Malinconia britannica e compostezza sabauda: Morrissey chiude Asti Musica 2026.
Prima buona notizia: Morrissey ad Asti è arrivato.
Non è del tutto scontato per un artista che, nel corso degli anni, ha avuto con le cancellazioni dei live un rapporto piuttosto creativo. Il 21 luglio si presenta davvero in Piazza Alfieri, richiamando persone da ogni parte d’Italia e non solo: generazioni diverse riunite da un artista capace, dopo oltre quarant’anni di carriera, di suscitare ancora devozione, irritazione e un affetto difficile da spiegare.
Dopo un leggero ritardo Morrissey sale sul palco e apre con “Billy Budd”. La voce conserva quel timbro che l’ha resa inconfondibile e sa ancora passare da atmosfere più cupe ad aperture intense e drammatiche. Sostenuto da una band solidissima, si prende immediatamente la scena: tragico, elegantemente insofferente e con un impeccabile british humour.
Dal vivo si comprende meglio perché l’affetto nei suoi confronti continui a essere così ostinato. Morrissey ha costruito un intero immaginario intorno alla malinconia e all’inadeguatezza, trasformando lo spleen in qualcosa di elegante, affilato, ironico e persino divertente. Provocatore, vulnerabile ma anche altezzoso, il fascino di questo charming man sta proprio in una contraddizione mai risolta, che diventa mitologia e gli permette di farsi amare moltissimo senza essere necessariamente più simpatico. Del resto, amare Morrissey non ha mai significato aspettarsi che sia accomodante.
A tanto affetto, però, non corrisponde un pubblico particolarmente caloroso. Piazza Alfieri è allestita con file di sedie e molti spettatori vi rimangono seduti per quasi tutto il concerto, tra applausi e qualche coro. L’energia si concentra nei pochi metri sotto il palco; più indietro domina una compostezza sabauda quasi assoluta. Le zanzare, al contrario, non mostrano alcun contegno. Organizzate e aggressive, trasformano la piazza in un evento parallelo con formula all you can eat e anche loro contribuiscono a lasciare i segni del concerto.

La scaletta attraversa senza troppa nostalgia reverenziale decenni di carriera: da “Suedehead” e “First of the Gang to Die” si passa ad “Alma Matters”, “Life Is a Pigsty”, “Everyday Is Like Sunday”, “Irish Blood, English Heart” e “Jack the Ripper”.
Come spesso accade nei suoi concerti, Morrissey non considera intoccabili nemmeno i propri testi: cambia parole, aggiunge versi e si concede deviazioni inattese. In “Everyday Is Like Sunday” trova spazio persino un «tell me quando, quando, quando», incursione coerente con il suo modo di trattare le canzoni come materia viva.
In scaletta chiaramente, anche Make-Up Is a Lie, ultimo album rappresentato da cinque brani che reggono bene la dimensione live, anche se non tutti con la stessa forza: non manca qualche momento in cui andare a prendere da bere al bar sembra improvvisamente un’ottima idea. Il concerto è comunque un’occasione, per chi ha perso di vista le ultime uscite, per recuperare parte della produzione, che si rivela ancora credibile.
Naturalmente, gli Smiths rimangono gli ospiti invisibili più attesi. Tra la scrittura sconsolata e tagliente di Morrissey e l’inventiva musicale della band si era creata un’alchimia rara; è quindi difficile non aspettare alcuni brani con una tensione diversa.
Il tremolo inconfondibile di “How Soon Is Now?” scuote Piazza Alfieri e regala uno dei momenti più intensi della serata. “A Rush and a Push and the Land Is Ours” conserva la propria irrequietezza, mentre “Shoplifters of the World Unite” rievoca la dimensione più sovversiva della band.
Per il bis arriva “There Is a Light That Never Goes Out”, che riesce finalmente a smuovere anche il pubblico più composto. La carriera solista di Morrissey è tutt’altro che trascurabile, soprattutto nei suoi primi capitoli, ma davanti a questi quattro brani è impossibile non riconoscere che gli Smiths hanno creato qualcosa di difficilmente ripetibile. Quelle canzoni non appartengono soltanto a chi le ha scritte o a chi le ha ascoltate quando sono uscite: sono diventate un linguaggio collettivo, passato attraverso generazioni di solitudini, camere da letto e adolescenze più o meno prolungate.
Tutto molto bello. Quasi troppo. Perché all’appello manca l’attesissima e struggente “I Know It’s Over”. Forse il leggero ritardo ha costretto a tagliare un brano; forse Morrissey era inspiegabilmente felice e non voleva rovinarsi la serata.
Lasciamo Piazza Alfieri canticchiando: soddisfatti del concerto, punti dalle zanzare e con un piccolo conto in sospeso. Le punture passeranno. “I Know It’s Over”, invece, ce la leghiamo al dito.
Linda Signoretto