Iris al Teatro Regio: un fiore tra le macerie

Con Iris di Pietro Mascagni, il Teatro Regio di Torino conclude il Festival Verismo, affidando la regia a Daniele Menghini e la direzione musicale ad Andrea Battistoni. L’allestimento trasporta la vicenda in un paesaggio post-atomico.

Rappresentata per la prima volta nel 1898, su libretto di Luigi Illica, Iris racconta la storia di una ragazza giapponese che vive con il padre cieco. La quotidianità viene interrotta da Kyoto, proprietario di una casa di piacere, e dal giovane Osaka, che desidera conquistarla. I due organizzano uno spettacolo di marionette per rapirla, conducendola contro la sua volontà in quella che diverrà una prigionia. Iris, esposta al pubblico come merce, subisce le attenzioni di Osaka. Il padre, convinto che la figlia lo abbia abbandonato volontariamente, la maledice. Disperata, Iris si getta nel vuoto, trovando nella morte l’unica possibilità di sottrarsi alla violenza del mondo adulto.

La regia di Menghini prende le distanze dal Giappone idealizzato dell’opera originale e colloca la vicenda tra le rovine di una città devastata dalla bomba atomica. Nell’ouverture la scena si apre su un tempio buddhista distrutto, con una grande statua dorata del Buddha e alcune tōrō, tradizionali lanterne giapponesi in pietra, riconoscibili tra le macerie. Una figura spettrale attraversa lentamente lo spazio, accendendole una per una. Un’immagine insieme inquietante e rassicurante: la distruzione è avvenuta, ma il raccoglimento nella penombra è quasi sacro.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino

Inizia l’“Inno al Sole”: un grande gong si solleva a dominare la scena. Elemento centrale nell’opera di Mascagni, il sole, simbolo di luce e amore, è qui rappresentato da un oggetto della spiritualità orientale il cui suono richiama una purificazione. La sua luminosità si contrappone al paesaggio avvelenato dalla pioggia nera.

In questo scenario Iris vive la propria quotidianità col padre cieco. La casa non è più il luogo sereno descritto dal libretto, ma un rifugio precario circondato da rovine. Quando Iris invoca dolorosamente il suo piccolo mondo, il giardino, i fiori e la casa, non sta rimpiangendo un luogo perfetto: desidera tornare a ciò che conosce, in questa rappresentazione, ai ruderi che continua a considerare felici. Menghini rende così ancora più profonda la distanza tra l’innocenza della protagonista e la violenza degli uomini che la circondano.

Le marionette del teatrino di Dhia e Jor, realizzate dalla compagnia Riserva Canini Teatro con coreografie di Valeria Sacco, ricalcano la tradizione orientale. Possiedono un’efficacia particolare grazie all’abilità dei manovratori nel dare ai pupazzi movimenti sorprendentemente naturali.

Il teatro nel teatro è strumento di manipolazione: Iris si lascia conquistare dalla storia di Dhia salvata dall’intervento di Jor, figlio del Sole, la cui voce è di Osaka che sfrutta l’identificazione della ragazza con la fiaba per avvicinarla a sé. Iris crede nella possibilità che quel personaggio possa davvero liberarla dal dolore e condurla ad una vita migliore.

Tra i simboli più significativi della regia emerge una bambola dalle sembianze infantili, che la misteriosa figura spettrale dell’incipit estrae tra le rovine del tempio. Iris, prendendola in braccio come fosse un bambino, intona l’aria “Ho fatto un triste sogno”. Nel paesaggio post-atomico di Menghini quell’oggetto assume un significato ben più inquietante, recuperato tra le macerie, ricorda inevitabilmente un bambino vittima della catastrofe. La bambola diviene progressivamente un alter ego di Iris, una rappresentazione concreta della sua infanzia.

Il significato si deposita nel secondo atto ambientato nella casa di piacere di Kyoto. Nell’aria della Piovra, “Un dì, ero piccina”, Iris racconta una visione terrificante spiegatale da un monaco: una giovane donna avvolta dai tentacoli della piovra, rappresentazione del piacere e della morte. Nel rivivere quel ricordo, la piovra si impossessa della sua bambola, netta trasposizione dell’infanzia di Iris strappata via da azioni efferate. Il racconto del mostro e la violenza di Osaka vengono sovrapposte.

Sorprende la scenografia del secondo atto. L’intera struttura dello Yoshiwara si solleva sopra il palcoscenico, portando Iris a diversi metri di altezza e rivelando al di sotto un gruppo di donne racchiuse in una grande sala che pare una cella. A differenza della protagonista, queste indossano abiti dorati e maschere lucide che, colpite dalla luce, scintillano come monete preziose di un tesoro da esporre e possedere. Un’immagine che racconta la mercificazione del corpo femminile. Il contrasto rende ancora più cupa la condizione di Iris.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino

Kyoto, è profondamente cinico e a suo modo grottesco, mentre Osaka è il desiderio di possesso che non ammette rifiuti. La maledizione del padre completa il progressivo isolamento della ragazza, privandola anche dell’ultimo legame con la vita precedente. Nell’impossibilità di ritornare a casa, Iris sceglie di gettarsi nel vuoto.

Grande l’intensità del terzo atto: dall’alto, sospesa nel buio, scende lentamente la bambola che si posa a terra. Il gesto improvviso del suicidio viene così dilatato lasciando allo spettatore il tempo di comprenderne la tragicità.

Il piccolo corpo viene adagiato sotto uno dei grandi girasoli anneriti per la radioattività.

Un cenciaiolo impegnato a rovistare tra i resti della città, nell’“Elogio alla Luna” canta la bellezza della luna guardata in due. Sotto il chiarore dell’astro, accanto alla bambola, viene ritrovato il corpo di Iris. La regia crea un parallelismo struggente: la ragazza e l’immagine della sua infanzia si ricongiungono nella morte.

I cenciaioli, incapaci di umanità persino davanti alla morte, nello strappare le preziose vesti dorate di Iris, rimarcano la crudeltà sul suo corpo considerato ancora una volta soltanto per ciò che può offrire agli altri.

Il palcoscenico torna a svuotarsi. Appare lo spirito di Iris e tre figure spettrali femminili ispirate alle nukekubi, creature del folklore giapponese. Le loro teste separate dai corpi volteggiano intorno ad Iris, accompagnandola idealmente verso l’aldilà. Un’immagine sospesa tra incubo e rito funebre.

La conclusione, però, non è solo morte. Un girasole luminoso sboccia tra quelli anneriti. Altri fiori dorati scendono dall’alto, attraversando le nubi nere che nel corso dell’atto si sono fatte sempre più basse, comprimendo progressivamente lo spazio. Iris rinasce sotto forma di fiore.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino

Mascagni si allontana qui dalle sonorità più immediatamente riconoscibili di Cavalleria rusticana, costruendo un linguaggio ricco di colori e suggestioni orientali valorizzate nella loro dimensione drammatica dalla direzione.

Erika Grimaldi, Iris, passa dalla luminosità e delicatezza del primo atto ad un canto sempre più intenso e drammatico, con una grande forza espressiva intervallata da pianissimi che ne sottolineano la fragilità. Interessante il contrasto con Luca Tittoto, il padre cieco, la cui vocalità grave e solenne si pone al fianco della leggerezza vocale della figlia. Ciò si evidenzia nella preghiera parlata del padre intrecciata al canto delicato di Iris, un suggestivo dialogo tra due mondi apparentemente vicini, ma profondamente distanti.

Altrettanto si ritrova nel rapporto tra la vocalità tenorile potente, appassionato e seducente di Osaka, Angelo Villari, e il timbro baritonale, incisivo e spigoloso di Kyoto, Roberto Frontali, che non ha bisogno di celare la propria natura cinica, perentoria e a tratti grottesca.

Nel Giappone post-atomico, dove sembra nulla possa sopravvivere, Menghini poeticamente lascia che sia proprio un fiore a riportare la luce, trasformando il destino tragico di Iris in immagine di resilienza.

Joy Santandrea

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