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Aka Danno: si può ancora fare rap a cinquant’anni

Circa un anno fa si spargeva la notizia del ritorno di Neffa al rap: un evento che, dopo l’entusiasmo iniziale, ha lasciato spazio a una diffusa delusione post-ascolto. Questo canovaccio rischiava di ripetersi con un’altra uscita molto attesa di questo inizio 2026: stiamo parlando del primo disco da solista di Danno, nome d’arte di Simone Eleuteri, membro dei Colle der Fomento, storico gruppo romano fondato nel 1994 insieme a Masito e DJ Baro.


Partiamo dal titolo AKA Danno, che un po’ come il già citato Neffa e il suo I molteplici mondi di Giovanni, il cantante Neffa, riflette sull’identità dell’autore, le sfaccettature e gli alter-ego che lo contraddistinguono. La foto in copertina completa il tutto: Danno, completamente vestito e immerso nell’acqua fino alla vita, osserva l’orizzonte come alla fine di un lunga nuotata al largo verso territori sconosciuti. Il rapper, per ritrovare se stesso e la propria musica, ha superato il suo passato, il già noto, per andare oltre e mettersi alla prova.

Foto di copertina di Filippo Maffei

L’album inizia con una breve traccia programmatica che in due strofe stabilisce i punti cardinali del progetto: la sua personalità («Nel mio cervello c’è un conflitto/ Che parte da parte di entrambi gli emisferi» e ancora «Ciclotimia mon amour/ Musicopatico da terapia»); l’alter-ego, in questo caso il personaggio di Thurman del film I guerrieri della notte; la politica («Fanculo ogni nazi col mito di Odino e di Thor»). La seconda traccia “Killemall” è acida e distorta: Danno rivendica la sua resistenza contro l’industria musicale e i suoi soliti featuring, d’altronde il disco è un’autoproduzione («Sta merda spinta dai media per uomini medi che sognano Medellín/ …/ E una cultura diventa prodotto da vendere a tanto fintanto che dura») e inserisce un sample cantautoriale nel ritornello (“1999” di Lucio Dalla), un marchio di fabbrica che ritorna a più riprese nei brani successivi. In “Tom Waits” ad esempio, quasi come esercizio di stile, Danno e Ice One, produttore del primo album dei Colle, omaggiano il cantautore statunitense con un collage testuale e musicale di frasi, titoli e microcampioni dei suoi brani. Nella successiva “Brucia Roma”, a partire dal titolo riferito a Venditti, Danno cita nella strofa anche De Andrè/Cecco Angiolieri (“S’ì fosse foco”) in un brano cupo e dolente, antitesi disincantata de “Il cielo su Roma” del ‘99.


Si diceva prima di alter-ego e disturbi di personalità che ritornano come temi centrali nel brano in due parti “Yokozuna / Jakesulring”. Da una parte un wrestler di origine samoane, dall’altra Jake LaMotta, Danno in tutto questo è Jedi Master, «Er mejo MC, senza ciondoli sur petto/ …/ Vecchia scuola con il blaster, Radio Raheem» e conclude recitando il monologo finale di Toro scatenato. La riflessione politica caratterizza i brani più hardcore dell’album, “Vamos a la playa” e “Il blues di Gundabag”: nella prima Danno guarda allo scenario mondiale («Il mondo in mano a un miliardario pazzo, è Lex Luthor/ …/ Il vecchio mondo aspetta per il Reich un nuovo Hitler») e incita a schierarsi («È inutile che stamo qui a fà gli MC/ Se poi non dimo un cazzo»); nella seconda, “Il blues di Gundabag”, quello nazionale («Tu che ridi, io che piango e penso: è solo un’enorme sconfitta/ Ma il generale della minchia dura parla a rotella e poi spara a razzo/ Cazzate sulla razza italica e tratti somatici di ‘sto cazzo/ Xª Mas, tutti contenti, fuori puliti, ma dentro so’ sporchi»). Un attacco frontale alla destra, alle sue rivendicazioni, all’inconsistenza politica che dà luce a una realtà avvelenata nel profondo da chi sta al potere. Questa dimensione quasi allucinatoria prende forma a livello musicale in “Distorsore”, dove l’uso del delay e il cambio di voce a metà tra Beastie Boys e Lou X crea un effetto di rallentamento che si unisce al testo monostrofico grigio e lunatico.


I brani finali sono una conclusione aperta del percorso verso nuove strade del rapper romano che in “Colibrì” afferma: «Tenere il mio cervello attivo, darmi un obiettivo/ Trovare un modo e ricordarmi che ci sta un motivo» e «Mi sono spinto al largo ultimamente/ Dove è fondo per guardare giù dallo strapiombo/ E ritrovare un senso al mio racconto/ … / Simone si è perso e forse non ritorna». Mentre in “Svegliami”, brano sul rapporto col padre e realizzato insieme al cantautore Motta, Danno chiude in modo intimo, privato e personale un album che in 10 tracce riesce a essere tutto ciò che ormai il rap mainstream con molti producer e featuring non è: ovvero autentico ed emozionante. Non ne facciamo un discorso di contenuti, perché un ventenne e cinquantenne non possono parlare delle stesse cose, ma più un fatto di capacità nel creare un proprio racconto, un immaginario, uno stile che non sia lo stereotipo di qualcos’altro o una figurina bidimensionale, ma che emerga, si faccia sentire, richieda attenzione come diverso da tutto il resto.

Alessandro Camiolo

Donda

Donda è finalmente qui, l’attesissimo decimo album di Kanye West è stato pubblicato domenica 29 agosto dopo una lunga campagna pubblicitaria, 3 listening sessions in pubblico ma soprattutto scandali e continui ritardi. Nulla di nuovo per Ye (ah sì, ora vorrebbe anche cambiare nome e farsi chiamare così). Dopo Yandhi, album mai pubblicato, e Jesus Is King, incentrato sulla fede del rapper, Kanye aveva annunciato l’uscita di Donda per luglio 2020, ma per circa un anno non se ne è saputo più nulla. Solamente a inizio estate 2021, in uno spot pubblicitario è comparso il brano “No Child Left Behind”, con l’annuncio di un listening event il 22 luglio al Mercedes Benz Stadium di Atlanta, dove Kanye ha annunciato che il disco sarebbe uscito quel giorno (cosa che ovviamente non è successa ma, ancora, nulla di nuovo). Dopo essersi trasferito dentro allo stadio per poter lavorare meglio, Kanye ha spostato la data al 5 agosto, data del secondo listening event ma (senza sorprendere nessuno ormai) l’album non è uscito quel giorno. L’uscita è stata ancora spostata al 27 agosto, giorno successivo al listening event di Chicago, sua città natale, ma ovviamente non è stato così. Finalmente, domenica 29 l’album è stato pubblicato con una semplicissima cover nera ma non senza un ultimo scandalo: in un post su Instagram Kanye ha annunciato che l’album è stato pubblicato da Universal a sua insaputa, seminando il panico tra i fan, perché – conoscendo con chi abbiamo a che fare – si temeva che l’album venisse rimosso dai vari servizi di streaming, cosa che per fortuna non è successa.

Ma l’album in sé, com’è? Vista la campagna pubblicitaria e quello che Kanye ha inscenato nei vari eventi (è letteralmente fluttuato via dal primo show, ha ricreato il suo matrimonio e una copia della sua casa d’infanzia all’interno dello stadio), non poteva di certo essere un flop e in effetti così non è stato. Donda sembra quasi tirare le somme della carriera di Kanye in tutta la sua varietà: ci sono beat che sembrano essere usciti da Graduation (“Believe What I Say” o “New Again”) ma anche vere e proprie bangers al passo coi tempi come “Off the Grid”; “Moon” sembra arrivare da My Beautiful Dark Twisted Fantasy, “Hurricane” ricorda quasi il synth pop di 808s & Heartbreaks e tornano a farsi sentire sonorità di Yeezus, The Life of Pablo ma anche il gospel di Jesus Is King, che funziona benissimo in un disco dove sono parecchio presenti temi come fede e spiritualità. Altre tematiche trattate sono ovviamente la madre Donda West, a cui è dedicato il disco, scomparsa nel 2007 e di cui compaiono diverse registrazioni nell’album o il recente divorzio con Kim Kardashian (“Lord I Need You”). Tornano vecchi collaboratori tra cui il produttore Mike Dean, The Weeknd, Travis Scott, Kid Cudi, Playboi Carti ma soprattutto Jay-Z, dopo che i due si erano allontanati per anni, mentre nuove collaborazioni come Marylin Manson e Dababy hanno fatto molto parlare di sé, dato che entrambi sono stati al centro di diversi scandali negli ultimi tempi.

Ancora una volta Kanye è riuscito a far parlare di sé per un motivo o per l’altro, pubblicando un disco sicuramente all’altezza delle aspettative e in sintonia con quanto fatto finora, e ancora una volta non resta che interrogarci su cosa sarà in grado di fare in futuro, visto che ormai sembra non avere limiti.