Tutti gli articoli di Riccardo Morabito

Crippled Symmetry: i tappeti sonori di Morton Feldman a ToListenTo 

È risaputo che spesso i compositori si ispirano a materiali extramusicali, tratti dai suoni della natura, dalla letteratura o dalle arti figurative. Morton Feldman non fa eccezione. Per Crippled Symmetry – trio eseguito all’interno del festival ToListenTo il 24 settembre – il compositore, appassionato di tappeti, ha tratto ispirazione dai tessitori dell’Anatolia, i cui metodi di lavoro creano delle imperfezioni: i motivi non sono perfettamente simmetrici e il modo di tingere la lana non produce un colore uniforme, ma delle sottili sfumature chiamate abrash. 

Trovo il posto più comodo della sala ipogea della GAM. In mezzo c’è un cubo di tela illuminato di rosso-granata da due proiettori. Osservandolo più attentamente noto delle silhouette muoversi al suo interno: sono i musicisti Alessandra Giura Longo, (flauto), Francesco Ciminiello (percussioni) e Silvia Corda (pianoforte). È una disposizione scenica molto suggestiva: sono come sacerdoti che officiano dietro al velo del Tempio… Quando la sala è piena, lo spettacolo inizia: le proiezioni decorano il cubo con close-up di motivi tratti dai tappeti sardi e anatolici, messi in relazione per via delle loro somiglianze.

Tappeto anatolico del XVII secolo
ph: Francesco Bini, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Tutto il pezzo è costruito a partire da cellule motiviche che si ripropongono, ma ogni volta sempre leggermente variate nel ritmo e nelle altezze, creando un effetto caleidoscopico. Il brano ssembra sempre ripetersi ma non è mai lo stesso. Entrano costantemente nuove figure, il pezzo vaga come se ogni gesto fosse l’ultimo. Ogni silenzio sembra quello definitivo, finché entra qualche nuovo suono a prorogare la fine. A volte le immagini sul cubo ricordano piante di edifici scomparsi e questa è l’immagine più adatta per descrivere l’esperienza di questo pezzo: vagare tra frammenti di antiche rovine. Rovine di cosa? Del classicismo. Ogni tanto accordi tonali spuntano come torsi dalle sabbie, a metà pezzo il flauto suona una scala maggiore ma rimane lì, come rimangono la Sfinge e le Piramidi. La stessa tecnica dello sviluppo tematico, tipicamente classica, non è usata per costruire la forma, ma per eroderla, sfigurare il materiale, come quando si vede attraverso un velo d’acqua.

Il resto del pubblico non è così romantico. Il pezzo dura un’ora e quaranta e a metà c’è la Grande Rinuncia: metà della sala se ne va e l’altra metà si è addormentata nella speranza degli applausi finali. A un’ora e venti sento persone sbuffare ogni volta che viene introdotto nuovo materiale musicale, e a un’ora e trenta un ragazzo è in posizione fetale con le mani tra i capelli. Come direbbe il Marchese de Sade: «Il lettore ha il diritto di indignarsi quando sente che si esige troppo da lui». Ma di chi è la colpa, di Feldman o della nostra generazione viziata dalle dopamine? 

Riccardo Morabito

La Nona di Mahler: quello che la HIP mi racconta

Nella cornice del Teatro alla Scala, il 9 settembre si è conclusa la 65ma edizione dello Stresa Festival, con un programma speciale: l’imponente Nona sinfonia di Mahler, eseguita dalla Mahler Academy Orchestra sotto la guida di Philipp von Steinaecker. Originalklang è il nome del progetto culturale che fa da cornice all’evento: ovvero recuperare strumenti originali, presumibilmente gli stessi utilizzati all’Opera di Vienna al tempo di Mahler, con il coordinamento della Fondazione «Euregio» di Dobbiaco. 

Dalla cartella stampa dello Stresa Festival – ph. Marco Caselli, Nirmal Ferrara Musica

La questione HIP (Historically Informed Performance) tendenzialmente privilegia la musica antica al repertorio moderno. Bach e Monteverdi appartengano a ere storiche completamente diverse. Esecuzioni con strumenti moderni richiedono discutibili interventi compositivi, ma soprattutto negano l’ammissibilità nel presente di consuetudini distanti. Mahler invece è moderno: la sua musica riflette le rotture con un mondo classico che non regge più le contraddizioni della realtà; l’organico per cui scrive è quello contemporaneo. Il suo revival negli anni Sessanta lo rende ancora più vicino: è difficile immaginarlo come parte di un mondo tramontato o che non suoni come nelle registrazioni di Bernstein.

Ma anche Mahler è alieno; ascoltare la sua musica eseguita dagli strumenti del suo tempo può disorientare un conoscitore. Ad esempio gli archi con corda di budello hanno un suono totalmente diverso, molto delicato: nei passaggi più incisivi, il loro intervento risulta alonato. Altri problemi riguardano i timbri dei fiati e delle percussioni, nonché  l’accordatura; durante l’impero austro-ungarico, gli spettatori non conoscevano l’aria condizionata, piaga per l’intonazione degli strumenti storici  (ma d’altronde è valido farci sudare per amore della prassi?)

Dalla cartella stampa dello Stresa Festival – ph. Marco Caselli, Nirmal Ferrara Musica

Ci sono meriti in questo tipo di concerto oltre a quelli filologici? Assolutamente sì. Superato lo spaesamento (il passato è una terra esotica) certi momenti brillano particolarmente: il modo in cui il timbro delle campane si mischia all’orchestra durante l’Andante; la predominanza dei fiati rende più interessanti i passaggi bandistici dei movimenti centrali; il colore intimo dell’Adagio, soprattutto nella coda, quando rimangono soltanto gli archi e il materiale precedente sembra dilatarsi e frammentarsi, finché tutti si placano in un sommesso accordo di re bemolle fino al silenzio. E poi squilla un telefono dal loggione.


Riccardo Morabito

War Requiem: Harmonia in tempore belli

MITO SettembreMusica, il festival che unisce Milano e Torino, apre la programmazione nel capoluogo piemontese il 7 settembre, all’Auditorium Rai Arturo Toscanini. La stagione di quest’anno, intitolata Harmonia, viene inaugurata dal War Requiem di Benjamin Britten: la scelta è un omaggio al compositore nel cinquantesimo anniversario della morte e, al tempo stesso, un monito contro gli orrori e la futilità della guerra. Spesso la sala da concerto offre rifugio dalla volgarità del mondo, da tutto ciò che ci sia di gretto e spiacevole e dove possiamo, per la durata dello spettacolo, lavarci l’anima e consolarci delle imperfezioni della vita; Britten invece porta dentro l’hortus conclusus della musica quell’inquietudine da cui si cerca di scappare.

Da cartella stampa di MITO SettembreMusica – foto di Gianluca Platania

L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai – in forma mastodontica, visto l’organico richiesto –  il Coro del Teatro Regio, i solisti Elena Guseva (soprano), Nicky Spence (tenore) e Bo Skovhus (baritono), sotto la direzione di Simone Young, hanno magistralmente reso questo monumento della musica del XX secolo, cosa difficilissima non solo dal punto di vista tecnico ma anche interpretativo. La struttura a pannelli richiede una grande capacità, di non solo saper colorare ogni momento musicale appropriatamente, ma di riuscire a tenere la tensione tra una parte e l’altra, sfide che la direttrice ha saputo fare alla perfezione. Notevoli i due solisti maschili per la loro drammaticità. Commovente sentirli cantare nel finale le parole «Let us sleep now»: l’immagine delle ombre di due soldati che dopo essersi biecamente trucidati a vicenda possono trovare riposo nel grembo della terra. Ragguardevole anche il coro, in particolare nei passaggi a cappella.

L’interpretazione è fondamentale. Il War Requiem è un capolavoro, non solo di tecnica compositiva, ma soprattutto un capolavoro ermeneutico: Britten va nel cuore del testo della Messa dei Morti e della poesia di Wilfred Owen, ricordando che la formula «Requiem aeternam dona eis, Domine» è un appello: parte da un’umanità che spera fiduciosamente in questo riposo, annientandosi nella pace.; nel Dies Irae il richiamo della tromba del Giudizio è quello dei clarini di battaglia, citati tanto musicalmente come nel testo di Owen: «Bugles sang, saddening the evening air», argomentando che forse è già passato il giorno d’ira, sciogliendo, con le nostre stesse mani, il mondo. Solo alla fine, nel «Libera Me», la lugubre e angosciante atmosfera si scioglie in una consolazione di mahleriana memoria. Un finale che non porta alla risurrezione ma è un invito al riposo, riposo che, nonostante gli 80 anni che separano la grande ecatombe del secolo scorso ai giorni d’oggi, non è ancora venuto. Viviamo in un’era di ansietà dove incombono le ombre del passato e del futuro e che solo la consapevolezza e il ricordo, come ha voluto fare MiTO SettembreMusica in questa inaugurazione, può preparare e puntare una via verso la pace.

Riccardo Morabito