Archivi categoria: Stagione 2026/27

La Nona di Mahler: quello che la HIP mi racconta

Nella cornice del Teatro alla Scala, il 9 settembre si è conclusa la 65ma edizione dello Stresa Festival, con un programma speciale: l’imponente Nona sinfonia di Mahler, eseguita dalla Mahler Academy Orchestra sotto la guida di Philipp von Steinaecker. Originalklang è il nome del progetto culturale che fa da cornice all’evento: ovvero recuperare strumenti originali, presumibilmente gli stessi utilizzati all’Opera di Vienna al tempo di Mahler, con il coordinamento della Fondazione «Euregio» di Dobbiaco. 

Dalla cartella stampa dello Stresa Festival – ph. Marco Caselli, Nirmal Ferrara Musica

La questione HIP (Historically Informed Performance) tendenzialmente privilegia la musica antica al repertorio moderno. Bach e Monteverdi appartengano a ere storiche completamente diverse. Esecuzioni con strumenti moderni richiedono discutibili interventi compositivi, ma soprattutto negano l’ammissibilità nel presente di consuetudini distanti. Mahler invece è moderno: la sua musica riflette le rotture con un mondo classico che non regge più le contraddizioni della realtà; l’organico per cui scrive è quello contemporaneo. Il suo revival negli anni Sessanta lo rende ancora più vicino: è difficile immaginarlo come parte di un mondo tramontato o che non suoni come nelle registrazioni di Bernstein.

Ma anche Mahler è alieno; ascoltare la sua musica eseguita dagli strumenti del suo tempo può disorientare un conoscitore. Ad esempio gli archi con corda di budello hanno un suono totalmente diverso, molto delicato: nei passaggi più incisivi, il loro intervento risulta alonato. Altri problemi riguardano i timbri dei fiati e delle percussioni, nonché  l’accordatura; durante l’impero austro-ungarico, gli spettatori non conoscevano l’aria condizionata, piaga per l’intonazione degli strumenti storici  (ma d’altronde è valido farci sudare per amore della prassi?)

Dalla cartella stampa dello Stresa Festival – ph. Marco Caselli, Nirmal Ferrara Musica

Ci sono meriti in questo tipo di concerto oltre a quelli filologici? Assolutamente sì. Superato lo spaesamento (il passato è una terra esotica) certi momenti brillano particolarmente: il modo in cui il timbro delle campane si mischia all’orchestra durante l’Andante; la predominanza dei fiati rende più interessanti i passaggi bandistici dei movimenti centrali; il colore intimo dell’Adagio, soprattutto nella coda, quando rimangono soltanto gli archi e il materiale precedente sembra dilatarsi e frammentarsi, finché tutti si placano in un sommesso accordo di re bemolle fino al silenzio. E poi squilla un telefono dal loggione.


Riccardo Morabito