Circa un anno fa si spargeva la notizia del ritorno di Neffa al rap: un evento che, dopo l’entusiasmo iniziale, ha lasciato spazio a una diffusa delusione post-ascolto. Questo canovaccio rischiava di ripetersi con un’altra uscita molto attesa di questo inizio 2026: stiamo parlando del primo disco da solista di Danno, nome d’arte di Simone Eleuteri, membro dei Colle der Fomento, storico gruppo romano fondato nel 1994 insieme a Masito e DJ Baro.
Partiamo dal titolo AKA Danno, che un po’ come il già citato Neffa e il suo I molteplici mondi di Giovanni, il cantante Neffa, riflette sull’identità dell’autore, le sfaccettature e gli alter-ego che lo contraddistinguono. La foto in copertina completa il tutto: Danno, completamente vestito e immerso nell’acqua fino alla vita, osserva l’orizzonte come alla fine di un lunga nuotata al largo verso territori sconosciuti. Il rapper, per ritrovare se stesso e la propria musica, ha superato il suo passato, il già noto, per andare oltre e mettersi alla prova.

L’album inizia con una breve traccia programmatica che in due strofe stabilisce i punti cardinali del progetto: la sua personalità («Nel mio cervello c’è un conflitto/ Che parte da parte di entrambi gli emisferi» e ancora «Ciclotimia mon amour/ Musicopatico da terapia»); l’alter-ego, in questo caso il personaggio di Thurman del film I guerrieri della notte; la politica («Fanculo ogni nazi col mito di Odino e di Thor»). La seconda traccia “Killemall” è acida e distorta: Danno rivendica la sua resistenza contro l’industria musicale e i suoi soliti featuring, d’altronde il disco è un’autoproduzione («Sta merda spinta dai media per uomini medi che sognano Medellín/ …/ E una cultura diventa prodotto da vendere a tanto fintanto che dura») e inserisce un sample cantautoriale nel ritornello (“1999” di Lucio Dalla), un marchio di fabbrica che ritorna a più riprese nei brani successivi. In “Tom Waits” ad esempio, quasi come esercizio di stile, Danno e Ice One, produttore del primo album dei Colle, omaggiano il cantautore statunitense con un collage testuale e musicale di frasi, titoli e microcampioni dei suoi brani. Nella successiva “Brucia Roma”, a partire dal titolo riferito a Venditti, Danno cita nella strofa anche De Andrè/Cecco Angiolieri (“S’ì fosse foco”) in un brano cupo e dolente, antitesi disincantata de “Il cielo su Roma” del ‘99.
Si diceva prima di alter-ego e disturbi di personalità che ritornano come temi centrali nel brano in due parti “Yokozuna / Jakesulring”. Da una parte un wrestler di origine samoane, dall’altra Jake LaMotta, Danno in tutto questo è Jedi Master, «Er mejo MC, senza ciondoli sur petto/ …/ Vecchia scuola con il blaster, Radio Raheem» e conclude recitando il monologo finale di Toro scatenato. La riflessione politica caratterizza i brani più hardcore dell’album, “Vamos a la playa” e “Il blues di Gundabag”: nella prima Danno guarda allo scenario mondiale («Il mondo in mano a un miliardario pazzo, è Lex Luthor/ …/ Il vecchio mondo aspetta per il Reich un nuovo Hitler») e incita a schierarsi («È inutile che stamo qui a fà gli MC/ Se poi non dimo un cazzo»); nella seconda, “Il blues di Gundabag”, quello nazionale («Tu che ridi, io che piango e penso: è solo un’enorme sconfitta/ Ma il generale della minchia dura parla a rotella e poi spara a razzo/ Cazzate sulla razza italica e tratti somatici di ‘sto cazzo/ Xª Mas, tutti contenti, fuori puliti, ma dentro so’ sporchi»). Un attacco frontale alla destra, alle sue rivendicazioni, all’inconsistenza politica che dà luce a una realtà avvelenata nel profondo da chi sta al potere. Questa dimensione quasi allucinatoria prende forma a livello musicale in “Distorsore”, dove l’uso del delay e il cambio di voce a metà tra Beastie Boys e Lou X crea un effetto di rallentamento che si unisce al testo monostrofico grigio e lunatico.
I brani finali sono una conclusione aperta del percorso verso nuove strade del rapper romano che in “Colibrì” afferma: «Tenere il mio cervello attivo, darmi un obiettivo/ Trovare un modo e ricordarmi che ci sta un motivo» e «Mi sono spinto al largo ultimamente/ Dove è fondo per guardare giù dallo strapiombo/ E ritrovare un senso al mio racconto/ … / Simone si è perso e forse non ritorna». Mentre in “Svegliami”, brano sul rapporto col padre e realizzato insieme al cantautore Motta, Danno chiude in modo intimo, privato e personale un album che in 10 tracce riesce a essere tutto ciò che ormai il rap mainstream con molti producer e featuring non è: ovvero autentico ed emozionante. Non ne facciamo un discorso di contenuti, perché un ventenne e cinquantenne non possono parlare delle stesse cose, ma più un fatto di capacità nel creare un proprio racconto, un immaginario, uno stile che non sia lo stereotipo di qualcos’altro o una figurina bidimensionale, ma che emerga, si faccia sentire, richieda attenzione come diverso da tutto il resto.
Alessandro Camiolo



















