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Un ritorno tanto desiderato del rap: Ernia al Flowers Festival

Dopo tre anni di attesa, l’8 luglio, Ernia torna con Solo per Amore Tour, sul palco del Flowers Festival 2026. Più carico che mai, l’artista ha celebrato non solo il tour, ma anche i suoi dieci anni di carriera musicale.

Ad aprire il concerto è “Figlio di”, un inizio d’impatto che fa esplodere l’entusiasmo del pubblico fin dalle prime note.

È impossibile non riconoscere il talento di Ernia, soprattutto durante “LEWANDOWSKI XI”: ciò che colpisce è un notevole controllo del respiro, la precisione con cui interpreta un testo ricchissimo di parole e la naturalezza con cui cresce il ritmo senza mai perdere intensità.

Apprezzabili sono anche i riferimenti, in chiave ironica, alle sue canzoni di esordio e di come sia aumentato il suo seguito: dalle zero persone presenti al suo primo live ai sold out degli ultimi anni. Durante la serata si percepisce chiaramente il percorso di crescita del cantante: il suo modo di scrivere e fare musica si è evoluto nel tempo, senza però perdere la propria identità.

Foto di Fabio Marchiaro / @fabionicotm

Il concerto prosegue con brani più profondi come “Buonanotte”, cantato con un’evidente emozione. Ciò che rende il concerto coinvolgente è il rapporto che Ernia riesce a creare con il pubblico: tra un brano e l’altro, alterna momenti più leggeri a riflessioni personali, facendo sentire le persone presenti parte dello spettacolo e non semplici spettatori. È proprio questo equilibrio tra energia e intimità a caratterizzare l’intera serata.

Al Flowers Festival si respira un’atmosfera di grande entusiasmo: il pubblico, numeroso e partecipe fin dall’inizio, accompagna Ernia in ogni brano, trasformando il concerto in una vera festa per celebrare il suo ritorno sul palco.

Tra i momenti più significativi della serata spicca quello in cui il pubblico intona il ritornello di “Perché”, originariamente interpretato da Madame, creando un’atmosfera che va oltre la semplice esibizione.

Foto di Fabio Marchiaro / @fabionicotm

Il concerto termina con “Grato”, una scelta che sembra quasi voler essere un ringraziamento ai fan, in cui Ernia restituisce  l’affetto ricevuto durante la serata.

È stato uno di quei concerti in cui ci si lascia trasportare dall’energia della musica, anche senza conoscere a memoria tutte le canzoni. Si esce con la sensazione di aver assistito all’esibizione di un artista capace di unire tecnica, presenza scenica ed emozione, qualità che rendono l’esperienza del suo live coinvolgente e unica dall’inizio alla fine.

Silvia Appendino

Madame: il Disincanto si fa canto

«Madame non è solo intrattenimento»

Madame non è solo intrattenimento e non è una fabbrica di hit. Disincanto lo dimostra e lo conferma fin dal primo ascolto. L’album è uno spazio di esposizione in cui l’artista mette in gioco ogni parte di sé, senza filtri, senza istruzioni e senza la preoccupazione di risultare sempre gradevole. «Madame fa riflettere quando senti»: i brani non si limitano all’ascolto, chiedono di essere attraversati e offrono qualcosa di raro, soprattutto nel panorama musicale contemporaneo: profondità e riconoscimento.

Dopo un periodo di silenzio, Madame torna e si spoglia con un album che porta addosso tutte le cicatrici degli ultimi anni con l’indistinguibile capacità di dare forma a sofferenza, impulsi, emozioni confuse, contraddittorie e difficili da spiegare. Una scrittura che riesce a trasformare inquietudini private in esperienze condivise, creando un rifugio in cui chi ascolta può sentirsi compreso, restituendo senso e dignità a sentimenti spesso patologizzati che restano nascosti e senza linguaggio.

È in questa dimensione che si inserisce la cruda vulnerabilità di “Come stai?” e il significato profondo della frase «Madame ha salvato una ragazzina»: non si tratta di idolatria pop, ma del potere concreto, quasi pedagogico, della musica, in grado di offrire identificazione, parole e persino una forma di sopravvivenza e di ancoraggio capace di abbattere le barriere della solitudine. 

Il disincanto di Madame non è nichilismo o cinismo ma una consapevolezza estrema; una lucidità e una profondità emotiva e sociale così intense da diventare dolorose, quasi ingestibili. Questa iper lucidità si trasforma in introspezione, ma anche in critica verso la società contemporanea e verso l’industria musicale, descritta come una «fabbrica dell’orrore» che monetizza l’identità e pretende autenticità soltanto quando è facilmente vendibile, impacchettabile, consumabile e mai scomoda.

Non è un caso che la costruzione del progetto e il marketing non si limitano a promuovere il disco, ma ne amplificano i temi. La copertina è già di per sé rappresentativa: un minimalista titolo e codice a barre. Chiede implicitamente quanto vale la musica, e quanto costa tutto ciò che le ruota attorno. Anche le immagini diffuse sui social e nei manifesti — foto vulnerabili e personali, raffiguranti anche un letto d’ospedale — non sono semplice provocazione promozionale ma un’estensione coerente dell’album che raccontano la necessità di mostrarsi senza filtri ma si chiedono a quale prezzo.

La critica all’industria musicale non resta astratta. In “Mai più”, uno dei brani più taglienti del disco, Madame trasforma il disincanto in attacco diretto, arrivando a lanciare stoccate contro figure e realtà dell’ambiente musicale come Shablo ed Esse Magazine. Più che un semplice dissing del rap-game, il brano manifesta una frattura ormai insanabile con un sistema percepito come ipocrita e opportunista, capace di trasformare l’arte in merce e l’identità in prodotto. In questo senso, il “sassolino dalla scarpa” che Madame decide di togliersi rappresenta una rottura radicale dalla macchina dello stream, del clickbait e dalla giovanissima esperienza sanremese. Un cortocircuito evidente in “OK”, dove l’accondiscendenza e l’incapacità di dire di no diventano una gabbia dalla quale evadere.

Disincanto rappresenta una profonda maturazione artistica e personale. Madame apre gli occhi gonfi di disincanto e si confronta direttamente con la propria precedente ingenuità e con le illusioni legate al successo, sostituendole con uno sguardo più severo e consapevole. Questo superamento delle facili illusioni emerge nel dialogo in “Volevo capire con Marracash”, in cui il bisogno di dare ordine alle emozioni si scontra con la fama, con i soldi e con il contrasto tra vita privata e personaggio pubblico; dialogo che prosegue e diventa soliloquio in “Rosso come il fango”. In questo brano, Madame critica il mito meritocratico tipico del capitalismo, mostrando come il successo non dipenda solo da talento e impegno, ma anche da fortuna e privilegi. La canzone mette così in discussione la narrazione del “self-made”, evidenziando le disuguaglianze strutturali che restano spesso nascoste dietro le eccezioni di successo. Successo che non viene più celebrato, ma vissuto con senso di colpa e con la consapevolezza del divario tra chi emerge e chi resta ai margini. Il “fango”, in contrapposizione al “sangue blu”, diventa allora il simbolo delle proprie origini e di una precarietà da cui non ci si può davvero separare e che non si può ignorare.

Madame è raffinata e poetica, ma al tempo stesso brutalmente trasparente, capace di passare dalla confessione più intima alla denuncia sociale senza perdere mai coerenza. Il magnetismo del disco risiede proprio nei contrasti. Madame, con la sua penna, riesce ad alternare immagini di grande delicatezza a un linguaggio improvvisamente aggressivo e osceno, «più volgare della Divina Commedia». È una tensione che unisce il conflitto interiore, quasi ancestrale di brani come “Bestia” e “Allucinazioni”, alle provocazioni carnali e spiazzanti di “Puttana Svizzera” (feat. Nerissima Serpe, Papa V e 6occia). Madame non ricerca misura o compromesso, ma autenticità viscerale.

La cantautrice smette di fare musica per audience e mercato ma per necessità e sopravvivenza. La salute mentale è infatti una delle tematiche centrali. Già dall’incipit — «voglio anche soffrire, ma non per quello che ho in testa, ma perché vivo» — Madame distingue il dolore legato all’ocd da quello dell’esistenza, impostando da subito un percorso che non cerca soluzione ma convivenza. La chiusura arriva con “Grazie”, un monologo da seduta di psicoterapia, e si affida alla barra «paragonata al mondo la mia vita è straordinaria, grazie» che spezza l’autocommiserazione e diventa quasi guarigione senza però ricomporre nulla, solo un cambio di prospettiva.

In Disincanto, la poesia convive con il corpo, la vulnerabilità con la rabbia, l’eleganza con l’eccesso e in questo caos splendidamente sviscerato Madame si conferma un’artista necessaria. Disincanto non è solo intrattenimento. L’introspezione che lo attraversa non nasce per essere consumata, ma per essere abitata: non si lascia osservare a distanza neanche quando è scomoda, incoerente, difficile da decifrare. Madame non è (più) usa e getta e non è solo divertimento: è un’esperienza che lascia traccia. Nel disincanto sopravvive il canto. 

Linda Signoretto

Aka Danno: si può ancora fare rap a cinquant’anni

Circa un anno fa si spargeva la notizia del ritorno di Neffa al rap: un evento che, dopo l’entusiasmo iniziale, ha lasciato spazio a una diffusa delusione post-ascolto. Questo canovaccio rischiava di ripetersi con un’altra uscita molto attesa di questo inizio 2026: stiamo parlando del primo disco da solista di Danno, nome d’arte di Simone Eleuteri, membro dei Colle der Fomento, storico gruppo romano fondato nel 1994 insieme a Masito e DJ Baro.


Partiamo dal titolo AKA Danno, che un po’ come il già citato Neffa e il suo I molteplici mondi di Giovanni, il cantante Neffa, riflette sull’identità dell’autore, le sfaccettature e gli alter-ego che lo contraddistinguono. La foto in copertina completa il tutto: Danno, completamente vestito e immerso nell’acqua fino alla vita, osserva l’orizzonte come alla fine di un lunga nuotata al largo verso territori sconosciuti. Il rapper, per ritrovare se stesso e la propria musica, ha superato il suo passato, il già noto, per andare oltre e mettersi alla prova.

Foto di copertina di Filippo Maffei

L’album inizia con una breve traccia programmatica che in due strofe stabilisce i punti cardinali del progetto: la sua personalità («Nel mio cervello c’è un conflitto/ Che parte da parte di entrambi gli emisferi» e ancora «Ciclotimia mon amour/ Musicopatico da terapia»); l’alter-ego, in questo caso il personaggio di Thurman del film I guerrieri della notte; la politica («Fanculo ogni nazi col mito di Odino e di Thor»). La seconda traccia “Killemall” è acida e distorta: Danno rivendica la sua resistenza contro l’industria musicale e i suoi soliti featuring, d’altronde il disco è un’autoproduzione («Sta merda spinta dai media per uomini medi che sognano Medellín/ …/ E una cultura diventa prodotto da vendere a tanto fintanto che dura») e inserisce un sample cantautoriale nel ritornello (“1999” di Lucio Dalla), un marchio di fabbrica che ritorna a più riprese nei brani successivi. In “Tom Waits” ad esempio, quasi come esercizio di stile, Danno e Ice One, produttore del primo album dei Colle, omaggiano il cantautore statunitense con un collage testuale e musicale di frasi, titoli e microcampioni dei suoi brani. Nella successiva “Brucia Roma”, a partire dal titolo riferito a Venditti, Danno cita nella strofa anche De Andrè/Cecco Angiolieri (“S’ì fosse foco”) in un brano cupo e dolente, antitesi disincantata de “Il cielo su Roma” del ‘99.


Si diceva prima di alter-ego e disturbi di personalità che ritornano come temi centrali nel brano in due parti “Yokozuna / Jakesulring”. Da una parte un wrestler di origine samoane, dall’altra Jake LaMotta, Danno in tutto questo è Jedi Master, «Er mejo MC, senza ciondoli sur petto/ …/ Vecchia scuola con il blaster, Radio Raheem» e conclude recitando il monologo finale di Toro scatenato. La riflessione politica caratterizza i brani più hardcore dell’album, “Vamos a la playa” e “Il blues di Gundabag”: nella prima Danno guarda allo scenario mondiale («Il mondo in mano a un miliardario pazzo, è Lex Luthor/ …/ Il vecchio mondo aspetta per il Reich un nuovo Hitler») e incita a schierarsi («È inutile che stamo qui a fà gli MC/ Se poi non dimo un cazzo»); nella seconda, “Il blues di Gundabag”, quello nazionale («Tu che ridi, io che piango e penso: è solo un’enorme sconfitta/ Ma il generale della minchia dura parla a rotella e poi spara a razzo/ Cazzate sulla razza italica e tratti somatici di ‘sto cazzo/ Xª Mas, tutti contenti, fuori puliti, ma dentro so’ sporchi»). Un attacco frontale alla destra, alle sue rivendicazioni, all’inconsistenza politica che dà luce a una realtà avvelenata nel profondo da chi sta al potere. Questa dimensione quasi allucinatoria prende forma a livello musicale in “Distorsore”, dove l’uso del delay e il cambio di voce a metà tra Beastie Boys e Lou X crea un effetto di rallentamento che si unisce al testo monostrofico grigio e lunatico.


I brani finali sono una conclusione aperta del percorso verso nuove strade del rapper romano che in “Colibrì” afferma: «Tenere il mio cervello attivo, darmi un obiettivo/ Trovare un modo e ricordarmi che ci sta un motivo» e «Mi sono spinto al largo ultimamente/ Dove è fondo per guardare giù dallo strapiombo/ E ritrovare un senso al mio racconto/ … / Simone si è perso e forse non ritorna». Mentre in “Svegliami”, brano sul rapporto col padre e realizzato insieme al cantautore Motta, Danno chiude in modo intimo, privato e personale un album che in 10 tracce riesce a essere tutto ciò che ormai il rap mainstream con molti producer e featuring non è: ovvero autentico ed emozionante. Non ne facciamo un discorso di contenuti, perché un ventenne e cinquantenne non possono parlare delle stesse cose, ma più un fatto di capacità nel creare un proprio racconto, un immaginario, uno stile che non sia lo stereotipo di qualcos’altro o una figurina bidimensionale, ma che emerga, si faccia sentire, richieda attenzione come diverso da tutto il resto.

Alessandro Camiolo

Studio Murena in concerto: la notte del jazz-rap all’italiana

In principio ci fu Ghemon, a mescolare soul e rap in Italia; poi i Funk Shui Project, prima con Willie Peyote e dopo con Davide Shorty; oggi gli Studio Murena, band formatasi al Conservatorio di Milano, che porta avanti quell’idea unendo jazz, rap ed elettronica.
Li abbiamo ascoltati giovedì 13 novembre all’Hiroshima Mon Amour di Torino, in una serata piuttosto gelida che ben si coniuga con Notturno, il loro ultimo progetto.
L’inizio del loro concerto chiama a raccolta tutto il pubblico attraverso una voce registrata che invita a instaurare una connessione col campo di frequenze e le vibrazioni musicali che ci di lì a poco ci coinvolgeranno. Dopo di ciò, i sei membri salgono sul palco e danno il via all’esibizione con “Another Day with Another Sun”, brano ammaliante che ci introduce in questo viaggio al termine della notte. Arriviamo a “Vienna”, brano sentimentale in cui attraverso la lente Battiato (“Tutto l’universo obbedisce all’amore”) si rilegge una relazione di coppia. C’è una breve sosta prima di ripartire con un interludio in cui sentiamo una voce recitare il famoso monologo sulle apparenze tratto da Persona di Ingmar Bergman,mentre sullo schermo scorre un montaggio frenetico di immagini in bianco e nero.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Si ricomincia con i brani più lisergici e allucinatori del sestetto, quali “Baba Yaga”, suonata sventolando la bandiera dei pirati, “Long John Silver” e “Nostalgia” in cui il sample di Ornella Vanoni (“Domani è un altro giorno”) si trasforma in un coro cantato dal pubblico. Si passa poi a una serie di brani in anteprima più rilassati e intimi, a cover inaspettate come quella di “Toxic” di Britney Spears, in una versione screamo, e “Gangsta’s Paradise” di Coolio; e infine “Cannemozze”, brano realizzato per la collana CINEVOX ReFramed in cui il gruppo campiona  una colonna sonora di Piero Piccioni. 

Il finale del concerto guarda da un lato a Milano con “MON AMI”, in riferimento al rapporto d’amore e odio verso la città e i suoi abitanti, e dall’altra alla musica con “Jazzhighlanders”, in cui ritorna a sventolare la Jolly Roger, simbolo di resistenza, libertà e di speranza nel futuro. Gli Studio Murena hanno saputo coinvolgere il pubblico intensamente nel loro mondo fusion dall’attitudine punk, in cui “l’hip-hop funziona, è semplice e figo” e ben bilanciato al jazz e alle sperimentazioni elettroniche.

Foto di Gabriele Tuninetti per polveremag.it

Alessandro Camiolo

Il sabato al Salone del Libro 2025: tra jazz e introspezione giovanile

Sabato 17 maggio 2025, il Salone Internazionale del Libro di Torino ha vissuto una delle sue giornate più intense e partecipate. Come ogni anno, il Lingotto Fiere ha accolto ospiti e visitatori da tutta Italia, con incontri che hanno spaziato dalla letteratura alla musica, dalla psicologia alla cultura pop. 

Come primo evento della giornata al quale abbiamo partecipato, si è svolta la presentazione della nuova edizione di “Storia del Jazz. Una prospettiva globale”, di Stefano Zenni, introdotto da Jacopo Tomatis e da un intervento al contrabbasso di Furio Di Castri. Il talk ha proposto una visione aperta e critica del genere musicale oggetto del libro. A partire dal libro “I segreti del jazz” (2008), Zenni ha riflettuto sul jazz come un’etichetta fluida che ha abbracciato e definito diverse tipologie di musica. Negli anni ’20 era un termine inclusivo, ma già negli anni ’50-’60 artisti come Sinatra, il cui lavoro presenta arrangiamenti jazz evidenti, venivano esclusi dalla definizione. Oggi il jazz sopravvive come linguaggio che attraversa generi, lasciando tracce anche dove non lo si nomina.

Di Castri ha sottolineato come la storia del jazz, inizialmente lineare, si apra a molteplici influenze nel secondo Novecento. Da qui l’approccio di Zenni: una narrazione che non solo racconta gli sviluppi musicali, ma riflette su cosa includere, su come si costruisce una storia. Centrale è il tema del gender gap: Zenni recupera figure femminili straordinarie, non come eccezioni ma come protagoniste alla pari, integrandole nella storia del jazz senza ghettizzazioni.

Una delle conversazioni più attese si è svolta nel primo pomeriggio, ed è stata l’incontro tra il rapper Salmo e lo psicoterapeuta Matteo Lancini, curatore della nuova sezione tematica “Crescere”. L’evento, ispirato al primo libro di Salmo, l’autobiografia “Sottopelle”, ha offerto al pubblico una riflessione sincera sulle emozioni che accompagnano la crescita personale. Salmo ha condiviso esperienze legate alla rabbia, alla tristezza e alla paura, sottolineando come queste emozioni, spesso legate ai suoi traumi familiari, siano state fondamentali nel suo percorso artistico e umano, dapprima nel writing e nei graffiti per poi sfociare nel rap e oggi anche nel cinema. Lancini, insieme alle ragazze del gruppo Tutto annodato, un collettivo composto da giovani che si occupa di sensibilizzare sulla salute mentale, ha guidato la conversazione, evidenziando l’importanza di riconoscere e affrontare le proprie fragilità.

In conclusione, il Salone del Libro di Torino ha dimostrato come la cultura possa essere uno strumento potente per esplorare sé stessi e il mondo che ci circonda, non solo come una vetrina editoriale, ma come un luogo di crescita personale e un’occasione per toccare con mano i mondi che accompagnano il nostro tempo libero. In un’epoca in cui il dialogo e l’ascolto sono più che mai necessari, eventi come questi ci ricordano l’importanza di fermarsi, riflettere e condividere esperienze. 

Martina e Benedetta Vergnano 

Musidams consiglia : i 10 migliori singoli di febbraio

Smaltito Sanremo… e ora qualcosa di completamente diverso, ecco i nostri suggerimenti musicali divisi tra uscite italiane e estere.

Laura Agnusdei – “The Drowned World”
Artista bolognese, sassofonista a metà tra sperimentazione e underground. Il singolo è estratto dal nuovo album, Flowers Are Blooming In Antarctica, che riflette sull’emergenza climatica. Il brano scelto prende ispirazione dall’omonimo romanzo fantascientifico di J.G. Ballard. Inizia come una marcia jazz standard, per poi rallentare e virare in atmosfere elettroniche oniriche e post-apocalittiche. Ci si sente storditi, si percepisce il caldo asfissiante di un mondo sommerso, non da immondizie musicali, ma da desolazione.

Voto 30/30

Francesco Di Bella feat. Colapesce – “Stella che brucia”
Dal nord si passa al sud, ma al centro c’è sempre il sax, che questa volta ci trasporta in una lunga notte solitaria. Il ritorno dell’artista napoletano con l’album Acqua Santa, che in questo brano insieme a Colapesce descrive la fatica («sagliuta appesa») e il coraggio («vedimmo ‘e cammenà») dell’amore in modo poetico. La iacuvella, il tira e molla, i dispiaceri, le aspettative, tratti rilevanti che ci fanno bruciare e ci fanno vivere. L’unione dei due funziona, soprattutto a livello vocale, mentre la musica firmata da Marco Giudici riecheggia le ballad di Pino Daniele.

Voto 26/30

Jake La Furia – “64 no brand“
Dopo la reunion dei Club Dogo, Jake e Guè hanno pubblicato a distanza di poche settimane i loro nuovi progetti solisti. In questo caso si tratta del suo quarto album Fame, interamente prodotto da The Night Skinny. Il singolo, meta-promozionale, punta il dito contro le collaborazioni tra industria musicale e brand, usando la stessa forma, le 64 barre, con in mezzo un cambio di beat. Una radiografia critica e personale sullo stato del rap italiano. Jake si definisce nomade, integrato nel sistema, ma ostinatamente contro chi vorrebbe cambiarlo o cancellarlo. Ancora una volta cronaca di resistenza di un successo costruito da zero.

Voto 27/30

Teamcro feat. 72-Hour Post Fight – “Salomon”
Giovane collettivo di Parma, quattro rapper e produttori che mescolano in modo tagliente trap, elettronica noise e jazz nel loro nuovo progetto teamcro tape. In questo singolo, non a caso insieme a una band altrettanto sperimentale, sentiamo nu-jazz puro. L’approccio creativo è libero, non segue regole prefissate, sicuramente una proposta fuori dagli schemi che se ne frega delle classifiche.

Voto 28/30

Queen of Saba – “CAGNE VERE” (odioeffe remix)
Il duo veneto affida la propria canzone manifesto a un trattamento techno hardstyle. Un remix non scontato che potenzia l’incisività del brano originale, trovando un aggancio interessante tra sfondo elettronico e voce in primo piano. Pop LGBT che oltre ai contenuti cerca di spingersi verso angoli nuovi, meno accomodanti, senza compromessi di facciata.

Voto 25/30

Oklou – “blade bird”
Artista francese figlia delle sperimentazioni musicali di PC Music, tra hyperpop e R&B. Il singolo chiude l’album d’esordio choke enough parlando di relazioni tossiche, controllo, autolesionismo. La voce esprime tutto il dolore interiore con un tono dolce mentre la musica si frammenta sempre di più tra chitarre acustiche e suoni sintetici. La ricerca di libertà, metafora dell’uccello che scappa dalla gabbia, va di pari passo con la sua carriera personale, sempre oltre i confini imposti.

Voto 27/30

John Glacier – “Home”
Al di là della Manica, dall’underground londinese esce Like A Ribbon, un altro debutto molto atteso. In questo brano mix di rap, elettronica e post-punk, Glacier ci consegna versi d’amore ipnotici, naturali e spontanei. In alcuni aspetti potrebbe ricordare M.I.A. o Dean Blunt, ma l’eccitazione calda che ci trasmette è sicuramente un tratto personale.

Voto 28/30

Doechii – “Nosebleeds”
Brano pubblicato a sorpresa per festeggiare la vittoria di Alligator Bites Never Heal come miglior album rap ai Grammy. Un freestyle che vuole essere un discorso di ringraziamento in musica. La rapper si focalizza sulla sua carriera, le difficoltà che ha attraversato e le persone che l’hanno spronata a crescere. Lei rimane comunque seduta sui gradini più economici (i nosebleeds), senza vantarsi, il suo talento adesso è visibile a tutti, anche da molto lontano.

Voto 26/30

Panda Bear – “Ends Meet”
Ultimo di tre singoli, in attesa dell’uscita del nuovo album Sinister Gift. Panda Bear in questo brano insieme ai membri degli Animal Collective, crea un viaggio psichedelico al termine di un incontro con una donna ma, forse, anche con una sostanza. La concretizzazione musicale è sempre notevole, tra un groove che si fa quasi ossessivo, chitarre dilatate e frammenti corali. Premesse di un insieme che speriamo sia altrettanto compatto e definito.

Voto 29/30

Saya Gray – “Shell (Of a Man)”
Musicista nippo-canadese che ha da poco pubblicato Saya, il suo secondo album. Ascoltando il singolo principale entriamo nel guscio non di un uomo ma di una relazione spinosa e piena di crepe. La donna minacciosa è pronta a fare di tutto, ma la voce soffice e carezzevole nasconde dell’altro. Chitarre fingerpicking e batteria leggera creano un accompagnamento che scivola bene sulla costruzione del brano, tra momenti più oscuri e altri lirici e luminosi.

Voto 30/30

         A cura di Alessandro Camiolo

Mobb Deep, la storia dell’hip-hop in concerto all’Hiroshima Mon Amour

Il cinquantesimo anniversario della nascita dell’hip-hop, nel 2023, è stata una tra le grandi celebrazioni musicali degli ultimi anni. L’intervallo del Superbowl e il tributo ai Grammy sono alcuni degli eventi che ne hanno sancito la rilevanza. Proprio i Grammy introdussero la categoria miglior album rap nel 1996, riconoscendo un nuovo genere ormai consolidato. Erano gli anni della rinascita della scena di New York, dei grandi esordi di Nas (Illmatic) e Biggie (Ready to die).

Proprio sull’onda lunga di questi successi era uscito The Infamous il secondo album del duo Mobb Deep, che quest’anno celebra i trent’anni della pubblicazione. Per l’occasione è stato allestito un Infinite Tour mondiale, che ha toccato anche l’Italia con varie tappe nelle città principali.

Siamo andati a sentirli venerdì 14 febbraio all’Hiroshima Mon Amour, in una lunga serata all’insegna della cultura hip-hop.

In apertura dj Double S ha movimentato il pubblico con un grande affondo nel rap statunitense degli anni 90, creando un mix perfetto tra hit parade, scratch e strumentali sincopate. Salgono poi sul palco Junk, rapper canadese che si esibisce accompagnato dal dj Mastafive e subito dopo Kriisie, insieme a DJ L.E.S.

Foto a cura di Davide La Licata/piuomenopop.it

Quest’ultimo si occupa poi di richiamare l’attenzione del pubblico sull’origine del duo che sta per esibirsi, sul quartiere di newyorchese di Queensbridge, dove lui è cresciuto insieme a Nas e ha realizzato la hit “Life’s a Bitch”.

È giunto il momento delle leggende. Havoc e Big Noyd, sostituto del compianto Prodigy, fanno il loro ingresso nell’estasi generale del pubblico e danno il via alla performance. Nella prima parte l’ordine dei brani è rigorosamente quello dello storico album, incluse le skit. Sugli schermi vediamo i videoclip originali, mentre sul palco buio i due ricreano la vita periferica, oscura e allo sbando di quei tempi. Havoc, concentrato nelle sue strofe, si muove giusto a incitare il pubblico, mentre Big Noyd, col volto nascosto dal cappuccio mima efficacemente ogni frase.

Foto a cura di Davide La Licata/piuomenopop.it

La carrellata di brani sembra non finire mai, tra cui gli immancabili successi dei primi anni duemila “Get Away” e “Win Or Lose”. Viene più volte evocata l’assenza di Prodigy, le cui strofe vengono rappate a fasi alterne dai due, con grande rispetto. Nei momenti più importanti rimangono in silenzio, ma è il pubblico a rappare in coro alla voce di Prodigy che esce dalle casse.

Foto a cura di Davide La Licata/piuomenopop.it

Tra tanti cappelli a visiera e capelli bianchi, genitori con figli, cd e vinili sbandierati di continuo dal pubblico, l’attenzione è totale, non servono discorsi, conta solo la musica. La serata si chiude con il più grande successo dei Mobb Deep, “Shook Ones Pt. II”. La folla sembra quella dello scontro finale di 8 Mile, mani alzate e tutti che rappano la strofa di apertura.

Foto a cura di Davide La Licata/piuomenopop.it

I Mobb Deep hanno presentato un ampio catalogo di successi che ci ha fatto viaggiare tra diversi anni ed epoche nostalgiche dell’hip-hop. Il loro reality-rap, fatalista, pieno di suoni sinistri e minacciosi, rimarrà per sempre una pietra miliare.

Take these words home and think it through

(estratto da “Shook Ones Pt. II”)

                                                                        A cura di Alessandro Camiolo