene con i trapperini. Comunque l’esibizione passa un po’ inosservata.

Voto: 19

Il Volo e Steff Burns – “Who wants to live forever”

Solo a Il Volo poteva venire in mente di interpretare i Queen in chiave lirico-pop. Il motivo rimarrà per sempre sconosciuto.

Voto: tutto bene da lassù, Freddie?

Diodato e Jack Savoretti – “Amore che vieni, amore che vai”

De Andrè è sempre molto rischioso, ma i due si destreggiano bene in una cover che non è niente male.

Voto: 23

La Sad e Donatella Rettore – “Lamette”

Loro hanno detto «non deve avere senso, deve solo sembrare un casino», anche se Donatella Rettore a stento si regge in piedi e continua a urlare nelle sue interazioni con Amadeus.

Voto: 20

Il Tre e Fabrizio Moro – Medley Fabrizio Moro

C’è davvero bisogno di dire qualcosa sull’ennesima esibizione di Fabrizio Moro che canta Fabrizio Moro?

Voto: ci vediamo la prossima edizione

Big Mama, Gaia, Sissi, La Niña – “Lady Marmelade”

Il quartetto femminile da uno scossone da torpore portando sul palco tutto il girl power, slay, sorellanza di cui c’è bisogno. Per fortuna, anche.

Voto: 25

Maninni ed Ermal Meta – “Non mi avete fatto niente”

Vedi Fabrizio Moro, con una piccola variazione: se i bidoni fossero stati microfonati avrebbero fatto la differenza.

Voto: ci vediamo la prossima edizione

Fred De Palma ed Eiffel 65 – Medley Eiffel 65

Arrangiamento orchestrale, dance pop, freestyle e autotune creano un marmellone di cose che sembra addirittura piacevole alla quarta serata in cui ci costringiamo a questo supplizio (un po’ masochista, ma Sanremo è Sanremo). In condizioni normali non reggeremmo neanche dopo le prime quattro battute. In più loro si improvvisano animatori della casa di riposo cercando di dare una svegliata al pubblico.

Voto: ma che bravi questi animatori!

Renga e Nek – Medley di Renga e Nek

Questa notte è stato definito l’ottavo peccato capitale: Renga e Nek che si autocelebrano cantando i loro successi. Come se non bastasse, alla fine dell’esibizione mettono su un teatrino che dovrebbe far ridere. E invece fa solo sperare che tutto finisca in fretta.

Voto: premio egoriferiti

a cura di Alessia Sabetta

Max Gazzè e un concerto dal sapore rarefatto e fluttuante

“Arte, maestria, sapienza, sacrificio, professionalità” scriverebbe qualcuno su X (Twitter) per descrivere lo spettacolo che Max Gazzè sta presentando sui palchi italiani da fine ottobre. Anche il Teatro Colosseo di Torino ha ospitato il tour “Amor Fabulas − Preludio” nelle due date di giovedì 23 e venerdì 24 novembre.

Nella sala semibuia del teatro appare Anna Castiglia – incaricata dell’opening act – che, seduta sul bordo del palco inizia a cantare accompagnata dalla sua chitarra acustica. Il pubblico, catturato, la osserva attentamente, cercando di cogliere ogni significato nascosto tra i versi delle canzoni in cui si sentono le influenze, tra gli altri, di Gaber e De Andrè. Castiglia padroneggia benissimo il palco: oltre a riuscire a guadagnarsi l’assoluto silenzio e l’attenzione di tutti senza il minimo sforzo, per ben due volte dal fondo della sala partono dei fragorosi applausi a metà dei brani (oltre che alla fine). Qualcuno la cerca su Internet per capire chi sia questa ragazza così talentuosa che ha avuto l’onore di aprire il concerto di Gazzè. I più informati, invece, la riconoscono subito: la cantautrice si era presentata a X Factor con “Ghali”, conquistando anche i giudici del programma che le avevano assegnato 4 sì. Il brano è una riflessione sul doversi assumere sempre le proprie responsabilità, e infatti «La colpa non è di tutti, la responsabilità sì», sussurra al microfono prima di intonare proprio quella canzone, per chiudere la sua esibizione e lasciare spazio al protagonista della serata.

Quando si accendono le luci e inizia la musica, Gazzè assume le sembianze di un sacerdote durante l’omelia: un telo semitrasparente su cui è proiettata una città in rovine e una persona che dondola su un’altalena, lascia intravedere solo la sua ombra mentre lui recita un monologo sull’indifferenza e sul senso del grave, concludendo che, forse, abbiamo perso del tutto il senso.Dopo i primi brani il telo viene ritirato e sul palco compare la formazione completa: Cristiano Micalizzi alla batteria, Daniele Fiaschi alla chitarra, Clemente Ferrari alle tastiere e synth, Max Dedo ai fiati, Greta Zuccoli a cori e autoharp e Nicola Molino alle percussioni.

L’idea alla base del tour è rappresentata dalla volontà di portare in scena brani mai suonati dal vivo, ma che sono stati scelti appositamente per essere valorizzati dall’atmosfera aulica del teatro. Tra questi “Niente di Nuovo” e “Siamo come siamo” che apre con una considerazione sull’inesistenza del tempo e sul fatto che si tratti solo di un’elaborazione del cervello.

L’eclettismo di Gazzè è noto da sempre e sarebbe inutilmente didascalico parlare di quanto sia preparato tecnicamente a livello musicale; questa bravura però è sicuramente amplificata da quella dei suoi compagni sul palco che gli tengono testa in modo egregio. “Cara Valentina”, introdotta dallo standard jazz “My funny Valentine” in un dialogo tra la voce più acuta di Gazzè e quella più calda e profonda di Zuccoli, diventa apoteosi musicale quando il pubblico viene incitato a cantare continuamente “per esempio non è vero che poi mi dilungo così spesso su un solo argomento”. Nel mentre i musicisti si divertono a eseguire delle variazioni su tema spaziando tra i generi più disparati come lo ska e un simil flamenco, con una facilità disarmante. Lo spazio per l’improvvisazione trova posto anche ne “La favola di Adamo ed Eva” con gli assoli di synth, chitarra e basso ricchi di virtuosismi, tecnicismi e cambi di tempo.

Una menzione speciale va fatta alla scenografia con la proiezione di video art a cura di Stefano Di Buduo, co-protagonista mai troppo invadente ma a tratti necessaria. Proprio con la proiezione che spoilera i titoli dei brani dell’album in cantiere, si conclude la parte di concerto.

Per la seconda parte, invece, sono state lasciate le canzoni più famose e ritmate, che il pubblico non vede l’ora di poter ascoltare: “Ti sembra normale”, “La vita com’è”, “Sotto casa”, “Una musica può fare”, diventano un momento di festa con la platea in piedi che balla, canta e si diverte dimenticandosi di quell’atmosfera così tanto solenne che era stata colonna portante della prima ora e mezza di spettacolo.

Forse, in fin dei conti, non tutti sono preparati alla rarefazione dovuta a brani per la maggior parte molto lenti e decompressi che sembrano fluttuare in un’atmosfera densissima di solennità. Anche perché sono bastati primissimi accordi di “Ti sembra normale” per far ritornare tutti sulla terraferma. L’unica cosa certa è che Gazzè si conferma geniale e anche in questo caso, come sempre, spiega quanto la musica di un certo livello faccia ancora così tanto effetto.

a cura di Alessia Sabetta

Edoardo Bennato al Flowers Festival: il viaggio verso “L’Isola che non c’è”

“L’Isola che non c’è” esiste e l’ultima segnalazione è arrivata l’8 luglio dal Flowers Festival di Collegno, dove si è esibito Edoardo Bennato. Con lui sul palco della Certosa la BeBand, storica formazione che lo segue da anni, composta da Giuseppe Scarpato (chitarre), Raffaele Lopez (tastiere), Gennaro Porcelli (chitarre), Arduino Lopez (basso) e Roberto Perrone (batteria). 

Come per un inguaribile Peter Pan, il tempo per Bennato è come se si fosse fermato: nonostante i 76 anni, per tutte le due ore del concerto tiene il palco in modo ineccepibile − d’altra parte gli anni di carriera, in questo caso, si vedono. Il cantautore in jeans, scarpe da ginnastica e t-shirt con la scritta “Campi Flegrei 55”, si veste dei panni di un provetto cantastorie e il pubblico sembra essere stregato. Il parco della Certosa, infatti, è pieno e la platea  è abbastanza differenziata: nonostante la maggioranza di fan della vecchia guardia, molti sono anche i giovani e le famiglie con bambini che cantano, insieme a lui, nel nome del rock’n’roll. 

Foto di Alessia Sabetta

È proprio per il rock’n’roll il primo discorso che Bennato pronuncia appena salito sul palco, prima di cantare “Abbi cura”. C’è poi spazio per  delle dediche alla sua Napoli e alla sua infanzia, in particolare al “trio Bennato”, il gruppo che aveva da bambino con i suoi due fratelli. Durante il concerto compaiono anche  alcune canzoni del suo ultimo album, Non c’è, ma ovviamente non mancano i brani che lo hanno reso celebre e alcuni adattamenti inaspettati come per “Napoli 55”, quando  il chitarrista inizia un lunghissimo assolo, che confluisce in quello di “The Wall” dei Pink Floyd. C’è poi spazio per ricordare  Ugo Tognazzi, Mia Martini ed Enzo Tortora ai quali dedica un riadattamento de “La calunnia è un venticello” dal Barbiere di Siviglia. E poi rock, ska e blues, un accenno alla smorfia napoletana il tutto insieme alla sua inseparabile armonica e al kazoo.

Foto di Alessia Sabetta

Da bravo cantastorie, Bennato incanta con i suoi racconti con cui accompagna quasi ogni brano: nessun discorso superficiale e non solo narrazioni sul passato. Tanti gli spunti di riflessione e le critiche (non tanto) velate ai problemi sociali e politici che toccano la nostra quotidianità. Come dopo “Nisida” quando, oltre alla buonanotte, il musicista augura ai presenti di liberarsi dai pregiudizi e dalle convinzioni.

Poi buio e silenzio. Ed emozioni che combattono con nuove consapevolezze. Come quella che un cantautore, di quasi ottant’anni, in due ore ha regalato un’istantanea del mondo che ci circonda in modo secco e duro, ma addolcito con quelle che (non) “Sono solo canzonette”. Per questo “L’Isola che non c’è” esiste. Ed è Bennato stesso a dimostrarlo.

a cura di Alessia Sabetta

I Simply Red a Stupinigi Sonic Park: ed è subito disco anni ‘80

Qualche nuvolone grigio che copre le ultime luci rossastre del tramonto e chi, dando le spalle al palco, scatta delle foto alla Palazzina illuminata nell’attesa dell’inizio dello spettacolo. È stato accolto così il concerto dei Simply Red che, il 4 luglio, ha inaugurato il cartellone di Stupinigi Sonic Park con un formidabile (e forse anche scontato) sold out.

Pochi i giovani: il pubblico per la maggior parte è della vecchia generazione e si appresta, tra una birra e un panino, a rivivere uno sprazzo di gioventù nel parco della palazzina. Tra un “fuori” urlato e qualche applauso di incitamento la band britannica sale sul palco e apre l’evento con “Better with you”, brano tratto dall’ultimo album, Time, uscito lo scorso maggio, che è anche quello a cui è dedicato questo tour. 

Foto di Alessia Sabetta

La serata procede in modo disteso e il parco risuona dei nuovi brani ma anche degli intramontabili classici della band, che hanno accompagnato l’adolescenza dei più. Non mancano gli assoli dei vari strumenti, tra cui anche sax e tromba, che sottolineano tutte le sfumature musicali della band, oltre che l’estrema bravura dei musicisti. Ma anche le dediche al cantautore Barry White e «That’s for you Tina, you’re a beautiful girl» dopo aver eseguito, durante il bis, la cover di “Nutbush City Limits”.Il frontman, Mick Hucknall, sfoggia per l’intera serata un italiano quasi perfetto a cui unisce del sano umorismo con cui intrattenere il pubblico.

Difficile, già da subito, rimanere fermi sulla sedia: chi ondeggia con il busto, chi muove freneticamente il piede e chi abbandona il proprio posto per rimanere in piedi in fondo o ai lati della platea per scatenarsi liberamente. Poi «let’s go back to 1985» – urla Hucknall − e all’improvviso, il prato di Stupinigi si trasforma in un enorme dancefloor, quasi tutti i presenti si ammassano sotto palco per ballare insieme e cantare prima che la band lasci il palco. 

Foto di Alessia Sabetta

In un attimo, dopo una “panoramica souvenir del pubblico” scattata dal cantante e i dovuti ringraziamenti, cala il silenzio e una fiumana di gente si riversa lungo l’enorme viale per uscire fuori. Tra i presenti c’è chi continua a canticchiare e chi, un po’ amareggiato, commenta la durata troppo corta del concerto, scherzando sulle movenze molto vintage del frontman.

Si conclude così una serata all’insegna delle pure vibes anni ’80, con le sonorità di una band i cui componenti sono da decenni considerati vere e proprie “Stars” in tutto il mondo.

a cura di Alessia Sabetta

Al Teatro Regio Madama Butterfly: oggi come allora

Si conclude sabato 10 giugno, il ciclo “Anteprima giovani” del Teatro Regio con la messa in scena di Madama Butterfly. Lo spettacolo, con la regia di Damiano Michieletto e Dmitri Jurowski alla direzione d’orchestra e coro, è stato firmato dal regista stesso per il teatro torinese nel 2010 e questa è la terza ripresa dopo quelle del 2012 e del 2014. 

Madama Butterfly è l’eterna dicotomia tra la globalizzazione americana contro un Oriente che prova a tenere strette le proprie tradizioni; è una storia struggente di una donna (in questo caso ancora una bambina) sedotta e abbandonata; potrebbe essere uno dei numerosi casi di turismo sessuale (minorile) che continuano a verificarsi nella società odierna. Però Madama Butterfly, prima di ogni cosa, è un’opera in tre atti composta all’inizio del ‘900 da Giacomo Puccini, su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. E il fatto che continui ad essere ancora così contemporanea fa riflettere.

Dalla cartella stampa del Teatro Regio (ph Andrea Macchia)

Niente abiti tradizionali o la consueta, idilliaca ambientazione ottocentesca: il pubblico è catapultato di fronte a una metropoli asiatica come tante, con cartelloni pubblicitari, insegne al neon, food truck, vestiti moderni e una lussuosissima macchina bianca − al posto della nave − che sta ad indicare lo status symbol di Pinkerton (Matteo Lippi nei suoi panni). Non una tipica casa di legno giapponese con il tatami e le porte scorrevoli, ma una teca in plexiglass − proprio come quelle in cui si tengono le farfalle − piena di peluche e giocattoli, ma anche «pochi oggetti da donna…» che Cio Cio San (per l’occasione interpretata da Barno Ismatullaeva) chiede il permesso al neo-marito di possedere. Anche questi a simboleggiare una dicotomia di una bambina chiamata a crescere troppo in fretta, forse senza neanche volerlo davvero e la donna che sarebbe potuta diventare. E infatti, dopo tre anni in cui è persa nella sua ingenuità, è costretta ad avere la sua metamorfosi (da bambina a donna), in una notte sola, quando, finalmente consapevole di quello che le è successo, si punta una pistola alla tempia −anche in questo caso, non un pugnale, non un coltello, ma una pistola − e pone fine alle sue sofferenze. 

dalla cartella stampa del Teatro Regio (Ph Andrea Macchia)

Il tutto è svuotato da qualsiasi sfumatura fiabesca o da quell’esotismo che ha sempre caratterizzato l’opera: la storia si svolge tra il completo cinismo di Pinkerton, che è solo avido di addentare la sua preda e la sua spietata moglie americana pronta a strappare il bene più prezioso di una madre (ovvero la creatura che ha messo al mondo); l’opportunismo di una donna che vende una figlia in cambio di becero denaro; l’indifferenza degli altri protagonisti tra cui Sharpless (Damiano Salerno) di fronte alla realtà dei fatti. Un girotondo intorno ad una Butterfly che, purtroppo ancora oggi, impersona la storia di tante altre farfalle a cui sono state spezzate le ali.

Gli attori sono perfettamente calati nei loro ruoli: coinvolgenti e persuasivi rendono la drammaticità del racconto che, anche grazie alla loro interpretazione, arriva ancora di più agli spettatori in sala. La scelta dell’ambientazione non convenzionale (così come per Il Flauto Magico), esempio di grande coraggio da parte di un regista già conosciuto per il suo spirito provocatorio, viene premiata dal pubblico che, alla fine della rappresentazione, scoppia in un forte e caloroso applauso. Soprattutto, in questo modo, è più facile leggere la vicenda in chiave contemporanea e capire che non è una storia poi così lontana dalla nostra quotidianità. E questo è importante.

a cura di Alessia Sabetta

Steve Coleman and The Five Elements in una data straordinaria al Torino Jazz Festival

Il teatro è pieno: anche per la data del 25 aprile il Torino Jazz Festival ha registrato il sold out. Prima dell’entrata in scena degli artisti, sale sul palco Stefano Zenni (direttore artistico del Festival) per presentare Steve Coleman che di lì a poco riempirà il teatro con la sua musica, insieme ai Five Elements, gruppo con cui collabora dall’inizio degli anni ’80.

Zenni sottolinea il fatto che il musicista non venga in Italia da diversi anni: la sua esibizione di Torino è davvero straordinaria, anche perché il festival è riuscito a far anticipare l’inizio del tour. Coleman è – spiega ancora Zenni – uno dei musicisti più influenti della storia recente del jazz. Innovatore del jazz dagli ultimi vent’anni, propone una sorta di laboratorio musicale in cui innesta fantasie melodiche più lente − o per lo meno cantabili – a ritmi di matrice afroamericana più corporei e danzanti, ottenendo una musica dal carattere pienamente contemporaneo. 

Steve Coleman and The Five Elements
Steve Coleman and The Five Elements – foto dal profilo del TJF

Steve Coleman sale sul palco (con in mano il sax, la custodia e una busta di carta), seguito da Jonathan Finlayson alla tromba (con una macchinetta fotografica a tracolla, che posa subito sul palco), Rich Brown al basso elettrico e Sean Rickman alla batteria. Intervalla la presentazione degli artisti a delle cellule melodiche a cui si collegano subito il bassista, e poco dopo gli altri due musicisti. Non è previsto uno strumento prettamente armonico, motivo per cui l’intero concerto è sorretto dal tocco leggerissimo del batterista che si mescola ai ritmi composti del basso a sei corde di Brown, su cui si poggia il dialogo armonico dettato dal contrappunto tra sassofono e tromba. La ritmica, cadenzata, prende qualcosa dai ritmi hip hop underground, mentre le melodie sono per la maggior parte improvvisate. Non si tratta solo di free jazz o funk. È quel filone a cui Coleman è tanto legato e che si chiama M-Base – acronimo di Macro-Basic Array of Structured Extemporizations – in cui tutte le forme dell’universo sono connesse e hanno come obiettivo finale l’espressione artistica. Alla fine del concerto Coleman prova a raccontarlo: «When you play there’s a energy», e l’energia si sente davvero in platea, dove il pubblico continua a far ondeggiare la testa o muovere le gambe o i piedi, incapace di rimanere immobile. 

Poi, perentorio, continua: «We have to stay awake for you», spiegando che lui e i suoi musicisti sono stanchi a causa del jet lag, come se volesse giustificarsi di non essere propriamente in forma. Ma se il risultato già così è sbalorditivo, viene da chiedersi come sarebbe con i musicisti nel pieno delle loro possibilità…

a cura di Alessia Sabetta

Eugenio Finardi, Raffaele Casarano e Mirko Signorile in un’ “Euphonia” al teatro Colosseo

Euphonia Suite nasce nell’ ottobre 2022 dalla collaborazione tra Eugenio Finardi, Mirko Singorile e Raffaele Casarano. Già dallo scorso dicembre, i tre artisti stanno girando l’Italia in un tour dedicato − Euphonia Suite Tour − che ha visto la sua conclusione il 19 aprile al Teatro Colosseo di Torino, città molto cara all’artista milanese, come lui stesso ribadisce durante la serata.

Bisogna fare un passo indietro per entrare al meglio nello spirito della serata: il punto di partenza riguarda l’ascolto dell’album. Non c’è da aspettarsi l’energia rock dei lavori più famosi di Finardi, farlo significherebbe non apprezzare interamente il lavoro, ma soprattutto perdersi tutta la bellezza contenuta in questi nuovi arrangiamenti. L’incontro (frutto di un progetto ormai decennale) si realizza tra la voce calma e distesa di Finardi, il virtuosismo di Signorile al pianoforte e l’accompagnamento pastoso e suadente del sax di Casarano. Tutto si fonde in un unicum musicale che racconta perfettamente quel concetto di “vita lenta”, come in una lava lamp in cui il risultato è un amalgama omogena.

Foto: Alessia Sabetta

Tutti gli stadi di tranquillità percepiti ascoltando l’album ritornano nell’esibizione dal vivo. Tanto per iniziare la scenografia è spoglia: solo le quinte, nere e gli spot che illuminano il telone attribuendo un colore diverso a ogni brano. Sul palco seduti in riga i tre musicisti vestiti di nero (ognuno con il proprio stile, che in qualche modo rispecchia anche la propria musica), che quasi per tutta la durata del concerto non si spostano dal loro posto. Insomma, un’asciuttezza che catalizza tutta l’attenzione sulla musica. Gli spettatori, immersi in un’atmosfera irreale, come fluttuante, sono persino in dubbio sul momento in cui applaudire per non spezzare l’incanto, e si infastidiscono quando il clic compulsivo degli scatti dei fotografi in sala rompe il silenzio.

Il live (che riprende il concetto alla base della produzione, ovvero la suite) si srotola brano per brano senza interruzioni: nella maggior parte dei casi il collegamento viene creato musicalmente da Signorile, nei restanti si fa giusto una pausa prima di riprendere. Finardi, centrale, si passa il microfono da una mano all’altra e con quella libera crea dei giochi di movimento con cui accompagna la sua voce o le melodie dei due colleghi. Sorride al pubblico quando ne percepisce maggiormente il calore e prova a enfatizzare i momenti in cui Casarano e Singorile si liberano in assoli che non sconfinano mai nell’esuberanza.

Foto: Alessia Sabetta

Regala, oltre al consueto bis in cui introduce al pianoforte la celebre “Extraterrestre” mentre gli altri due utilizzano la coda come fossero delle percussioni, un tris.Infatti, dopo essere usciti di scena per la seconda volta, mentre il pubblico in sala è intento a rivestirsi per lasciare il teatro, rientrano tutti e tre e concedono la scelta ai fan che prontamente richiedono “Musica ribelle”. Lui esita un momento, ma dopo essersi giustificato sulla natura musicale del brano nato per un certo tipo di strumentazione, si lascia trasportare e inizia a cantare. Tra intere strofe dimenticate su cui ride di sé stesso e un ritornello in chiave mozartiana riesce a guadagnarsi un nuovo fragoroso applauso del pubblico che si alza per cantare con lui.

a cura di Alessia Sabetta