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Crippled Symmetry: i tappeti sonori di Morton Feldman a ToListenTo 

È risaputo che spesso i compositori si ispirano a materiali extramusicali, tratti dai suoni della natura, dalla letteratura o dalle arti figurative. Morton Feldman non fa eccezione. Per Crippled Symmetry – trio eseguito all’interno del festival ToListenTo il 24 settembre – il compositore, appassionato di tappeti, ha tratto ispirazione dai tessitori dell’Anatolia, i cui metodi di lavoro creano delle imperfezioni: i motivi non sono perfettamente simmetrici e il modo di tingere la lana non produce un colore uniforme, ma delle sottili sfumature chiamate abrash. 

Trovo il posto più comodo della sala ipogea della GAM. In mezzo c’è un cubo di tela illuminato di rosso-granata da due proiettori. Osservandolo più attentamente noto delle silhouette muoversi al suo interno: sono i musicisti Alessandra Giura Longo, (flauto), Francesco Ciminiello (percussioni) e Silvia Corda (pianoforte). È una disposizione scenica molto suggestiva: sono come sacerdoti che officiano dietro al velo del Tempio… Quando la sala è piena, lo spettacolo inizia: le proiezioni decorano il cubo con close-up di motivi tratti dai tappeti sardi e anatolici, messi in relazione per via delle loro somiglianze.

Tappeto anatolico del XVII secolo
ph: Francesco Bini, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Tutto il pezzo è costruito a partire da cellule motiviche che si ripropongono, ma ogni volta sempre leggermente variate nel ritmo e nelle altezze, creando un effetto caleidoscopico. Il brano ssembra sempre ripetersi ma non è mai lo stesso. Entrano costantemente nuove figure, il pezzo vaga come se ogni gesto fosse l’ultimo. Ogni silenzio sembra quello definitivo, finché entra qualche nuovo suono a prorogare la fine. A volte le immagini sul cubo ricordano piante di edifici scomparsi e questa è l’immagine più adatta per descrivere l’esperienza di questo pezzo: vagare tra frammenti di antiche rovine. Rovine di cosa? Del classicismo. Ogni tanto accordi tonali spuntano come torsi dalle sabbie, a metà pezzo il flauto suona una scala maggiore ma rimane lì, come rimangono la Sfinge e le Piramidi. La stessa tecnica dello sviluppo tematico, tipicamente classica, non è usata per costruire la forma, ma per eroderla, sfigurare il materiale, come quando si vede attraverso un velo d’acqua.

Il resto del pubblico non è così romantico. Il pezzo dura un’ora e quaranta e a metà c’è la Grande Rinuncia: metà della sala se ne va e l’altra metà si è addormentata nella speranza degli applausi finali. A un’ora e venti sento persone sbuffare ogni volta che viene introdotto nuovo materiale musicale, e a un’ora e trenta un ragazzo è in posizione fetale con le mani tra i capelli. Come direbbe il Marchese de Sade: «Il lettore ha il diritto di indignarsi quando sente che si esige troppo da lui». Ma di chi è la colpa, di Feldman o della nostra generazione viziata dalle dopamine? 

Riccardo Morabito

La Nona di Mahler: quello che la HIP mi racconta

Nella cornice del Teatro alla Scala, il 9 settembre si è conclusa la 65ma edizione dello Stresa Festival, con un programma speciale: l’imponente Nona sinfonia di Mahler, eseguita dalla Mahler Academy Orchestra sotto la guida di Philipp von Steinaecker. Originalklang è il nome del progetto culturale che fa da cornice all’evento: ovvero recuperare strumenti originali, presumibilmente gli stessi utilizzati all’Opera di Vienna al tempo di Mahler, con il coordinamento della Fondazione «Euregio» di Dobbiaco. 

Dalla cartella stampa dello Stresa Festival – ph. Marco Caselli, Nirmal Ferrara Musica

La questione HIP (Historically Informed Performance) tendenzialmente privilegia la musica antica al repertorio moderno. Bach e Monteverdi appartengano a ere storiche completamente diverse. Esecuzioni con strumenti moderni richiedono discutibili interventi compositivi, ma soprattutto negano l’ammissibilità nel presente di consuetudini distanti. Mahler invece è moderno: la sua musica riflette le rotture con un mondo classico che non regge più le contraddizioni della realtà; l’organico per cui scrive è quello contemporaneo. Il suo revival negli anni Sessanta lo rende ancora più vicino: è difficile immaginarlo come parte di un mondo tramontato o che non suoni come nelle registrazioni di Bernstein.

Ma anche Mahler è alieno; ascoltare la sua musica eseguita dagli strumenti del suo tempo può disorientare un conoscitore. Ad esempio gli archi con corda di budello hanno un suono totalmente diverso, molto delicato: nei passaggi più incisivi, il loro intervento risulta alonato. Altri problemi riguardano i timbri dei fiati e delle percussioni, nonché  l’accordatura; durante l’impero austro-ungarico, gli spettatori non conoscevano l’aria condizionata, piaga per l’intonazione degli strumenti storici  (ma d’altronde è valido farci sudare per amore della prassi?)

Dalla cartella stampa dello Stresa Festival – ph. Marco Caselli, Nirmal Ferrara Musica

Ci sono meriti in questo tipo di concerto oltre a quelli filologici? Assolutamente sì. Superato lo spaesamento (il passato è una terra esotica) certi momenti brillano particolarmente: il modo in cui il timbro delle campane si mischia all’orchestra durante l’Andante; la predominanza dei fiati rende più interessanti i passaggi bandistici dei movimenti centrali; il colore intimo dell’Adagio, soprattutto nella coda, quando rimangono soltanto gli archi e il materiale precedente sembra dilatarsi e frammentarsi, finché tutti si placano in un sommesso accordo di re bemolle fino al silenzio. E poi squilla un telefono dal loggione.


Riccardo Morabito

War Requiem: Harmonia in tempore belli

MITO SettembreMusica, il festival che unisce Milano e Torino, apre la programmazione nel capoluogo piemontese il 7 settembre, all’Auditorium Rai Arturo Toscanini. La stagione di quest’anno, intitolata Harmonia, viene inaugurata dal War Requiem di Benjamin Britten: la scelta è un omaggio al compositore nel cinquantesimo anniversario della morte e, al tempo stesso, un monito contro gli orrori e la futilità della guerra. Spesso la sala da concerto offre rifugio dalla volgarità del mondo, da tutto ciò che ci sia di gretto e spiacevole e dove possiamo, per la durata dello spettacolo, lavarci l’anima e consolarci delle imperfezioni della vita; Britten invece porta dentro l’hortus conclusus della musica quell’inquietudine da cui si cerca di scappare.

Da cartella stampa di MITO SettembreMusica – foto di Gianluca Platania

L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai – in forma mastodontica, visto l’organico richiesto –  il Coro del Teatro Regio, i solisti Elena Guseva (soprano), Nicky Spence (tenore) e Bo Skovhus (baritono), sotto la direzione di Simone Young, hanno magistralmente reso questo monumento della musica del XX secolo, cosa difficilissima non solo dal punto di vista tecnico ma anche interpretativo. La struttura a pannelli richiede una grande capacità, di non solo saper colorare ogni momento musicale appropriatamente, ma di riuscire a tenere la tensione tra una parte e l’altra, sfide che la direttrice ha saputo fare alla perfezione. Notevoli i due solisti maschili per la loro drammaticità. Commovente sentirli cantare nel finale le parole «Let us sleep now»: l’immagine delle ombre di due soldati che dopo essersi biecamente trucidati a vicenda possono trovare riposo nel grembo della terra. Ragguardevole anche il coro, in particolare nei passaggi a cappella.

L’interpretazione è fondamentale. Il War Requiem è un capolavoro, non solo di tecnica compositiva, ma soprattutto un capolavoro ermeneutico: Britten va nel cuore del testo della Messa dei Morti e della poesia di Wilfred Owen, ricordando che la formula «Requiem aeternam dona eis, Domine» è un appello: parte da un’umanità che spera fiduciosamente in questo riposo, annientandosi nella pace.; nel Dies Irae il richiamo della tromba del Giudizio è quello dei clarini di battaglia, citati tanto musicalmente come nel testo di Owen: «Bugles sang, saddening the evening air», argomentando che forse è già passato il giorno d’ira, sciogliendo, con le nostre stesse mani, il mondo. Solo alla fine, nel «Libera Me», la lugubre e angosciante atmosfera si scioglie in una consolazione di mahleriana memoria. Un finale che non porta alla risurrezione ma è un invito al riposo, riposo che, nonostante gli 80 anni che separano la grande ecatombe del secolo scorso ai giorni d’oggi, non è ancora venuto. Viviamo in un’era di ansietà dove incombono le ombre del passato e del futuro e che solo la consapevolezza e il ricordo, come ha voluto fare MiTO SettembreMusica in questa inaugurazione, può preparare e puntare una via verso la pace.

Riccardo Morabito

Morrissey ad Asti: la malinconia è arrivata davvero

Malinconia britannica e compostezza sabauda: Morrissey chiude Asti Musica 2026.

Prima buona notizia: Morrissey ad Asti è arrivato.
Non è del tutto scontato per un artista che, nel corso degli anni, ha avuto con le cancellazioni dei live un rapporto piuttosto creativo. Il 21 luglio si presenta davvero in Piazza Alfieri, richiamando persone da ogni parte d’Italia e non solo: generazioni diverse riunite da un artista capace, dopo oltre quarant’anni di carriera, di suscitare ancora devozione, irritazione e un affetto difficile da spiegare. 

Dopo un leggero ritardo Morrissey sale sul palco e apre con “Billy Budd”. La voce conserva quel timbro che l’ha resa inconfondibile e sa ancora passare da atmosfere più cupe ad aperture intense e drammatiche. Sostenuto da una band solidissima, si prende immediatamente la scena: tragico, elegantemente insofferente e con un impeccabile british humour.

Dal vivo si comprende meglio perché l’affetto nei suoi confronti continui a essere così ostinato. Morrissey ha costruito un intero immaginario intorno alla malinconia e all’inadeguatezza, trasformando lo spleen in qualcosa di elegante, affilato, ironico e persino divertente. Provocatore, vulnerabile ma anche altezzoso, il fascino di questo charming man sta proprio in una contraddizione mai risolta, che diventa mitologia e gli permette di farsi amare moltissimo senza essere necessariamente più simpatico. Del resto, amare Morrissey non ha mai significato aspettarsi che sia accomodante.

A tanto affetto, però, non corrisponde un pubblico particolarmente caloroso. Piazza Alfieri è allestita con file di sedie e molti spettatori vi rimangono seduti per quasi tutto il concerto, tra applausi e qualche coro. L’energia si concentra nei pochi metri sotto il palco; più indietro domina una compostezza sabauda quasi assoluta. Le zanzare, al contrario, non mostrano alcun contegno. Organizzate e aggressive, trasformano la piazza in un evento parallelo con formula all you can eat e anche loro contribuiscono a lasciare i segni del concerto.

Morrissey – cartella stampa @ AstiMusica – 21 luglio 2026

La scaletta attraversa senza troppa nostalgia reverenziale decenni di carriera: da “Suedehead” e “First of the Gang to Die” si passa ad “Alma Matters”, “Life Is a Pigsty”, “Everyday Is Like Sunday”, “Irish Blood, English Heart” e “Jack the Ripper”.

Come spesso accade nei suoi concerti, Morrissey non considera intoccabili nemmeno i propri testi: cambia parole, aggiunge versi e si concede deviazioni inattese. In “Everyday Is Like Sunday” trova spazio persino un «tell me quando, quando, quando», incursione coerente con il suo modo di trattare le canzoni come materia viva.

In scaletta chiaramente, anche Make-Up Is a Lie, ultimo album rappresentato da cinque brani che reggono bene la dimensione live, anche se non tutti con la stessa forza: non manca qualche momento in cui andare a prendere da bere al bar sembra improvvisamente un’ottima idea. Il concerto è comunque un’occasione, per chi ha perso di vista le ultime uscite, per recuperare parte della produzione, che si rivela ancora credibile.

Naturalmente, gli Smiths rimangono gli ospiti invisibili più attesi. Tra la scrittura sconsolata e tagliente di Morrissey e l’inventiva musicale della band si era creata un’alchimia rara; è quindi difficile non aspettare alcuni brani con una tensione diversa.

Il tremolo inconfondibile di “How Soon Is Now?” scuote Piazza Alfieri e regala uno dei momenti più intensi della serata. “A Rush and a Push and the Land Is Ours” conserva la propria irrequietezza, mentre “Shoplifters of the World Unite” rievoca la dimensione più sovversiva della band.

Per il bis arriva “There Is a Light That Never Goes Out”, che riesce finalmente a smuovere anche il pubblico più composto. La carriera solista di Morrissey è tutt’altro che trascurabile, soprattutto nei suoi primi capitoli, ma davanti a questi quattro brani è impossibile non riconoscere che gli Smiths hanno creato qualcosa di difficilmente ripetibile. Quelle canzoni non appartengono soltanto a chi le ha scritte o a chi le ha ascoltate quando sono uscite: sono diventate un linguaggio collettivo, passato attraverso generazioni di solitudini, camere da letto e adolescenze più o meno prolungate.

Tutto molto bello. Quasi troppo. Perché all’appello manca l’attesissima e struggente “I Know It’s Over”. Forse il leggero ritardo ha costretto a tagliare un brano; forse Morrissey era inspiegabilmente felice e non voleva rovinarsi la serata.

Lasciamo Piazza Alfieri canticchiando: soddisfatti del concerto, punti dalle zanzare e con un piccolo conto in sospeso. Le punture passeranno. “I Know It’s Over”, invece, ce la leghiamo al dito. 

Linda Signoretto

ACQUE dei Radura, lo screamo tra poesia ed etereo

La scena screamo/post-hardcore italiana è piccola ma estremamente fervente, fatta di appassionati e musicisti che danno vita a gruppi e collettivi capaci di tenere viva una comunità sempre pronta a lasciarsi sorprendere da nuovi suoni e stimoli.

Tra le realtà più riconosciute, con un decennio di attività ormai alle spalle, i Radura si confermano una delle proposte più interessanti dell’underground milanese. A cinque anni di distanza dal precedente Effetto Della Veduta D’Insieme, la band è tornata finalmente dallo studio con un nuovo capitolo della propria discografia.

ACQUE segna un ulteriore passo in avanti nel percorso del gruppo: il suono si fa più ricercato, la scrittura più matura, la resa complessiva più imponente. Un disco che non si limita a proseguire il discorso avviato con i lavori precedenti, ma lo spinge oltre, confermando una crescita costante.

Il sound di ACQUE si presenta come una lama morbida che accarezza l’ascoltatore, ma che lascia cicatrici, segni di una profondità e di un dolore legati a qualcosa che è stato vissuto, e che probabilmente non tornerà più.

Le chitarre e il basso restano distorti, ma si piegano ora a melodie più dolci, sempre nello stile che ha caratterizzato il gruppo. Lo scream, un tempo elemento centrale della scrittura della band, si ritira sullo sfondo, riemergendo solo in brevi squarci. A prendersi la scena è un cantato malinconico, sospeso, che affida il senso a testi eterei che, come l’acqua, sfuggono alla presa e non si lasciano afferrare del tutto.

Ci troviamo quindi di fronte a un disco più complesso, studiato e strutturato rispetto ai lavori precedenti. La presenza di featuring di peso (come quello di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came in TEMPESTA) insieme all’uso di effetti chitarristici ricercati e a linee di batteria tutt’altro che scontate, testimonia una maturità artistica costruita passo dopo passo negli ultimi anni. ACQUE è un disco che quasi sicuramente rimarrà una pagina importante nella storia dello screamo italiano, per la sua imponenza poetica e sonora.

I Radura suoneranno il disco a Torino il 9 ottobre al Blah Blah.

Alessandro Ciffo

Un ritorno tanto desiderato del rap: Ernia al Flowers Festival

Dopo tre anni di attesa, l’8 luglio, Ernia torna con Solo per Amore Tour, sul palco del Flowers Festival 2026. Più carico che mai, l’artista ha celebrato non solo il tour, ma anche i suoi dieci anni di carriera musicale.

Ad aprire il concerto è “Figlio di”, un inizio d’impatto che fa esplodere l’entusiasmo del pubblico fin dalle prime note.

È impossibile non riconoscere il talento di Ernia, soprattutto durante “LEWANDOWSKI XI”: ciò che colpisce è un notevole controllo del respiro, la precisione con cui interpreta un testo ricchissimo di parole e la naturalezza con cui cresce il ritmo senza mai perdere intensità.

Apprezzabili sono anche i riferimenti, in chiave ironica, alle sue canzoni di esordio e di come sia aumentato il suo seguito: dalle zero persone presenti al suo primo live ai sold out degli ultimi anni. Durante la serata si percepisce chiaramente il percorso di crescita del cantante: il suo modo di scrivere e fare musica si è evoluto nel tempo, senza però perdere la propria identità.

Foto di Fabio Marchiaro / @fabionicotm

Il concerto prosegue con brani più profondi come “Buonanotte”, cantato con un’evidente emozione. Ciò che rende il concerto coinvolgente è il rapporto che Ernia riesce a creare con il pubblico: tra un brano e l’altro, alterna momenti più leggeri a riflessioni personali, facendo sentire le persone presenti parte dello spettacolo e non semplici spettatori. È proprio questo equilibrio tra energia e intimità a caratterizzare l’intera serata.

Al Flowers Festival si respira un’atmosfera di grande entusiasmo: il pubblico, numeroso e partecipe fin dall’inizio, accompagna Ernia in ogni brano, trasformando il concerto in una vera festa per celebrare il suo ritorno sul palco.

Tra i momenti più significativi della serata spicca quello in cui il pubblico intona il ritornello di “Perché”, originariamente interpretato da Madame, creando un’atmosfera che va oltre la semplice esibizione.

Foto di Fabio Marchiaro / @fabionicotm

Il concerto termina con “Grato”, una scelta che sembra quasi voler essere un ringraziamento ai fan, in cui Ernia restituisce  l’affetto ricevuto durante la serata.

È stato uno di quei concerti in cui ci si lascia trasportare dall’energia della musica, anche senza conoscere a memoria tutte le canzoni. Si esce con la sensazione di aver assistito all’esibizione di un artista capace di unire tecnica, presenza scenica ed emozione, qualità che rendono l’esperienza del suo live coinvolgente e unica dall’inizio alla fine.

Silvia Appendino

balli contaminati: la niña e okgiorgio al flowers festival

Anche quest’anno il Flowers Festival, sotto direzione artistica di Hiroshima Mon Amour, ci delizia con accostamenti di artisti sulla carta differenti ma nella pratica molto simili. Nonostante l’assenza di concerti internazionali, il programma unisce con raffinatezza artisti italiani di ogni genere e per ogni generazione.
Tra le prime serate quella del 26 giugno, con La Niña e okgiorgio, già da tempo segnata sui nostri calendari. I due artisti hanno avuto il loro exploit lo scorso anno rigenerando con approcci molto personali nel primo caso la canzone napoletana, nel secondo l’elettronica da club.

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

Prima a esibirsi, La Niña ci ha immerso nella sua Furèsta: dimensione in cui la tradizione napoletana si ibrida con suoni barocchi ed elettronici per dare vita a una re-invenzione libera da qualsiasi vincolo. Canzone dopo canzone attraversiamo generi, ritmi e tempi diversi con alcuni momenti di spicco: la tammurriata e la pustiggiata, nel primo caso una versione semplice e incisiva da far tremare tutti quanti, nel secondo una versione quasi tragica di “Maruzzella” con autotune e synth distorti.
Nella seconda parte, il producer e dj bergamasco okgiorgio ha coinvolto il pubblico più resistente al caldo in un mix di suoni elettronici e acustici (batterie, chitarre e ukulele).
Il suo set scorre e pian piano aumentano sempre di più i bpm alternando parti totalmente sintetiche ad altre in cui le melodie acustiche si uniscono a loop vocali stranianti.
Tutti aspettavano il dream moment: Giorgio che campiona in tempo reale un sogno di una persona del pubblico e costruisce un brano, invece a sorpresa sostituito da un duetto con La Niña che canta un estratto della fiaba Sole, Lune e Talia di Giambattista Basile.

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

L’esibizione dal vivo di okgiorgio unisce stili differenti: un incrocio fecondo tra Soulwax (batterie), Jamie XX (samples vocali) e Caribou (melodie acustiche), mescolati per far ballare sì, ma sempre responsabilmente, come tiene a precisare.
Ben venga allora la contaminazione, lo scontro tra generi e prospettive anche lontane che da sempre sono motore di cambiamento e innovazione musicale. Si può ballare sia al ritmo ossessivo dei tamburi a cornice che dei kick drums in un paio d’ore senza pensare siano cose diverse ma trovando connessioni inaspettate.
Questa serata ci ha dimostrato che tutto questo è possibile e auspicabile da parte di un pubblico trasversale che ricerca momenti simili per abbattere sempre di più etichette e confini tra mondi musicali differenti.

Alessandro Camiolo

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

Il caldissimo esordio del Flowers Festival 2026

Il 25 giugno 2026, durante una qualsiasi serata rovente di inizio estate, il Flowers Festival 2026 è stato inaugurato da SCAR, Labadessa e Fulminacci. 

Verso le 20.30 SCAR apre il concerto. Il cantante ha uno stile che spazia tra sperimentazioni pop e cantautorato moderno. Esordisce con alcuni brani dal suo repertorio come “Tutto ciò che odio” e “Giorno d’estate” durante il quale scende tra il pubblico e canta camminando tra gli spettatori. Il suo intervento è breve ma accolto calorosamente.

Di Elisa Giuliani

Alle 21 è il momento de Labadessa, che sconvolge tutti con il suo bizzarro umorismo ammaliando anche chi non lo conosceva. Noto fumettista napoletano, Labadessa si “diletta” nel canto dal 2019: sullo schermo dietro il palco viene proiettato il protagonista dei suoi fumetti, ovvero un uomo con la testa da uccello coricato tra le nuvole.

Di Elisa Giuliani

Labadessa ripercorre tutta la sua discografia tra ironia e puro trauma dumping: innumerevoli canzoni ci racconta essere state scritte per la sua ex, come “Le foche”, “Colline di Jeans”, “Tappeti del bagno”, mentre alcune per amori totalmente immaginati, come spiega nel brano “Cappuccini”. Ma quelle più gradite dal pubblico, forse perché poco prevedibili, sono state il mashup fra “Tra le giostre” e “Non me lo so spiegare” di Tiziano Ferro e “Dragon Ball Giuro Ti” cover di “Dragon Ball GT” di Giorgio Vanni. Dopo vari ringraziamenti e lunghi applausi da parte del pubblico, Labadessa e il complesso che lo accompagna lasciano spazio all’headliner della serata.

Alle 22.40 dopo una lunga pausa e un cambio look al palco entra in scena la band di Fulminacci, che intona le note iniziali di “Forte la banda”, per lanciare l’arrivo super acclamato del cantante. La lunghissima scaletta, già brevettata per il tour Palazzacci, riesce ad accontentare tutti, dai fan più recenti a chi lo segue ormai da anni. 

Per chi lo ha scoperto da poco, il cantante non manca di portare i brani dell’ultimo album Calcinacci, uscito a marzo di quest’anno dopo la partecipazione a Sanremo con “Stupida sfortuna”. Per chi è un veterano invece, Fulminacci pesca dagli scorsi album: “Forte la banda”, che dalla sua uscita (se non per il tour di Infinito +1) ha sempre tassativamente aperto  il concerto, “Tommaso”, “Borghese in borghese” e “Una sera” tratti dal suo album d’esordio La vita veramente, e qualche singolo come “Tutto inutile”, “Chitarra blu” e “Brutte compagnie”; e ancora grandi successi come “San giovanni” “Tattica”, “Aglio e olio” e chi più ne ha più ne metta.

Di Elisa Giuliani

Verso la fine il cantante legge i ringraziamenti che personalizza per ogni tappa del tour: ringrazia Fred Buscaglione, lo smemorato di Collegno, elementi salienti di Torino come i gianduiotti, i murazzi e il bicerin, e infine omaggia i piemontesi che con lui sono sempre stati veri e cortesi. 

Il caldo si fa brezza tiepida e passata la mezzanotte il concerto termina. Le 6 mila persone radunate, stremate dal caldo e dai balli scatenati, si dileguano, e termina così la prima data del Flowers di quest’anno. 

Maria Scaletta

Metronimìe Festival: poetica fuori dall’ordinario

Si è tenuta a Torino la sesta edizione del Metronimìe Festival, manifestazione interamente dedicata alla poesia e alla sperimentazione sonora. Anticipato da due anteprime tenutesi al Magazzino sul Po e al Imbarchino del Valentino, il festival ha confermato la vocazione degli artisti ospitati. 

Il 13 giugno, in occasione della terza serata, si sono esibiti al Magazzino sul Po il duo fiorentino San Giorgio Cibernetico, formato dal performer Matteo Zoppi e dal musicista Michael Nannini, e lo storico progetto collettivo piemontese Uochi Toki, guidato dal rapper Napo e dal sampler e compositore Rico. Ultima ma non meno importante presenza è quella del batterista Giovanni Todisco, noto con lo pseudonimo Mortal Kimbo, interprete di un linguaggio intenso e rituale. Tra la teatralità catartica del primo e l’astrattezza spiazzante dei secondi, la serata ha raggiunto momenti di grande intensità, costruendo una poetica anomala e perturbante: un autentico schiaffo alla routine quotidiana.

Dando voce ad alcuni protagonisti della poesia di neoavanguardia italiana, tra cui Amelia Rosselli e Giorgio Celli, i San Giorgio Cibernetico intrecciano frammenti letterari e improvvisazione in un progressivo crescendo apocalittico. A metà tra spoken word, teatro performativo ed elettronica sperimentale, il duo costruisce trame sonore e dense, capaci di assorbire l’attenzione del pubblico e di trasformare il palco in uno spazio di sospensione espressiva.  

Attivi sulla scena da oltre venticinque anni, se si considera il progetto antecedente Laze Biose, gli Uochi Toki hanno attraversato diverse stagioni dell’hip hop italiano: dallo schietto conscious hip hop di L’estetica all’uragano sonoro di Gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste – debitore delle frammentazioni impattanti degli statunitensi Dälek – il gruppo non ha mai smesso di abbracciare nuovi confini musicali, arrivando a incorporare linguaggi estremi al pari del power noise. Uno dei loro ultimi lavori, “Le Metamorfosi” (2023), assume i contorni di un sarcastico bilancio esperienziale, un apparente testamento all’interno della loro prolifica carriera discografica. 

Da circa due anni, il progetto si è ampliato, assumendo dal vivo la forma di una vera e propria comunità sotto il nome di Uochi Toki Collective. Durante la serata torinese sono saliti sul palco anche Mrs. Bhutan, figura avvolta nell’anonimato e caratterizzata da un immaginario visivo capace di suscitare straniamento, e il duo di hip hop underground Ciolle Pare: attraverso un articolato flusso di coscienza, le new entry del collettivo si muovono lungo traiettorie differenti rispetto alla produzione storica degli Uochi Toki, pur dimostrando una notevole capacità di integrarsi all’interno del loro universo sonoro.

In un panorama culturale sempre più orientato alla fruizione rapida e immediata, il Metronimìe Festival si propone di rappresentare uno spazio prezioso per l’ascolto attivo, in particolar modo per la ricerca sonora. Tra poesia performativa, sperimentazione elettronica e hip hop sperimentale, gli artisti coinvolti ricordano come l’arte possa ancora essere un territorio di scoperta, capace di interrogare, disorientare e aprire nuove possibilità di percezione del reale.

Andrea Arcidiacono

Madame: il Disincanto si fa canto

«Madame non è solo intrattenimento»

Madame non è solo intrattenimento e non è una fabbrica di hit. Disincanto lo dimostra e lo conferma fin dal primo ascolto. L’album è uno spazio di esposizione in cui l’artista mette in gioco ogni parte di sé, senza filtri, senza istruzioni e senza la preoccupazione di risultare sempre gradevole. «Madame fa riflettere quando senti»: i brani non si limitano all’ascolto, chiedono di essere attraversati e offrono qualcosa di raro, soprattutto nel panorama musicale contemporaneo: profondità e riconoscimento.

Dopo un periodo di silenzio, Madame torna e si spoglia con un album che porta addosso tutte le cicatrici degli ultimi anni con l’indistinguibile capacità di dare forma a sofferenza, impulsi, emozioni confuse, contraddittorie e difficili da spiegare. Una scrittura che riesce a trasformare inquietudini private in esperienze condivise, creando un rifugio in cui chi ascolta può sentirsi compreso, restituendo senso e dignità a sentimenti spesso patologizzati che restano nascosti e senza linguaggio.

È in questa dimensione che si inserisce la cruda vulnerabilità di “Come stai?” e il significato profondo della frase «Madame ha salvato una ragazzina»: non si tratta di idolatria pop, ma del potere concreto, quasi pedagogico, della musica, in grado di offrire identificazione, parole e persino una forma di sopravvivenza e di ancoraggio capace di abbattere le barriere della solitudine. 

Il disincanto di Madame non è nichilismo o cinismo ma una consapevolezza estrema; una lucidità e una profondità emotiva e sociale così intense da diventare dolorose, quasi ingestibili. Questa iper lucidità si trasforma in introspezione, ma anche in critica verso la società contemporanea e verso l’industria musicale, descritta come una «fabbrica dell’orrore» che monetizza l’identità e pretende autenticità soltanto quando è facilmente vendibile, impacchettabile, consumabile e mai scomoda.

Non è un caso che la costruzione del progetto e il marketing non si limitano a promuovere il disco, ma ne amplificano i temi. La copertina è già di per sé rappresentativa: un minimalista titolo e codice a barre. Chiede implicitamente quanto vale la musica, e quanto costa tutto ciò che le ruota attorno. Anche le immagini diffuse sui social e nei manifesti — foto vulnerabili e personali, raffiguranti anche un letto d’ospedale — non sono semplice provocazione promozionale ma un’estensione coerente dell’album che raccontano la necessità di mostrarsi senza filtri ma si chiedono a quale prezzo.

La critica all’industria musicale non resta astratta. In “Mai più”, uno dei brani più taglienti del disco, Madame trasforma il disincanto in attacco diretto, arrivando a lanciare stoccate contro figure e realtà dell’ambiente musicale come Shablo ed Esse Magazine. Più che un semplice dissing del rap-game, il brano manifesta una frattura ormai insanabile con un sistema percepito come ipocrita e opportunista, capace di trasformare l’arte in merce e l’identità in prodotto. In questo senso, il “sassolino dalla scarpa” che Madame decide di togliersi rappresenta una rottura radicale dalla macchina dello stream, del clickbait e dalla giovanissima esperienza sanremese. Un cortocircuito evidente in “OK”, dove l’accondiscendenza e l’incapacità di dire di no diventano una gabbia dalla quale evadere.

Disincanto rappresenta una profonda maturazione artistica e personale. Madame apre gli occhi gonfi di disincanto e si confronta direttamente con la propria precedente ingenuità e con le illusioni legate al successo, sostituendole con uno sguardo più severo e consapevole. Questo superamento delle facili illusioni emerge nel dialogo in “Volevo capire con Marracash”, in cui il bisogno di dare ordine alle emozioni si scontra con la fama, con i soldi e con il contrasto tra vita privata e personaggio pubblico; dialogo che prosegue e diventa soliloquio in “Rosso come il fango”. In questo brano, Madame critica il mito meritocratico tipico del capitalismo, mostrando come il successo non dipenda solo da talento e impegno, ma anche da fortuna e privilegi. La canzone mette così in discussione la narrazione del “self-made”, evidenziando le disuguaglianze strutturali che restano spesso nascoste dietro le eccezioni di successo. Successo che non viene più celebrato, ma vissuto con senso di colpa e con la consapevolezza del divario tra chi emerge e chi resta ai margini. Il “fango”, in contrapposizione al “sangue blu”, diventa allora il simbolo delle proprie origini e di una precarietà da cui non ci si può davvero separare e che non si può ignorare.

Madame è raffinata e poetica, ma al tempo stesso brutalmente trasparente, capace di passare dalla confessione più intima alla denuncia sociale senza perdere mai coerenza. Il magnetismo del disco risiede proprio nei contrasti. Madame, con la sua penna, riesce ad alternare immagini di grande delicatezza a un linguaggio improvvisamente aggressivo e osceno, «più volgare della Divina Commedia». È una tensione che unisce il conflitto interiore, quasi ancestrale di brani come “Bestia” e “Allucinazioni”, alle provocazioni carnali e spiazzanti di “Puttana Svizzera” (feat. Nerissima Serpe, Papa V e 6occia). Madame non ricerca misura o compromesso, ma autenticità viscerale.

La cantautrice smette di fare musica per audience e mercato ma per necessità e sopravvivenza. La salute mentale è infatti una delle tematiche centrali. Già dall’incipit — «voglio anche soffrire, ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo» — Madame distingue il dolore legato all’ocd da quello dell’esistenza, impostando da subito un percorso che non cerca soluzione ma convivenza. La chiusura arriva con “Grazie”, un monologo da seduta di psicoterapia, e si affida alla barra «paragonata al mondo la mia vita è straordinaria, grazie» che spezza l’autocommiserazione e diventa quasi guarigione senza però ricomporre nulla, solo un cambio di prospettiva.

In Disincanto, la poesia convive con il corpo, la vulnerabilità con la rabbia, l’eleganza con l’eccesso e in questo caos splendidamente sviscerato Madame si conferma un’artista necessaria. Disincanto non è solo intrattenimento. L’introspezione che lo attraversa non nasce per essere consumata, ma per essere abitata: non si lascia osservare a distanza neanche quando è scomoda, incoerente, difficile da decifrare. Madame non è (più) usa e getta e non è solo divertimento: è un’esperienza che lascia traccia. Nel disincanto sopravvive il canto. 

Linda Signoretto