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Crippled Symmetry: i tappeti sonori di Morton Feldman a ToListenTo 

È risaputo che spesso i compositori si ispirano a materiali extramusicali, tratti dai suoni della natura, dalla letteratura o dalle arti figurative. Morton Feldman non fa eccezione. Per Crippled Symmetry – trio eseguito all’interno del festival ToListenTo il 24 settembre – il compositore, appassionato di tappeti, ha tratto ispirazione dai tessitori dell’Anatolia, i cui metodi di lavoro creano delle imperfezioni: i motivi non sono perfettamente simmetrici e il modo di tingere la lana non produce un colore uniforme, ma delle sottili sfumature chiamate abrash. 

Trovo il posto più comodo della sala ipogea della GAM. In mezzo c’è un cubo di tela illuminato di rosso-granata da due proiettori. Osservandolo più attentamente noto delle silhouette muoversi al suo interno: sono i musicisti Alessandra Giura Longo, (flauto), Francesco Ciminiello (percussioni) e Silvia Corda (pianoforte). È una disposizione scenica molto suggestiva: sono come sacerdoti che officiano dietro al velo del Tempio… Quando la sala è piena, lo spettacolo inizia: le proiezioni decorano il cubo con close-up di motivi tratti dai tappeti sardi e anatolici, messi in relazione per via delle loro somiglianze.

Tappeto anatolico del XVII secolo
ph: Francesco Bini, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons

Tutto il pezzo è costruito a partire da cellule motiviche che si ripropongono, ma ogni volta sempre leggermente variate nel ritmo e nelle altezze, creando un effetto caleidoscopico. Il brano ssembra sempre ripetersi ma non è mai lo stesso. Entrano costantemente nuove figure, il pezzo vaga come se ogni gesto fosse l’ultimo. Ogni silenzio sembra quello definitivo, finché entra qualche nuovo suono a prorogare la fine. A volte le immagini sul cubo ricordano piante di edifici scomparsi e questa è l’immagine più adatta per descrivere l’esperienza di questo pezzo: vagare tra frammenti di antiche rovine. Rovine di cosa? Del classicismo. Ogni tanto accordi tonali spuntano come torsi dalle sabbie, a metà pezzo il flauto suona una scala maggiore ma rimane lì, come rimangono la Sfinge e le Piramidi. La stessa tecnica dello sviluppo tematico, tipicamente classica, non è usata per costruire la forma, ma per eroderla, sfigurare il materiale, come quando si vede attraverso un velo d’acqua.

Il resto del pubblico non è così romantico. Il pezzo dura un’ora e quaranta e a metà c’è la Grande Rinuncia: metà della sala se ne va e l’altra metà si è addormentata nella speranza degli applausi finali. A un’ora e venti sento persone sbuffare ogni volta che viene introdotto nuovo materiale musicale, e a un’ora e trenta un ragazzo è in posizione fetale con le mani tra i capelli. Come direbbe il Marchese de Sade: «Il lettore ha il diritto di indignarsi quando sente che si esige troppo da lui». Ma di chi è la colpa, di Feldman o della nostra generazione viziata dalle dopamine? 

Riccardo Morabito