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1, 2, 6, 9 SONO ANDATO AL…HIROSHIMA

La sera del 23 gennaio 2026 ritornano dopo un anno al Hiroshima Mon Amour gli Skiantos. Ribattezzati “1269”, gli Skiantos, riprendono la sequenza dalla loro celebre canzone “Eptadone”, in cui dopo un dialogo iniziale viene dato il tempo, non in maniera canonica con 1, 2, 3, 4, ma proprio con 1, 2, 6, 9.

I membri ora sono Massimo “Magnus” Magnani (basso e voce), Roberto “Granito” Morsiani (batteria e voce), Gianluca “La Molla” Schiavon (batteria e voce) e Luca “Tornado” Testoni (chitarra elettrica e voce). La formazione, dopo la scomparsa del cantante Roberto “Freak” Antoni e di Fabio “Dandy Bestia” Testoni, prosegue l’esperienza, artistica e demenziale, iniziata da studenti scapestrati del DAMS, nel lontano 1975, in una cantina a Bologna (massimo rispetto per i nostri colleghi). 

La band pilastro del rock demenziale italiano fa da ponte mettendo d’accordo l’animo ribelle e sgangherato di più generazioni, come si vede dal pubblico multigenerazionale presente in sala.

L’esibizione programmata per le 22 comincia una mezz’oretta dopo: i quattro arrivano sul palco e dietro come sfondo appare un’immagine di Freak Antoni, in ricordo del leader indiscusso della band, scomparso nel 2014. La serata si apre con “Ti rullo di kartoni” e prosegue con brani provenienti soprattutto dal celebre album Kinotto, del 1979.

Instagram: @rullino_urbano

Seguono le molte altre canzoni scorrette e ironiche degli Skiantos come: “Calpesta il paralitico” e “Meglio un figlio ladro che un figlio frocio” a cui però Granito fa un aggiunta di stampo politico paragonando il testo alle uscite spiacevoli (e anacronistiche) del generale Vannacci.

Circa a metà del concerto, irrompe sul palco la barista con quattro caffè pronti sotto richiesta degli stessi performer, che si giustificano dicendo: «abbiamo una certa età» e si prendono una breve pausa. La band si scambia i posti ed è pronta per ricominciare a suonare: Granito alla batteria, Magnus sempre al basso, La Molla con i sonagli e Tornado come voce e con la chitarra. È il momento di “Panka Rock”.

Instagram: @rullino_urbano


Vari cartelli sfilano durante la serata: appare “APPLAUSI SPONTANEI” ma il più apprezzato (a mani basse) è “FATE KAGARE” con tanto di carta igienica lanciata sul pubblico.

Sul palco arriva Johnson Righeira – metà del famoso duo – che istruendo gli Skiantos su Pòrta Palass e sul Balon, introduce un canto in dialetto piemontese che da torinesi (o adottati torinesi) quali siamo non possiamo non apprezzare.

Successivamente alla tanto amata “Mi piacciono le sbarbine” l’esibizione si chiude in bellezza con “Largo all’avanguardia”, brano durante il quale il gruppo mostra uno striscione con scritto “siete un pubblico di merda”. Possiamo solo essere d’accordo.

Finisce così la serata e sulle note di “Bau bau baby”, ci dirigiamo all’uscita tra la nostalgia per tempi che non abbiamo mai vissuto, ma che sembra siano stati incredibili, e il tentativo di non scivolare sulla carta igienica. Gli Skiantos anche questa volta ci restituiscono un insolita leggerezza grazie al loro non prendersi mai sul serio: in questo bisogna ammetterlo, sono stati e sono pura avanguardia. 

Maria Scaletta

Ex-Otago al Cap10100: un tuffo nostalgico nel cuore di “Marassi”

Mercoledì 14 gennaio, il Cap10100 di Torino ha ospitato la seconda tappa del tour, rigorosamente sold out, degli Ex-Otago, band genovese che ha scelto di celebrare i dieci anni di Marassi tornando là dove tutto è iniziato: nei piccoli club, tra il sudore, i cori e l’energia del pubblico.

Il disco Marassi, uscito nel 2016, è un manifesto generazionale e territoriale: racconta Genova, il quartiere da cui la band proviene, e lo fa con una sincerità fatta di immagini quotidiane, malinconia e voglia di riscatto. Tornare a suonarlo dal vivo, in un contesto intimo e raccolto, è sembrata una scelta naturale. Una festa collettiva, più che un concerto, dove si è cantato, saltato e ballato. Un’occasione imperdibile per chi, dieci anni fa, era troppo giovane per vivere appieno l’epoca d’oro dell’indie italiano.

Sul palco, gli Ex-Otago hanno portato con sé una carica emotiva che ha reso l’atmosfera intensa. La nostalgia è stata il filo conduttore della serata: quella dolceamara di chi ha superato i quarant’anni e si guarda indietro con affetto e un pizzico di malinconia. 

Il concerto ha avuto un andamento particolare: per buona parte dello show, l’attenzione è sembrata catalizzata dal frontman Maurizio Carucci, la cui presenza scenica, ormai consolidata anche grazie alla sua carriera solista, ha dominato il palco. Solo nel finale si è percepita una maggiore coesione tra i membri, un ritorno a quell’identità collettiva che ha sempre contraddistinto la band.

Nonostante i percorsi individuali intrapresi dai musicisti, la loro intesa resta palpabile, segno di un’amicizia forte che resiste nel tempo. Il live, però, parlava soprattutto ai fan di lunga data: chi non conosceva il gruppo avrebbe probabilmente faticato a cogliere il senso profondo della serata. Per tutti gli altri, invece, è stata una liberazione: un’occasione per urlare a squarciagola testi che hanno segnato una stagione della loro vita.

L’energia, va detto, è arrivata più dalla platea che dal palco. Ma forse era proprio questo il senso: un passaggio di testimone, un abbraccio tra chi ha vissuto quegli anni e chi li scopre ora. E quando, in apertura, è risuonato il ritornello provocatorio di “I giovani d’oggi” , è stato chiaro che, dieci anni dopo, Marassi ha ancora qualcosa da dire.

Non sono mancate nella scaletta le canzoni più celebri degl Ex-Otago tratte da altri album, come “Questa notte” e “Con te”, che hanno fatto esplodere il pubblico in un coro unanime. Ma c’è stato spazio anche per le gemme più nascoste, “Costa Rica”, ad esempio, è stata, musicalmente, una vera chicca, perché unisce una produzione essenziale ma incisiva a un flow rilassato e sincero, che restituisce tutta l’autenticità degli esordi. Le sonorità calde e minimali, con beat ovattati e linee melodiche leggere, hanno creato un’atmosfera intima, quasi confidenziale, che si distingue nettamente dai brani più recenti e patinati. È stata accolta con entusiasmo da chi c’era dal giorno zero e ha potuto rivivere emozioni che sembravano ormai lontane.

In definitiva, il concerto al Cap10100 è stato molto più di un semplice tributo a Marassi: è stato un ritorno a casa, anche per chi una casa, a Genova, non l’ha mai avuta. Un viaggio tra le vie del quartiere, tra i ricordi di chi quegli anni li ha vissuti e le emozioni di chi li ha scoperti solo ora. Gli Ex-Otago ci hanno ricordato che, anche con qualche sbavatura e un’energia più trattenuta, certe canzoni restano.

E quando le luci si sono spente, nessuno aveva davvero voglia di tornare a casa. Perché, in fondo, « ci vuole molto coraggio a dirsi che è finita», anche solo per una sera. Una sera in cui il tempo si è fermato, e Genova è sembrata un po’ più vicina, anche a Torino.

Sofia De March 

GINEVRA in concerto a Torino: pop-rock e femminismo tra i mutamenti

Il 18 dicembre, a pochi giorni dal grande esodo natalizio, GINEVRA, torinese d’origine, sale sul palco dello sPAZIO211 senza l’ansia del sold out e senza la necessità di dimostrare nulla. Un contesto che, più che penalizzare, finisce per valorizzare un live che punta sulla sostanza e non sulla retorica del tutto esaurito. 

Insieme alla band la cantante ripercorre il proprio percorso di crescita personale e musicale: dall’EP METROPOLI del 2020, passando per DIAMANTI, fino ad arrivare all’ultimo progetto pubblicato a gennaio di quest’anno, FEMINA. Un album che segna un cambio di prospettiva piuttosto netto e che GINEVRA introduce senza giri di parole: è un disco dedicato alle donne che resistono e lottano. 

Foto di William Fazzari

Dal punto di vista sonoro, FEMINA prende le distanze dall’elettronica più eterea del passato, fatta di synth onnipresenti e ritmiche spesso lasciate sullo sfondo. Al loro posto emergono chitarre riverberate, impreziosite da scivolate melodiche affidate allo slide, e una batteria finalmente centrale, concreta, che dal vivo si prende lo spazio che merita, grazie anche a una microfonazione molto vicina.

I synth, ovviamente, non scompaiono ma cambiano ruolo. Se prima costruivano tappeti sonori su cui la voce poteva comodamente sdraiarsi, ora intervengono come elementi melodici attivi, talvolta in contrasto con le scelte sempre chirurgiche delle linee vocali.

Il live si sviluppa come un percorso volutamente non lineare, muovendosi avanti e indietro tra le diverse fasi della carriera di GINEVRA e rendendo evidenti le trasformazioni avvenute nel tempo. L’estetica pop-rock di FEMINA è immediatamente riconoscibile: anche chi non conosce l’artista individua senza sforzo i brani più recenti. La band, evidentemente a proprio agio, li valorizza senza sovraccaricarli e riesce anche a rimettere mano ai pezzi precedenti con arrangiamenti misurati, mai invadenti come quelle decorazioni natalizie pompose e kitsch, che fanno comunque la loro sporca figura.

Foto di William Fazzari

La vicinanza al Natale e alla città natale crea infine il contesto ideale per la presenza in sala della famiglia, che diventa parte integrante dello spettacolo. Prima attraverso dediche sincere, a cuore aperto, e poi nel finale, quando il padre viene invitato a salire sul palco per suonare “my baby!”. Un momento che chiude una serata intima, energica ed energetica, in cui la presenza scenica e la sicurezza di GINEVRA emergono senza bisogno di effetti speciali come una stella sulla punta dell’albero: inevitabile, luminosa, e senza troppe sfarzosità attorno.

Marco Usmigli

Il Mago del Gelato a Hiroshima Mon Amour: un live da asfissia

Il concerto de Il Mago del Gelato all’Hiroshima Mon Amour, avuto luogo venerdì 21 novembre, è stato travolgente. Ci sono voluti giorni per rielaborare le sensazioni e riuscire a scriverne. Un’ora e mezza senza fiato, in cui il quartetto ha dato vita a sonorità per il corpo e per la mente: muovendo il primo e alleggerendo la seconda. Il gruppo nato, nel cuore multietnico di Via Padova, a Milano, porta avanti un’idea di funk mediterraneo che mescola radici popolari, curiosità urbana e un gusto melodico che profuma d’estate, possibilmente lontano dalla calura meneghina.

Foto di @Rullino_Urbano

Dal vivo i quattro ampliano la formazione, aggiungendo fiati e percussioni per ricreare e potenziare i colori dei brani prodotti in studio. Il risultato è un flusso continuo di gioia euforica, tra groove danzanti, ritmi afro-latini e riff melodici memorabili. I confini si dissolvono. Non c’è più distinzione tra palco e platea e l’estasi musicale si propaga inondando il pubblico. Quella stessa estasi che si prova durante un tuffo al mare in piena notte, alla fine di una giornata calda e passata troppo in fretta, che sa di allegra malinconia. Di risate, leggerezza e nostalgia. Che scuote i pensieri mentre i suoni attraversano ogni centimetro del corpo.

Sul palco i musicisti non si fermano mai: si guardano, sorridono – sudano un sacco – e si lanciano l’uno contro l’altro sfide a base di cambi di ritmo, mostrando una spiccata sintonia forgiata in breve tempo: a due anni dal primo singolo “Zenzero” (2023) non sono ormai più una fresca promessa, ma una conferma nitida del nuovo panorama funk italiano.

Foto di @Rullino_Urbano

Il gruppo ha saputo costruire uno stile riconoscibile, composto da un mix di influenze del passato: dalle scintillanti tastiere anni ‘80 alle percussioni e ai ritmi afrobeat, fino ad arrivare all’uso del vocoder come elemento cardine nei brani cantati. Senza dimenticare il debito verso le sonorità più eclettiche di Piero Piccioni, di cui, tra l’altro, propongono una reinterpretazione del brano “Scacco alla torre”, pubblicato poche settimane fa all’interno del progetto discografico Cinevox ReFramed.

Il Mago del Gelato si afferma come una realtà capace di coinvolgere e trascinare chiunque gli si trovi davanti in un’esperienza collettiva, fisica ed emotiva. E una volta usciti, ripreso fiato, si sorride, stanchi, ma consapevoli di aver partecipato a un sinergico scambio di energia positiva, che ci ricorda quanto i live ci facciano bene. Perché quell’ora e mezza di musica, per quanto passeggera, sa restituirci una gioia che va ben oltre l’ultima nota.

Marco Usmigli

Maria Antonietta e Colombre dal vivo con Luna di Miele

Sulle note di “Blue Velvet” di Bobby Vinton, una mezzaluna luminosa domina il palco dell’Hiroshima Mon Amour il 20 novembre. Resterà accesa per l’intero concerto, a richiamare Luna di Miele, l’album scritto a quattro mani da Maria Antonietta e Colombre. Poi entrano loro: stelle indipendenti che, in questo progetto e nella vita, si illuminano a vicenda.                                              
I due artisti hanno alle spalle anni di lavoro individuale, con dischi che li hanno affermati come voci distinte e riconoscibili del cantautorato italiano contemporaneo. Un cammino parallelo che oggi converge in Luna di Miele, i cui brani provengono da anni di vita condivisa, materiale rimasto a lungo in silenzio e poi riesumato da un vecchio hard disk.

L’album porta un barlume di leggerezza in tempi bui. I testi hanno una forza cinematografica, raccontano gesti minimi, frammenti di quotidianità e immagini nitide che diventano dialogo continuo tra due penne dalla personalità inconfondibile. Con equilibrio tra dolcezza e ironia, la lirica di Maria Antonietta e Colombre evita il sentimentalismo: celebra l’amore lasciando emergere crepe e ombre, quelle imperfezioni che rendono reale ogni relazione e permettono alla luce di entrare.

I due artisti intrecciano con simpatia storie e canzoni, raccontando e raccontandosi, mentre una band affiatata — basso/violino, batteria e tastiera/chitarra — li accompagna con precisione. Cantano, suonano e si muovono insieme con grinta e magnetismo. Le tante vibrazioni positive hanno persino provocato la caduta inattesa di uno strumento dal suo appoggio: un istante di puro rock’n’roll.

Maria Antonietta e Colombre si cercano e si incontrano su ritmi incalzanti che mescolano electro-pop, indie, reggae e funk, con l’inconfondibile energia punk e rock della cantante. La sintonia è perfetta: due note distinte che si armonizzano senza mai confondersi.

Foto di Andrea Mastrangelo
Foto di Andrea Mastrangelo

In scaletta trovano spazio i brani di Luna di Miele, alcuni estratti dalle discografie soliste e una dolce cover di “Blue Moon”. 
Maria Antonietta propone “Deluderti”, “Alla Felicità E Ai Locali Punk”, “Viale Regina Margherita”, “Ossa” (in versione acustica), “Quanto Eri Bello” e “Con Gli Occhiali Da Sole”. Colombre aggiunge “Pulviscolo”, “Blatte”, “Il Sole Non Aspetta”, “Adriatico” e porta anche un brano condiviso dal suo album Realismo magico in Adriatico: “Io e te certamente”, scelto per chiudere la serata, come un sigillo affettuoso.

Durante i brani dei rispettivi repertori, Maria Antonietta e Colombre cantano insieme, suonano l’uno per l’altra o si ascoltano in silenzio, a volte sedendosi a terra per godersi lo spettacolo, lasciando emergere un’ammirazione reciproca che diventa parte integrante del concerto.

Il live restituisce l’essenza di Luna di Miele: un incontro tra due visioni che si sfiorano senza mai sovrastarsi. Il progetto e il tour dimostrano come due carriere soliste possano unirsi in qualcosa che va oltre la somma dei loro singoli percorsi.
La mezzaluna si spegne e resta accesa la sensazione di aver assistito a un concerto unico e memorabile, un duo e una coppia che trasforma la complicità in musica condivisa, luminosa, spontanea e aperta al mondo.

Linda Signoretto

Dall’etereo fauno di Debussy alla maestria strumentale neoclassica

È ancora viva la musica classica? La risposta arriva forte e chiara il 15 novembre al Teatro Vittoria con Alberto Navarra e Leonardo Pierdomenico.

Il primo, flautista piemontese insignito del titolo di «Alumno más sobresaliente» dalla Regina di Spagna nel 2019 e vincitore nel 2022 del primo premio alla Carl Nielsen International Flute Competition è dal 2025, flauto solista della Philharmonie Luxembourg. Il pianista Leonardo Pierdomenico, a diciotto anni ha vinto il Premio Venezia e ha ottenuto un riconoscimento al Concorso Van Cliburn. Ha debuttato nella stagione cameristica 2022-2023 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma e nella stagione di balletto 2023-2024 del Teatro alla Scala di Milano.

foto di Peter Adamik da cartella stampa

Il duo è ospite del secondo appuntamento di Note Tra Noi: rassegna dell’Unione Musicale che non offre solo un concerto, ma un’esperienza sensoriale che abbatte la quarta parete invitando il pubblico a sedersi sul palcoscenico, accanto ai musicisti. Non si tratta solo di ascoltare, ma di percepire ogni dettaglio dell’esecuzione: dall’intensità di ogni respiro e sguardo, fino alle vibrazioni emesse dagli strumenti.

Il concerto si apre con un arrangiamento per flauto e pianoforte del Prélude à l’après-midi d’un faune di Debussy, simbolo dell’impressionismo musicale ispirato al poema di Stéphane Mallarmé. Il suono del flauto mantiene una qualità eterea e delicata, rendendo l’idea del sogno e della sensualità leggera del fauno: un monologo interiore di una creatura mitologica metà uomo e metà capro. Navarra riesce a trasmetterne la profondità emotiva variando il timbro attraverso dinamiche di grande espressività. Le frasi oscillano, pur mantenendo un’estrema precisione del dettaglio. L’accompagnamento pianistico traduce con sensibilità e vivacità ogni sfumatura di colore.

Il concerto prosegue come un viaggio che parte dal romanticismo tormentato di Schumann, con i Fantasiestücke op.73, e arriva alla modernità neoclassica di Poulenc con la Sonata per flauto e pianoforte in tre movimenti. In Schumann, Navarra dimostra come il flauto sia uno strumento capace di rivelare una bellezza sonora inedita. In Poulenc, ogni tocco sulla tastiera e ogni singola nota del flauto diventano dettagli essenziali e sfumature di grande impatto emotivo. Navarra e Pierdomenico usano il suono non per raccontare una storia reale, ma per disegnare trame sonore sognanti. L’idea tematica principale del primo movimento, dal carattere pensoso e a volte interlocutorio, è contrastata dalla dolcezza del secondo movimento e dallo spirito giocoso del terzo.

foto di Peter Adamik da cartella stampa

Il brano conclusivo è del compositore russo Prokof’ev: la Sonata op. 94, caratterizzata da un gioco di sonorità leggere e trasparenti di evidente ascendenza classica. Un punto di riferimento essenziale nella letteratura per flauto non solo per la sua lunghezza e complessità tecnica, ma perché offre a entrambi gli esecutori l’opportunità di mettere in piena luce sia la propria maestria strumentale sia la propria profondità interpretativa.

Il suono riesce ad abbracciare la platea con calore, portando con sé lo spettatore in un’altra epoca.

Il successo del concerto emerge dalle movenze spontanee di un bambino che, seduto sulle sedie disposte sul palco e rapito dalle luci, si lascia completamente trasportare dalla musica.

Melika Nemati

Studio Murena in concerto: la notte del jazz-rap all’italiana

In principio ci fu Ghemon, a mescolare soul e rap in Italia; poi i Funk Shui Project, prima con Willie Peyote e dopo con Davide Shorty; oggi gli Studio Murena, band formatasi al Conservatorio di Milano, che porta avanti quell’idea unendo jazz, rap ed elettronica.
Li abbiamo ascoltati giovedì 13 novembre all’Hiroshima Mon Amour di Torino, in una serata piuttosto gelida che ben si coniuga con Notturno, il loro ultimo progetto.
L’inizio del loro concerto chiama a raccolta tutto il pubblico attraverso una voce registrata che invita a instaurare una connessione col campo di frequenze e le vibrazioni musicali che ci di lì a poco ci coinvolgeranno. Dopo di ciò, i sei membri salgono sul palco e danno il via all’esibizione con “Another Day with Another Sun”, brano ammaliante che ci introduce in questo viaggio al termine della notte. Arriviamo a “Vienna”, brano sentimentale in cui attraverso la lente Battiato (“Tutto l’universo obbedisce all’amore”) si rilegge una relazione di coppia. C’è una breve sosta prima di ripartire con un interludio in cui sentiamo una voce recitare il famoso monologo sulle apparenze tratto da Persona di Ingmar Bergman,mentre sullo schermo scorre un montaggio frenetico di immagini in bianco e nero.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Si ricomincia con i brani più lisergici e allucinatori del sestetto, quali “Baba Yaga”, suonata sventolando la bandiera dei pirati, “Long John Silver” e “Nostalgia” in cui il sample di Ornella Vanoni (“Domani è un altro giorno”) si trasforma in un coro cantato dal pubblico. Si passa poi a una serie di brani in anteprima più rilassati e intimi, a cover inaspettate come quella di “Toxic” di Britney Spears, in una versione screamo, e “Gangsta’s Paradise” di Coolio; e infine “Cannemozze”, brano realizzato per la collana CINEVOX ReFramed in cui il gruppo campiona  una colonna sonora di Piero Piccioni. 

Il finale del concerto guarda da un lato a Milano con “MON AMI”, in riferimento al rapporto d’amore e odio verso la città e i suoi abitanti, e dall’altra alla musica con “Jazzhighlanders”, in cui ritorna a sventolare la Jolly Roger, simbolo di resistenza, libertà e di speranza nel futuro. Gli Studio Murena hanno saputo coinvolgere il pubblico intensamente nel loro mondo fusion dall’attitudine punk, in cui “l’hip-hop funziona, è semplice e figo” e ben bilanciato al jazz e alle sperimentazioni elettroniche.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Alessandro Camiolo

Le scene del mondo raccontate dai King’s Singers

Elegantissimi e impeccabili come sempre, i King’s Singers tornano a Torino, chiudendo il loro anno italiano con un concerto per l’Unione Musicale il 16 novembre. L’ensemble vocale britannico, fondato nel 1968, è oggi uno dei gruppi a cappella più celebri al mondo: sei voci maschili capaci di passare dalla polifonia antica agli arrangiamenti pop e jazz con una precisione e una musicalità ormai diventata il loro marchio.

Il programma prevede una sequenza di scene musicali, che vogliono portare l’ascoltatore in diversi luoghi del mondo. Scenes in America Deserta, un’opera contemporanea commissionata dagli stessi artisti al compositore John McCabe, è il fulcro del programma, in quanto rappresenta musicalmente il paesaggio desertico californiano.

La serata, caratterizzata da un clima accogliente, prende forma poco alla volta. La sala del Conservatorio «G. Verdi» è quasi completamente piena. Le luci soffuse creano un’atmosfera intima che accompagna la voce dei sei cantanti, rendendo l’esperienza ancora più immersiva.

Foto da cartella stampa Unione Musicale

Aprono con “La Tricotea”, una canzone vivace della tradizione spagnola, costruita su un ritmo scorrevole e un testo che alterna lingua antica e parole inventate, per poi proseguire con brani in diverse lingue, dall’inglese, al francese, al tedesco. Gli interpreti/cantanti introducono alcuni momenti del programma parlando in italiano, e questa cura nel rivolgersi al pubblico rende tutto più personale.

L’ironia nella costruzione della scaletta contribuisce a creare un clima leggero: il programma comprende sia brani più brillanti come “I Bought Me a Cat”, con la ricreazione di versi animali, sia momenti più seri, come nel caso di “The Parting Glass”, brano di tradizione irlandese dall’armonia più profonda.

L’esperienza dal vivo è sorprendente: le sei voci, perfettamente bilanciate, si fondono in un unico timbro, tipico del loro canto a cappella. Rispetto alle registrazioni, dal vivo il loro suono acquista una tridimensionalità e una presenza che immerge completamente l’ascoltatore. L’acustica della sala esalta ogni dinamica, dai pianissimi più sottili alle armonie piene e avvolgenti, creando un suono “fisico” che circonda il pubblico. La canzone più emozionante? “The Way You Look
Tonight”.

Fino all’ultimo brano, chi era in sala non voleva che il concerto finisse: ad ogni loro «questa è l’ultima canzone», seguiva un mormorio dispiaciuto. Alla fine del programma, una lunga standing ovation ha convinto i King’s Singers a tornare sul palco regalando due bis: il primo è stato una versione particolare di “Quando, quando, quando”, delicata ed elegante rispetto alla versione più nota con accompagnamento strumentale; l’altro bis è rimasto una sorpresa per il pubblico.

Il concerto ci lascia l’emozione e la sensazione di viaggiare attraverso luoghi, lingue e atmosfere, sempre con l’eleganza tipica dei King’s Singers.

Silvia Appendino

Freak Film Festival: le serate musicali


Giunto alla sua seconda edizione, dopo il buon riscontro ottenuto nel 2024, il Freak Film Festival si conferma una realtà vivace e sensibile ai bisogni di una generazione alla ricerca compulsiva di identità, spazi e conferme.
L’edizione di quest’anno, ospitata dal 13 al 17 novembre presso il Cinema Baretti e il Polo Culturale Lombroso 16, ruota attorno all’estetica Hyperpop: un genere che esaspera gli elementi del pop attraverso una radicalizzazione digitale, glitchata e computerizzata, spesso intrecciandosi col mondo nerd.

Proprio in questa dimensione si coglie l’intento degli organizzatori: partire da un mondo nato come nicchia per poi raccontare la sua trasformazione in rifugio di personalità disorientate o incapaci di riconoscersi nei contenitori troppo rigidi dell’era contemporanea.
Riprendendo il messaggio dell’Hyperpop musicale, il festival propone una selezione di film che affrontano l’inadeguatezza adolescenziale e la difficoltà dei giovani adulti di trovare una collocazione in un mondo che spesso li esclude o li fraintende.

Foto di Davide Tacconelli

A incarnare questo spirito è la serata del venerdì, incendiata da Kenobit, artista smanettone del Game Boy e paladino della resistenza digitale. Il suo live di Chiptune è un’ora di pura energia, tra salti, grida e improvvisazioni rapidissime, ottenute spremendo all’estremo la limitata capacità della console Nintendo. Il set mescola remix di sigle animate anni ’80 a brani della tradizione partigiana, il tutto sorretto da una cassa dritta che oscilla tra techno e hardcore.

Il sabato è invece dedicato all’Hyperpop nella sua forma più canonica, rappresentato da Sillyelly: cantante dall’estetica waifu che però sovverte i tratti subordinati del personaggio, sostituendoli con audacia, consapevolezza e ribellione verso i canoni. Sul palco porta la sua estetica fucsia e otaku, insieme a performance e testi che celebrano l’empowerment di chi vive nella diversità.

Foto di Davide Tacconelli

Tra riferimenti pop, autodeterminazione e momenti di vulnerabilità, Sillyelly costruisce una narrazione di rivalsa emotiva che incarna perfettamente l’anima del festival: uno spazio per chi non ha paura di dis-integrarsi al fine di reinventarsi.

Marco Usmigli

Freak Film Festival 2ª Edizione: l’energia dell’hyperpop e delle nuove generazioni

Immagina di sfidare tutte le regole esistenti e di dare voce attraverso l’arte (cinema soprattutto) al disagio delle giovani generazioni, sensibilizzando sulla posizione di marginalità che ricoprono nella società. Tutto questo è possibile perché anche quest’anno il Freak Film Festival torna con la stessa irriverenza e vitalità che hanno segnato la prima edizione, nel 2024.

La prima conferenza stampa ufficiale del 29 ottobre, al Polo Culturale Lombroso, svela il programma del 2025: dal 14 al 16 novembre, il festival si conferma come uno degli appuntamenti più audaci della scena indipendente torinese, capace di mescolare cinema, musica e linguaggi digitali in un’unica piattaforma di sperimentazione giovanile. Il progetto ha formato una young board di under 30, affidando loro l’ideazione e la produzione dell’intero evento.

A inaugurare la conferenza è Carlotta Salerno, assessora alle politiche educative giovanili, che ribadisce l’importanza di lasciare spazio decisionale ai ragazzi: non più destinatari, ma veri e propri protagonisti dei processi culturali. «L’amministrazione si mette di fianco», dice, «offrendo supporto logistico e istituzionale, ma lasciando che contenuti e direzione restino nelle loro mani».

Un approccio condiviso anche dalle realtà di San Salvario, come ha sottolineato Alessandro Amato che spiega la scelta di investire sul ‘fare rete’ piuttosto che su strutture materiali: un tessuto collaborativo tra Lombroso 16, Casa del Quartiere, Cine Teatro Baretti. «Noi come Baretti ci nutriamo dell’energia e dell’entusiasmo di questi ragazzi, servono tantissimo a una sala come la nostra», afferma Cristina Voghera, direttrice artistica del Cine Teatro Baretti.

Il programma del festival incarna questa visione a partire dalla scelta stessa del nome. È il direttore artistico Antonio Perri a spiegare la linea curatoriale, definendo freak un termine ombrello scelto per descrivere tutte quelle personalità e persone solitamente marginalizzate dalla società. «Ci siamo appropriati in modo provocatorio del termine», spiega Perri, «perché vogliamo raccontare il disagio giovanile e il contrasto generazionale per rivendicare i nostri spazi, ma vogliamo farlo attraverso la rappresentazione artistica».

L’edizione 2025 ruota attorno al tema dell’hyperpop, estetica sonora e visiva nata dalla cultura internet, capace di fondere glitch, elettronica e digitale in un universo visivo esuberante.

Perri introduce la prima giornata di venerdì 14 novembre. Il film d’apertura, The People’s Joker di Vera Drew è un manifesto: la scelta è centrale per il festival poiché, come è stato sottolineato, la sua estetica dichiaratamente hyperpop e la sua portata volutamente caricaturale incarnano perfettamente il tema di quest’anno. La giornata si conclude con il DJ set di Kenobit, esponente della scena 8-bit.

Sabato 15 novembre promette un’immersione totale nel tema centrale di questa edizione, “ENTER THE GLITCH“.
La giornata è caratterizzata da un corpus di generi musicali che vanno dal glitch core ai suoni elettronici, con un focus particolare sull’hyperpop, nato come corrente musicale e rinato con figure come Charli XCX e il suo album Brat. Il genere sarà celebrato anche nel contesto italiano: ospite del festival, infatti, è Sillyelly, definita la “regina dell’hyperpop italiano”.

La giornata finisce con il Bodies party di Hi-Jinks: un evento che amplia l’offerta del festival e sottolinea come il corpo possa diventare mezzo espressivo della tensione tra individuo e società.

Si chiude il festival, domenica 16 novembre, con il concorso di cortometraggi: una selezione di quindici cortometraggi curata da Enrico Nicolosi, incentrata sul tema dell’ibridazione tra animazione, fiction e sperimentazione visiva. Il tutto culmina con la proiezione cult di Battle Royale di Kinji Fukasaku, simbolo estremo di ribellione generazionale e riconosciuto come il survival movie precursore di fenomeni globali come Hunger Games e Squid Game.

Dall’inizio alla fine della conferenza, emerge la fiducia nei progetti ideati dai giovani: possono creare un lavoro di squadra pieno di energia che porta ad un’esperienza freak, con identità diverse moltiplicate e mescolate che vengono proiettate su uno schermo.

Sarà un festival intenso non solo dal punto di vista visivo, ma anche sonoro. Una vera rivoluzione, proprio come suggerisce il nome.

Melika Nemati