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Aka Danno: si può ancora fare rap a cinquant’anni

Circa un anno fa si spargeva la notizia del ritorno di Neffa al rap: un evento che, dopo l’entusiasmo iniziale, ha lasciato spazio a una diffusa delusione post-ascolto. Questo canovaccio rischiava di ripetersi con un’altra uscita molto attesa di questo inizio 2026: stiamo parlando del primo disco da solista di Danno, nome d’arte di Simone Eleuteri, membro dei Colle der Fomento, storico gruppo romano fondato nel 1994 insieme a Masito e DJ Baro.


Partiamo dal titolo AKA Danno, che un po’ come il già citato Neffa e il suo I molteplici mondi di Giovanni, il cantante Neffa, riflette sull’identità dell’autore, le sfaccettature e gli alter-ego che lo contraddistinguono. La foto in copertina completa il tutto: Danno, completamente vestito e immerso nell’acqua fino alla vita, osserva l’orizzonte come alla fine di un lunga nuotata al largo verso territori sconosciuti. Il rapper, per ritrovare se stesso e la propria musica, ha superato il suo passato, il già noto, per andare oltre e mettersi alla prova.

Foto di copertina di Filippo Maffei

L’album inizia con una breve traccia programmatica che in due strofe stabilisce i punti cardinali del progetto: la sua personalità («Nel mio cervello c’è un conflitto/ Che parte da parte di entrambi gli emisferi» e ancora «Ciclotimia mon amour/ Musicopatico da terapia»); l’alter-ego, in questo caso il personaggio di Thurman del film I guerrieri della notte; la politica («Fanculo ogni nazi col mito di Odino e di Thor»). La seconda traccia “Killemall” è acida e distorta: Danno rivendica la sua resistenza contro l’industria musicale e i suoi soliti featuring, d’altronde il disco è un’autoproduzione («Sta merda spinta dai media per uomini medi che sognano Medellín/ …/ E una cultura diventa prodotto da vendere a tanto fintanto che dura») e inserisce un sample cantautoriale nel ritornello (“1999” di Lucio Dalla), un marchio di fabbrica che ritorna a più riprese nei brani successivi. In “Tom Waits” ad esempio, quasi come esercizio di stile, Danno e Ice One, produttore del primo album dei Colle, omaggiano il cantautore statunitense con un collage testuale e musicale di frasi, titoli e microcampioni dei suoi brani. Nella successiva “Brucia Roma”, a partire dal titolo riferito a Venditti, Danno cita nella strofa anche De Andrè/Cecco Angiolieri (“S’ì fosse foco”) in un brano cupo e dolente, antitesi disincantata de “Il cielo su Roma” del ‘99.


Si diceva prima di alter-ego e disturbi di personalità che ritornano come temi centrali nel brano in due parti “Yokozuna / Jakesulring”. Da una parte un wrestler di origine samoane, dall’altra Jake LaMotta, Danno in tutto questo è Jedi Master, «Er mejo MC, senza ciondoli sur petto/ …/ Vecchia scuola con il blaster, Radio Raheem» e conclude recitando il monologo finale di Toro scatenato. La riflessione politica caratterizza i brani più hardcore dell’album, “Vamos a la playa” e “Il blues di Gundabag”: nella prima Danno guarda allo scenario mondiale («Il mondo in mano a un miliardario pazzo, è Lex Luthor/ …/ Il vecchio mondo aspetta per il Reich un nuovo Hitler») e incita a schierarsi («È inutile che stamo qui a fà gli MC/ Se poi non dimo un cazzo»); nella seconda, “Il blues di Gundabag”, quello nazionale («Tu che ridi, io che piango e penso: è solo un’enorme sconfitta/ Ma il generale della minchia dura parla a rotella e poi spara a razzo/ Cazzate sulla razza italica e tratti somatici di ‘sto cazzo/ Xª Mas, tutti contenti, fuori puliti, ma dentro so’ sporchi»). Un attacco frontale alla destra, alle sue rivendicazioni, all’inconsistenza politica che dà luce a una realtà avvelenata nel profondo da chi sta al potere. Questa dimensione quasi allucinatoria prende forma a livello musicale in “Distorsore”, dove l’uso del delay e il cambio di voce a metà tra Beastie Boys e Lou X crea un effetto di rallentamento che si unisce al testo monostrofico grigio e lunatico.


I brani finali sono una conclusione aperta del percorso verso nuove strade del rapper romano che in “Colibrì” afferma: «Tenere il mio cervello attivo, darmi un obiettivo/ Trovare un modo e ricordarmi che ci sta un motivo» e «Mi sono spinto al largo ultimamente/ Dove è fondo per guardare giù dallo strapiombo/ E ritrovare un senso al mio racconto/ … / Simone si è perso e forse non ritorna». Mentre in “Svegliami”, brano sul rapporto col padre e realizzato insieme al cantautore Motta, Danno chiude in modo intimo, privato e personale un album che in 10 tracce riesce a essere tutto ciò che ormai il rap mainstream con molti producer e featuring non è: ovvero autentico ed emozionante. Non ne facciamo un discorso di contenuti, perché un ventenne e cinquantenne non possono parlare delle stesse cose, ma più un fatto di capacità nel creare un proprio racconto, un immaginario, uno stile che non sia lo stereotipo di qualcos’altro o una figurina bidimensionale, ma che emerga, si faccia sentire, richieda attenzione come diverso da tutto il resto.

Alessandro Camiolo

Dentro sé stessi: il Macbeth di Muti

Il teatro e l’arte non servono a divertire ma a far evolvere culturalmente e spiritualmente l’animo umano. Più ci si avvicina all’armonia e alla bellezza, più ci si allontana dalla violenza che abita questo mondo. Con questo spirito Riccardo Muti torna al Teatro Regio per la quarta volta in cinque anni e inaugura l’anteprima giovani, il 20 febbraio, del Macbeth verdiano – sold out per tutte le repliche. Un’opera che Muti dirige da più di cinquant’anni ma che ogni volta «spalanca voragini nuove». «Perché dirigo ancora Macbeth? Ma avete visto la mia faccia? C’è una simbiosi!» afferma con ironia alla conferenza stampa.

Opera cardine della stagione “Rosso”, il nuovo allestimento del Teatro Regio in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo rappresenta a pieno la duplicità dell’animo in continua lotta tra il bene e il male.
«Fair is foul, and foul is fair»: Macbeth di Giuseppe Verdi è un’opera costruita sull’antitesi, sul doppio, sull’ambiguità tra luce e ombra. I confini tra ambiente esterno e interiorità si sfaldano e si fanno incerti, rendendo tutto inafferrabile.

La disamina del testo di Shakespeare appare imprescindibile per la regista Chiara Muti – che ancora una volta affianca il padre con una fiducia che va oltre il mero legame familiare. A partire dal testo del Bardo, la regia di Chiara Muti e la scenografia di Alessandro Camera prendono vita traducendo la frattura tra luce e ombra e la dualità dell’animo in materia visiva: un grande arco, che delinea la forma di un immenso occhio, delimita una desolata brughiera fangosa animata da corpi melmosi di streghe. Siamo dentro la mente di Macbeth: spettatori dentro e fuori di lui.

Uno sguardo e una psiche che non distinguono più i confini: ciò che è reale si confonde con ciò che è frutto dell’immaginazione e della follia. Le streghe, dapprima mimetizzate nello scuro paesaggio, sembrano rocce immobili ricoperte di fango. Dopo il preludio orchestrale – cesellato con una sensibilità infernale – la materia si anima: dal terreno – o forse dal fondo della psiche del protagonista – emergono corpi mortiferi; si sollevano, si torcono e cantano con un andamento sincopato, grottesco. È una danza macabra che incrina ogni certezza percettiva: sono creature reali o è la mente in frantumi di Macbeth a plasmarle e dar loro consistenza?

Foto di Daniele Ratti, da cartella stampa Teatro Regio di Torino

La scenografia non cambia mai: rimane identica a sé stessa per tutti e quattro gli atti, ostinata come un’ossessione e immobile come un monito che grava sul mondo. Solo pochi elementi, inseriti in maniera calibrata, tentano – con risultati non efficaci – di ridefinire gli spazi e distinguere ambienti interni ed esterni. La scenografia sembra voler dichiarare qualcosa di (in)stabile che avviene nel paesaggio mentale di Macbeth. Emblematica è l’apparizione di un letto nel secondo quadro del primo atto: simbolo della notte, dell’incubo e della passione, diviene esso stesso iride al centro del grande occhio. Macbeth e Lady si confrontano sul delitto, in modo intimo e perturbante ma circondati da un ampio spazio che non riesce a contenere il segreto omicida. Proprio quando la tensione, il carattere manipolatore di Lady, la sopraffazione di Macbeth e la complicità dei due arriva al culmine («E se fallisse il colpo? / Non fallirà… se tu non tremi»), si odono suoni di un’orchestrina marziale e la scena si popola di corpi, indebolendo la tensione psicologica creata dalle parole dei due.

Più incisiva risulta la scena dell’apparizione dello spirito di Banco, in chiusura di secondo atto. Un grande specchio alle spalle del trono e della tavola regale – generato anch’esso dalla materia nera del suolo-psiche – diventa dispositivo drammaturgico che riflette, nasconde e altera. Attraverso un calibrato effetto di luci, la figura immobile di Banco appare e scompare dietro lo specchio. Non entra in scena, si manifesta. La fissità spettrale contrapposta al crescente disordine e tormento emotivo di Macbeth rende l’apparizione più perturbante. Il banchetto per l’incoronazione si trasforma in un incubo da cui è impossibile fuggire.

Macbeth non è un re, ma un attore che recita la parte. La sua regalità è svuotata di senso; la scenografia lo sottolinea con tragicità: sul fondo un sipario rosso, instabile. La scena sembra raddoppiarsi, e Macbeth ostenta sicurezza davanti a luci fisse – che poi come lucciole volteggiano nello spazio e svaniscono – e davanti ad un pubblico che non c’è, o che forse esiste solo nella sua mente febbrile in cerca di conferme e legittimazione. Macbeth resta solo un attore e un prigioniero di un ruolo (o di sé stesso?).

La musica diventa specchio dei personaggi rivelando i mostri nascosti della psiche. Le parole prendono potere, si caricano di significati profondi che la musica amplifica. La volontà di Verdi di porre l’attenzione «sul poeta e non sul compositore» qui si riverbera nella modalità espressiva dei cantanti-attori, e nell’attento studio dell’emissione del suono, del colore e della dinamica: pronuncia nitida, priva di scivolamenti o sillabe sacrificate alla cantabilità.

Foto di Mattia Gaido, da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Nel ruolo di protagonista, Luca Micheletti – baritono avvezzo al repertorio verdiano e interprete affine alla visione di Muti – costruisce un Macbeth tormentato con un timbro scuro e tragico. Dopo il delitto del re Duncan, la voce soffocata mostra il progressivo svuotamento e collasso dell’animo di Macbeth. Al suo fianco una Lady Macbeth dall’estensione vocale estrema: Lidia Fridman – soprano che torna al Regio dopo il Ballo in maschera del 2024 – dispiega la sua voce attraversando con sicurezza e potenza tanto il registro grave, che caratterizza il lato più oscuro del personaggio, quanto quello acuto, capace di sovrastare l’orchestra e il coro. La sua interpretazione caratterizza una donna demoniaca e manipolatrice ma, allo stesso tempo, fragile e vittima della follia.

Non delude neanche questa volta il coro del Teatro Regio che, sotto la direzione di Piero Monti, si impone come autentico protagonista, al pari di Macbeth e Lady. È presenza collettiva che assume volti e significati diversi: è forza sovrannaturale quando dà voce alle streghe; ma è anche voce del popolo. La duttilità espressiva del coro incarna le forze invisibili che muovono il destino e la fragilità umana.

Dal 24 febbraio al 7 marzo il Macbeth di Verdi (e di Muti) porta a Torino una riflessione profonda, lasciando domande e risposte indefinite: quanto può il senso di colpa divenire peso insopportabile, fino a sgretolare l’identità? E quanto siamo padroni o vittime delle nostre paure e del nostro inconscio?
È questo che vuole portare in scena Riccardo Muti: un teatro che non offre soluzioni ma interroga l’io più profondo.

Ottavia Salvadori

Studio Murena in concerto: la notte del jazz-rap all’italiana

In principio ci fu Ghemon, a mescolare soul e rap in Italia; poi i Funk Shui Project, prima con Willie Peyote e dopo con Davide Shorty; oggi gli Studio Murena, band formatasi al Conservatorio di Milano, che porta avanti quell’idea unendo jazz, rap ed elettronica.
Li abbiamo ascoltati giovedì 13 novembre all’Hiroshima Mon Amour di Torino, in una serata piuttosto gelida che ben si coniuga con Notturno, il loro ultimo progetto.
L’inizio del loro concerto chiama a raccolta tutto il pubblico attraverso una voce registrata che invita a instaurare una connessione col campo di frequenze e le vibrazioni musicali che ci di lì a poco ci coinvolgeranno. Dopo di ciò, i sei membri salgono sul palco e danno il via all’esibizione con “Another Day with Another Sun”, brano ammaliante che ci introduce in questo viaggio al termine della notte. Arriviamo a “Vienna”, brano sentimentale in cui attraverso la lente Battiato (“Tutto l’universo obbedisce all’amore”) si rilegge una relazione di coppia. C’è una breve sosta prima di ripartire con un interludio in cui sentiamo una voce recitare il famoso monologo sulle apparenze tratto da Persona di Ingmar Bergman,mentre sullo schermo scorre un montaggio frenetico di immagini in bianco e nero.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Si ricomincia con i brani più lisergici e allucinatori del sestetto, quali “Baba Yaga”, suonata sventolando la bandiera dei pirati, “Long John Silver” e “Nostalgia” in cui il sample di Ornella Vanoni (“Domani è un altro giorno”) si trasforma in un coro cantato dal pubblico. Si passa poi a una serie di brani in anteprima più rilassati e intimi, a cover inaspettate come quella di “Toxic” di Britney Spears, in una versione screamo, e “Gangsta’s Paradise” di Coolio; e infine “Cannemozze”, brano realizzato per la collana CINEVOX ReFramed in cui il gruppo campiona  una colonna sonora di Piero Piccioni. 

Il finale del concerto guarda da un lato a Milano con “MON AMI”, in riferimento al rapporto d’amore e odio verso la città e i suoi abitanti, e dall’altra alla musica con “Jazzhighlanders”, in cui ritorna a sventolare la Jolly Roger, simbolo di resistenza, libertà e di speranza nel futuro. Gli Studio Murena hanno saputo coinvolgere il pubblico intensamente nel loro mondo fusion dall’attitudine punk, in cui “l’hip-hop funziona, è semplice e figo” e ben bilanciato al jazz e alle sperimentazioni elettroniche.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Alessandro Camiolo

Hamlet in Musica: il fascino del Romanticismo francese a Torino

L’Anteprima Giovani del Teatro Regio di Torino rappresenta un’opportunità straordinaria per avvicinarsi all’opera, un genere che in queste occasioni dimostra di essere, più che mai, giovane e vivo.

In programma, il 13 maggio 2025, c’è Hamlet, opera composta nel 1868 dall’omonima tragedia di William Shakespeare con musiche di Ambroise Thomas e libretto di Michel Carré e Jules Barbier.  Cinque atti che sfidano l’adattamento di un testo tanto complesso e intenso, a cui la regia di Jacopo Spirei offre una risposta brillante.

All’arrivo in sala, prima dell’inizio dello spettacolo, il sipario è già alzato, alcuni figuranti leggono appassionatamente un libro – presumibilmente l’omonima opera shakespeariana. Pian piano il palco si riempie di lettori e finalmente le luci si spengono. L’Orchestra del Teatro Regio, diretta da Jérémie Rhorer, comincia a suonare dopo essere stata annunciata da un rullo di timpani. Il preludio, inizialmente cupo e malinconico, si intensifica diventando una marcia reale: è proprio in un’ambientazione nobiliare ma decadente che la storia di Hamlet ha inizio.

Foto da cartella stampa Teatro Regio Torino, foto di Daniele Gatti e Mattia Gaido

Il Coro del Teatro Regio rompe il predominio orchestrale con un canto solenne, rappresentando lo sfarzo delle nozze tra Gertrude e Claudius, rispettivamente Re e Regina di Danimarca. 

I protagonisti dell’opera, Hamlet e Ophélie sono rispettivamente interpretati dal tenore John Osborn, e dal soprano Sara Blanch. Si presentano in un duetto dove la voce tenorile di Hamlet e quella sopranile di Ophélie si fondono esprimendo tutta la spensieratezza della gioventù dei giovani innamorati, che purtroppo avrà breve durata.

Laerte, il fratello di Ophélie, entra in scena subito dopo, (l’interpretazione del personaggio si deve a Julien Henric), seguito poco dopo dai due amici di Hamlet, Horatio (Tomislav Lavoie) e Marcellus (Alexander Marev), che si presentano dando ad Hamlet la sconvolgente notizia di aver avvistato lo spettro del padre deceduto.

Un’orchestrina dietro al palco e dei rintocchi di campana annunciano la comparsa dello Spettro, interpretato dal basso Alastair Miles, sempre accompagnato da due bambini, presumibilmente Hamlet e Ophélie da piccoli. Il fantasma parla con un declamato su una nota fissa  per tutto il discorso, variando raramente, per esempio durante la ripetizione di «Venge-moi! Venge-moi!» dove il canto si alza leggermente per sottolineare l’urgenza del messaggio.

Foto da cartella stampa Teatro Regio Torino, foto di Daniele Gatti e Mattia Gaido

La Regina Gertrude è interpretata dal mezzosoprano Clémentine Margaine, dalla  voce calda e potente che contrasta con quella leggera e cristallina di Ophélie, dimostrando eccellentemente la differenza d’età tra i due personaggi. Analogo è il rapporto tra le voci di Claudius, interpretato dal basso Riccardo Zanellato, dalla voce piena e profonda, e quella tenorile di Hamlet, più acuta e giovanile.

Gli ultimi personaggi a comparire sono i due becchini, interpretati da Janusz Nosek e Maciej Kwaśniewski che  in questa versione assumono le sembianze di medici legali in un obitorio umido e squallido.

Di grande effetto sono le scelte registiche, come l’uso delle luci, spesso impiegate come riflettori cinematografici. Le scenografie, realizzate da Gary McCann, hanno contribuito a rendere Hamlet un’esperienza visiva di forte impatto: edifici sontuosi ma decadenti, con pareti dall’intonaco scrostato, un evidente contrasto tra presente e passato. Particolarmente suggestiva è la messa in scena dello spettacolo L’assassinio di Gonzago da parte di Hamlet e degli istrioni, durante il banchetto di nozze: grazie all’utilizzo di tre marionette giganti che occupano quasi interamente il palcoscenico, la rappresentazione assume un carattere fortemente spettacolare e coinvolgente.

Foto da cartella stampa Teatro Regio Torino, foto di Daniele Gatti e Mattia Gaido

Prima dell’inizio di quest’ultima scena un delicato assolo di sassofono soprano rompe il silenzio della sala, regalando un momento di grande suggestione. Questo intervento è degno di nota perché, al tempo in cui l’opera fu composta, il sax era uno strumento appena inventato e poco diffuso. L’effetto  sorpresa che suscitò allora si rinnova ancora oggi poiché lo strumento rimane una presenza rara e inaspettata nel repertorio operistico.

Il quarto atto si distacca dal resto dell’opera, creando un ambiente a parte, molto cupo, probabilmente una soffitta con molti mobili sullo sfondo coperti da teli. Ophélie ne è la protagonista indiscussa. La scena, per come è strutturata, può ricordare l’“Atto in bianco” del balletto romantico per eccellenza, Giselle, da cui il regista sembra prendere ispirazione per le ambientazioni e i costumi, grazie alla presenza di tante donne vestite in abito da sposa. Ophélie percorre la scena, apparendo fragile e sofferente, ma allo stesso tempo travolta dalla follia, come se cercasse di persuadersi della propria felicità inesistente. Il canto, ricco di sforzati e glissati, richiama l’aria della bambola meccanica “ Les oiseaux dans la charmille” dall’opera fantastica Les contes d’Hoffmann. Sara Blanch interpreta il personaggio magistralmente, con una voce agile ed espressiva, donando un punto di vista introspettivo e innocente della giovane ragazza.

Foto da cartella stampa Teatro Regio Torino, foto di Daniele Gatti e Mattia Gaido

Il finale mette in scena la morte di Claudius e l’incoronazione di Hamlet come nuovo re. Il coro enuncia solennemente «Vive Hamlet, vive notre Roi!» ma il protagonista appare profondamente triste: abbraccia la salma di Ophélie mentre si dondola su un cavalluccio a dondolo: un’immagine carica di malinconia.

Al termine dell’opera, il pubblico esplode in un lungo applauso, particolarmente caloroso per il Coro, diretto da Ulisse Trabacchin, e per le interpretazioni di Claudius, Gertrude e Ophélie che hanno profondamente commosso gli spettatori.

Questa messa in scena di Hamlet ha portato a Torino l’opera romantica francese, un repertorio poco noto nel nostro paese, ma che vale davvero la pena riscoprire e far conoscere meglio.

Marta Miron

Presentata la nuova stagione 2025-2026 del Teatro Regio di Torino: “ROSSO”

Torino accoglie con entusiasmo la presentazione della nuova stagione del Teatro Regio che prevede un cartellone che combina tradizione e innovazione.

Il 6 maggio al Foyer del Toro, in apertura della conferenza stampa, il sovrintendente Jouvin ricorda due grandi figure del teatro lirico che sono venute a mancare in questi giorni: Pierre Audi, direttore del Festival d’Aix-en-Provence e il baritono Alberto Mastromarino. Poche parole, molto sentite, in ricordo di due persone che lasceranno un grande vuoto.

Il titolo scelto per la stagione, Rosso, nasce da un’attenta riflessione collettiva. Il colore, simbolo di passione e desiderio, nasconde anche un lato oscuro: quello della violenza e del sangue. Jouvin cita un passaggio di La scrittura o la vita di Jorge Semprùn: «Cerco la regione cruciale dell’anima in cui il Male assoluto si oppone alla fratellanza», una frase che riflette sul dualismo insito nell’essere umano. E proprio da questo tema prende vita il cartellone della nuova stagione: conflitti tra bene e male che raccontano la duplicità dell’animo in continua lotta tra amore e odio.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Ad inaugurare il nuovo anno operistico sarà Francesca da Rimini¸ opera di Zandonai nata nel 1914 per la città di Torino. Diretta da Andrea Battistoni, l’opera è un esempio di literaturoper basata sulla tragedia di D’Annunzio e rappresenta un viaggio tra influenze italiane, della scuola di Mascagni, e suggestioni da Debussy, Ravel e Strauss.
Il direttore artistico Cristiano Sandri sottolinea l’importanza dell’equilibrio tra opere di repertorio e titoli meno noti che vogliono essere riscoperti e riportati in vita. In questa visione si inserisce Francesca da Rimini affidata alla regia di Andrea Berna, giovane regista vincitore del Premio Abbiati nel 2024.

Più volte, nel corso della conferenza, viene enfatizzata la fiducia che gli artisti nutrono nei confronti del Teatro Regio, riconosciuto come ambiente accogliente in cui tornano sempre con entusiasmo. Prova ne è l’opera di apertura, che ha visto il Teatro riunire un cast di attori-cantanti di prestigio disposti ad accettare anche i ruoli minori, brevi nella loro durata ma estremamente impegnativi dal punto di vista vocale; tra questi vi sono i due fratelli di Francesca, Samaritana e Ostasio, interpretati rispettivamente da Valentina Boi e Devid Cecconi.
Tra gli interpreti si evidenzia la presenza di Roberto Alagna, nel ruolo di Paolo, che torna a Torino dopo 20 anni, e la giovane Barno Ismatullaeva che ha lasciato il segno nel 2023 nella Madama Butterfly.

La stagione inizia già ad ammorbidire i toni con Il Ratto del Serraglio, diretto da Gianluca Capuano e la regia di Michel Fau. Il Singspiel di Mozart mescola serietà e comicità lasciando un messaggio di speranza che scava approfonditamente nelle passioni dei personaggi.
L’allestimento dello spettacolo viene dall’Opéra Royal de Versailles e preannuncia una produzione evocativa e colorata capace di trasportare il pubblico nei paesaggi turchi e nel palazzo del Pascià Selim.

Dicembre sarà il mese dedicato ai balletti e vedrà il grande ritorno di Roberto Bolle, che accende gli animi degli appassionati. Quest’anno, sul palco del Regio, Bolle non porterà il consueto gala “Bolle and Friends”, ma presenterà uno spettacolo intitolato “Caravaggio” su musica di Bruno Moretti.
L’anno si concluderà con altri due titoli importanti e due compagnie estere: la Compagnia di Balletto del Teatro Nazionale di Praga che porterà sul palco Romeo e Giulietta, e il Balletto Nazionale della Lettonia di Riga, per la prima volta ospite a Torino con Il lago dei Cigni.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino

Come afferma Jouvin, dopo le festività natalizie e il freddo del mese di dicembre è necessario riscaldare i cuori con un titolo più leggero e sognante. A gennaio, con l’allestimento del Maggio Musicale Fiorentino e la regia di Manu Lalli, andrà in scena La Cenerentola di Rossini. La produzione vuole recuperare la fiaba di Perrault per divertire il pubblico e farlo tornare un po’ bambino, una coccola prima del grande ritorno del maestro Riccardo Muti con la cupa riflessione proposta da Macbeth.

Tratta dalla tragedia di Shakespeare, l’opera scava nell’animo umano per meditare sulle tematiche del male, del potere, del destino e della colpa: un esempio lampante di come la musica e il teatro permettano di comprendere, o quantomeno interrogarsi, sulla profondità delle emozioni. Ad affiancare il direttore d’orchestra, tornerà la regia di Chiara Muti e un cast di interpreti fedeli al maestro Muti, tra cui Luca Micheletti (Macbeth) e Giovanni Sala (Macduff).

L’unico titolo di cui, durante la conferenza, viene raccontata brevemente la trama è Dialoghi delle Carmelitane: per la prima volta a Torino verrà raccontato il tragico episodio della Rivoluzione Francese. L’allestimento proviene dal Dutch National Opera & Ballet, da una produzione che ha debuttato nel 1997 ad Amsterdam, e a dirigere l’orchestra ci sarà Yves Abel.

La stagione continuerà con uno titolo belliniano, I Puritani, affidato a Francesco Lanzillotta e Pierre-Emmanuel Rousseau, duo artistico che aveva collaborato nel 2023 per la produzione de La Rondine.

In chiusura dia stagione, tornerà sul podio Andrea Battistoni con un caposaldo del repertorio operistico: Tosca di Puccini, definita dal direttore un «thriller musicale ante litteram». Tosca, opera che ha accompagnato Battistoni in diversi debutti in prestigiosi teatri internazionali, sarà diretta dal maestro per la prima volta in Italia proprio sul palco del Teatro di Torino.
La regia è affidata a Stefano Poda, che torna dopo il premio Abbiati per il miglior spettacolo del 2023 (Juive), e il cast vede il ritorno del baritono Roberto Frontali nel ruolo di Vitellio Scarpia, dopo il successo nel ruolo di Gianni Schicchi. A interpretare Tosca e Cavaradossi, saranno  Chiara Isotton e Martin Muehle.

Per concludere la conferenza, vengono presentati i progetti e le attività dedicate a famiglie, giovani e scuole. «Il pubblico giovane è il nostro futuro» afferma il sovrintendente, ribadendo l’impegno del Regio nei confronti delle nuove generazioni con sconti per gli Under30, la creazione di una Card Under16 e la prosecuzione della campagna “Il Regio è di tutti”.
Tra le iniziative al Piccolo Regio figurano Hänsel e Gretel, Pierino e il Lupo, Brundibàr, Il Piccolo Principe e la riduzione di La Cenerentola, proposta con una drammaturgia ad hoc per avvicinare bambini, giovani e adulti al mondo del teatro operistico.

La stagione 2025-2026 preannuncia un anno intenso, capace di emozionare e incantare il pubblico.

Ottavia Salvadori

La dama di picche: il destino in tre carte

Seduzione, ossessione e un destino ineluttabile. La dama di picche. Capolavoro di Pëtr Il’ič Čajkovskij su libretto del fratello Modest, tratto dall’omonimo racconto di Puškin. L’opera, composta nel 1890, segna uno dei vertici espressivi del teatro musicale russo. Il compositore, in uno dei momenti più tormentati della sua vita, infonde nella partitura un’intensità drammatica e anche cinematografica, avvicinandosi alla tragica ossessione del protagonista Hermann, consumato dal gioco d’azzardo e dalla misteriosa formula segreta delle tre carte. Questo tormento prende forma nell’aria “Che cos’è la nostra vita? Un gioco!”, in cui il protagonista ripete ossessivamente il suo pensiero fisso.

La dama di picche è in scena al Teatro Regio di Torino in un nuovo allestimento prodotto dalla Deutsche Oper di Berlino, firmato dal regista Sam Brown, che raccoglie e sviluppa la visione del compianto Graham Vick. La direzione musicale è affidata a Valentin Uryupin, specialista del repertorio russo, mentre il cast vede protagonisti Mikhail Pirogov nel ruolo di Hermann, Zarina Abaeva in quello di Lisa e Jennifer Larmore nei panni della Contessa. Completano la compagnia Elchin Azizov (Tomskij), Vladimir Stoyanov (Eleckij) e Deniz Uzun (Polina).

foto da cartella stampa, di Marcus Lieberenz

La regia di Sam Brown presenta Hermann come un uomo qualunque, intrappolato in una realtà soffocante e monocorde. La sua esistenza, confinata in un dormitorio militare, è lo specchio di un desiderio frustrato di riscatto sociale. Lisa, il suo amore impossibile, incarna il contrasto tra il mondo del privilegio e la disperazione del protagonista, che cerca una via d’uscita nel segreto della Contessa. L’opera si trasforma così in un dramma psicologico in cui sogno e realtà si sovrappongono, portando Hermann verso un destino segnato dall’illusione e dalla follia. Lo spettatore col dubbio su cosa fosse reale.

L’allestimento si distingue per alcuni elementi visivi di grande impatto. Il coro, attraverso un gioco di ombre, si trasforma in una folla minacciosa, amplificando la paranoia e il senso di accerchiamento. Un ulteriore livello narrativo è dato dalla la proiezione di spezzoni del film La dama di picche del 1916, che dialogano con la messinscena come un secondo piano narrativo. A completare questa dimensione visiva, sopra il sipario utilizzato per i cambi scenografici appaiono dei veri e propri cartigli, in stile cinema muto, che forniscono  un contesto alla scena o indicavano il luogo in cui si svolgeva l’azione.

foto da cartella stampa, di Marcus Lieberenz

In molti di questi cartigli comparivano anche citazioni da Dostoevskij, che aprivano ulteriori riflessioni. Lo spettatore più attento poteva così interrogarsi su ciò che vedeva: era tutto reale? O solo una proiezione dell’inconscio di Hermann? Era solo la caduta di un uomo nell’ossessione, o una riflessione più ampia sulla libertà individuale, la colpa, la coscienza? La presenza di Dostoevskij da lo spunto per guidare lo spettatore in un percorso parallelo, rendendolo forse più partecipe e consapevole di ciò che vede.

Scenografica la chiusura dell’opera. Hermann, ormai consumato dal pensiero ossessivo delle tre carte, si presenta al tavolo da gioco. Sebbene non sia un giocatore abituale, possiede esattamente tre carte, come predetto dalla dama di picche. Le prime due gli fanno vincere somme enormi, ma l’avidità – o forse il desiderio disperato di vedere la profezia compiersi fino in fondo – lo spinge a giocare anche la terza. A quel punto entra il principe Eleckij, l’unico disposto a sfidarlo. Ma nel momento decisivo, Hermann scopre che la sua ultima carta non è l’asso, bensì proprio la dama di picche. Ha perso tutto. E si toglie la vita.

Piccola nota di cronaca: durante il primo atto un semplice cambio di scenografia ha dato a molti spettatori l’illusione dell’intervallo, con tanto di esodo verso il foyer sventato dalla solerzia delle maschere. Tutto comprensibile vista la scarsa conoscenza di un titolo, che tuttavia è stato molto apprezzato a fine serata.

Questo allestimento di La dama di picche si è rivelato una produzione di grande impatto visivo, moderna ed emotiva. La regia di Brown ha offerto una prospettiva che mette in luce l’attualità del dramma umano di Hermann, sempre sospeso tra desiderio e autodistruzione.

Joy Santandrea

“Rigoletto” va in carcere

Questa stagione del Teatro Regio è all’insegna del teatro per tutti. Un principio che si concretizza con un progetto straordinario: portare l’opera all’interno della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, dove il 10 marzo 2025 andrà in scena una speciale rappresentazione di Rigoletto.

L’iniziativa, curata da Vittorio Sabadin, nasce con l’obiettivo di contribuire alla formazione e riformazione dei ragazzi della struttura, offrendo loro un’esperienza nuova e rigenerante. Non si tratta solo di uno spettacolo, ma di un percorso formativo che ha coinvolto attivamente la comunità carceraria: i detenuti hanno collaborato alla realizzazione delle scenografie, costruendo praticabili, sgabelli, pedane e dipingendo i periacti: unendo così arte e partecipazione attiva.

Durante la conferenza stampa, è stato ribadito quanto possa essere emozionante sentire le arie e le musiche del Rigoletto risuonare nei corridoi della struttura, un momento in cui la bellezza dell’opera si fa ponte tra “dentro” e “fuori”, tra il carcere e la città. Un progetto pilota che il Teatro Regio, in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo e il Teatro Stabile di Torino, auspica possa consolidarsi e crescere nel tempo.

Il sindaco di Torino e Presidente della Fondazione Teatro Regio, Stefano Lo Russo, ha sottolineato come questa iniziativa incarni l’idea di una città dove la cultura è accessibile a tutti, ribadendo il ruolo educativo e riabilitativo che il carcere dovrebbe avere, oltre alla sua funzione punitiva.

Un’occasione, quindi, non solo per portare l’opera in un contesto inedito, ma per offrire un’opportunità di crescita e riscatto personale ai partecipanti. Il teatro diventa così strumento di dialogo e formazione, testimoniando ancora una volta la sua forza trasformativa.

A cura di Joy Santandrea

Un mondo deforme: “Rigoletto” di Leo Muscato

Il Teatro Regio continua ad attirare molto pubblico con una nuova produzione sold out fino all’11 marzo. Con l’anteprima giovani, il 27 febbraio viene inaugurato il nuovo allestimento di Rigoletto firmato da Leo Muscato. Reduce dal successo di Agnese di Paër, nel 2019, Muscato torna al Teatro Regio di Torino insieme alla scenografa Federica Parolini e alla costumista Silvia Aymonino. La carriera di Muscato è costellata di collaborazioni con teatri d’opera prestigiosi e importanti premi quali il Premio Abbiati come Miglior Regista d’Opera (2012), l’International Opera Awards (2016) e il Premio Internazionale Ivo Chiesa come Miglior Regista d’Opera (2023).

A dirigere l’orchestra c’è Nicola Luisotti, ex direttore dell’Opera di San Francisco insignito della San Francisco Opera Medal per i suoi meriti artistici e riconosciuto come uno specialista del repertorio verdiano. Con Verdi torna a Torino dopo otto anni per presentare un’opera che ha segnato la storia del melodramma, la prima delle tre opere della trilogia popolare del compositore composta nel 1851.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino, foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti

Siamo persone con identità fragili che si nascondono dietro maschere ingannevoli e tutto il mondo intorno a noi è deforme. Questa è l’epoca in cui viviamo, dove apparenza e finzione spesso prevalgono sulla realtà, ma è anche il tema in cui un’opera come Rigoletto trova le sue radici. Non è facile attualizzare opere del passato per raccontarle in maniera trasversale – ha sottolineato Muscato durante la conferenza stampa – ma la messa in scena di Rigoletto sul palco del Teatro Regio è riuscita magistralmente a rendere l’opera vicina al sentire contemporaneo.

La deformità di Rigoletto è frutto dell’ambiente che lo circonda e della società corrotta primo novecentesca che danza tra le due guerre. Il preludio iniziale introduce una scena dominata da una struttura muraria ondulata, realizzata con superfici riflettenti e deformanti, che trasforma il palco in un mondo precario e straniante.
Solo sul palco, Rigoletto, il giullare dal naso rosso, contempla la sua immagine nell’unico specchio reale che gli mostra la sua vera essenza: è un uomo solitario e triste, con la gobba e l’alopecia, costretto a nascondersi dietro una maschera per sopravvivere a corte.
Nasce probabilmente da qui l’idea di giocare con una scena fissa ma girevole: l’allestimento scenografico diventa un protagonista che sussurra l’ambiguità dei personaggi e la fragilità di un mondo in disfacimento. La scenografia di Parolini svela e nasconde: i personaggi sentono ma non vengono visti, il pubblico vede ma costruisce nella propria immaginazione gli spazi in cui si svolgono le azioni. Improvvisamente le mura cittadine ruotano svelando la festa in corso all’interno del palazzo ducale, presentata da un tableau vivant di personaggi aristocratici. Nasi e maschere da suino deturpano i volti di alcuni personaggi accentuando il grottesco e la decadenza che permea ogni angolo.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino, foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti

L’illuminazione di Alessandro Verazzi gioca un ruolo cruciale nel rafforzare il senso di straniamento. Il gioco di luci rapisce lo sguardo di tutti e scuote gli animi trasformando il palcoscenico in un labirinto di emozioni, personalità e di ambienti. Ogni fascio di luce, calibrato al millimetro, genera riflessi o ombre tragiche sulla struttura muraria rivelando verità taciute e crea dei veri e propri quadri dando vita ad un ulteriore livello di lettura dello spettacolo. Durante la tempesta del terzo atto, il pubblico, abbagliato da luci intermittenti, diventa parte integrante del dramma, condividendo paure ed emozioni con i personaggi. Un’intuizione registica che ha creato un’esperienza sensoriale partecipativa.

Muscato ci regala un Rigoletto che si allontana in alcuni punti dalla fedeltà al libretto originale, arricchendo e sfaccettando il dramma non solo dal punto di vista scenografico ma anche dal punto di vista narrativo. Monterone, dopo aver lanciato la sua maledizione, muore per poi riapparire, in altri quadri, come un fantasma vestito di bianco e illuminato da una luce fredda e intensa, un costante promemoria del destino che incombe su Rigoletto.
Gilda viene presentata come una giovane ragazza affidata alle cure di un convento o di un convitto, un’anima pura e innocente in un mondo corrotto.
Nell’atto finale, la drammaturgia si discosta ulteriormente dal libretto di Piave con l’ambientazione della scena in un postribolo, una fumeria d’oppio. La forte carica teatrale è amplificata dall’uso di luci e fumo che dividono il palco in tre sezioni: una luce blu a sinistra per la scena di “La donna è mobile”, una luce viola per il postribolo al centro, e una luce più calda per Gilda e Rigoletto che, esterni, osservano la scena. Improvvisamente un taglio di luce tragico, in gusto noir, attraversa i volti di Gilda e Rigoletto, sopraffatti dalla visione e ascolto del cantabile “Bella figlia dell’amore”.

Foto da cartella stampa Teatro Regio di Torino, foto di Mattia Gaido e Daniele Ratti

L’inizio del primo atto è risultato musicalmente sottotono, con una certa difficoltà nel percepire le voci e le parole di alcuni interpreti i quali, probabilmente nel tentativo di preservare la propria voce per le repliche, hanno optato per un’esecuzione a mezza voce. Tuttavia, dalla conclusione del primo atto, l’orchestra e i cantanti hanno espresso il loro pieno potenziale emotivo e vocale, con passaggi dinamici di notevole impatto. Nicola Luisotti ha diretto le sfumature musicali con maestria, mantenendo la fedeltà al tema centrale dell’opera e arricchendolo di nuove sfaccettature emotive. Un plauso speciale va al Coro del Regio, guidato da Ulisse Trabacchin, che ha saputo trasformare i momenti corali in autentiche manifestazioni di espressività.

Un piccolo ma significativo gesto è stato quello di Luisotti che, al termine della rappresentazione, è rimasto sul suo podio, seminascosto, per applaudire l’intero cast, dimostrando grande rispetto e apprezzamento per il lavoro di tutti.
La rappresentazione di Rigoletto, come preannunciato durante la conferenza stampa, è stata frutto di un lavoro di squadra eccezionale che ha dato vita ad una fusione armoniosa di talenti artistici e legami umani.

A cura di Ottavia Salvadori

Conferenza stampa all’insegna dell’amicizia: “Rigoletto” al Teatro Regio

Quante volte abbiamo partecipato a conferenze stampa che sembravano interminabili successioni di formalità e discorsi tediosi?
Fortunatamente, l’appuntamento del 24 febbraio al Teatro Regio ha decisamente cambiato registro, offrendo un’atmosfera amichevole, serena, divertente ma con contenuti interessanti e stimolanti. La conferenza stampa del Rigoletto preannuncia una messa in scena accattivante e avvincente.

A fare gli onori di casa, Luigi Lana, presidente di Reale Mutua e Michele Coppola, vicepresidente del Teatro Regio, i cui interventi si concentrano sul tema della collettività. Ma i veri protagonisti sono coloro che, dietro le quinte o in prima linea, danno vita allo spettacolo. Tra questi, a presentare Rigoletto nella Sala del Caminetto, ci sono: Cristiano Sandri – direttore artistico, Nicola Luisotti – direttore d’orchestra, Leo Muscato – regista, Federica Parolini – scenografa, Silvia Aymonino – costumista, Giuliana Gianfaldoni – interprete di Gilda, George Petean – interprete di Rigoletto.

Foto di Ottavia Salvadori

Rigoletto, in scena dal 28 febbraio all’11 marzo (con l’anteprima giovani il 27 febbraio) è frutto di un percorso creativo intenso e appassionato che, come afferma Luisotti, nasce da “collisioni” che si trasformano in “fusioni”, per poi diventare “armonia” e dare finalmente vita all’opera che vedremo sul palco.

L’équipe è di altissimo livello e già dalla conferenza stampa esprime sinergia, coesione e amicizia tra gli artisti. A fare da collante è la stima reciproca, a partire da Leo Muscato e Nicola Luisotti che scherzano sul loro amore corrisposto, una coppia di “fidanzati” che si versa l’acqua nel bicchiere nonostante le sedute distanti.

A rubare la scena è proprio Luisotti, un direttore d’orchestra dirompente e anticonvenzionale, capace di negare il proprio ruolo con un’ironia irresistibile. «Che cosa fa un direttore d’orchestra? Non fa niente!», ha esordito, e per dimostrarlo ha parodiato se stesso, riducendo la direzione d’orchestra a movimenti delle mani e ad una mimica facciale intensa. Cosa rende quindi il gesto del direttore d’orchestra un elemento significativo? Come ha spiegato Luisotti, il senso del suo gesto «apparentemente inutile» è possibile solo grazie alla collaborazione con musicisti, cantanti, attori e tutti coloro che contribuiscono a realizzare l’idea musicale. Il direttore d’orchestra fa suonare la stessa cosa a tutti, non solo a orchestra e cantanti ma anche al direttore artistico. Un’opera d’arte non nasce sola: ha bisogno degli artisti, di tutta la troupe, del pubblico, della stampa e del mondo intero. Solo attraverso questa sinergia si crea una serata magica.

Foto di Ottavia Salvadori

Il regista Leo Muscato aggiunge: «Uno spettacolo è il risultato di un percorso condiviso da diverse persone. Un’opera può prendere forme diverse a seconda di chi lo realizza»; e per questo si spinge ad affermare che Luisotti oltre ad essere un grande direttore d’orchestra e poeta dell’esistenza, potrebbe essere un bravissimo regista.

A differenza del dramma di Hugo, testo di natura politica censurato per cinquant’anni, Rigoletto di Verdi di focalizza sull’umanità, sulle fragilità e sui sentimenti umani. La regia di Muscato vuole proprio porre l’attenzione sul problema dell’identità: tutti i personaggi, ad eccezione di Gilda, non hanno nomi propri. Rigoletto è probabilmente la maschera di un uomo-giocattolo, il Duca ad ogni atto cambia identità passando da aristocratico a studente fino a trasformarsi in militare. Quello di Rigoletto è, dunque, un mondo deforme, che influenza tutti. La scelta scenografica di inserire specchi che distorcono le immagini diventa metafora di una società in cui l’identità è frammentata e mutevole, ispirata alla pittura espressionista che, con i suoi colori accesi, mette in scena punti di vista discontinui.

Foto di Ottavia Salvadori

Rigoletto è un’opera che parla di fragilità, di emozioni, di miseria, di conflitti e, come afferma Giuliana Gianfaldoni, è una storia che può rivelare alcuni lati personali. Il soprano ogni volta che interpreta Gilda, figlia di Rigoletto, riscopre alcuni aspetti del suo rapporto personale con il padre. Dimostrare l’amore è difficile e Rigoletto è l’emblema di questo amore complesso che riesce ad esprimere solo in maniera ossessiva e possessiva.

Dalle prime parole della conferenza stampa era chiaro: questo Rigoletto è frutto di un lavoro di squadra appassionato e il sold out di tutte le date lo presagisce. Non ci resta che attendere l’anteprima giovani del 27 febbraio e scoprire come i valori dell’amicizia e dell’armonia si traducano in emozione pura.

A cura di Ottavia Salvadori

L’elisir d’amore e qualcosa in più

In programma dal 28 gennaio al 5 febbraio 2025, il Teatro Regio di Torino ospiterà L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti in un nuovo allestimento firmato da Daniele Menghini.

L’opera, su libretto di Felice Romani, debuttò a Milano nel 1832. Nemorino, un giovane contadino, tenta di conquistare Adina, la donna amata, con l’aiuto di un elisir d’amore in realtà vino rosso venduto dal ciarlatano Dulcamara. Dopo una serie di equivoci e peripezie, l’amore sincero di Nemorino e la gelosia di Adina trionfano.

Con la regia di Menghini si ha qualcosa in più. Il riflesso del mondo del protagonista è quello dei burattini: Menghini trasforma Nemorino in un Geppetto contemporaneo che, fragile e sensibile, si rifugia in un mondo di marionette. La sua ricerca d’amore vero è raccontata come una fiaba. Nemorino costruisce un “mondo di legno” in cui tutti i personaggi sono scolpiti dalla sua immaginazione, divenendo demiurgo della sua storia, passando però dall’essere libero burattinaio a succube della storia che sta creando. Con l’integrazione di questo pensiero, il plot dell’opera diventa più approfondito. Un approccio che esplora la fragilità e il sogno giovanile. Il cast vede Valerio Borgioni nel ruolo di Nemorino, Enkelada Kamani come Adina, Lodovico Filippi Ravizza nel ruolo del sergente Belcore e Simone Alberghini interpreta Dulcamara.

Affascinante e suggestiva. Come si imparerà seguendo la vicenda, si sono cercate forti connessioni tra Pinocchio di Collodi e l’opera di Donizetti.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino.

Ecco che comincia l’ouverture e già si vede qualcosa di diverso dal “tradizionale”. Mentre Fabrizio Maria Carminati dirige l’orchestra, Nemorino fa il suo ingresso dalla platea. Vestito in maniera contemporanea, con giaccone e felpa rossa, si dirige verso il palco e si prepara a lavorare sul burattino di Adina. I costumi per il coro di burattini sono ben pensati. Rimandano a manichini di legno con vestiti d’epoca creando un forte distacco iniziale tra protagonista e chi lo circonda. Inoltre anche la recitazione degli attori-burattini non è lasciata al caso, ricordando proprio i movimenti dei pupi.

Sul palco, oltre agli attori in carne ed ossa, ci sono anche protagonisti in legno e tessuto. In più punti dell’opera compaiono vere marionette e burattini mossi dagli attori; recitano affiancando il personaggio che rappresentano, come per Dulcamara e la sua marionetta nell’aria “Voglio dire, lo stupendo elisir”. Oppure sono usate per raccontare visivamente le storie che vengono citate: come quella di Isotta o nel momento della “Barcaruola a due voci”. La presenza di due tessuti teatrali in scena ci rende spettatori di un teatro nel teatro. A fornire questi “attori” d’eccezione è stata la storica famiglia di burattinai Grilli.

La scenografia è visivamente semplice, ma ben studiata. Una falegnameria con un palco di burattini da piazza: con ciocchi di legno, pezzi di marionette e… un mini frigo. Scenografia che in qualche modo si trasformerà seguendo il percorso del protagonista.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino.

L’apparizione di Dulcamara, nella Scena II dell’Atto I, ha subito un richiamo, per costumi ed atteggiamento, alla figura di Mangiafuoco. Durante l’aria “Udite, udite, o rustici”, dà prova di ciò, ammaliando la folla di attori-burattini. Già il personaggio nella versione originale grazie al suo carisma ingannevole, fa riflettere lo spettatore sulla fragilità di credere a soluzioni facili; il fatto che i suoi “spettatori”, in questa versione, siano burattini, aumenta la percezione della manipolazione. Il personaggio del ciarlatano “comico” di Dulcamara si trasforma così in una critica sociale.

L’unione con i personaggi della fiaba di Collodi diventa sempre più chiara quando, alla fine del primo Atto, emerge, da una bara, portata sul palco da due conigli in abito nero, proprio il burattino di Pinocchio, che durante le danze quasi tribali degli attori-burattino, viene smontato e privato del cuore. Ora Nemorino viene vestito proprio con il costume che caratterizza il personaggio collodiano: cappello a cono e naso lungo. Il burattinaio è diventato burattino.

Il momento più sospirato dell’opera è stata l’aria “Una furtiva lagrima” di Nemorino, dove Valerio Borgioni ha saputo regalarci una commistione di leggerezza e introspezione. Se prima il palcoscenico era spartito su più vicende e personaggi, ora c’è solo lui e tutti ci raccogliamo attorno a quel ragazzo diventato soldato che canta d’amore. Una scenografia svuotata, mangiata dalle termiti… lui in piedi sul bancone da falegname, sotto a una grande mano che tiene i fili di Nemorino ormai burattino.

L’inizio e la fine dell’opera sono speculari. Non solo per il ritorno del protagonista alla sua soggettività: l’amore vero lo sveste dai panni di soldato e lo riveste con il suo giaccone e felpa rossa. Ma anche riprendendo l’espediente scenico dell’ouverture: scende dal palco per uscire dalla platea assieme alla sua amata Adina.

Con un cast che ha particolarmente superato le già alte aspettative e una regia che ha saputo dare una nuova “mano di vernice” all’opera donizettiana, come forse allusivamente richiamato dai gesti dei burattini in alcune scene, l’anteprima giovani è stata ben recepita dal pubblico. Una geniale rilettura ricompensata con sonanti applausi conclusivi e decisamente apprezzata anche da chi si sarebbe aspettato qualcosa di più tradizionale.

A cura di Joy Santandrea