Articoli di dominio generale, senza alcuna specifica. Possono essere conferenze stampa, eventi che uniscono più discipline – es. mostra con musica – etc…
La sera del 23 gennaio 2026 ritornano dopo un anno al Hiroshima Mon Amour gli Skiantos. Ribattezzati “1269”, gli Skiantos, riprendono la sequenza dalla loro celebre canzone “Eptadone”, in cui dopo un dialogo iniziale viene dato il tempo, non in maniera canonica con 1, 2, 3, 4, ma proprio con 1, 2, 6, 9.
I membri ora sono Massimo “Magnus” Magnani (basso e voce), Roberto “Granito” Morsiani (batteria e voce), Gianluca “La Molla” Schiavon (batteria e voce) e Luca “Tornado” Testoni (chitarra elettrica e voce). La formazione, dopo la scomparsa del cantante Roberto “Freak” Antoni e di Fabio “Dandy Bestia” Testoni, prosegue l’esperienza, artistica e demenziale, iniziata da studenti scapestrati del DAMS, nel lontano 1975, in una cantina a Bologna (massimo rispetto per i nostri colleghi).
La band pilastro del rock demenziale italiano fa da ponte mettendo d’accordo l’animo ribelle e sgangherato di più generazioni, come si vede dal pubblico multigenerazionale presente in sala.
L’esibizione programmata per le 22 comincia una mezz’oretta dopo: i quattro arrivano sul palco e dietro come sfondo appare un’immagine di Freak Antoni, in ricordo del leader indiscusso della band, scomparso nel 2014. La serata si apre con “Ti rullo di kartoni” e prosegue con brani provenienti soprattutto dal celebre album Kinotto,del 1979.
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Seguono le molte altre canzoni scorrette e ironiche degli Skiantos come: “Calpesta il paralitico” e “Meglio un figlio ladro che un figlio frocio” a cui però Granito fa un aggiunta di stampo politico paragonando il testo alle uscite spiacevoli (e anacronistiche) del generale Vannacci.
Circa a metà del concerto, irrompe sul palco la barista con quattro caffè pronti sotto richiesta degli stessi performer, che si giustificano dicendo: «abbiamo una certa età» e si prendono una breve pausa. La band si scambia i posti ed è pronta per ricominciare a suonare: Granito alla batteria, Magnus sempre al basso, La Molla con i sonagli e Tornado come voce e con la chitarra. È il momento di “Panka Rock”.
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Vari cartelli sfilano durante la serata: appare “APPLAUSI SPONTANEI” ma il più apprezzato (a mani basse) è “FATE KAGARE” con tanto di carta igienica lanciata sul pubblico.
Sul palco arriva Johnson Righeira – metà del famoso duo – che istruendo gli Skiantos su Pòrta Palass e sul Balon, introduce un canto in dialetto piemontese che da torinesi (o adottati torinesi) quali siamo non possiamo non apprezzare.
Successivamente alla tanto amata “Mi piacciono le sbarbine” l’esibizione si chiude in bellezza con “Largo all’avanguardia”, brano durante il quale il gruppo mostra uno striscione con scritto “siete un pubblico di merda”. Possiamo solo essere d’accordo.
Finisce così la serata e sulle note di “Bau bau baby”, ci dirigiamo all’uscita tra la nostalgia per tempi che non abbiamo mai vissuto, ma che sembra siano stati incredibili, e il tentativo di non scivolare sulla carta igienica. Gli Skiantos anche questa volta ci restituiscono un insolita leggerezza grazie al loro non prendersi mai sul serio: in questo bisogna ammetterlo, sono stati e sono pura avanguardia.
Torniamo alle OGR Torino per la serata conclusiva di questa edizione, che propone in scaletta tre show in esclusiva italiana. La prima a esibirsi è Maria Somerville, che presenta il suo album di debutto, Luster. Sul palco la cantante irlandese è accompagnata da un trio chitarra, basso e batteria. Il concerto ruota intorno alla sua voce in un gioco tra sonorità leggere dream pop e ripetute virate di stampo shoegaze. L’uso dei riverberi e delle distorsioni si fa sempre più frequente fino a esplodere nel finale in cui gli artisti abbandonano il palco lasciando che siano gli strumenti a creare un muro di suono di feedback.
Ritorna al festival billy woods, già presente lo scorso anno al Lingotto, forte dell’uscita del suo ultimo album, Golliwog. Il rapper newyorkese dà l’ennesima prova del suo stile unico da MC totale e fuori norma, che non si mostra quasi mai rimanendo immerso nel buio della sala. Tra rullante e cassa in stile boom bap, spazzole e piatti da notturno jazz e ambient-noise, woods sembra un fantasma che si aggira nell’hip-hop come a voler sovvertire dal basso ogni regola.
Infine sale sul palco Smerz, duo norvegese composto da Henriette Motzfeldt e Catharina Stoltenberg, che a otto anni dalla loro prima apparizione a C2C Festival tornano per presentare il loro recente lavoro, Big City Life, raffinato esempio di minimalismo art-pop.
L’ultima serata ha segnato l’apice di un’edizione costruita con qualità, sperimentazione e una sorprendente partecipazione. Un successo che conferma l’eccellenza del Festival nell’ambito avant-pop sperimentale e non solo. Sono state quattro giornate cariche di energia positiva, passione e quel desiderio di aggregazione che solo certi eventi riescono a creare. Grandi nomi, artisti più di nicchia e una gran cura che anche quest’anno hanno reso il festival un successo.
Foto di Ilum collettivo da cartella stampa C2C Festival
Il filo rosso che ha cucito insieme quattro giorni di suoni, incontri e comunità è stato Per Aspera ad Astra. Un ritorno alle radici dell’identità di C2C Festival che non si è mai limitata alla programmazione musicale, ma si è costruita attraverso una visione culturale ampia, coraggiosa, quasi ostinata, capace di intercettare e spesso anticipare interi mondi sonori. Sono passati artisti che hanno segnato la storia della musica contemporanea: Aphex Twin, Thom Yorke, Franco Battiato, Flying Lotus, Arca, King Krule, Yves Tumor, solo per citarne alcuni. Nomi che testimoniano la postura del Festival: mai inseguitore, piuttosto generatore di visioni, con la musica sempre al centro e mai il trend. Più che mai, questa impronta è stata evidente, raccogliendo un pubblico trasversale, coinvolto e curioso, che ha risposto con entusiasmo alla ricchezza di proposte e alla forza delle performance.
La Mole Antonelliana illuminata in ricordo di Sergio Ricciardone non è solo una commemorazione ma il simbolo di un’edizione che porta con sé una grande eredità artistica, trasformando l’assenza in direzione e la nostalgia in forza propulsiva. Cercare le stelle e, per un momento, sentirle davvero vicine. C2C Festival è arrivato “ad Astra” anche quest’anno.
In questo settembre confuso e dal tempo ballerino proponiamo un mix che include: rifacimenti di antichi successi, nuove star emergenti e cantanti che non fanno altro che darci certezze inconfutabili.
Buon ascolto!
“La stagione della noia”- Absenthee
La band torinese, nata a inizio settembre 2023, esordisce con il suo primo epDove pensi di star andando? Il loro stile ibrida l’indie rock con influenze varie tra funky, progressive rock e jazz. “La stagione della noia”, su un ritmo di bossa nova, ci sussurra speranze e illusioni della giovinezza che sul finale vengono spezzate dall’idea di maturare al passaggio con l’età adulta. L’ultimo brano del disco esprime un sentimento che fa da ponte in tutte le canzoni dell’ep: l’inadeguatezza e l’alienazione mascherati da una finta spensieratezza. Ciò che attrae maggiormente degli Absenthee è la scrittura puntuale ed evocativa di sensazioni così vicine al vissuto giovanile, tra le quali gioca un ruolo chiave lo smarrimento.
Voto: 28/30
“Fosse Vero” – Avincola
Simone Avincola, in arte Avincola, è un cantautore e polistrumentista romano. Con l’album Avincola Canta Carella ha attinto ai migliori brani di un grandissimo cantautore italiano, Enzo Carella. Al disco partecipano anche Anna Castiglia, Ciliari, Dente e MILLE. Tutto l’album ha un arrangiamento che modernizza lo stile di Carella, già all’avanguardia per i suoi tempi. “Fosse Vero” è il primissimo brano del cantautore, apparso prima come singolo nel 1976 e poi nell’album Vocazione nel 1977. Memorabile è la collaborazione con il paroliere Pasquale Panella, evidente nel suo stile surreale, evocativo e ricco di giochi di parole, doppi sensi e nonsense, qui e in tutti i successivi album. Il brano nello specifico è un’ottima occasione per rispolverare almeno un pezzo del primo album del cantautore, non presente sulle piattaforme di streaming musicale.
Voto: 30/30
“Le temps de l’amour – Version alternative”–Françoise Hardy
Sempre in tema con i grandi cantanti del passato, su Spotify è uscita una raccolta di canzoni della celebre Françoise Hardy, cantautrice francese venuta a mancare lo scorso anno. L’album Le premier bonheur du jour (Legacy Edition) contiene grandi successi come l’omonima canzone , “L’amour d’un garçon” e “Comme tant d’autres”. “Le temps de l’amour – Version alternative” è leggermente diversa dall’arrangiamento storico del pezzo: ci trasporta indietro nel tempo in un what if alternativo, nel quale questa versione sarebbe potuta essere la canzone definitiva. L’influenza musicale della cantautrice vive ancora tra noi: citata e celebrata in tutto il mondo.
Voto: 26/30
“Giornata perfetta” – Colombre e Maria Antonietta
Giovanni Imparato e Letizia Cesarini, in arte Colombre e Maria Antonietta, sono due cantautori che nell’album Luna di miele si uniscono per creare una rilettura dell’amore quotidiano: definito dagli istanti luminosi ma non privi di zone d’ombra. La normalità guida i due a sperimentare sia le sensazioni positive che quelle negative con leggerezza e accettazione. Nel brano “Giornata perfetta” viene esaltata la gioia della dimensione presente senza pensare al futuro, ma semplicemente vivendo il momento. Il loro stile si ibrida tra il pop d’autore con accenni retrò, che evocano una sospensione del tempo in una tiepida sera d’estate. Colombre e Maria Antonietta, insieme anche nella vita reale, ci regalano una visione pura dell’amore che non si scalfisce con l’abitudine e non si usura con il passare del tempo, ma rimane visibilmente acceso.
Voto: 27/30
“Le tue mani, la tua moto” – Gioia Lucia
Gioia Vitale, in arte Gioia Lucia, è una cantautrice brillante che sa tenere il pubblico agganciato grazie alle sue melodie funky con testi freschi e mai noiosi. “Le tue mani, la tua moto” si va ad aggiungere all’album Forse un giornouscito nel maggio 2025, disco che unisce egregiamente momenti riflessivi, come la canzone “Parole Vuote”, a puri momenti di ballo con “Morta d’amore”, non a caso il brano più apprezzato dai fan. Il nuovo brano descrive in modo divertente e leggero la difficoltà di lasciar andare una persona, o meglio l’idea di questa persona, resa tridimensionale non dalla descrizione della sua personalità bensì da caratteristiche fisiche, come le mani, le spalle e poi ovviamente la sua moto. Con un ritmo avvolgente, la cantautrice ci porta nella sua uscita serale, in cui spavalda fronteggia il vero ‘lui’, finalmente cercando di superarne l’idea ormai tramontata.
Voto: 28/30
Maria Scaletta
“NIENTE DA DIRE” – Levante
Nel video ufficiale, Levante danza sullo sfondo suggestivo dei Murazzi e del Po, immersa nella città che l’ha vista nascere e poi brillare: Torino. Per quanto il brano abbia un’impronta chiaramente commerciale, Levante dimostra ancora una volta di saper restare al passo con i tempi, senza perdere autenticità. Con la sua voce e il suo stile, riesce a parlare al cuore di chi la ascolta, intrecciando immagini semplici ma sempre orecchiabili, capaci di evocare emozioni sincere.
Voto: 27/30
“RITRATTI” – Mecna
Mecna è una certezza. Pur attraversando un’evoluzione sonora album dopo album, resta fedele a sé stesso: autentico, riconoscibile e profondamente coerente. È uno dei pochi artisti, forse l’unico, che non tradisce mai le aspettative del suo pubblico, offrendo sempre il meglio di sé, con una cura per i testi e le atmosfere. Il nuovo brano è un viaggio emotivo, ricco di richiami ai suoi progetti precedenti, come se volesse tessere un filo invisibile tra passato e presente. Oltre alla produzione di Fudasca, che si conferma tra i migliori nel panorama discografico italiano, il pezzo regala una vera chicca nell’outro: il campione di “Fantasmi pt.2” di Ghemon, mentore di Mecna e, insieme a lui, uno dei rapper più forti e raffinati della scena italiana. Con l’uscita del nuovo album, prevista per il 24 ottobre, si preannuncia un autunno carico di malinconia e lacrime amare per i fan più affezionati. Prepariamoci: Mecna è pronto a colpire ancora.
Voto: 29/30
“La Vida Serà” – José Ramón Caraballo Armas
Durante la prima puntata della nuova stagione di Propaganda Live, il programma televisivo condotto da Diego Bianchi, la Propaganda Orchestra ha regalato al pubblico un momento di profonda intensità emotiva eseguendo un brano inedito dedicato alla memoria di due musicisti scomparsi durante l’estate: il trombettista Giovanni Di Cosimo e la violinista Valentina Del Re. Nel corso dell’esecuzione, il cantante José Ramón è stato sopraffatto dall’emozione: le lacrime lo hanno costretto a interrompere il canto, mentre sullo schermo scorrevano le immagini dei membri dell’orchestra, tutti visibilmente commossi. Un momento di televisione raro, autentico, in cui l’umanità ha preso il sopravvento sulla scaletta. La canzone, intensa e delicata, parla di vita, di amore, ma soprattutto di speranza. E se l’impatto emotivo della diretta è difficilmente replicabile nella versione streaming, vale comunque la pena ascoltarla: è un tributo sincero, che lascia il segno.
Voto: 30/30
“WHERE IS MY HUSBAND!” – Raye
La canzone, ormai diventata un vero e proprio tormentone sui social, ha fatto il suo debutto al Glastonbury Festival 2025, segnando un ulteriore traguardo nella brillante ascesa di Raye. Con la sua eleganza magnetica e un fascino che travalica generazioni riesce a catturare l’attenzione di ascoltatori di ogni età. Pur essendo orecchiabile, il brano incarna pienamente lo stile e la personalità dell’artista, che riesce a coniugare modernità sonora e una sensibilità artistica raffinata.
Voto: 28/30
“So Easy (To Fall In Love)” – Olivia Dean
Olivia Dean ha consolidato la sua presenza nel panorama musicale internazionale nell’ultimo anno, grazie a un uso strategico e autentico dei social media come vetrina espressiva. Questo mese ha pubblicato il suo secondo album, The Art of Loving, un progetto maturo e raffinato che esplora le sfumature dell’amore in tutte le sue forme. In particolare, il brano, grazie anche alla produzione, curata da Zach Nahome, intreccia sonorità neo soul, pop orchestrale, incarnando tutta la dolcezza e la grazia vocale di Olivia Dean che la rendono una delle voci più promettenti e sofisticate del nuovo soul britannico.
Immersi in un mare di persone che saltano, ballano e cantano a squarciagola, l’energia travolgente di Simone Panetti e la frenesia collettiva trasformano il parterre dell’Hiroshima Mon Amour in un vortice di adrenalina e pogo sfrenato.
Noto a molti per il suo passato da streamer, Panetti è un artista romano che ha saputo rompere ogni etichetta dimostrando che si può creare ottima musica senza essere vincolati al mondo di internet e dei social. Ritorna live con un mini-tour di quattro date tra Bologna, Roma, Torino e il Mi Ami (Milano), portando sul palco un disco dalle sonorità completamente diverse rispetto ai suoi due album precedenti, Profondo rosa e Titolo provvisorio.
TOMBINO, il nuovo albumuscito ildue maggio, è nato in un pomeriggio di pura noia con l’intento di fare un “disco metallaro” sulla scia di “Cara Buongiorno”, prodotta da Greg Willen.
Panetti sale sul palco indossando una salopette animalier, affiancato da una band d’eccezione composta da Auroro Borealo, Valerio Visconti, Sebastiano Cavagna e Greg Dallavoce. Per mantenere un filo diretto con le sue origini da streamer, sull’asta del microfono campeggia una videocamera: il suo volto viene proiettato sullo schermo alle spalle, creando un ponte visivo con il mondo dello streaming e di Twitch.
Sin dalle prime note di “ALLE 6”, il pubblico viene travolto dal caos: sacchi dell’immondizia, usati come palloni da spiaggia, volano tra la folla.
Alla provocazione «A Bologna hanno pogato di più», il parterre risponde scatenandosi sulle note di “TOUCHDOWN”. Con “PEGGIORE IN CITTÀ”, Panetti lancia una sfida di viralità dei fan, chiedendo loro di fare piegamenti per tutta la durata del brano.
Lo show alterna momenti di puro disordine a interazioni folli con il pubblico, come la torta lanciata in faccia a un fan per festeggiare il suo compleanno. Commovente il momento di “Cagna”, la canzone da cui tutto ha avuto inizio ma, per non lasciare spazio a troppa introspezione. “CCCP” arriva a provocare il pensiero fascistoide con un moshpit confusionario e fuori tempo che Simone non manca di deridere.
Il manifesto di una generazione.
Come nei suoi lavori precedenti Panetti si mette a nudo affrontando senza filtri temi come ansia, paura, rabbia e frustrazione. Dice quello che la sua e la nostra generazione pensa, senza retorica né compromessi, mettendo in discussione il presente e interrogandosi sul futuro,
Le sue canzoni suonano bene in cuffia a volume massimo, ma dal vivo raggiungono la loro resa migliore. Panetti prende a schiaffi l’ascoltatore dalla prima all’ultima traccia, con un ritorno al punk ignorante e senza regole. Tra delirio, caos e imprevedibilità, il concerto si trasforma in un’esperienza collettiva senza schemi. Auroro Borealo si rivela una spalla solida e rassicurante per Simone, un supporto fondamentale sul palco.
Live perfetto? No. Ma forse è proprio questo il senso: stare insieme, divertirsi e prendersi qualche calcio in faccia, il prezzo di un live indimenticabile.
Vale la pena tornare a casa con i piedi distrutti, le orecchie che fischiano e qualche livido in più? Assolutamente sì. Ogni salto, ogni nota assordante e ogni spinta tra la folla diventano il segno di una serata vissuta al massimo, dove la musica non si è solo ascoltata, ma sentita sulla pelle.
Quindi, prendete il vostro paio di anfibi e non perdete tempo: comprate i biglietti per le prossime date perché passerete una serata di paura e delirio.
Marzo è un buon mese: tanti singoli in vista dell’uscita dei nuovi album e dei tour estivi e primaverili. Ecco la nostra top10.
“L’arte di lasciare andare” – Baustelle
Non c’è molto da dire su questo brano, se non che per fortuna i Baustelle sono tornati a fare i Baustelle rock folk, con un brano dal significato quasi esistenziale. La canzone tratta del difficile processo di imparare a lasciar andare, di abbandonare la frenesia che ci spinge a vivere le giornate sempre di corsa, accettando la nostra mortalità. Il tutto è accompagnato da un ritmo incalzante che richiama i “vecchi” Baustelle di “Charlie fa surf”, con quella miscela unica di introspezione ed energia. Un ritorno alle origini, che sa essere riflessivo e al tempo stesso potente.
Voto: 28/30
“Sigarette” – Lucio Corsi
Se Zeno Cosini fosse vivo, “Sigarette” sarebbe la sua canzone. Lucio Corsi, invece, come un Philippe Delerm contemporaneo, riesce a rendere piccoli momenti quotidiani delle poesie degne di tutta l’attenzione possibile. Infatti, il momento della sigaretta diventa un pretesto per una riflessione esistenziale, dove ogni boccata scandisce il ritmo dei pensieri tra desiderio e nostalgia. La melodia degli archi, delicata e avvolgente, alleggerisce il testo e lascia spazio a una profondità che (come per ogni brano di Corsi) non si può ignorare.
Voto: 29/30
“Buio” – Eugenio in Via Di Gioia
“Buio” è il singolo con cui gli Eugenio hanno lanciato il loro nuovo album, L’amore è tutto. Dopo dieci anni di carriera, la band ha deciso di portare un tema nuovo e inaspettato: l’amore. Sebbene il gruppo sia conosciuto per le canzoni impegnate socialmente, in questo album si affronta l’amore in modo furbo. A primo impatto, infatti, le canzoni potrebbero sembrare semplici ballate romantiche, ma leggendo tra le righe si scoprono temi più profondi. “Buio” ne è un perfetto esempio: sembra una canzone che parla della mancanza della propria metà, ma in realtà racconta di alienazione, solitudine e delle difficoltà nel costruire relazioni profonde. Un giro di pianoforte ad libitum, un quartetto d’archi e un contrappunto vocale rafforzano il pensiero ossessivo e opprimente espresso dal testo, dove la distanza emotiva sembra difficile da colmare.
Voto: 27/30
“Mangia la mela” – Erica Mou e Carolina Bubbico
“Mangia la mela” è la prima collaborazione tra le due artiste ed è dedicata alle loro figlie, ma anche a tutte le donne di oggi e di domani. Il testo parla di empowerment femminile e di disobbedienza delle imposizioni sociali. Invita le donne a mangiare la mela, appunto, come aveva fatto Eva in un atto di autodeterminazione e non di peccato. La produzione, molto fresca, si avvicina a una salsa donando al brano un carattere irriverente e frizzante, che si sposa benissimo con il significato del testo. Un inno alla ribellione e un invito a riscrivere le proprie regole.
Voto 28/30
“scs” – Crookers e okgiorgio
Questo singolo è tutta una presabene e anche se non hai la presabene a forza di muovere la testa a ritmo di elettronica-techno-house, ti viene.
Avvertenze: in un attimo potreste passare dalla leggerezza all’ingorgo interminabile di pensieri aggrovigliati, ma fa parte del gioco, a quanto pare.
Voto: 29/30
“Reptile Strut” – Calibro 35
I Calibro 35 con “Reptile Strut” annunciano il loro nono album in uscita a giugno. La band ha spiegato, in merito, che «Il ramarro è un sauro dal colore verde acceso, rapidissimo nei movimenti, ha un incedere scattante e cambia spesso il passo. Per questo è difficile catturarlo. Reptile Strut parte da queste premesse». Il brano, in effetti, spazia dal jazz al rock, per passare al funk, ha una continua interazione tra i vari strumenti e un groove di basso che rimane ben piantato nelle orecchie.
Voto: 25/30
“Picón” – Populous
Populous campiona la ghiaia vulcanica in alcune zone di Lanzarote per trasformarla nella parte percussiva del brano. Il singolo, che preannuncia l’uscita di Isla Diferente, il nuovo album del producer pugliese, vuole far scoprire Lanzarote dal punto di vista sonoro. “Picón”porta con sé un’energia cosmica potentissima, mistica ed esoterica, che riesce a evocare la forza primitiva e quasi sacrale della natura dell’isola.
Voto: 29/30
“Your Name Forever” – MGK
In “Your Name Forever”, MGK rende un emozionante tributo a Dingo, un amico che è venuto a mancare prematuramente. Il brano si distingue per un sound che alterna strofe rappate a ritornelli energici, di chiara ispirazione rock e metal anni 2000. A rendere ancora più potente questa dedica, MGK è affiancato da alcuni amici di Dingo, tra cui M. Shadows e la chitarra di Synyster Gates, entrambi degli Avenged Sevenfold, Oli Sykes dei Bring Me The Horizon, Mod Sun.
Voto: 24/30
“Morto a galla” – Carl Brave
Carl Brave sta ormai a Roma esattamente come il Colosseo, il maritozzo e i sampietrini che definiscono l’identità della città e raccontano la storia della capitale. È la voce che narra le sue strade, i suoi angoli, le sue luci e ombre. E proprio le ombre di Roma emergono da “Morto a galla”, che racconta di una città ipocrita e immorale. Il contrappunto delle strofe rap e del ritornello ritmato e orecchiabile, cifra stilistica del cantautore, lo riportano in pista, riportando noi che lo ascoltiamo agli anni d’oro dell’indie italiano.
Voto: 26/30
“Sogni” – I Patagarri
La band, con il sound che richiama la Parigi degli anni ’20, in questo brano si chiede quali siano i sogni di chiunque, soprattutto di personalità socialmente controverse, tra cui fascisti, ladri e terroristi. In un pienone di archi, fiati e percussioni sincopate, che accentuano il carattere scanzonato e ironico della band, il brano si trasforma in un’affermazione universale: alla fine, tutti sognano (anche se a volte sembra impossibile ricordare cosa si è sognato al risveglio). I sogni, in questa canzone, diventano l’elemento che annulla le differenze tra buoni e cattivi, tra persone comuni e straordinarie, mettendo in luce l’umanità condivisa che ci accomuna.
Il Torino Jazz Festival torna nel 2025 con la sua XIII edizione, portando con sé tutta l’energia del jazz live nelle sue forme più varie, promuovendo nuovamente l’idea originale, come ha ricordato in conferenza stampa il sindaco Lorusso, del compianto ex assessore alla Cultura Maurizio Braccialarghe. Sotto la direzione artistica di Stefano Zenni, il festival si svolgerà dal 23 al 30 aprile, anticipato da un’anteprima diffusa nei jazz club torinesi dal 15 al 22 aprile. Quest’anno, il tema scelto è un invito chiaro e potente: “Libera la musica” un’esortazione a superare i confini dei generi e a lasciar fluire le contaminazioni, oltre che a ricondurci alla mente l’80° anniversario della Liberazione.
Una città che risuona di jazz
Otto giorni di programmazione, 71 concerti, 289 artisti e 58 luoghi sparsi per Torino: il TJF 2025 non ha un centro, ma si espande ovunque, dalle sale prestigiose come l’Auditorium Giovanni Agnelli e il Teatro Colosseo ai club indipendenti come l’Hiroshima Mon Amour e il Magazzino sul Po. Ogni parte della città fa da palco per gli artisti, ponendo una forte attenzione ai giovani che per il direttore artistico devono avere il loro spazio nei main stage «per dar loro stessa dignità, stesso spazio e stessa importanza», sottolineando a proposito che «solitamente, purtroppo, i giovani hanno il loro palco separato, il loro ghetto».
Il festival si articola in diverse sezioni: i Main Events, con artisti di calibro internazionale, e il Jazz Cl(h)ub, che anima i 19 club coinvolti sul territorio di Torino attraverso 26 concerti. E poi ci sono le incursioni urbane dei Jazz Blitz, tanto desiderati e promossi da Zenni, che portano la musica là dove spesso la musica non riesce ad arrivare: scuole, ospedali, case circondariali, carceri. Altri incontri interessanti sono i Jazz Talks, che offrono spazio a dialoghi e riflessioni in collaborazione con il Salone OFF.
Foto da cartella stampa
Voci, strumenti e incontri
Il TJF 2025 apre il sipario il 23 aprile al Teatro Juvarra con uno spettacolo che intreccia poesia e ritmo: Domenico Brancale e Roberto Dani daranno vita a un dialogo tra parola e percussione. La stessa sera, al Teatro Colosseo, Enrico Rava e il suo quintetto Fearless Five saranno protagonisti di un’esibizione che sarà accompagnata dalla consegna al trombettista torinese della targa Torri Palatine della Città di Torino, un riconoscimento alla sua carriera internazionale e al legame con la scena jazz locale.
Il cartellone prosegue con i Calibro 35 e il loro progetto Jazzploitation (24 aprile), un tuffo nelle colonne sonore italiane della golden age, e con Vijay Iyer, che il 25 aprile porterà sul palco del Conservatorio Giuseppe Verdi il suo Piano Solo. Il 28 aprile sarà la volta del Koro Almost BrassQuintet, che rileggerà Kurt Weill in Lonely House. Gran finale il 30 aprile con Il Big Bang del Jazz di Jason Moran e la TJF All Stars: un viaggio musicale che rievoca la storia di James Reese Europe e degli Harlem Hellfighters, rimescolando blues, ragtime e sonorità contemporanee.
25 Aprile a tutto ballo
Il TJF non dimentica le sue radici. Il 25 aprile, in occasione dell’80º anniversario della Liberazione, si terràIl ballo della Liberazione al MAUTO: un duello musicale tra le big band di Gianpaolo Petrini e Valerio Signetto, richiamando le sfide swing dell’Harlem degli anni ’30.
Ma il festival guarda anche avanti, sostenendo la candidatura di Torino a Capitale Europea della Cultura 2033 con eventi come il Jang Bang Sextet “Alighting” all’Hiroshima Mon Amour, una produzione originale TJF che unisce tradizione e sperimentazione.
Vivi il TJF 2025
Il segretario generale della Fondazione per la Cultura Torino, Alessandro Isaia, ci tiene a premere sul valore inclusivo del festival, che traspare dal costo contenuto dei biglietti e dai numerosi eventi gratuiti. Biglietti che saranno disponibili dall’11 marzo su torinojazzfestival.it. Inoltre per i nati dal 2011, ogni concerto costerà solo 1 euro. Sarà possibile acquistarli anche direttamente nei luoghi degli spettacoli, fino a esaurimento posti.
Stefano Zenni, in conclusione, invita a tuffarsi di testa nella ricchezza del programma, tenendo presente che il jazz non è solo uno, ma ce ne sono mille, e a Torino questi “mille” saranno tutti presenti.
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Questa autrice fa parte della generazione che ha iniziato a vedere Sanremo poco prima che scoppiasse la pandemia da covid-19 e che ha continuato un po’ per abitudine, un po’ perché fra zone rosse/gialle/arancioni non si poteva fare granché, un po’ perché Amadeus e Fiorello alimentavano il trash di edizione in edizione ed era divertente aspettare di vedere fin dove si sarebbero spinti.
La selezione musicale era diventata quasi un’appendice, una piccola postilla in fondo alla pagina di cui ogni tanto qualcuno si ricordava, senza mai prestarci troppa attenzione perché tanto c’era altro da guardare. D’altronde si sa, Sanremo è anche – e soprattutto – intrattenimento, e va bene se qualcuno cerca di renderlo più “attuale”, l’importante è che per gli over 50 ci sia sempre una Giorgia o una Bertè o un Ranieri da poter appoggiare incondizionatamente contro tutti gli altri.
E poi? Che succede quando spogli l’intrattenimento dall’intrattenimento? Quando rimangono solo le canzoni, i volti, le parole? Che succede se ci sono 29 brani in gara ma te ne ricordi giusto tre perché gli altri sembrano uno il prolungamento dell’altro? Su cosa sposti allora la tua attenzione? …Siamo tutti d’accordo che la conduzione di Carlo Conti non sia la risposta giusta.
In un calderone musicale governato dai soliti, cari, vecchi autori – Federica Abbate, Davide Petrella, Davide Simonetta, Jacopo Ettorre –, l’originalità sembra essere stata sostituita dal diktat basta che sia orecchiabile. Niente da dire a riguardo, la maggior parte di questi brani li sentiremo per tutta l’estate e li canteremo in macchina, in spiaggia, sotto la doccia. Manca però una cosa a mio parere fondamentale: l’eredità.
Le canzoni devono essere libere di viaggiare. Devono essere associate a ricordi brutti e ricordi belli. Devono farti venire la pelle d’oca e riflettere e farti piangere. Soprattutto, devono poter passare di generazione in generazione. È questo che rende la musica – e più in generale l’arte – eterna. Senza eternità rimane una progressione di accordi poco pensati, la bozza di un autore annoiato.
Il festival di Sanremo è tante cose. Lo è sempre stato, d’altronde. Sanremo è politica, moda, commedia, pubblicità. Peccato che abbia perso il suo aspetto più importante, il suo sottotitolo: la canzone italiana.
Peppe Vessicchio in un’intervista diceva che Sanremo è diventato ormai il festival dei cantanti, e forse sarebbe il caso di cambiare dicitura.
Avevamo riposto tutte le nostre aspettative in una serata cover che risollevasse le sorti di questo Festival, invece anche questa serata ci fa sperare che tutto finisca presto.
Rose Villain con Chiello – “Fiori rosa, fiori di pesco” di Lucio Battisti Per Chiello l’esibizione non comincia al meglio ma lasciandosi trasportare dal carisma di Rose Villan si scioglie e con il suo stile ci affascina. Che dire di Rose, calorosa e coinvolgente, ci ha dimostrato di essere impeccabile.
Voto: 27
Modà con Francesco Renga – “Angelo” di Francesco Renga A parte qualche errore di attacco di Kekko tutto nella norma, forse troppo.
Voto:24 e targa RENGANEK
Clara con Il Volo – “The sound of silence” di Simon and Garfunkel Chiaramente Clara ha provato a dare alla canzone un’interpretazione personale, invece, come potevamo aspettarci, Il Volo ha fatto Il Volo.
Voto: 24
Noemi e Tony Effe – “Tutto il resto è noia” di Franco Califano Prima di tutto, dov’era la collana di Tony Effe? Parlando di cose serie: si vede l’impegno da parte di entrambi ma per Tony Effe non è abbastanza. Noemi, con la sua tecnica magistrale meriterebbe 27. Tony invece è sufficiente, ma di poco.
Voto: 23, Noemi, si sa che nei progetti di gruppo c’è sempre qualcuno che lavora di più.
Francesca Michielin e Rkomi – “La nuova stella di Broadway” di Cesare Cremonini Esibizione che segue due modalità interpretative diverse: quella di Francesca, meravigliosa e coinvolgente, e quella di Rkomi, stanca e spenta. Peccato.
Voto: 24
Serena Brancale con Alessandra Amoroso – “If I Ain’t Got You” di Alicia Keys Serena Brancale ha mostrato, con questo brano, un’altra parte di sé. Si è rivelata essere una cantante poliedrica dal talento e dalla tecnica esemplare. Complimenti.
Voto: 29
Irama con Arisa – “Say Something” di Christina Aguilera L’intesa tra i due cantanti è particolare. Il brano struggente però risulta svuotato di tutti i turbamenti della versione originale, non riuscendo a restituire le forti emozioni che sono narrate dal testo. Performance tutto sommato discreta.
Voto: 24
Gaia con Toquinho – “La voglia, la pazzia”di Ornella Vanoni Esibizione dai toni allegri e scherzosi. Gaia ha reso la canzone sua donandole una potente interpretazione personale.
Voto: 27
The Kolors con Sal Da Vinci – “Rossetto e caffè” di Sal Da Vinci Forse la canzone più apprezzata dal pubblico dell’Ariston. Stash preso benissimo. Che dire, i The Kolors hanno thekolorsato.
Voto: 25 e targa mainstream.
Marcella Bella con I Twin Violins – “L’emozione non ha voce” di Adriano Celentano Interpretazione molto personale che però perde la tenerezza della versione originale. Una versione forse troppo «forte, tosta, indipendente».
Voto: 18
Rocco Hunt con Clementino – “Yes I know my way” Di Pino Daniele Hunt e Clementino super coinvolgenti. Grande omaggio al maestro Pino Daniele, che termina con un finale emozionale in cui la sua stessa voce chiude l’esibizione.
Voto: 27 e targa commozione
Francesco Gabbani con Tricarico – “Io sono Francesco” di Tricarico Canzone profonda che Gabbani fa sua rendendola più energica e giocosa. La sua interpretazione funziona ed è coerente.
Voto: 26
Sarah Toscano con Ofenbach – “Overdrive” di Ofenbach La canzone passa da “Overdrive” a “Be Mine” diventando un medley. Sarah, perfetta e sicura, dona il suo tocco chic all’esibizione, che risulta assolutamente pazzesca.
Voto: 28
A cura di Maria Scaletta
Lucio Corsi con Topo Gigio – “Nel Blu dipinto di Blu” di Domenico Modugno L’annuncio del duetto con Topo Gigio aveva suscitato una grande curiosità tra il pubblico. Tuttavia, dopo l’esibizione, viene spontaneo chiedersi se si sia trattato di un colpo di genio o di qualcos’altro. Tutto molto dolce e candido, ma è una di quelle cose su cui bisogna riflettere un po’ per afferrarne davvero l’essenza.
Voto: Lucio sei un patato
Giorgia e Annalisa – “Skyfall” di Adele Quelle brave della classe, ma studiano a memoria. Una buona interrogazione, ma ci siamo già dimenticati le cose che abbiamo studiato. Però si guadagnano la vittoria.
Voto: 25
Simone Cristicchi con Amara – “La cura” di Franco Battiato Potrebbe essere stata una scelta astuta e ben pensata (anche perfettamente legata alla canzone in gara), ma alla fine è una comfort zone.
Voto: 23
Coma_Cose con Johnson Righera – “L’estate sta finendo” di Righeira Fausto e California iniziano con un duetto piano-voce e l’aspettativa di svegliarsi da questo coma sembra svanire. Poi, grazie all’apparizione mistica di Righera con un paio di occhiali veloci (che lo trasformano in un ciclope), l’operazione “alzarsi dalla sedia e ballare” è completata. Grazie Coma_Cose, sapevamo di poterci fidare di voi!
Voto: 26
Joan Thiele con Frah Quintale – “Che cosa” c’è di Gino Paoli Questa versione downtempo di “Che cosa c’è” non dispiace affatto, anzi, è un ottimo esempio di cover rivisitata che funziona. I due hanno una bella sinergia, le loro voci si intrecciano alla perfezione e si conferma una delle cose più interessanti fino a questo momento.
Voto: 29
Olly con Goran Bregovic – “Un Pescatore” di Fabrizio De André Bregović e la Wedding & Funeral Band riarrangiano il brano in versione balcanica e Olly è tutto un presabene. Il risultato è buono, ma disturba la lincenza poetica di Olly − ad un certo punto fin troppo preso bene – che urla che se canti lailallala tutto si risolverà (non lo so Olly).
Voto: 28
Elodie e Achille Lauro – “A mano a mano” di Riccardo Cocciante e “Folle città” di Loredana Bertè Un duo ben assortito: nessuno dei due ruba la scena all’altra persona anzi, sembrano a loro agio in quella che potrebbe essere l’esibizione di uno dei loro concerti.
Voto: 25
Massimo Ranieri con Neri per caso – “Quando” di Pino Daniele Forse bisognerebbe un attimo rivedere alcune scelte. L’idea non è male, ma la realizzazione lascia a desiderare: i due poli non dialogano poi così bene.
Voto: ritenta (ma anche no), sarai più fortunato
Willie Peyote con Tiromancino e Ditonellapiaga – “Un tempo piccolo” di Franco Califano A questo punto della serata sembra siano trascorsi secoli dall’inizio della puntata e l’esibizione, pur non essendo poi così male, passa quasi inosservata nel mezzo di tutto ciò che è successo nelle ore precedenti.
Voto: vorrei votare ma non posso
Brunori Sas con Riccardo Senigallia e Dimartino – “L’anno che verrà” di Lucio Dalla Brunori si porta sul palco Dimartino e Riccardo Senigallia ed è subito “Festa dell’Unità” con un’esibizione che, pur essendo un po’ rischiosa per la scelta del brano, alla fine trasmette quella sensazione di accoglienza familiare e una bella tavolata di pastasciutta.
Voto: 27 e targa Festa dell’unità
Fedez con Marco Masini – “Bella stronza” di Marco Masini Ne Avevamo davvero bisogno? Rimaniamo (non è vero) in attesa del prossimo scoop.
Voto: /
Bresh con Cristiano De André – “Crueza De Mä” di Frabrizio De André Una maledizione sembra essersi abbattuta su questa esibizione: prima il microfono di Bresh non funziona, poi Cristiano De André perde il microfono del mandolino e Bresh non riesce a nascondere la risata disperata di chi pensa “che difficoltà questa vita”. Nonostante tutto si portano a casa una bella esibizione!
Voto: 28 e targa Malocchio
Shablo ft. Guè, Joshua, Tormento con Neffa – “Amor de mi vida” dei Sottotono “Aspettando il sole” di Neffa Dalla regia (la chat di Musidams) dicono che si tratta di un duetto importante per la scena hip hop italiana.
I Post Nebbia, che stanno acquisendo sempre più importanza nella scena contemporanea italiana, ci hanno regalato una serata emozionante all’Hiroshima Mon Amour di Torino il 30 gennaio 2025.
Ad aprire il concerto Gaia Morelli, che sale sul palco in duo. Unica pecca, forse, è stata quella di non presentare sé stessa al pubblico, lasciandolo un po’ confuso, non comprendendo chi si stesse esibendo.
Nonostante le sonorità indie, adatte alla Gen-Z, forse Gaia non è stata in grado di scaldare il pubblico al meglio, lasciandolo in un’atmosfera vagamente spenta.
Dopo una breve pausa, entrano in scena, con visual evocative e distopiche, i tanto attesi Post Nebbia, accolti calorosamente. Cominciano con i brani del loro nuovo album, Pista Nera, nell’ordine in cui si presentano nel disco. I loro suoni, che li rendono eredi italiani di Tame Impala (one man band rock-psichedelica australiana), sono in grado di immergere i propri fan in un bagno psichedelico, surreale e visionario, facendo rivivere un sogno di un’infanzia anni 2000.
Un breve problema tecnico alla batteria fa interrompere per poco la loro esibizione, la quale riprende con un animato coro dei fan, che motivano il batterista, con complimenti e fischi. Simpatico l’intervento del cantante, che richiede un pacco di fazzoletti al pubblico per soffiarsi il naso. Inaspettati i poghi che partono su molteplici canzoni, ma apprezzatissimi, poiché manifestazione di un senso di appartenenza a questo genere musicale.
Una volta conclusi i pezzi della loro ultima uscita, abbracciano simbolicamente il pubblico, riportandoci in un safe-place, con “Cuore Semplice”: brano che trascina in un viaggio etereo.
Ogni elemento di questo live sembra alterare l’ordine spazio-tempo, permettendo di buttarsi a capofitto nell’esperienza e nella vibe della band, che spero Torino potrà ri-accogliere presto.
In questo estratto dell’intervista a Carlo Romano, il celebre oboista racconta il suo percorso tra musica classica e cinema, dagli inizi a Roma fino agli incontri con grandi nomi come Ennio Morricone. Condividendo aneddoti e riflessioni, ci offre uno spunto sul suo amore per l’oboe e la sua carriera straordinaria.
foto di Joy Santandrea
Come si è avvicinato alla musica e perché la scelta dell’oboe?
Mi sono avvicinato alla musica all’età di 6-7 anni a Roma nel coro di San Pietro, la Cappella Giulia, fino al cambio della voce, studiando anche pianoforte. Quando andai con mio padre a fare l’iscrizione al Conservatorio, il direttore gli disse che c’erano troppi pianisti e mi propose l’oboe. Avendo 13 anni non lo conoscevo, ma mio padre, che suonava nella banda dell’aeronautica, lo conosceva benissimo e mi disse che l’oboe mi avrebbe dato molto filo da torcere, ma che era uno strumento molto bello, mi consigliò quindi di studiarlo contemporaneamente al pianoforte per poi decidere quale a me più adatto. Entrai nella classe del Maestro Tomassini, nel Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, e già dalle prime lezioni mi affezionai a questo strumento e dopo poco tempo decisi che da grande avrei fatto l’oboista. Continuai studiando anche Composizione e Armonia.
Tra i grandi compositori della Storia della Musica ha un suo preferito?
Tra i classici amo molto Mozart, Beethoven, Schubert. Ognuno ha delle caratteristiche fantastiche, ma Mozart è quello che ha scritto di più per lo strumento che suono: il concerto per oboe K. 314 per oboe e orchestra, tanti divertimenti e serenate. L’oboe è uno strumento che evidentemente amava molto e che effettivamente dà risalto ai suoi brani. Per il sinfonismo Beethoven è il massimo, Schubert e Mahler sono compositori a me congeniali, che amo suonare.
Durante gli studi al DAMS abbiamo in più occasioni incontrato brani, in particolare di Morricone, di cui lei è stato esecutore. Ci può confidare a quale brano, o colonna sonora, è più legato o quale le ha dato più soddisfazioni?
Ho iniziato a fare i turni in sala di registrazione con Ennio Morricone nel 1974 per il film Il Mosè. Mi chiamò l’associazione Musicisti di Roma, perché si era ammalato l’oboista di Morricone, primo oboe del Teatro dell’Opera di Roma. Ero ancora studente del Conservatorio, andai al mio leggio di primo oboe molto timoroso. Facemmo la registrazione alla Forum di Roma in piazzale Euclide. Morricone chiese: “Chi è quel ragazzino là? Come suona? Perché qui ci sono parti molto importanti e complesse”. Il Presidente dell’associazione disse: “Ascoltalo, se non va bene ne chiamiamo un altro”. Registrammo per 3 o 4 giorni e Morricone mi guardò per tutto il tempo in cagnesco, come a dire: ‘Voglio capire bene come suoni’, ma piano piano si addolciva nei miei confronti. Alla fine delle registrazioni mi chiese: “Tu da dove vieni?”, risposi “Sono allievo del Maestro Tomassini”. “Ah! Ecco perché suoni bene, ci vedremo ancora, ti farò chiamare”. Nel tempo ho avuto modo di lavorare anche con altri illustri compositori per cinema, come Trovajoli e Piovani. Tutti bravissimi, ma Morricone è quello che più ho nel cuore. Quando scriveva qualche tema importante mi chiamava a casa chiedendomi cosa ne pensassi naturalmente andava tutto benissimo, ma per me la sua stima era importante. Quando nel 1990 cominciò a fare anche concerti con orchestra, lo seguii. Sono stato il primo a suonare Gabriel’s oboe in concerto.
foto di Joy Santandrea
C’è stata qualche esecuzione che ha messo alla prova la sua tecnica?
L’oboe è uno strumento sempre importante al quale i compositori danno molto risalto, è come il primo violino degli archi, il soprano di un’opera. In orchestra l’oboe è il principe. Tra i compositori c’è chi scrive più dolcemente e quello che richiede delle peripezie. Quando qualcosa era particolarmente difficile la studiavo minuziosamente anche a casa e arrivavo in orchestra molto preparato con l’apprezzamento di direttori e compositori.
C’è qualche aneddoto che avrebbe il piacere di condividere con noi sul rapporto tra compositore, esecutore e regista?
Ricordo, nel 1990, il film Amlet, regia di Franco Zeffirelli, sempre registrato alla Forum di Roma. Eravamo in sala con Zeffirelli sempre presente, spesso seduto accanto a me perché apprezzava il mio timbro, il modo di porgere la musica, di fare la frase. In quel film, Ennio Morricone non aveva dato molta importanza all’oboe nella colonna sonora. Dopo una settimana, finito i turni di registrazione, Zeffirelli ne chiese il motivo a Morricone. Rispose che per quel film aveva deciso che il tema conduttore doveva essere portato dalla viola con accompagnamento dell’orchestra. Finito le registrazioni, alle nove di sera, salii in macchina e il tempo di mettere in moto sentii Ennio Morricone che mi chiamava: “Carlo, esci, vieni, vieni in sala!”. Preoccupato chiesi cosa non andasse. Mi disse che tutto era a posto, ma Zeffirelli stava facendo i capricci. In sala sentii che discutevano animatamente tra loro. Zeffirelli diceva a Morricone: “Tu di musica non capisci niente!”, ripeto Zeffirelli a Morricone! Cosa fece Morricone? Lasciò il tema alla viola, ma lo fece fare anche all’oboe e così Zeffirelli si tranquillizzò. Grazie a questa alzata che Zeffirelli ebbe con Morricone, il mio nome girò il mondo. Devo quindi ringraziare anche Zeffirelli.
La scaramuccia che ci ha raccontato restituisce umanità a questi grandi nomi. Tra cameristica, orchestrale e sala di registrazione, quale ambito ritiene più impegnativo?
Tutti e tre gli ambiti. Anche fare una scala di Do maggiore è impegnativo. Amo molto la cameristica. Un mese prima di andare in pensione, sei anni fa, ho formato l’Ensemble dei Cameristi Cromatici… sono andato in pensione dalla Rai ma non dalla musica! Abbiamo costituito questo gruppo di Cameristi partendo con pianoforte, oboe, violino e violoncello. Adesso siamo in 15 strumentisti con un vasto repertorio.
Io sono nato per l’orchestra, il mio primo maestro, Tomassini, mancato nell’87, fino al ‘72 è stato Primo oboe dell’accademia Santa Cecilia e mi ha preparato per divenire, a mia volta, un primo oboe d’orchestra. Ho avuto una grande scuola, per questo amo molto suonare in orchestra: una bella sinfonia di Brahms, Čajkovskij, Beethoven, i poemi sinfonici, Strauss danno molte soddisfazioni. Continuo attualmente a preparare tanti allievi per i concorsi con repertorio orchestrale, sinfonico, lirico-sinfonico.
Anche in sala di registrazione ho avuto grandi soddisfazioni. Ho suonato per i compositori di circa 300 film.
Abbiamo visto, nel corso di Musica per il Cinema, una sessione di registrazione per Christopher Young. C’erano molti momenti di alta tensione per le continue re-incisioni. Lei ha mai provato una sensazione di pressione o ansia prima di arrivare al risultato?
Quando si registra c’è sempre una base d’ansia. Si rifanno i brani tante volte perché capita spesso che ci sia una notina fuori posto, un corno che ‘scrocca’, un violino a cui fischia una corda, o l’oboe e qualsiasi altro strumento che tentenni. È capitato che per registrare 15 battute abbiamo dovuto suonare due turni per l’intonazione, per qualche rumore, persino per i rumori che si sentono al microfono anche quando nessuno si muove. Abbiamo sbottato nervosi, ma ciò fa parte del mestiere: la registrazione deve essere pulita e perfetta, non ammette scrocchi o rumori di qualsiasi genere, né note sbagliate o stonate o battimenti con altri strumenti.
foto di Joy Santandrea
Nella sua biografia professionale un capitolo molto importante è con l’orchestra RAI: com’è stata la sua esperienza di primo oboe e come è iniziato questo lungo percorso?
Ho iniziato l’esperienza orchestrale vincendo concorsi, al Carlo Felice di Genova o per altre orchestre. Nel 1978 ci fu il concorso per primo oboe alla Rai di Roma. Per me era una meta inarrivabile, da ragazzino avevo sempre ascoltato e ammirato i grandi solisti dell’orchestra Rai: Severino Gazzelloni, Marco Costantini, Giuliani, Stefanato e tanti altri mostri sacri. Da studente di Conservatorio mi chiedevo se un giorno fossi riuscito a far parte di quel mondo. Quando ricevetti l’esito del concorso Rai per primo oboe, fu come essere arrivato in cima al K2 dopo una scalata senza quasi rendersene conto. È stata un’esperienza fenomenale: avevo seduto alla mia destra Severino Gazzelloni e gli altri grandi, toccavo il cielo. Nel frattempo ho avuto anche altre bellissime esperienze con l’Accademia di Santa Cecilia o la Scala di Milano […] suonando per vari direttori: Bernstein, Bern, Sawallisch, Maazel, Muti, Abbado. Cosa si vuole di più?
Curiosità: il rapporto lavorativo con Muti?
Lavorare con un direttore tra i più grandi al mondo è stato bellissimo, giustamente lui è molto puntiglioso e pretende il massimo del massimo da ogni strumentista tutto deve essere perfetto per avere delle esecuzioni impeccabili. Al di sotto del podio, i grandi direttori sono persone alla mano, simpatiche la cui compagnia è veramente piacevole.
Relativamente al concerto dell’8 dicembre: che sensazione le trasmette sapere che la sua professionalità e passione contribuiscono al progetto della Cardioteam Foundation e alle vite salvate grazie ad esso?
Ho avuto recentemente modo di conoscere Cardioteam e il suo presidente Dr Marco Diena, luminare della cardiochirurgia tra i primi al mondo. Sono stato operato nel mese di luglio, ho incontrato persone speciali da tutti i punti di vista, un’equipe preparatissima. Questo è il motivo per cui ho deciso di omaggiare questo concerto al quale hanno carinamente aderito gli altri 15 orchestrali Rai, per raccogliere fondi per il progetto di prevenzione cardiologica che Cardioteam gratuitamente da tempo porta avanti.
Per chiudere quest’intervista: ha un messaggio, o magari un consiglio, per noi studenti e artisti in formazione DAMS amanti della musica e del cinema?
Abbinare la musica al cinema è davvero molto interessante, avvicinatevi ai grandi compositori che possono aiutarvi a capire tanti meccanismi all’apparenza facili. Per tutti i compositori, anche i più grandi, è diverso scrivere un brano per le immagini di un film o una musica assoluta. Morricone scrisse il tema Gabriel’s oboe, a mio parere uno dei più belli del ‘900, osservando l’attore Jeremy Irons nella scena in cui è nella foresta con quella specie di pifferetto, fotocopia di un oboe, e per caso fece delle posizioni con le dita ‘la-si-la-sol’: il genio di Morricone capì che poteva dare il via a qualcosa di bellissimo. Il giorno dopo, sull’aereo di ritorno a Roma, scrisse l’intero tema. Ecco i casi della vita!
È importante conoscere la musica, studiare composizione e cogliere ogni occasione per imparare. L’insegnante di Conservatorio ti forgia, ma per trovare questi spunti è utile avvicinarsi ai compositori cinematografici.
a cura di Joy Santandrea
La webzine musicale del DAMS di Torino
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