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Un ritorno tanto desiderato del rap: Ernia al Flowers Festival

Dopo tre anni di attesa, l’8 luglio, Ernia torna con Solo per Amore Tour, sul palco del Flowers Festival 2026. Più carico che mai, l’artista ha celebrato non solo il tour, ma anche i suoi dieci anni di carriera musicale.

Ad aprire il concerto è “Figlio di”, un inizio d’impatto che fa esplodere l’entusiasmo del pubblico fin dalle prime note.

È impossibile non riconoscere il talento di Ernia, soprattutto durante “LEWANDOWSKI XI”: ciò che colpisce è un notevole controllo del respiro, la precisione con cui interpreta un testo ricchissimo di parole e la naturalezza con cui cresce il ritmo senza mai perdere intensità.

Apprezzabili sono anche i riferimenti, in chiave ironica, alle sue canzoni di esordio e di come sia aumentato il suo seguito: dalle zero persone presenti al suo primo live ai sold out degli ultimi anni. Durante la serata si percepisce chiaramente il percorso di crescita del cantante: il suo modo di scrivere e fare musica si è evoluto nel tempo, senza però perdere la propria identità.

Foto di Fabio Marchiaro / @fabionicotm

Il concerto prosegue con brani più profondi come “Buonanotte”, cantato con un’evidente emozione. Ciò che rende il concerto coinvolgente è il rapporto che Ernia riesce a creare con il pubblico: tra un brano e l’altro, alterna momenti più leggeri a riflessioni personali, facendo sentire le persone presenti parte dello spettacolo e non semplici spettatori. È proprio questo equilibrio tra energia e intimità a caratterizzare l’intera serata.

Al Flowers Festival si respira un’atmosfera di grande entusiasmo: il pubblico, numeroso e partecipe fin dall’inizio, accompagna Ernia in ogni brano, trasformando il concerto in una vera festa per celebrare il suo ritorno sul palco.

Tra i momenti più significativi della serata spicca quello in cui il pubblico intona il ritornello di “Perché”, originariamente interpretato da Madame, creando un’atmosfera che va oltre la semplice esibizione.

Foto di Fabio Marchiaro / @fabionicotm

Il concerto termina con “Grato”, una scelta che sembra quasi voler essere un ringraziamento ai fan, in cui Ernia restituisce  l’affetto ricevuto durante la serata.

È stato uno di quei concerti in cui ci si lascia trasportare dall’energia della musica, anche senza conoscere a memoria tutte le canzoni. Si esce con la sensazione di aver assistito all’esibizione di un artista capace di unire tecnica, presenza scenica ed emozione, qualità che rendono l’esperienza del suo live coinvolgente e unica dall’inizio alla fine.

Silvia Appendino

balli contaminati: la niña e okgiorgio al flowers festival

Anche quest’anno il Flowers Festival, sotto direzione artistica di Hiroshima Mon Amour, ci delizia con accostamenti di artisti sulla carta differenti ma nella pratica molto simili. Nonostante l’assenza di concerti internazionali, il programma unisce con raffinatezza artisti italiani di ogni genere e per ogni generazione.
Tra le prime serate quella del 26 giugno, con La Niña e okgiorgio, già da tempo segnata sui nostri calendari. I due artisti hanno avuto il loro exploit lo scorso anno rigenerando con approcci molto personali nel primo caso la canzone napoletana, nel secondo l’elettronica da club.

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

Prima a esibirsi, La Niña ci ha immerso nella sua Furèsta: dimensione in cui la tradizione napoletana si ibrida con suoni barocchi ed elettronici per dare vita a una re-invenzione libera da qualsiasi vincolo. Canzone dopo canzone attraversiamo generi, ritmi e tempi diversi con alcuni momenti di spicco: la tammurriata e la pustiggiata, nel primo caso una versione semplice e incisiva da far tremare tutti quanti, nel secondo una versione quasi tragica di “Maruzzella” con autotune e synth distorti.
Nella seconda parte, il producer e dj bergamasco okgiorgio ha coinvolto il pubblico più resistente al caldo in un mix di suoni elettronici e acustici (batterie, chitarre e ukulele).
Il suo set scorre e pian piano aumentano sempre di più i bpm alternando parti totalmente sintetiche ad altre in cui le melodie acustiche si uniscono a loop vocali stranianti.
Tutti aspettavano il dream moment: Giorgio che campiona in tempo reale un sogno di una persona del pubblico e costruisce un brano, invece a sorpresa sostituito da un duetto con La Niña che canta un estratto della fiaba Sole, Lune e Talia di Giambattista Basile.

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

L’esibizione dal vivo di okgiorgio unisce stili differenti: un incrocio fecondo tra Soulwax (batterie), Jamie XX (samples vocali) e Caribou (melodie acustiche), mescolati per far ballare sì, ma sempre responsabilmente, come tiene a precisare.
Ben venga allora la contaminazione, lo scontro tra generi e prospettive anche lontane che da sempre sono motore di cambiamento e innovazione musicale. Si può ballare sia al ritmo ossessivo dei tamburi a cornice che dei kick drums in un paio d’ore senza pensare siano cose diverse ma trovando connessioni inaspettate.
Questa serata ci ha dimostrato che tutto questo è possibile e auspicabile da parte di un pubblico trasversale che ricerca momenti simili per abbattere sempre di più etichette e confini tra mondi musicali differenti.

Alessandro Camiolo

Foto di Fabio Marchiaro/ @fabionicotm

Il caldissimo esordio del Flowers Festival 2026

Il 25 giugno 2026, durante una qualsiasi serata rovente di inizio estate, il Flowers Festival 2026 è stato inaugurato da SCAR, Labadessa e Fulminacci

Verso le 20.30 SCAR apre il concerto. Il cantante ha uno stile che spazia tra sperimentazioni pop e cantautorato moderno. Esordisce con alcuni brani dal suo repertorio come “Tutto ciò che odio” e “Giorno d’estate” durante il quale scende tra il pubblico e canta camminando tra gli spettatori. Il suo intervento è breve ma accolto calorosamente.

Di Elisa Giuliani

Alle 21 è il momento de Labadessa, che sconvolge tutti con il suo bizzarro umorismo ammaliando anche chi non lo conosceva. Noto fumettista napoletano, Labadessa si “diletta” nel canto dal 2019: sullo schermo dietro il palco viene proiettato il protagonista dei suoi fumetti, ovvero un uomo con la testa da uccello coricato tra le nuvole.

Di Elisa Giuliani

Labadessa ripercorre tutta la sua discografia tra ironia e puro trauma dumping: innumerevoli canzoni ci racconta essere state scritte per la sua ex, come “Le foche”, “Colline di Jeans”, “Tappeti del bagno”, mentre alcune per amori totalmente immaginati, come spiega nel brano “Cappuccini”. Ma quelle più gradite dal pubblico, forse perché poco prevedibili, sono state il mashup fra “Tra le giostre” e “Non me lo so spiegare” di Tiziano Ferro e “Dragon Ball Giuro Ti” cover di “Dragon Ball GT” di Giorgio Vanni. Dopo vari ringraziamenti e lunghi applausi da parte del pubblico, Labadessa e il complesso che lo accompagna lasciano spazio all’headliner della serata.

Alle 22.40 dopo una lunga pausa e un cambio look al palco entra in scena la band di Fulminacci, che intona le note iniziali di “Forte la banda”, per lanciare l’arrivo super acclamato del cantante. La lunghissima scaletta, già brevettata per il tour Palazzacci, riesce ad accontentare tutti, dai fan più recenti a chi lo segue ormai da anni. 

Per chi lo ha scoperto da poco, il cantante non manca di portare i brani dell’ultimo album Calcinacci, uscito a marzo di quest’anno dopo la partecipazione a Sanremo con “Stupida sfortuna”. Per chi è un veterano invece, Fulminacci pesca dagli scorsi album: “Forte la banda”, che dalla sua uscita (se non per il tour di Infinito +1) ha sempre tassativamente aperto  il concerto, “Tommaso”, “Borghese in borghese” e “Una sera” tratti dal suo album d’esordio La vita veramente, e qualche singolo come “Tutto inutile”, “Chitarra blu” e “Brutte compagnie”; e ancora grandi successi come “San giovanni” “Tattica”, “Aglio e olio” e chi più ne ha più ne metta.

Di Elisa Giuliani

Verso la fine il cantante legge i ringraziamenti che personalizza per ogni tappa del tour: ringrazia Fred Buscaglione, lo smemorato di Collegno, elementi salienti di Torino come i gianduiotti, i murazzi e il bicerin, e infine omaggia i piemontesi che con lui sono sempre stati veri e cortesi. 

Il caldo si fa brezza tiepida e passata la mezzanotte il concerto termina. Le 6 mila persone radunate, stremate dal caldo e dai balli scatenati, si dileguano, e termina così la prima data del Flowers di quest’anno. 

Maria Scaletta

Metronimìe Festival: poetica fuori dall’ordinario

Si è tenuta a Torino la sesta edizione del Metronimìe Festival, manifestazione interamente dedicata alla poesia e alla sperimentazione sonora. Anticipato da due anteprime tenutesi al Magazzino sul Po e al Imbarchino del Valentino, il festival ha confermato la vocazione degli artisti ospitati. 

Il 13 giugno, in occasione della terza serata, si sono esibiti al Magazzino sul Po il duo fiorentino San Giorgio Cibernetico, formato dal performer Matteo Zoppi e dal musicista Michael Nannini, e lo storico progetto collettivo piemontese Uochi Toki, guidato dal rapper Napo e dal sampler e compositore Rico. Ultima ma non meno importante presenza è quella del batterista Giovanni Todisco, noto con lo pseudonimo Mortal Kimbo, interprete di un linguaggio intenso e rituale. Tra la teatralità catartica del primo e l’astrattezza spiazzante dei secondi, la serata ha raggiunto momenti di grande intensità, costruendo una poetica anomala e perturbante: un autentico schiaffo alla routine quotidiana.

Dando voce ad alcuni protagonisti della poesia di neoavanguardia italiana, tra cui Amelia Rosselli e Giorgio Celli, i San Giorgio Cibernetico intrecciano frammenti letterari e improvvisazione in un progressivo crescendo apocalittico. A metà tra spoken word, teatro performativo ed elettronica sperimentale, il duo costruisce trame sonore e dense, capaci di assorbire l’attenzione del pubblico e di trasformare il palco in uno spazio di sospensione espressiva.  

Attivi sulla scena da oltre venticinque anni, se si considera il progetto antecedente Laze Biose, gli Uochi Toki hanno attraversato diverse stagioni dell’hip hop italiano: dallo schietto conscious hip hop di L’estetica all’uragano sonoro di Gettandomi in ambigue immedesimazioni non richieste ma richieste – debitore delle frammentazioni impattanti degli statunitensi Dälek – il gruppo non ha mai smesso di abbracciare nuovi confini musicali, arrivando a incorporare linguaggi estremi al pari del power noise. Uno dei loro ultimi lavori, “Le Metamorfosi” (2023), assume i contorni di un sarcastico bilancio esperienziale, un apparente testamento all’interno della loro prolifica carriera discografica. 

Da circa due anni, il progetto si è ampliato, assumendo dal vivo la forma di una vera e propria comunità sotto il nome di Uochi Toki Collective. Durante la serata torinese sono saliti sul palco anche Mrs. Bhutan, figura avvolta nell’anonimato e caratterizzata da un immaginario visivo capace di suscitare straniamento, e il duo di hip hop underground Ciolle Pare: attraverso un articolato flusso di coscienza, le new entry del collettivo si muovono lungo traiettorie differenti rispetto alla produzione storica degli Uochi Toki, pur dimostrando una notevole capacità di integrarsi all’interno del loro universo sonoro.

In un panorama culturale sempre più orientato alla fruizione rapida e immediata, il Metronimìe Festival si propone di rappresentare uno spazio prezioso per l’ascolto attivo, in particolar modo per la ricerca sonora. Tra poesia performativa, sperimentazione elettronica e hip hop sperimentale, gli artisti coinvolti ricordano come l’arte possa ancora essere un territorio di scoperta, capace di interrogare, disorientare e aprire nuove possibilità di percezione del reale.

Andrea Arcidiacono

Jazz is Dead! 2026: contro l’epoca della nostalgia

La nona edizione del festival conferma la forza di un’identità costruita nel tempo. Ecco qui il nostro reportage. 

Viviamo nell’epoca del revival permanente. Le classifiche premiano sonorità vintage, i cataloghi del passato vengono continuamente rispolverati  e il confine tra omaggio e nostalgia si fa sempre più sottile. Dentro un’estetica e una cultura musicale ossessionate dall’archivio e dal mito dell’“era meglio prima”, Jazz is Dead! suona come una provocazione. Uno slogan che, però, non certifica la morte del jazz. Al contrario, interroga il destino di una musica che nasce da sovversioni, contaminazioni e sperimentazioni, oggi spesso trasformata in patrimonio museale, preservata e contemplata come un culto del passato. La programmazione del festival ribalta questo paradigma: il jazz è un approccio, non solo un repertorio. Un modo di stare dentro la musica aperto all’”errore” e all’incontro cross-over, che prova a dare nuova vita a un passato che non passa.

Backwards, il tema di quest’anno, è un ritorno sui propri passi con la bussola della visione musicale sempre ben orientata verso la sperimentazione e l’avanguardia. Lo scorso anno il direttore artistico Alessandro Gambo chiudeva l’edizione annunciando che il festival non sarebbe più stato come prima, infatti si è passati dal cemento del Bunker al bosco di Cascina Falchera. Verrebbe da dire che tutto è cambiato e al tempo stesso è rimasto com’era, ma col senso di novità a stimolare le nostre aspettative. La nuova sede favorisce una maggiore vivibilità e due zone concerto: una tradizionale col palco nel prato e una invece più intima e raccolta nel bosco adiacente.

Proprio qui inizia il pomeriggio del venerdì con l’esibizione del duo italiano formato da Stefano Pilia e Marta Salogni: un dialogo intenso tra la chitarra del primo e i nastri magnetici della seconda. La costruzione del suono per loop e delay lunghissimi annulla ogni ritmo e si fonde alle elaborazioni di chitarra piene di feedback e distorsioni che rendono il suono di partenza sempre più irriconoscibile.
Si passa poi alle esibizioni sul palco: la prima è la colombiana Lucrecia Dalt che presenta il suo ultimo album A Danger to Ourselves. La sua musica è mix di lingue, strumenti e ritmi differenti che attraversiamo senza inciampi, come se tutto fosse in continuo fluire.
Dopo di lei un altro duo della giornata: i Matmos, coppia di Baltimora che per un’ora ha conquistato il pubblico con campionamenti di suoni metallici e un umorismo freddo tipici del loro stile. Anche qui sembra tutto un flusso elettronico cadenzato che diventa sempre più ritmato con picchi di glitch e ambient techno che fanno muovere il pubblico. 

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

Il sabato di JID26 ha un’impronta dichiaratamente party che attraversa l’intero programma tra jazz, hip-hop, elettronica, dub, metal e club culture. In coproduzione con il Torino Jazz Festival si parte con Yazz Ahmed insieme a Raph Wyld: un jazz contemporaneo e psichedelico in cui la tromba si muove tra stratificazioni sonore e forti radici arabe, tra apertura mediterranea e ricerca elettronica. Segue Sorvina, tra jazz rap, neo-soul e R&B, con stile e freschezza, groove e una forte attitudine black contemporanea. Gli Alien Dub Orchestra rileggono il dub in chiave orchestrale intrecciando reggae, cumbia e psichedelia in un movimento continuo. Con The Heliocentrics passiamo a stratificazioni ritmiche e improvvisazione: una fusione tra funk, jazz e psichedelia con riferimenti afro e latinoamericani. Moor Mother cambia completamente registro, da una postazione elettronica, costruisce un set di texture abrasive e frammenti sonori tra elettronica, noise e spoken word, e improvvisazione con riferimenti afrofuturistici.
Lord Spikeheart porta un set caotico ed energico tra african metal, elettronica distorta, growl, urla stridenti e accenni rap, tipica performance da head-banging. Con A Guy Called Gerald si entra pienamente nella club culture, tra house, acid, jungle e drum’n’bass, con un live set travolgente e di grande qualità. La festa si sposta poi a El Barrio, dove il sabato notte continua in chiave club tra dj set, anche in vinile, e atmosfera da dancefloor.

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

La terza giornata del festival si rivela molto più di una semplice successione di concerti: è un’ininterrotta odissea geografica e spirituale che ridisegna i confini della musica di ricerca contemporanea. Lontano dalle geometrie urbane, questa dimensione di periferia si trasforma in un rifugio vitale, uno spazio di libertà assoluta dove i suoni possono espandersi e respirare.
Un evento strutturato come una mappa musicale in continuo mutamento: un viaggio transoceanico che prende le mosse dalle radici del sud-est asiatico con suoni percussivi dei gong e delle campane dell’Ensemble Nist Nah, fino ad arrivare all’estasi del krautrock che il trio Dwarfs Of East Agouza intreccia, spingendo la musica egiziana e la psichedelia. Il percorso prosegue calandosi negli abissi rarefatti del Kilimanjaro Darkjazz Ensemble, alla sua prima esibizione in Italia, per poi risalire attraverso le rigorose geometrie del math rock degli Horse Lords e i loro ritmi dispersi. Infine, il viaggio approda poi alla bellezza dolente delle sonorità libanesi dei Sanam. E come da tradizione del festival, anche quest’anno si conclude con il dj set di Alessandro Gambo.

Foto da cartella stampa Jazz is Dead! di Fabiana Amato

C’è un legame profondo, un filo invisibile che unisce tutti questi mondi e giornate di Jazz is Dead!: un percorso in cui i rumori si sciolgono costantemente in un’atmosfera sospesa. In questo ecosistema, il jazz accetta di “morire” ancora una volta, sgretolando la propria forma classica per reincarnarsi in linguaggi nuovi. Ed è proprio qui che il tema di questa edizione, Backwards, svela la sua intuizione più brillante: andare all’indietro per ritrovare le radici. Radici culturali sparse in ogni angolo del mondo, che qui si intrecciano e dialogano tra loro attraverso un nuovo linguaggio. Forse, solo guardando alle proprie spalle la musica e la comunità che si riunisce per ascoltarla, trova la spinta decisiva per proiettarsi verso il futuro.

Alessandro Camiolo, Linda Signoretto, Melika Nemati

Torino Jazz Festival 2026: The Sound Of Surprise

Dal 25 aprile al 2 maggio 2026 torna in grande stile Torino Jazz Festival, uno degli appuntamenti musicali più seguiti in Italia.
Giunto alla sua XIV edizione, il festival, diretto da Stefano Zenni, rafforza il legame con il tessuto musicale torinese, portando il jazz fuori dai teatri e dentro la città.
Durante la conferenza stampa del 19 marzo, l’assessora alla cultura Rosanna Purchia ha invitato il pubblico a partecipare attivamente, sottolineando il crescente coinvolgimento dei giovani, concetto successivamente ripreso dal presidente della Fondazione per la Cultura Torino, Alessandro Isaia. Ad anticipare il festival saranno tre giorni di anteprima, dal 22 al 24 aprile, e il tema scelto per l’edizione 2026 è “The Sound of Surprise” (il suono della sorpresa).

Un’apertura simbolica

Il festival si apre il 25 aprile, giornata della Festa della Liberazione.
Questa scelta non è certo casuale, poiché il jazz, essendo un genere musicale libero nella sua arte improvvisativa, diventa un vero e proprio simbolo di espressione culturale.
Proprio in questa giornata d’inaugurazione è prevista una collaborazione tra il Kassiber Ensemble e l’attore Moni Ovadia, nelle vesti di narratore, per lo spettacolo “The Ghetto Swingers”, il racconto della musica all’interno dei campi di prigionia tedeschi.

I protagonisti del festival

Il programma 2026 porta sul palco artisti di primo piano della scena jazz italiana e internazionale. Ad aprire le danze è Fabrizio Bosso, protagonista assoluto dell’apertura con “About Ten”, un omaggio al repertorio di Dizzy Gillespie e Duke Ellington attraverso gli arrangiamenti di Paolo Silvestri. Tra le nuove produzioni, Bill Frisell ed Eyvind Kang — coadiuvati dal cineasta statunitense Bill Morrison — si immergono in  “The Great Flood”: progetto multimediale ispirato a quella che viene ricordata come la più grande inondazione nella storia americana. Questa tragedia tramandata nelle lunghe pagine di storia della musica, avvenne nel Mississippi nel 1927 e costrinse migliaia di cittadini e futuri musicisti a emigrare verso il Nord. La serata del 27 aprile vede la presenza della street band Funk Off che, attraverso la produzione energetica dei Vox Artificiosa, porta avanti il concetto di coesione di generi musicali (jazz/classica/hip hop). Ultimi ma non per importanza, John Scofield e Gerald Clayton per il grande concerto finale, un momento di grande partecipazione che rafforza l’idea di musica in quanto bene condiviso e non elitario. Insieme ai protagonisti appena citati, vi sono nuove formazioni e giovani talenti, confermando la sua creatività laboratoriale. Tra questi si menziona la nascita della Giovane Orchestra di Liberi Suoni, diretta da Pasquale Innarella e destinata a diventare il fiore all’occhiello del festival. 

Foto di Gianluca Platania

L’inclusività del territorio

Quando si parla del Torino Jazz Festival non si fa riferimento esclusivamente allo spettacolo o al mero intrattenimento, bensì al progetto sociale che costituisce le fondamenta dell’evento. Tra le iniziative più significative si prevedono concerti in ospedali, carceri e luoghi di accoglienza, nonché il coinvolgimento di scuole: tutto ciò riflette l’abbattimento delle barriere tradizionali messo in atto attraverso l’esperienza diretta, e proprio nei luoghi di accoglienza il jazz diventa un punto di incontro tra culture diverse, nel quale si creano spazi di dialogo. 

Quando la musica connette

Come di consueto, il 30 aprile si celebra la Giornata Internazionale del Jazz. Quest’anno l’appuntamento si terrà al MAUTO con il progetto SwingAbili, in collaborazione con il gruppo di Danzamovimentoterapia. La performance sarà accompagnata dalla CFM Big Band, diretta da Claudio Chiara, e vedrà la partecipazione speciale di Massimo Pitzianti, per sottolineare il concetto di jazz non come semplice ascolto passivo, ma come esperienza comunicativa, condivisa e partecipativa. Nel 2026 ricorre anche il centenario della nascita di John Coltrane e Miles Davis, due figure iconiche che hanno segnato la storia del jazz: segue la sezione ibrida Jazz Talk, Jazz Cinema in cui si racconta il genere musicale attraverso approfondimenti e proiezioni che ridefiniscono il fenomeno culturale, storico e visivo. Tra le proposte di quest’anno spiccano A Love Supreme di John Coltrane (25 aprile), The Sound of Change (28 aprile) e l’incontro con Bill Morrison dedicato al suo The Great Flood (29 aprile).

Torino e il jazz: come due gocce d’acqua

L’edizione 2026 conferma la crescita del festival nel tempo, proponendo un miscuglio di qualità artistica, sperimentazione e apertura culturale. Torino Jazz Festival non è soltanto una rassegna musicale, bensì un’esperienza urbana e culturale nella sua totalità. Torino si conferma nuovamente capitale del jazz contemporaneo, capace di parlare a pubblici diversi e di rinnovarsi anno dopo anno.

Andrea Arcidiacono

Sanremo 2026: le pagelle della finale

Finalmente è arrivata l’ultima serata del Festival, e il livello generale di quest’anno è stato davvero basso. Ci chiediamo come sia possibile che Carlo Conti abbia ascoltato centinaia di canzoni per poi selezionare queste 30… e chissà cosa ci siamo persi tra le altre scartate. Il calo di share era quasi inevitabile, con una conduzione così austera e rigidamente impostata. 

Per l’estrema lentezza della serata abbiamo deciso di dividerla in 3 blocchi, anche per privilegiare opinioni differenti.

Ma su una cosa siamo tutte e tutti d’accordo: Sal Da Vinci vincitore è una scelta discutibile, quasi inspiegabile, e la sua partecipazione all’Eurovision rischia di diventare imbarazzante.
Il Festival di Sanremo resta il luogo dove anche la mediocrità può ottenere standing ovation. Si chiude con sconcerto la 76ª edizione, non resta che domandarsi come sarà l’anno prossimo anno con la new entry Stefano De Martino. Avremmo voluto finalmente una donna al timone, ma speriamo comunque in qualche svolta positiva.

Francesco Renga – “Il meglio di me”
Seriamente, siamo preoccupati. Dov’è Nek?

VOTO: per citare Renga seieiei

Chiello – “Ti penso sempre” 
Con molti rimandi al suo primo album, la canzone, in apparenza semplice e monotona, cela un ritmo che pian piano avvolge con tenerezza l’ascoltatore. 

VOTO: 23

Raf – “Ora e per sempre”
Presentato da Nino Frassica, Raf ha cantato con grande emozione il brano.  Ammettiamo, siamo gelosi di lui, ma non tanto per la sua carriera musicale ma per come porta bene gli anni. Per il resto la canzone ne ricalca altre cento, non riuscendo ahimè a diventare memorabile. Per citare Raf stesso: (In)evitabile follia. 

VOTO: 16 e “si vede che non ha frequentato le lezioni”

Bambole di Pezza – “Resta con me”
Il ritornello di certo entra in testa. Pur sentendo ripuliture qua e là rispetto al loro vero stile non possiamo negare la loro bravura. 

VOTO: 22

Leo Gassman – “NATURALE”
Grande potenziale rimasto potenziale.

VOTO: 6 politico e “suo figlio è intelligente ma non si applica”

Malika Ayane – “animali notturni”
La cantante trasforma il palco in una discoteca funk anni ottanta facendo danzare il pubblico. Ottima giocata.

VOTO: 26

Tommaso Paradiso – “I romantici” 
Anche dopo qualche ascolto la canzone non restituisce nulla di interessante. Un vero peccato.

VOTO: bocciato

J-Ax – “Italian starter pack”
«Where did you come from, where did you go? Where did you come from Cotton Eye Joe?»

VOTO: Targa Destino Manifesto 

LDA e  Aka7even – “Poesia clandestine”
FORZA NAPOLI

VOTO: brat 

Serena Brancale – “Qui con me”
Cambio drastico rispetto all’anno scorso ma in senso positivo. La tecnica vocale resta eccellente, la Brancale infatti è tra le più competenti tra tutti i partecipanti in gara. Riguardo alla canzone, ricorda un tipico brano dei film Disney, quando a metà film il protagonista affronta i suoi fantasmi del passato. Da Disney kids quali siamo, apprezziamo.

VOTO: Premio “Test: che principessa Disney sei?”

Maria Scaletta

Patty Pravo – “Opera”
Quando si scruta anche solo per sbaglio la figura di Patty Pravo, risulta difficile non pensare a colei che girava “come fosse una bambola”. Eppure il tramonto di un’epoca è tristemente delineato attraverso un brano stanco e affaticato.

VOTO: 16

Sal Da Vinci – “Per sempre sì”
Poteva essere un semplice brano disco, già vecchio nel periodo di esplosione del genere musicale. Eppure “Pessempressì” è qualcos’altro, qualcosa di indefinibile per la sua tamarraggine. D’altronde, non si può fare altro che biasimare un tipo come Sal Da Vinci, che ha avuto la fortuna di sbancare con uno dei brani più indecenti degli ultimi anni, “Rossetto e caffè”. Inutile dirlo, ma è abbastanza certo che il brano sarà il tipico successo dell’estate. E c’è solo da preoccuparsi…

VOTO: 12

Entrata scenica dell’ospite Andrea Bocelli a cavallo. 
Esecuzione dei brani “Il mare calmo della sera” e “Con te partirò”. 
Assegnazione del premio “Città di Sanremo” per aver portato la canzone italiana nel mondo.

Elettra Lamborghini – “Voilà”
“Voilà” lo esclama l’ascoltatore alla fine di questo brano funkettino al di sotto della mediocrità.

VOTO: 14

Attenzione: riesumazione delle salme!
I Pooh suonano il brano che vinse il Sanremo 1990, “Uomini Soli”. 
Paolo Bitta approva (Dio delle cittààààà). 
Ancora una volta – come di consueto – non abbassano la tonalità del brano e Roby Facchinetti si sforza terribilmente durante il ritornello. Successivamente ritirano il “Premio alla Carriera”.

Ermal Meta – “Stella Stellina”
«La musica balcanica ci ha rotto i coglioni / È bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni / Certo ne avrei senz’altro tutta un’altra opinione / Se fossi un balcanico, se fossi un balcone» – Elio & Le Storie Tese, “Complesso del Primo Maggio” (2013)

VOTO: 17

Ditonellapiaga – “Che fastidio!”
Un mix dell’estetica di Madonna, la performance di Lady Gaga, la scrittura de La Rappresentante di Lista e il cantato ASMR alla Myss Keta: quasi decente la coreografia e a dir poco fulminante l’acuto in pre-finale, tra i pochi momenti relativamente interessanti; il resto è un elettro-dance pop dimenticabile. Ci si stupisce di poco oramai.

VOTO: 19

Nayt – “Prima che”
Boh? Questo pop rap tutto fumo e niente arrosto andava di moda quindici anni fa. La confusione è in agguato.

VOTO: non classificabile

Arisa – “Magica Favola”
Questo brano mi ricorda tanto la lettera che Chiara Ferragni scrisse a sé stessa qualche Sanremo fa. Un elogio al passato, all’infanzia e la sua innocenza. Sì, percepiamo il messaggio ma:
– il refrain disneyano annoia
– quegli archi pure
– la baroccaggine della composizione non aiuta per nulla durante l’ascolto
– il testo, per quanto spensierato, risulta di una banalità sconcertante

VOTO: 17

Ospite Max Pezzali.
Esecuzione dei brani “Come mai” e “Nessun rimpianto” in versione orchestrale / pseudo-rockeggiante.

Sayf – “Tu mi piaci tanto”
«E come ha detto l’imprenditore / l’Italia è il paese che amo». Penso non ci sia bisogno di aggiungere altro.

VOTO: non classificabile

Levante – “Sei tu”
Ballad di passaggio senza arte né parte.

VOTO: 18

Fedez e Masini – “MALE NECESSARIO”
Letteralmente un incubo lovecraftiano.

VOTO: 10

Andrea Arcidiacono 

Samurai Jay – “OSSESSIONE”
La scorsa volta sul palco c’era Belen Rodriguez, per la finale c’è la mamma: evidente upgrade, e anche un momento di sincera emozione. All’inizio sembra poter funzionare, è una delle poche canzoni movimentate in mezzo al grande mare delle “ballate esistenziali”. Poi arriva il terzo ascolto e ha già stufato. Ho la sensazione che non ce ne libereremo almeno fino al prossimo inverno, come una pubblicità su YouTube che non puoi “skippare”. Non è una profezia, è una minaccia. Ma potrebbe andare peggio.

VOTO: 18

Michele Bravi – “Prima o poi”
Un po’ Gabbani, un po’ Noemi: un mashup che nessuno aveva ordinato, ma che è arrivato comunque al tavolo. Il problema non è l’ispirazione, è che sembra un collage. Difficile emozionarsi, facile dimenticare, e menomale. 

VOTO: 13

Fulminacci – “Stupida sfortuna”
Sempre bello vedere Golden Years a dirigere l’orchestra. Fulminacci stavolta appare un po’ meno impostato e più spontaneo. Il ritornello è irresistibile e canticchiabile: «stupida stupida stupida sfortuna, gelida gelida gelida pauraaa». Piacevole ma non straordinario.

VOTO: 20

Luchè – “Labirinto”
Sale sul palco il fratm e forse stavolta (per fortuna) hanno messo più autotune. La canzone, nel complesso, risulta noiosa, con il ritornello «non ti scordare di me, di noi» impossibile da scordare: l’ha ripetuto all’infinito. L’unica nota che davvero funziona è il rap ma non basta a salvare l’intero brano.

VOTO: 17

Tredici Pietro – “uomo che cade”
Tredici Pietro conquista subito con flow, voce graffiata, swag e presenza scenica. Catchy e senza fronzoli, il brano funziona, tranne il bridge, l’unico momento in cui si perde un po’. Immediatezza radiofonica e personalità, una canzone che funziona tanto dal vivo quanto in streaming.

VOTO: 22

Mara Sattei – “Le cose che non sai di me”
Lagna sanremese con la classica coreografia delle braccia… zero emozione, giusto un po’ di scena. La canzone parte bassa e sale per ostentare estensione vocale (e nasale)… Banale, noioso, già dimenticato e forse mai ricordato, e l’autore è Thasup?! Davvero?!

VOTO: 12

Dargen D’Amico – “AI AI”
Dargen scalzo sul palco dell’Ariston, sempre irriverente e con quella punta di punk attitude che apprezzo. Il brano è orecchiabile, con un testo profondo che non si prende troppo sul serio. L’arrangiamento disco/funky funziona anche se non porta nulla di veramente nuovo. Nel complesso, ascoltabile e divertente, ma non lascia alcun segno indelebile.

VOTO: 18

Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare”
Anche lui sfoggia quel mood Disney, in questo caso Peter Pan 2.0. Senza un vero ritornello, la canzone scivola via, e il testo, pur pieno di immagini evocative, non lascia traccia. Ascoltabile sì, memorabile no.

VOTO: 16

Maria Antonietta e Colombre – “La felicità e basta”
Difficile non confrontare il brano in gara con le loro discografie individuali e con l’ultimo album condiviso. Sbagliato, invece, tentare paragoni con altri duo: Maria Antonietta e Colombre non sono artisti da “profilo di coppia”, ma due identità in dialogo. Pur convincendo meno, “La felicità e basta” mantiene la loro firma: autentica e ricca di rimandi al passato, come un filo che collega e attraversa tutta la loro musica. Sanremo è stata più una vetrina che una gara e i loro album da solisti restano l’unica chiave per conoscerli e capirli davvero. Sul palco, l’intesa funziona, mettono di buon umore e sono magnetici.

VOTO: 23

Eddie Brock – “Avvoltoi”
Sempre emo, sempre cringe e sempre stonato. A fondo classifica, ma non è Vasco con “Vita Spericolata”. TikTok lo aspetta già a braccia aperte, pronto a trasformare ogni stonatura in trend.

VOTO: RINUNCIA AGLI STUDI!

Linda Signoretto

Sanremo 2026: le pagelle della terza serata

La stanchezza inizia già a farsi sentire, e durante questa terza serata del Festival in forma dimezzata (e per fortuna), ci è parso utile dividerci in tre blocchi per non arrivare a sabato sull’orlo di una crisi di nervi e per valorizzare gusti e opinioni differenti. Il bello del Festival è anche questo! Ecco a voi cosa abbiamo pensato delle esibizioni di ieri sera.

VINCITORE SANREMO GIOVANI

Nicolò Filippucci – “Laguna”
Ha portato sul palco una canzone di quelle che ti ascolti la prima settimana e poi rischia di scivolare via, orecchiabile ma non da vittoria. Gli si augura un futuro di crescita artistica, capace di sorprenderci con brani più incisivi. Bravo Nicolò!

BIG

Maria Antonietta & Colombre – “La felicità e basta”
I nuovi sostituti dei Coma_Cose all’apparenza, ma usciti meglio e con meno “cuoricini” nell’aria. Il palco lo sanno gestire molto bene con sorrisi raggianti in volto. Un duo che funziona perfettamente, interpretando una canzone dalle note dolci.

VOTO: 27

Leo Gassmann – “Naturale”
Si conferma nuovamente un artista talentuoso, ma altrettanto sottovalutato. Questo brano sarà in grado di ribaltare la situazione una volta per tutte?

VOTO: 23

Malika Ayane – “Animali notturni”
Voce inconfondibile di un’artista con la A maiuscola, anche su un brano che non valorizza pienamente le sue grandi capacità. Insomma, poteva fare di meglio.

VOTO: 21

Sal Da Vinci – “Per sempre sì”
Appare a tutti gli effetti una canzone cantata quando si è un po’ su di giri al karaoke con gli amici, in un venerdì sera qualunque.

VOTO: S.V.

Tredici Pietro – “Uomo che cade”
Una voce “aggressiva” su base pacata, sul ritornello inizi a sentirti un po’ male. Pietro sarà un Morandi, ma non era obbligatorio seguire le passioni del padre.

VOTO: S.V.

Silvia Appendino

Raf – “Ora e per sempre”
Esibizione leggermente migliore della precedente. “Ora e per sempre” resta comunque una prova di resistenza: possiamo accettarla ora, ma ascoltarla per sempre sarebbe davvero una tortura.

VOTO: 12

Francesco Renga – “Il meglio di me”
Virtuosismi, acuti orbitanti e pathos esagerato. È talmente “alla Renga” che sembra nato da un prompt: «Hey Chat, scrivi una canzone alla Francesco Renga». Più estenuante che emozionante. A questo appello, bocciato.

VOTO: 16

Eddie Brock – “Avvoltoi”
No, non sono problemi tecnici, è proprio stonato. Ballata da amico fedele che asciuga il mascara mentre lei cade tra gli “avvoltoi”. Emo al massimo, cringe anche di più.

VOTO: sollecitiamo la rinuncia agli studi

Serena Brancale – “QUI CON ME”
Voce impeccabile, però il brano non le calza: troppo musical, troppo “Sanremo”, troppo costruito. Bravissima, ma a disagio. Un voto in più per testo ed emozione.

VOTO: 21

Samurai Jay – “OSSESSIONE”
Il palco dell’Ariston oscilla tra stabilimento balneare e giostre di paese. Passi di danza, acrobazie e… APPARIZIONE DI BELEN RODRIGUEZ. Inaspettato e un po’ trash, forse la prima esibizione era meglio. Tre voti in meno.

VOTO: 20

Linda Signoretto

Arisa – “Magica favola”
Principessa Arisa sale sul piedistallo e osserva dall’alto il suo regno di ghiaccio e benevolenza, ergendosi stilisticamente e tecnicamente. Performance impeccabile ma il brano con ritornellone aperto Disney un po’ stanca e il testo fin troppo leggero non dà una mano.

VOTO: 20

Michele Bravi – “Prima o poi”
La raucedine incrina il già particolare timbro di Bravi che non aiuta la resa del live e lo porta vicino all’asfissia, distruggendo l’atmosfera già anonima e pesantella del testo.
Michele Bravi viene sotto casa tua, che fai?

VOTO: 16

Luchè – “Labirinto”
Si scioglie un pochetto e canta meglio della prima serata, il ritornello inizia a entrare in testa ma viene ripetuto talmente tante volte che gli ultimi trenta secondi ho messo il muto.

VOTO: 19

Mara Sattei – “Le cose che non sai di me”
Non saprei proprio da dove cominciare, o dove finire. L’unico particolare che si inizia a cogliere dopo qualche ascolto dei brani è il testo, che in questo caso cade in un palese e avvilente egoriferimento. Le cose che non so di te sono più che abbastanza.

VOTO: 15

Sayf – “Tu mi piaci tanto”
Il testo semplice ma diretto e socialmente interessato (dire impegnato pare troppo) alza il livello molto basso dell’edizione. Se inoltre aggiungiamo un hook simpatico, orecchiabile e da scossarella di spalle, il risultato finale è più che buono e, anche se non entrerà in Top 5, rimane personalmente il vincitore morale.

VOTO: 24

Marco Usmigli

Sanremo 2026: le pagelle della prima serata

Prima sera. Prime sentenze. Nessuna pietà. 

Ci sarebbero tante cose da dire, forse troppe. Abbiamo cercato di condensare il tutto in poche righe consapevoli che nei prossimi giorni, non si sa bene per quale allucinazione collettiva, inizieremo a cantarle.

Ditonellapiaga – “Che fastidio”
Ditonellapiaga accende la cassa e riesce a trasformare l’Ariston in un club con le poltrone numerate. Beat elettronico super catchy, magnetismo e ironia. Funziona senza bisogno di piagnistei.

VOTO: 23

Michele Bravi – “Prima o poi”
Il frullato delle banalità. Un mix di rimandi a ballad classicone dagli anni Sessanta fino a toccare Tiziano Ferro nazionale e l’ultimo Gabbani, senza troppa originalità e alquanto dimenticabile.

VOTO: 15

Sayf – “Tu mi piaci tanto”
Il ragazzo è bravo ma non si applica. Le strofe, in teoria critiche e incisive, arrivano poco nella performance. Il ritornello è volutamente la sagra delle banalità. Dove hai lasciato gli assoli di tromba del tuo ultimo tour?

VOTO: 20

Mara Sattei – “Le cose che non sai di me”
Tipica cantilena sanremese: tutto ordinato, banale e prevedibile. Ricorda Rose Villain, ma senza quel ritornello che fa esplodere (in tutti i sensi) le orecchie. Niente click, niente boom, solo meh.

VOTO: 14

Dargen D’Amico – “AI AI”
La solita sanremata di Dargen, stavolta senza cassa dritta. Risulta debole e non crediamo riuscirà a ripetere i risultati delle precedenti edizioni, fa un po’ il compitino e pare gli basti.

VOTO: 18 (ai, ai)

Arisa – “Magica favola”
Voce da usignolo e Sincerità (purtroppo non quella di qualche anno fa) ma il testo pare scritto durante la ricreazione. “Sole, cuore, amore” e un voto che parla da solo. La favola? Probabilmente la bella addormentata nel bosco. Soporifero.

VOTO: 18

Luché – “Labirinto”
Il Power Ranger non ha assunto un vocal coach. 

VOTO: 18

Tommaso Paradiso – “I romantici”
Paradiso ha scambiato l’Ariston per il karaoke di quartiere. Non emoziona e non sorprende ma lo sentiremo ovunque senza alcuna ragione, solo l’abitudine. Canzone tutto fuorché originale, uscita da un archivio di hit già ascoltate. Ctrl+C – Ctrl+V ed è subito radio.

VOTO: 12

Elettra Lamborghini – “Voilà”
Cambio di registro per Elettra Lamborghini che prende appunti da Rosa Chemical e cita Raffaella Carrà.  Forse era meglio il reggaeton.

VOTO: 15

Patty Pravo – “Opera”
Testo che vuole essere una raccolta di sagge massime, un po’ alla Battiato, scritte ad hoc per lei ma poco incisive e coese. C’è di positivo che Patty Pravo, nonostante tutto, porta a casa la performance: sa tenere il palco con semplici gesti che danno enfasi. Statuaria, solenne è sempre lì, e ci tiene compagnia. Terrà botta?

VOTO: ∞

Samurai Jay – “Ossessione”
Si torna subito sul divano dei nonni nel 2005, tra un succhino alla pera e Paso Adelante alla tv. L’unico brano veramente estivo dell’edizione è già pronto a catturarci nella prossima stagione calda, tra un caipirinha e un passo di samba (e per fortuna non reggaeton).
Tutto sommato non è poi tutto sbagliato.

VOTO: 23

RAF – “Ora e per sempre”
“Ragazzi ci manca un trentesimo concorrente, avete idee?” Ah sì certo, RAF. 

VOTO: ???

J-Ax – “ITALIA STARTER PACK”
Un mix tra la versione italiana di “Cotton eye Joe” dei Rednex e l’ultimo album di Beyoncé. J-Ax è un po’ confuso per questo Sanremo e tra banjo e cheerleaders ha deciso di buttarla in caciara, che va sempre bene. No comment perché se comment brutto comment.

VOTO: tu vuò fà l’americano (bocciato)

Fulminacci – “Stupida sfortuna”
Un Fulminacci in salsa rosa, lindo e pinto pronto ad accaparrarsi i voti del grande pubblico. Una ballad molto da lui, ma senza quell’elemento che ti fa dire «Oh interessante», cosa che invece, evidentemente, è stata pensata dalla sala stampa.

VOTO: 20

Levante – “SEI TU”
Unico azzardo tra tutti i brani lenti e banali di questo Festival. Il ritornello ti spiazza e funziona, entra in testa e speriamo ci rimanga. EBBRAVA LEVANTE 

VOTO: 25

Fedez e Masini – “MALE NECESSARIO”
Il solito Fedez che fa la vittima in Eurovisione cercando di (?) cantare (?) – si impegna anche aiutandosi con i gesti. 
Il solito Masini che urla cercando di (?) cantare (?) – lui si impegna solo a non farsi scoppiare la giugulare. 
Un momento di quiete per le nostre orecchie: l’autotune sulle urla di Masini. 
Un male assolutamente non necessario.

VOTO: Auto2ne

Ermal meta – “Stella stellina”
Smarmella frasi retoriche, talmente tanto retoriche che è difficile comprendere effettivamente dove voglia parare. Unica salvezza il ricamo “Amal” sulla giacca, e forse a sto punto faceva prima ad andare alla Fashion Week milanese. Tentativo di ghalizzazione ma non raggiunge la “meta”.

VOTO: 14 (non arriva alla Meta)

Serena Brancale – “QUI CON ME”
Partenza buona, sembra tornare la Brancale di “Galleggiare” (Sanremo 2015). Poi qualcosa va storto. Sarà la vicinanza di Arisa che contagia con i virtuosismi alla Disney, ma c’è troppo pop e musical in quel finale “con meeeeee”.

VOTO: 20

Nayt – “Prima che”
Ha fatto il Nayt. Strofe con bel flow che però non cambia mai e alla fine stanca, e un ritornello carino ma non così catchy, alla fine l’esibizione è minimale e funziona. Coerente.

VOTO: 18

Malika Ayane – “animali notturni”
Il brano strumentalmente più interessante, colori mediterranei funky e un po’ di groove, che si perde purtroppo un pochino nell’arrangiamento orchestrale scarno, ma per noi pezzo da testa della classifica.

VOTO: 25

Eddie Brock – “Avvoltoi”
Il nostro consiglio è di tornare su TikTok e rimanere lì.

VOTO: rinuncia agli studi

Sal Da Vinci – “Per sempre sì”
Ed è subito neomelodico. La sagra delle banalità sentimentali: anelli al dito e balli di gruppo pacchiani. Ed ecco infatti che sul finale arrivano balletto con il pubblico e fede nuziale.

VOTO: 80100 (NA)

Enrico Nigiotti – “Ogni volta che non so volare”
Il testo è bello, la melodia piacevole e va riconosciuto il coraggio di strutturare il brano senza un vero e proprio ritornello. Nigiotti ci prova, non è un disastro ma, tra zero memorabilità e qualche cliché, non ci riesce.

VOTO: 16

Tredici Pietro – “uomo che cade”
È toccato a lui il classico microfono non funzionante. Alla seconda prova era talmente spaventato che ha iniziato l’esibizione emettendo versi a caso per assicurarsi che non ci fossero problemi tecnici – o forse era parte del testo? 
Il classico rapper a Sanremo, però almeno lui sa cantare, dai.

VOTO: 13+10

Chiello – “Ti penso sempre”
Arrangiamento orecchiabile alla The Strokes, vocalmente debole ma con un’identità forte. Chiello non si piega alla kermesse o al pubblico “incravattato” e resta fedele a sé stesso.
Fresco ma forse un po’ piatto.

VOTO: 18

Bambole di Pezza – “Resta con me”
Purtroppo anche loro non sono riuscite a scampare all’effetto Ariston. Si sono presentate come rockettare sovversive, ma sul palco si sono forse dimenticate di esserlo. Per fortuna Laura Pausini alla consegna dei fiori gliel’ha ricordato. Ci si aspettava sicuramente di meglio.

VOTO: ci vediamo al prossimo appello

Maria Antonietta e Colombre – “La felicità e basta”
Leggeri, fin troppo. Ci aspettavamo di più, Welcome back Ricchi e Poveri!

VOTO: 20

Leo Gassman – “NATURALE”
Peccato perché ha un bel timbro, presenza attoriale innata, ma al «La felpa con il nero dell’eyeliner» ogni autore di testi ha necessitato di una rianimazione cardiopolmonare. NATURALE che poi ti troverai a fondo classifica.

VOTO: 10

Francesco Renga – “Il meglio di me”
Il solito Renga, dov’è Nek?

VOTO: 18

LDA e Aka7even – “Poesie Clandestine”
Canticchiabile e catchy. Hit estiva pronta all’uso ma non è un complimento. Grande sorpresa: Aka7even sa cantare. 

VOTO: 22

La redazione

Freak Film Festival: le serate musicali


Giunto alla sua seconda edizione, dopo il buon riscontro ottenuto nel 2024, il Freak Film Festival si conferma una realtà vivace e sensibile ai bisogni di una generazione alla ricerca compulsiva di identità, spazi e conferme.
L’edizione di quest’anno, ospitata dal 13 al 17 novembre presso il Cinema Baretti e il Polo Culturale Lombroso 16, ruota attorno all’estetica Hyperpop: un genere che esaspera gli elementi del pop attraverso una radicalizzazione digitale, glitchata e computerizzata, spesso intrecciandosi col mondo nerd.

Proprio in questa dimensione si coglie l’intento degli organizzatori: partire da un mondo nato come nicchia per poi raccontare la sua trasformazione in rifugio di personalità disorientate o incapaci di riconoscersi nei contenitori troppo rigidi dell’era contemporanea.
Riprendendo il messaggio dell’Hyperpop musicale, il festival propone una selezione di film che affrontano l’inadeguatezza adolescenziale e la difficoltà dei giovani adulti di trovare una collocazione in un mondo che spesso li esclude o li fraintende.

Foto di Davide Tacconelli

A incarnare questo spirito è la serata del venerdì, incendiata da Kenobit, artista smanettone del Game Boy e paladino della resistenza digitale. Il suo live di Chiptune è un’ora di pura energia, tra salti, grida e improvvisazioni rapidissime, ottenute spremendo all’estremo la limitata capacità della console Nintendo. Il set mescola remix di sigle animate anni ’80 a brani della tradizione partigiana, il tutto sorretto da una cassa dritta che oscilla tra techno e hardcore.

Il sabato è invece dedicato all’Hyperpop nella sua forma più canonica, rappresentato da Sillyelly: cantante dall’estetica waifu che però sovverte i tratti subordinati del personaggio, sostituendoli con audacia, consapevolezza e ribellione verso i canoni. Sul palco porta la sua estetica fucsia e otaku, insieme a performance e testi che celebrano l’empowerment di chi vive nella diversità.

Foto di Davide Tacconelli

Tra riferimenti pop, autodeterminazione e momenti di vulnerabilità, Sillyelly costruisce una narrazione di rivalsa emotiva che incarna perfettamente l’anima del festival: uno spazio per chi non ha paura di dis-integrarsi al fine di reinventarsi.

Marco Usmigli