Nel cartellone del Teatro Regio di Torino La Bohème di Puccini è una presenza emblematica, quasi inevitabile. Quest’anno però, qualcosa cambia: La Bohème resta, ma il compositore non è quello atteso.
Il 23 ottobre 2026, al Teatro Regio è andata in scena l’Anteprima giovani di un’opera oggi poco conosciuta, La Bohème di Ruggero Leoncavallo, secondo appuntamento del “Festival Verismo”. Ne emerge una Parigi diversa da quella a cui siamo abituati: meno romantica, più concreta, attraversata dalle contraddizioni della vita bohémienne.
La storia di quest’opera è stata a lungo oscurata dal confronto con l’omonima versione pucciniana. Eppure Torino sceglie di restituirle voce, offrendo al pubblico l’occasione di riscoprire un lavoro degno di attenzione, superando il paragone con la sua gemella.
Ma perché esistono due opere intitolate La Bohème composte a così poca distanza l’una dall’altra?

Entrambe prendono ispirazione dal romanzo Scènes de la vie bohème dello scrittore francese Henri Murger che racconta minuziosamente le vite di numerosi personaggi nella vita bohémienne parigina.
Compositore e librettista, Leoncavallo costruisce personalmente il rapporto tra parola e musica, dando al testo una centralità che emerge soprattutto nella dimensione colloquiale del primo atto.
La Bohème, opera di cui è compositore e librettista, viene rappresentata per la prima volta alla Fenice di Venezia nel 1897 dove restituisce un’attenzione al testo a cui spesso non siamo abituati.
A Torino il teatro si riempie. Un vociare confuso si espande in tutta la platea. L’anteprima giovani sta per cominciare e la curiosità si diffonde in tutto il pubblico.
Le luci si spengono, il brusio cala per lasciare spazio agli applausi.
Andrea Battistoni compare dalla buca per dare l’attacco all’opera.
L’ouverture praticamente inesistente lascia subito spazio alla scena.
Le scenografie maestose combinano elementi floreali a parrucche settecentesche dai colori sgargianti, costumi che riprendono i temi scenografici, mescolando vestiti di oggi a sottogonne barocche, creando un’estetica singolare tanto da far sembrare molti personaggi parte dell’arredamento, come se fossero paralumi.
Curiosa la scelta di rendere evidente l’unione amorosa dei personaggi tramite i colori.
La coppia Mimì e Rodolfo, interpretata rispettivamente dal soprano Francesca Dotto e dal baritono Alessandro Luongo, viene vestita in violetto lilla con rispettive parrucche dello stesso colore, mentre la coppia di protagonisti Musette, interpretata dal mezzosoprano Anna Goryachova, e Marcello, il tenore Matteo Lippi, viene contrassegnata dal colore rosso.

Il primo atto risulta volontariamente caotico e festoso, pieno di dialoghi, povero di arie e di assoli di musica strumentale, che mostra lo stile di vita dissoluto dei personaggi. Un vero e proprio atto narrativo, che lascia spazio nel secondo ad una scenografia spogliata di tutti i mobili e quadri floreali che simboleggiavano nel primo la spensieratezza giovanile. La mancanza di denaro della vita bohémienne è aggravata da uno sfratto, che non dissuade i giovani protagonisti a mantenere la loro indole festiva e il loro legame amoroso più forte che mai, dando vita ad una festa memorabile, povera di mezzi ma piena di vitalità. L’orchestrazione accompagna alla perfezione la storia e le arie, enfatizzando i momenti salienti e le emozioni: arrivando al punto di stonare per mantenere la credibilità della trama. Per esempio, durante la festa compare un pianoforte in scena con una scordatura sul Re. Questo crea sempre una stonatura ricorrente, trasformata in una battuta ironica dal personaggio di Shaunard interpretato dal baritono Simone del Salvio che afferma scocciato “Falso questo Re”. Una delle accortezze comiche in un’opera drammatica.
L’atto diventa sempre più musicale fino alla parte corale. A sorpresa le porte a lato della platea si spalancano e lasciano entrare decine di persone vestite in blu da festa. È il coro che comincia a cantare tra il pubblico, immergendo tutti nella potenza di queste note e inglobando ogni singola persona nell’opera: una vera e propria rottura della quarta parete.
Il pubblico rimane estasiato dalla vicinanza dei cantanti che intanto si sono sparsi per tutta la platea dimostrando una potenza rara.

Il terzo e quarto atto cambiano completamente estetica e stile.
La scenografia diventa bianca e spoglia, ricoperta da veli che dimostrano perfettamente il declino dei personaggi: la coscienza più adulta che sovrasta l’amore giovanile. Negli ultimi due atti il canto acquista maggiore centralità e le arie si fanno più ampie ed espressive. I dialoghi lasciano progressivamente spazio a una dimensione lirica più intensa, che porta in superficie le fragilità dei personaggi. Le arie possono addirittura ricordare il Verdi della Traviata, opera simbolo se si parla di storie d’amore sfortunate. Nel terzo atto Musette decide di lasciare Marcello. L’amore non basta più a compensare le difficoltà e le rinunce imposte dalla vita bohémienne. È il trionfo del pragmatismo sul romanticismo, una presa di coscienza che segna la fine di un capitolo e prepara il terreno al dramma di Mimì e Rodolfo.
Nell’ultimo atto, i personaggi, sotto la regia di Francesco Micheli appaiono oramai anziani. I segni evidenti lasciati dalle loro scelte di gioventù, evidenziano la decadenza della vitalità che anima il primo atto. L’Albero di natale ,che nel primo atto troneggiava gigante al centro della scena, ora si è talmente rimpicciolito, da sembrare una decorazione da comò.
La morte di Mimì è lampante, i teli cascano dai muri lasciando la scenografia spigolosa, spoglia e fredda come se fosse uno scheletro.
Questo avvenimento non viene percepito come estremamente straziante dal punto di vista emotivo ma più dal punto sociale.
Anticipata da un’ aria baldanzosa e saltellante che evolve diventando tragica e cupa, Mimì cade a terra, e prende consapevolezza della morte imminente. L’ultima nota viene suonata dall’orchestra e un teschio enorme cala dal soffitto. La morte piomba dal cielo. Le luci si spengono ed è silenzio. Dopo una piccola attesa dove i fiati restano sospesi, il vuoto lasciato dalla musica viene riempito dagli applausi.

La rivalità tra i due compositori continua ad accompagnare la storia delle rispettive Bohème. Si è spesso accusato Leoncavallo di aver inseguito il successo della versione pucciniana, andata in scena nel 1896, un anno prima della sua. Eppure, la vicenda dell’origine delle due opere è più complessa di una semplice questione di precedenza. Durante l’incontro al foyer del Regio, è stata ricordata la versione secondo cui Leoncavallo avrebbe condiviso il proprio progetto con Puccini durante la stesura di Manon Lescaut, e che quest’ultimo sarebbe rimasto colpito dalla figura di Mimì. Una ricostruzione da considerare con cautela, ma che restituisce il clima di rivalità artistica attorno alle due opere.
Al di là di chi sia arrivato per primo, La Bohème di Leoncavallo dimostra di avere una propria identità. La sua riscoperta impone di guardare oltre il confronto tra le due versioni. Perché un’opera può vivere a lungo nell’ombra senza aver perso la capacità di parlare al pubblico di oggi.
Marta Miron