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L‘ossessione per il genio: il paradosso di Matteo Mancuso all’Hiroshima Mon Amour 

C’è un’aria particolare tra le mura dell’Hiroshima Mon Amour: un misto di devozione religiosa e analisi clinica. Incastrato in questa terra di mezzo popolata da nerd della sei corde, il live di Matteo Mancuso si è rivelato un’esperienza capace di distorcere ogni percezione, ribaltando le aspettative in un gioco di contrasti tra euforia e alienazione.

Foto di Franco Rodi

Il target è esattamente quello previsto: attempati giovanotti brizzolati amanti del buon vino, feticisti del rock «fatto bene» (cit. sconosciuto) e ragazzi dai capelli lunghi con qualche sporadico pelo sul viso. Tra uno scambio di battute sui prossimi eventi in cartellone, l’euforia per l’annuncio del nuovo film de Il Signore degli Anelli e qualche fischio d’impazienza per il leggero ritardo, l’artista palermitano sale finalmente sul palco dell’Hiroshima accompagnato da Riccardo Oliva al basso e Gianluca Pellerito alla batteria.

Incorniciato da giochi di luce spumeggianti e colonnine al neon da far invidia a un concerto dei Daft Punk, Mancuso si posiziona lateralmente, dettaglio rivelatore del suo modo di essere: quieto, introverso e per nulla egoriferito. Il pubblico si immobilizza, consapevole di stare per assistere a qualcosa di unico. Il concerto parte, e dopo qualche accordo sostenuto le sue dita iniziano a destreggiarsi in arpeggi vorticosi, colpendo le corde con quel fingerstyle flamenchiano che, dopo anni di studio, gli garantisce un’agilità sovrumana.

Foto di Franco Rodi

Sebbene il tour anticipi l’uscita del nuovo album “Route 96” (prevista per il 24 aprile), il concerto non cade mai nel mero esercizio solistico. Matteo non schiaccia i suoi compagni, al contrario: il trio interagisce egregiamente, lasciando spazio a incursioni ritmiche capaci di catturare l’attenzione dell’intera sala. Il titolo del disco, come riferisce lo stesso Mancuso, è un omaggio alla musica americana, a tinte blues e fusion che lo hanno plasmato, dall’immancabile Jeff Beck, all’eclettismo dei Weather Report, fino alle armonie di Chick Corea.

Tuttavia, all’interno di un’esibizione impeccabile per qualità sonora, emerge uno strano senso di scollamento. L’attenzione quasi ossessiva per il talento di Mancuso genera un’alienazione che priva l’evento di quella partecipazione viscerale tipica del Pop, inteso come controparte della musica classica. È un peccato, perché il genio di Matteo non è affatto schiavo del tecnicismo: è in grado di plasmare il suono a suo piacimento, senza mai eccedere. Eppure, dall’altra parte, gli occhi sgranati dei fanatici sembrano concentrati più sulla performance atletica piuttosto che sul lasciarsi trasportare dall’atmosfera.

Foto di Franco Rodi

Matteo Mancuso possiede uno stile che lo rende già oggi uno dei talenti più interessanti e affermati del panorama internazionale e sarebbe più che meritato se l’interesse verso l’artista siciliano riuscisse a evadere dalla nicchia dei cultori dello strumento per abbracciare un pubblico più vasto e istintivo, privo di quella conoscenza che a volte può essere un limite.

Marco Usmigli