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ACQUE dei Radura, lo screamo tra poesia ed etereo

La scena screamo/post-hardcore italiana è piccola ma estremamente fervente, fatta di appassionati e musicisti che danno vita a gruppi e collettivi capaci di tenere viva una comunità sempre pronta a lasciarsi sorprendere da nuovi suoni e stimoli.

Tra le realtà più riconosciute, con un decennio di attività ormai alle spalle, i Radura si confermano una delle proposte più interessanti dell’underground milanese. A cinque anni di distanza dal precedente Effetto Della Veduta D’Insieme, la band è tornata finalmente dallo studio con un nuovo capitolo della propria discografia.

ACQUE segna un ulteriore passo in avanti nel percorso del gruppo: il suono si fa più ricercato, la scrittura più matura, la resa complessiva più imponente. Un disco che non si limita a proseguire il discorso avviato con i lavori precedenti, ma lo spinge oltre, confermando una crescita costante.

Il sound di ACQUE si presenta come una lama morbida che accarezza l’ascoltatore, ma che lascia cicatrici, segni di una profondità e di un dolore legati a qualcosa che è stato vissuto, e che probabilmente non tornerà più.

Le chitarre e il basso restano distorti, ma si piegano ora a melodie più dolci, sempre nello stile che ha caratterizzato il gruppo. Lo scream, un tempo elemento centrale della scrittura della band, si ritira sullo sfondo, riemergendo solo in brevi squarci. A prendersi la scena è un cantato malinconico, sospeso, che affida il senso a testi eterei che, come l’acqua, sfuggono alla presa e non si lasciano afferrare del tutto.

Ci troviamo quindi di fronte a un disco più complesso, studiato e strutturato rispetto ai lavori precedenti. La presenza di featuring di peso (come quello di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came in TEMPESTA) insieme all’uso di effetti chitarristici ricercati e a linee di batteria tutt’altro che scontate, testimonia una maturità artistica costruita passo dopo passo negli ultimi anni. ACQUE è un disco che quasi sicuramente rimarrà una pagina importante nella storia dello screamo italiano, per la sua imponenza poetica e sonora.

I Radura suoneranno il disco a Torino il 9 ottobre al Blah Blah.

Alessandro Ciffo

Un ritorno tanto desiderato del rap: Ernia al Flowers Festival

Dopo tre anni di attesa, l’8 luglio, Ernia torna con Solo per Amore Tour, sul palco del Flowers Festival 2026. Più carico che mai, l’artista ha celebrato non solo il tour, ma anche i suoi dieci anni di carriera musicale.

Ad aprire il concerto è “Figlio di”, un inizio d’impatto che fa esplodere l’entusiasmo del pubblico fin dalle prime note.

È impossibile non riconoscere il talento di Ernia, soprattutto durante “LEWANDOWSKI XI”: ciò che colpisce è un notevole controllo del respiro, la precisione con cui interpreta un testo ricchissimo di parole e la naturalezza con cui cresce il ritmo senza mai perdere intensità.

Apprezzabili sono anche i riferimenti, in chiave ironica, alle sue canzoni di esordio e di come sia aumentato il suo seguito: dalle zero persone presenti al suo primo live ai sold out degli ultimi anni. Durante la serata si percepisce chiaramente il percorso di crescita del cantante: il suo modo di scrivere e fare musica si è evoluto nel tempo, senza però perdere la propria identità.

Foto di Fabio Marchiaro / @fabionicotm

Il concerto prosegue con brani più profondi come “Buonanotte”, cantato con un’evidente emozione. Ciò che rende il concerto coinvolgente è il rapporto che Ernia riesce a creare con il pubblico: tra un brano e l’altro, alterna momenti più leggeri a riflessioni personali, facendo sentire le persone presenti parte dello spettacolo e non semplici spettatori. È proprio questo equilibrio tra energia e intimità a caratterizzare l’intera serata.

Al Flowers Festival si respira un’atmosfera di grande entusiasmo: il pubblico, numeroso e partecipe fin dall’inizio, accompagna Ernia in ogni brano, trasformando il concerto in una vera festa per celebrare il suo ritorno sul palco.

Tra i momenti più significativi della serata spicca quello in cui il pubblico intona il ritornello di “Perché”, originariamente interpretato da Madame, creando un’atmosfera che va oltre la semplice esibizione.

Foto di Fabio Marchiaro / @fabionicotm

Il concerto termina con “Grato”, una scelta che sembra quasi voler essere un ringraziamento ai fan, in cui Ernia restituisce  l’affetto ricevuto durante la serata.

È stato uno di quei concerti in cui ci si lascia trasportare dall’energia della musica, anche senza conoscere a memoria tutte le canzoni. Si esce con la sensazione di aver assistito all’esibizione di un artista capace di unire tecnica, presenza scenica ed emozione, qualità che rendono l’esperienza del suo live coinvolgente e unica dall’inizio alla fine.

Silvia Appendino

balli contaminati: la niña e okgiorgio al flowers festival

Anche quest’anno il Flowers Festival, sotto direzione artistica di Hiroshima Mon Amour, ci delizia con accostamenti di artisti sulla carta differenti ma nella pratica molto simili. Nonostante l’assenza di concerti internazionali, il programma unisce con raffinatezza artisti italiani di ogni genere e per ogni generazione.
Tra le prime serate quella del 26 giugno, con La Niña e okgiorgio, già da tempo segnata sui nostri calendari. I due artisti hanno avuto il loro exploit lo scorso anno rigenerando con approcci molto personali nel primo caso la canzone napoletana, nel secondo l’elettronica da club.

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

Prima a esibirsi, La Niña ci ha immerso nella sua Furèsta: dimensione in cui la tradizione napoletana si ibrida con suoni barocchi ed elettronici per dare vita a una re-invenzione libera da qualsiasi vincolo. Canzone dopo canzone attraversiamo generi, ritmi e tempi diversi con alcuni momenti di spicco: la tammurriata e la pustiggiata, nel primo caso una versione semplice e incisiva da far tremare tutti quanti, nel secondo una versione quasi tragica di “Maruzzella” con autotune e synth distorti.
Nella seconda parte, il producer e dj bergamasco okgiorgio ha coinvolto il pubblico più resistente al caldo in un mix di suoni elettronici e acustici (batterie, chitarre e ukulele).
Il suo set scorre e pian piano aumentano sempre di più i bpm alternando parti totalmente sintetiche ad altre in cui le melodie acustiche si uniscono a loop vocali stranianti.
Tutti aspettavano il dream moment: Giorgio che campiona in tempo reale un sogno di una persona del pubblico e costruisce un brano, invece a sorpresa sostituito da un duetto con La Niña che canta un estratto della fiaba Sole, Lune e Talia di Giambattista Basile.

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

L’esibizione dal vivo di okgiorgio unisce stili differenti: un incrocio fecondo tra Soulwax (batterie), Jamie XX (samples vocali) e Caribou (melodie acustiche), mescolati per far ballare sì, ma sempre responsabilmente, come tiene a precisare.
Ben venga allora la contaminazione, lo scontro tra generi e prospettive anche lontane che da sempre sono motore di cambiamento e innovazione musicale. Si può ballare sia al ritmo ossessivo dei tamburi a cornice che dei kick drums in un paio d’ore senza pensare siano cose diverse ma trovando connessioni inaspettate.
Questa serata ci ha dimostrato che tutto questo è possibile e auspicabile da parte di un pubblico trasversale che ricerca momenti simili per abbattere sempre di più etichette e confini tra mondi musicali differenti.

Alessandro Camiolo

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

Il caldissimo esordio del Flowers Festival 2026

Il 25 giugno 2026, durante una qualsiasi serata rovente di inizio estate, il Flowers Festival 2026 è stato inaugurato da SCAR, Labadessa e Fulminacci

Verso le 20.30 SCAR apre il concerto. Il cantante ha uno stile che spazia tra sperimentazioni pop e cantautorato moderno. Esordisce con alcuni brani dal suo repertorio come “Tutto ciò che odio” e “Giorno d’estate” durante il quale scende tra il pubblico e canta camminando tra gli spettatori. Il suo intervento è breve ma accolto calorosamente.

Di Elisa Giuliani

Alle 21 è il momento de Labadessa, che sconvolge tutti con il suo bizzarro umorismo ammaliando anche chi non lo conosceva. Noto fumettista napoletano, Labadessa si “diletta” nel canto dal 2019: sullo schermo dietro il palco viene proiettato il protagonista dei suoi fumetti, ovvero un uomo con la testa da uccello coricato tra le nuvole.

Di Elisa Giuliani

Labadessa ripercorre tutta la sua discografia tra ironia e puro trauma dumping: innumerevoli canzoni ci racconta essere state scritte per la sua ex, come “Le foche”, “Colline di Jeans”, “Tappeti del bagno”, mentre alcune per amori totalmente immaginati, come spiega nel brano “Cappuccini”. Ma quelle più gradite dal pubblico, forse perché poco prevedibili, sono state il mashup fra “Tra le giostre” e “Non me lo so spiegare” di Tiziano Ferro e “Dragon Ball Giuro Ti” cover di “Dragon Ball GT” di Giorgio Vanni. Dopo vari ringraziamenti e lunghi applausi da parte del pubblico, Labadessa e il complesso che lo accompagna lasciano spazio all’headliner della serata.

Alle 22.40 dopo una lunga pausa e un cambio look al palco entra in scena la band di Fulminacci, che intona le note iniziali di “Forte la banda”, per lanciare l’arrivo super acclamato del cantante. La lunghissima scaletta, già brevettata per il tour Palazzacci, riesce ad accontentare tutti, dai fan più recenti a chi lo segue ormai da anni. 

Per chi lo ha scoperto da poco, il cantante non manca di portare i brani dell’ultimo album Calcinacci, uscito a marzo di quest’anno dopo la partecipazione a Sanremo con “Stupida sfortuna”. Per chi è un veterano invece, Fulminacci pesca dagli scorsi album: “Forte la banda”, che dalla sua uscita (se non per il tour di Infinito +1) ha sempre tassativamente aperto  il concerto, “Tommaso”, “Borghese in borghese” e “Una sera” tratti dal suo album d’esordio La vita veramente, e qualche singolo come “Tutto inutile”, “Chitarra blu” e “Brutte compagnie”; e ancora grandi successi come “San giovanni” “Tattica”, “Aglio e olio” e chi più ne ha più ne metta.

Di Elisa Giuliani

Verso la fine il cantante legge i ringraziamenti che personalizza per ogni tappa del tour: ringrazia Fred Buscaglione, lo smemorato di Collegno, elementi salienti di Torino come i gianduiotti, i murazzi e il bicerin, e infine omaggia i piemontesi che con lui sono sempre stati veri e cortesi. 

Il caldo si fa brezza tiepida e passata la mezzanotte il concerto termina. Le 6 mila persone radunate, stremate dal caldo e dai balli scatenati, si dileguano, e termina così la prima data del Flowers di quest’anno. 

Maria Scaletta

Metronimìe Festival: poetica fuori dall’ordinario

Si è tenuta a Torino la sesta edizione del Metronimìe Festival, manifestazione interamente dedicata alla poesia e alla sperimentazione sonora. Anticipato da due anteprime tenutesi al Magazzino sul Po e al Imbarchino del Valentino, il festival ha confermato la vocazione degli artisti ospitati. 

Il 13 giugno, in occasione della terza serata, si sono esibiti al Magazzino sul Po il duo fiorentino San Giorgio Cibernetico, formato dal performer Matteo Zoppi e dal musicista Michael Nannini, e lo storico progetto collettivo piemontese Uochi Toki, guidato dal rapper Napo e dal sampler e compositore Rico. Ultima ma non meno importante presenza è quella del batterista Giovanni Todisco, noto con lo pseudonimo Mortal Kimbo, interprete di un linguaggio intenso e rituale. Tra la teatralità catartica del primo e l’astrattezza spiazzante dei secondi, la serata ha raggiunto momenti di grande intensità, costruendo una poetica anomala e perturbante: un autentico schiaffo alla routine quotidiana.

Dando voce ad alcuni protagonisti della poesia di neoavanguardia italiana, tra cui Amelia Rosselli e Giorgio Celli, i San Giorgio Cibernetico intrecciano frammenti letterari e improvvisazione in un progressivo crescendo apocalittico. A metà tra spoken word, teatro performativo ed elettronica sperimentale, il duo costruisce trame sonore e dense, capaci di assorbire l’attenzione del pubblico e di trasformare il palco in uno spazio di sospensione espressiva.  

Attivi sulla scena da oltre venticinque anni, se si considera il progetto antecedente Laze Biose, gli Uochi Toki hanno attraversato diverse stagioni dell’hip hop italiano: dallo schietto conscious hip hop di L’estetica all’uragano sonoro di Gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste – debitore delle frammentazioni impattanti degli statunitensi Dälek – il gruppo non ha mai smesso di abbracciare nuovi confini musicali, arrivando a incorporare linguaggi estremi al pari del power noise. Uno dei loro ultimi lavori, “Le Metamorfosi” (2023), assume i contorni di un sarcastico bilancio esperienziale, un apparente testamento all’interno della loro prolifica carriera discografica. 

Da circa due anni, il progetto si è ampliato, assumendo dal vivo la forma di una vera e propria comunità sotto il nome di Uochi Toki Collective. Durante la serata torinese sono saliti sul palco anche Mrs. Bhutan, figura avvolta nell’anonimato e caratterizzata da un immaginario visivo capace di suscitare straniamento, e il duo di hip hop underground Ciolle Pare: attraverso un articolato flusso di coscienza, le new entry del collettivo si muovono lungo traiettorie differenti rispetto alla produzione storica degli Uochi Toki, pur dimostrando una notevole capacità di integrarsi all’interno del loro universo sonoro.

In un panorama culturale sempre più orientato alla fruizione rapida e immediata, il Metronimìe Festival si propone di rappresentare uno spazio prezioso per l’ascolto attivo, in particolar modo per la ricerca sonora. Tra poesia performativa, sperimentazione elettronica e hip hop sperimentale, gli artisti coinvolti ricordano come l’arte possa ancora essere un territorio di scoperta, capace di interrogare, disorientare e aprire nuove possibilità di percezione del reale.

Andrea Arcidiacono

Madame: il Disincanto si fa canto

«Madame non è solo intrattenimento»

Madame non è solo intrattenimento e non è una fabbrica di hit. Disincanto lo dimostra e lo conferma fin dal primo ascolto. L’album è uno spazio di esposizione in cui l’artista mette in gioco ogni parte di sé, senza filtri, senza istruzioni e senza la preoccupazione di risultare sempre gradevole. «Madame fa riflettere quando senti»: i brani non si limitano all’ascolto, chiedono di essere attraversati e offrono qualcosa di raro, soprattutto nel panorama musicale contemporaneo: profondità e riconoscimento.

Dopo un periodo di silenzio, Madame torna e si spoglia con un album che porta addosso tutte le cicatrici degli ultimi anni con l’indistinguibile capacità di dare forma a sofferenza, impulsi, emozioni confuse, contraddittorie e difficili da spiegare. Una scrittura che riesce a trasformare inquietudini private in esperienze condivise, creando un rifugio in cui chi ascolta può sentirsi compreso, restituendo senso e dignità a sentimenti spesso patologizzati che restano nascosti e senza linguaggio.

È in questa dimensione che si inserisce la cruda vulnerabilità di “Come stai?” e il significato profondo della frase «Madame ha salvato una ragazzina»: non si tratta di idolatria pop, ma del potere concreto, quasi pedagogico, della musica, in grado di offrire identificazione, parole e persino una forma di sopravvivenza e di ancoraggio capace di abbattere le barriere della solitudine. 

Il disincanto di Madame non è nichilismo o cinismo ma una consapevolezza estrema; una lucidità e una profondità emotiva e sociale così intense da diventare dolorose, quasi ingestibili. Questa iper lucidità si trasforma in introspezione, ma anche in critica verso la società contemporanea e verso l’industria musicale, descritta come una «fabbrica dell’orrore» che monetizza l’identità e pretende autenticità soltanto quando è facilmente vendibile, impacchettabile, consumabile e mai scomoda.

Non è un caso che la costruzione del progetto e il marketing non si limitano a promuovere il disco, ma ne amplificano i temi. La copertina è già di per sé rappresentativa: un minimalista titolo e codice a barre. Chiede implicitamente quanto vale la musica, e quanto costa tutto ciò che le ruota attorno. Anche le immagini diffuse sui social e nei manifesti — foto vulnerabili e personali, raffiguranti anche un letto d’ospedale — non sono semplice provocazione promozionale ma un’estensione coerente dell’album che raccontano la necessità di mostrarsi senza filtri ma si chiedono a quale prezzo.

La critica all’industria musicale non resta astratta. In “Mai più”, uno dei brani più taglienti del disco, Madame trasforma il disincanto in attacco diretto, arrivando a lanciare stoccate contro figure e realtà dell’ambiente musicale come Shablo ed Esse Magazine. Più che un semplice dissing del rap-game, il brano manifesta una frattura ormai insanabile con un sistema percepito come ipocrita e opportunista, capace di trasformare l’arte in merce e l’identità in prodotto. In questo senso, il “sassolino dalla scarpa” che Madame decide di togliersi rappresenta una rottura radicale dalla macchina dello stream, del clickbait e dalla giovanissima esperienza sanremese. Un cortocircuito evidente in “OK”, dove l’accondiscendenza e l’incapacità di dire di no diventano una gabbia dalla quale evadere.

Disincanto rappresenta una profonda maturazione artistica e personale. Madame apre gli occhi gonfi di disincanto e si confronta direttamente con la propria precedente ingenuità e con le illusioni legate al successo, sostituendole con uno sguardo più severo e consapevole. Questo superamento delle facili illusioni emerge nel dialogo in “Volevo capire con Marracash”, in cui il bisogno di dare ordine alle emozioni si scontra con la fama, con i soldi e con il contrasto tra vita privata e personaggio pubblico; dialogo che prosegue e diventa soliloquio in “Rosso come il fango”. In questo brano, Madame critica il mito meritocratico tipico del capitalismo, mostrando come il successo non dipenda solo da talento e impegno, ma anche da fortuna e privilegi. La canzone mette così in discussione la narrazione del “self-made”, evidenziando le disuguaglianze strutturali che restano spesso nascoste dietro le eccezioni di successo. Successo che non viene più celebrato, ma vissuto con senso di colpa e con la consapevolezza del divario tra chi emerge e chi resta ai margini. Il “fango”, in contrapposizione al “sangue blu”, diventa allora il simbolo delle proprie origini e di una precarietà da cui non ci si può davvero separare e che non si può ignorare.

Madame è raffinata e poetica, ma al tempo stesso brutalmente trasparente, capace di passare dalla confessione più intima alla denuncia sociale senza perdere mai coerenza. Il magnetismo del disco risiede proprio nei contrasti. Madame, con la sua penna, riesce ad alternare immagini di grande delicatezza a un linguaggio improvvisamente aggressivo e osceno, «più volgare della Divina Commedia». È una tensione che unisce il conflitto interiore, quasi ancestrale di brani come “Bestia” e “Allucinazioni”, alle provocazioni carnali e spiazzanti di “Puttana Svizzera” (feat. Nerissima Serpe, Papa V e 6occia). Madame non ricerca misura o compromesso, ma autenticità viscerale.

La cantautrice smette di fare musica per audience e mercato ma per necessità e sopravvivenza. La salute mentale è infatti una delle tematiche centrali. Già dall’incipit — «voglio anche soffrire, ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo» — Madame distingue il dolore legato all’ocd da quello dell’esistenza, impostando da subito un percorso che non cerca soluzione ma convivenza. La chiusura arriva con “Grazie”, un monologo da seduta di psicoterapia, e si affida alla barra «paragonata al mondo la mia vita è straordinaria, grazie» che spezza l’autocommiserazione e diventa quasi guarigione senza però ricomporre nulla, solo un cambio di prospettiva.

In Disincanto, la poesia convive con il corpo, la vulnerabilità con la rabbia, l’eleganza con l’eccesso e in questo caos splendidamente sviscerato Madame si conferma un’artista necessaria. Disincanto non è solo intrattenimento. L’introspezione che lo attraversa non nasce per essere consumata, ma per essere abitata: non si lascia osservare a distanza neanche quando è scomoda, incoerente, difficile da decifrare. Madame non è (più) usa e getta e non è solo divertimento: è un’esperienza che lascia traccia. Nel disincanto sopravvive il canto. 

Linda Signoretto

Jazz is Dead! 2026: contro l’epoca della nostalgia

La nona edizione del festival conferma la forza di un’identità costruita nel tempo. Ecco qui il nostro reportage. 

Viviamo nell’epoca del revival permanente. Le classifiche premiano sonorità vintage, i cataloghi del passato vengono continuamente rispolverati  e il confine tra omaggio e nostalgia si fa sempre più sottile. Dentro un’estetica e una cultura musicale ossessionate dall’archivio e dal mito dell’“era meglio prima”, Jazz is Dead! suona come una provocazione. Uno slogan che, però, non certifica la morte del jazz. Al contrario, interroga il destino di una musica che nasce da sovversioni, contaminazioni e sperimentazioni, oggi spesso trasformata in patrimonio museale, preservata e contemplata come un culto del passato. La programmazione del festival ribalta questo paradigma: il jazz è un approccio, non solo un repertorio. Un modo di stare dentro la musica aperto all’”errore” e all’incontro cross-over, che prova a dare nuova vita a un passato che non passa.

Backwards, il tema di quest’anno, è un ritorno sui propri passi con la bussola della visione musicale sempre ben orientata verso la sperimentazione e l’avanguardia. Lo scorso anno il direttore artistico Alessandro Gambo chiudeva l’edizione annunciando che il festival non sarebbe più stato come prima, infatti si è passati dal cemento del Bunker al bosco di Cascina Falchera. Verrebbe da dire che tutto è cambiato e al tempo stesso è rimasto com’era, ma col senso di novità a stimolare le nostre aspettative. La nuova sede favorisce una maggiore vivibilità e due zone concerto: una tradizionale col palco nel prato e una invece più intima e raccolta nel bosco adiacente.

Proprio qui inizia il pomeriggio del venerdì con l’esibizione del duo italiano formato da Stefano Pilia e Marta Salogni: un dialogo intenso tra la chitarra del primo e i nastri magnetici della seconda. La costruzione del suono per loop e delay lunghissimi annulla ogni ritmo e si fonde alle elaborazioni di chitarra piene di feedback e distorsioni che rendono il suono di partenza sempre più irriconoscibile.
Si passa poi alle esibizioni sul palco: la prima è la colombiana Lucrecia Dalt che presenta il suo ultimo album A Danger to Ourselves. La sua musica è mix di lingue, strumenti e ritmi differenti che attraversiamo senza inciampi, come se tutto fosse in continuo fluire.
Dopo di lei un altro duo della giornata: i Matmos, coppia di Baltimora che per un’ora ha conquistato il pubblico con campionamenti di suoni metallici e un umorismo freddo tipici del loro stile. Anche qui sembra tutto un flusso elettronico cadenzato che diventa sempre più ritmato con picchi di glitch e ambient techno che fanno muovere il pubblico. 

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

Il sabato di JID26 ha un’impronta dichiaratamente party che attraversa l’intero programma tra jazz, hip-hop, elettronica, dub, metal e club culture. In coproduzione con il Torino Jazz Festival si parte con Yazz Ahmed insieme a Raph Wyld: un jazz contemporaneo e psichedelico in cui la tromba si muove tra stratificazioni sonore e forti radici arabe, tra apertura mediterranea e ricerca elettronica. Segue Sorvina, tra jazz rap, neo-soul e R&B, con stile e freschezza, groove e una forte attitudine black contemporanea. Gli Alien Dub Orchestra rileggono il dub in chiave orchestrale intrecciando reggae, cumbia e psichedelia in un movimento continuo. Con The Heliocentrics passiamo a stratificazioni ritmiche e improvvisazione: una fusione tra funk, jazz e psichedelia con riferimenti afro e latinoamericani. Moor Mother cambia completamente registro, da una postazione elettronica, costruisce un set di texture abrasive e frammenti sonori tra elettronica, noise e spoken word, e improvvisazione con riferimenti afrofuturistici.
Lord Spikeheart porta un set caotico ed energico tra african metal, elettronica distorta, growl, urla stridenti e accenni rap, tipica performance da head-banging. Con A Guy Called Gerald si entra pienamente nella club culture, tra house, acid, jungle e drum’n’bass, con un live set travolgente e di grande qualità. La festa si sposta poi a El Barrio, dove il sabato notte continua in chiave club tra dj set, anche in vinile, e atmosfera da dancefloor.

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

La terza giornata del festival si rivela molto più di una semplice successione di concerti: è un’ininterrotta odissea geografica e spirituale che ridisegna i confini della musica di ricerca contemporanea. Lontano dalle geometrie urbane, questa dimensione di periferia si trasforma in un rifugio vitale, uno spazio di libertà assoluta dove i suoni possono espandersi e respirare.
Un evento strutturato come una mappa musicale in continuo mutamento: un viaggio transoceanico che prende le mosse dalle radici del sud-est asiatico con suoni percussivi dei gong e delle campane dell’Ensemble Nist Nah, fino ad arrivare all’estasi del krautrock che il trio Dwarfs Of East Agouza intreccia, spingendo la musica egiziana e la psichedelia. Il percorso prosegue calandosi negli abissi rarefatti del Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, alla sua prima esibizione in Italia, per poi risalire attraverso le rigorose geometrie del math rock degli Horse Lords e i loro ritmi dispersi. Infine, il viaggio approda poi alla bellezza dolente delle sonorità libanesi dei Sanam. E come da tradizione del festival, anche quest’anno si conclude con il dj set di Alessandro Gambo.

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

C’è un legame profondo, un filo invisibile che unisce tutti questi mondi e giornate di Jazz is Dead!: un percorso in cui i rumori si sciolgono costantemente in un’atmosfera sospesa. In questo ecosistema, il jazz accetta di “morire” ancora una volta, sgretolando la propria forma classica per reincarnarsi in linguaggi nuovi. Ed è proprio qui che il tema di questa edizione, Backwards, svela la sua intuizione più brillante: andare all’indietro per ritrovare le radici. Radici culturali sparse in ogni angolo del mondo, che qui si intrecciano e dialogano tra loro attraverso un nuovo linguaggio. Forse, solo guardando alle proprie spalle la musica e la comunità che si riunisce per ascoltarla, trova la spinta decisiva per proiettarsi verso il futuro.

Alessandro Camiolo, Linda Signoretto, Melika Nemati

All’Auditorium Rai: la musica che annulla il confine tra l’Io e il Mondo

Fino a che punto la voce del singolo può resistere al rumore del mondo prima di fondersi con una melodia collettiva? E può espandersi fino ad abbracciare il mondo intero?

Il concerto del 21 maggio all’Auditorium Rai invita a esplorare proprio questa dimensione, aprendosi con il Concerto in la minore per violoncello e orchestra, op. 129 di Robert Schumann. L’occasione segna l’atteso ritorno di Pablo Fernández, uno dei violoncellisti più brillanti della sua generazione, come solista con l’orchestra sinfonica nazionale Rai, compagine con la quale debuttò giovanissimo nel 2017.

Scritto a Düsseldorf nel 1850 in sole due settimane di fervore creativo, il brano custodisce un enigma che le note di sala evidenziano lucidamente: la partitura non lascia ancora trasparire i segni della spaventosa malattia mentale che di lì a poco avrebbe travolto l’autore. Fernández, pur dotato di un’altissima tecnica, offre una lettura profondamente introspettiva. Il suo violoncello rifugge dal virtuosismo fine a sé stesso, nel pieno rispetto delle intenzioni di Schumann, da sempre lontano dai cliché del mero sfoggio ottocentesco.

Nel primo movimento l’esecuzione si trasforma in un intimo monologo interiore, il canto di chi usa la musica come scudo contro il caos esterno, mentre l’orchestra si profila sullo sfondo. Il passaggio al secondo movimento avviene in modo estremamente fluido: qui, nel celebre duetto con il primo violoncello dell’orchestra, la solitudine del singolo si apre finalmente alla dimensione collettiva, per poi sbocciare nell’energia trascinante del finale, un Sehr lebhaft (molto vivace) autentico e vitale.

Credits: SergioBertani/OSNRai

Mentre Schumann si rifugia nei labirinti della propria psiche, Antonín Dvořák risponde alla stessa urgenza espandendo i confini geografici e culturali della tradizione, e invitando a un mondo nuovo. La seconda metà della serata vede infatti l’orchestra sinfonica nazionale della Rai farsi interprete della Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 “Dal Nuovo Mondo”, un capolavoro nato nel 1892 da un capriccio del destino: se gli emissari della mecenate americana Jeannette Thurber, fondatrice del National Conservatory di New York, fossero riusciti a rintracciare in Europa Jean Sibelius – la prima scelta assoluta per la direzione del conservatorio – questa musica forse non sarebbe mai esistita. 

Il compositore boemo non ricalca il folklore d’oltreoceano, ma ne cattura l’anima originaria (dai canti dei nativi agli spirituals afroamericani), fondendola con il rigore strutturale ereditato da Brahms in un’architettura ciclica di rara coerenza.  

È qui che la direzione di Robert Treviño tocca vette di assoluto magistero. Nome di spicco del panorama internazionale e tra i direttori d’orchestra statunitensi più dinamici di oggi, Treviño guida la compagine Rai con una plasticità straordinaria: ogni sfumatura della partitura di Dvořák sembra materializzarsi visivamente tra le sue mani. Non si tratta solo di scandire il tempo, ma di scolpire il suono nell’aria, rendendo visibile ogni singolo ingresso strumentale.

L’OSN Rai asseconda questo magnetismo con una compattezza esemplare, passando dalle sottili allusioni del primo movimento allo struggente lirismo del Largo – quel canto universale intriso di nostalgia affidato al corno inglese –, fino all’energia rutilante del finale. Una malinconia trionfante che ha travolto l’Auditorium in un lunghissimo applauso.

Forse, l’intera esecuzione è una lettera dal nuovo mondo: la musica rimane l’ultimo rifugio possibile. Solo attraverso la condivisione e la capacità di tessere legami l’esperienza del singolo può trasformarsi in un autentico capolavoro.

Melika Nemati

Dal Barocco al Cinema: il viaggio sonoro dell’Ensemble di corni dell’OSN RAI

Con il settimo appuntamento de “Le domeniche dell’Auditorium”, domenica 17 maggio, l’Auditorium Rai «Arturo Toscanini» di Torino accoglie il concerto dell’Ensemble di corni dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

La formazione, composta da otto cornisti dell’orchestra, propone un programma di dieci brani capace di attraversare epoche e stili diversi, dal repertorio barocco fino alle celebri colonne sonore del cinema. Questa scelta rende il concerto particolarmente interessante: non è frequente assistere a un’esibizione affidata esclusivamente ai corni, strumenti che
nell’immaginario comune vengono associati soprattutto al ruolo orchestrale.

Fin dalle prime note è sorprendente constatare quanto il suono del corno possa essere potente e allo stesso tempo morbido e avvolgente. Senza alcun bisogno di amplificazione, gli otto strumenti riempiono l’intera sala con un timbro caldo e intenso, capace di alternare momenti solenni ad altri più delicati e lirici.

I musicisti aprono con l’Egmont di Beethoven, che introduce subito un’atmosfera intensa. In seguito, tra i primi brani, uno dei musicisti invita il pubblico a cogliere una melodia che richiama il suono dell’organo: un’immagine particolarmente efficace, che aiuta ad apprezzare ancora di più la versatilità del corno.

Con il procedere del programma, il repertorio si sposta verso sonorità più brillanti, come ne La danza di Rossini. Non si tratta di una scelta casuale: come spiegato durante il concerto, Rossini è stato uno dei compositori che ha saputo maggiormente valorizzare il corno all’interno dell’orchestra, sfruttandone le capacità espressive e il carattere solenne ma allo stesso tempo lirico.

La parte finale del concerto è dedicata alla musica per il cinema. Le note di Robin Hood: principe dei ladri di Kamen evocano atmosfere avventurose, mentre Nuovo Cinema Paradiso di Morricone regala uno dei momenti più emozionanti dell’esibizione. La melodia, resa ancora più intensa dal timbro caldo dei corni, suscita un senso di meraviglia, lasciando nel pubblico un’impressione profonda.

Un concerto originale e coinvolgente, capace di mostrare tutte le potenzialità espressive del corno e di accompagnare gli ascoltatori in un viaggio musicale che, dal Barocco al Cinema, unisce epoche lontane attraverso il linguaggio universale della musica.

Silvia Appendino

Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri: un devastante tifone in salsa noise

«Si chiama adrenalina: la produce il cervello, è legale ed è potentissima.» 
– Pierpaolo Capovilla

Il 13 maggio l’Hiroshima Mon Amour ha ospitato i veneziani Cattivi Maestri, guidati da Pierpaolo Capovilla, storico frontman degli One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori. Reduce dalla candidatura ai David di Donatello come Miglior attore non protagonista per “Le città di Pianura” di Francesco Sossai, Capovilla ha confermato sul palco il carisma che da anni lo rende una delle figure più riconoscibili della scena underground italiana. 

Ad aprire la serata sono i torinesi Avvolte (ex-Avvolte Kristedha), attivi da circa trent’anni e contraddistinti da un sound eterogeneo che incrocia post-punk ed electro-rock. Poi l’ingresso in scena dei Cattivi Maestri, che incendiano il palco con un’esibizione densa e visionaria, dove gli strumenti si fondono con la voce roca e teatrale del cantante. Insieme a lui Fabrizio Baioni alla batteria, Loris Cericola alla chitarra e Federico Aggio al basso ripercorrono i brani dell’omonimo album pubblicato nel 2022, lasciando ulteriore spazio al nuovo singolo “Dimenticare Maria”, uscito a marzo, abbinato con l’ironico art rock di “Per le vie della città”.

La presenza scenica di Capovilla, coronata da un irresistibile verve spoken, primeggia su tutto, ipnotizzando il pubblico attraverso le sue gesta e facendo di questi ciò che vuole. Tra la vampata noise di “Cassavetes” e la satira feroce di “Morte ai Poveri”, i Cattivi Maestri mettono in mostra un’identità sonora compatta, capace di imporsi con forza anche davanti agli spettatori meno avvezzi al loro universo musicale. 

La crisi inconscia di “Follow the Money”, la fragile malinconia di “Anita” e l’orazione funebre dedicata al militare Lorenzo Orsetti in “La città del sole” mostrano il lato più poetico e introspettivo di Capovilla: una scrittura capace di elevarsi, dando ritmo e profondità a ogni lirica, senza mai apparire fuori luogo. Di lì a poco, tra distorsioni e feedback incessanti, il concerto si arresta per dedicare un momento al ricordo del poeta abruzzese Emidio Paolucci, figura particolarmente vicina a Capovilla: detenuto per anni nel carcere di San Donato di Pescara, Paolucci è stato più volte al centro delle interpretazioni pubbliche del frontman, che ne ha portato in scena i testi in diverse occasioni.

 Il concerto si conclude sulle note di “Gesù Cristo o barbarie”, possibile frecciata alla conversione spirituale e artistica di Giovanni Lindo Ferretti (ex-CCCP, CSI, PGR). Subito dopo l’esibizione, Capovilla legge con intensità la Lettera ai mercanti di morte del cardinale Domenico Battaglia, noto testo di denuncia contro la trasformazione del dolore umano in profitto, definendo l’arcivescovo come una delle figure più sincere nel panorama cattolico contemporaneo.

I Cattivi Maestri danno vita a uno spettacolo intenso e sfaccettato, capace di alternare una viscerale furia sonora a momenti più taglienti e cantautorali. Un linguaggio espressivo che conserva intatta la cifra stilistica del frontman, profondamente radicato nella propria identità artistica.

Andrea Arcidiacono