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Il Teatro Regio gioca col destino: Stagione 26/27 “Fatale”

Dimenticate le rassicuranti cartoline e i finali consolatori. La Stagione 2026/2027 del Teatro Regio di Torino si presenta con un titolo che suona come una vera e propria dichiarazione d’intenti: Fatale. Un cartellone imponente di quindici titoli, di cui ben nove allestimenti inediti, costruito interamente sull’ineluttabilità del destino e sulla tensione magnetica tra amore e pericolo, eros e morte. Niente accademismo polveroso, ma un’indagine forte sulle passioni estreme che muovono, e spesso distruggono, l’essere umano.

Foto da Cartella stampa Teatro Regio

L’azzardo del Verismo: un “binge-watching” teatrale

Il vero colpo di teatro arriva subito in autunno. L’inaugurazione del 15 ottobre non sarà una semplice prima, ma l’inizio di un enorme cantiere creativo chiamato “Progetto Verismo”. Si tratta di una maratona di quattro opere di fine Ottocento firmate da Mascagni e Leoncavallo (Cavalleria rusticana, Pagliacci, La bohème e Iris), spalmate su 22 recite in poco più di un mese.

Al timone musicale di questa titanica impresa il Direttore Andrea Battistoni, mentre la visione scenica è affidata alle menti dei registi Daniele Menghini e Francesco Micheli. La vera chicca per i più audaci? Nei primi due fine settimana di novembre sarà possibile vivere le opere come un ciclo continuo di tre giorni consecutivi, in una sorta di binge-watching teatrale totalmente immersivo.

Comunità tossiche, centri sociali e scenari post-atomici.

Se pensate di sapere già cosa aspettarvi da questi titoli, vi sbagliate di grosso. Cavalleria rusticana e Pagliacci vengono svestite dai vecchi cliché folcloristici per trasformarsi in un’indagine, ispirata all’universo crudo di Pasolini, sulle regole non scritte e spesso violente delle comunità rurali. Menghini legge Cavalleria come un mistero sacro e sanguinante che sgorga dalla liturgia pasquale, mentre Micheli fa di Pagliacci uno specchio deformante in cui il confine tra cronaca nera e finzione teatrale diventa pericoloso.

Poi ci sono le due perle rare. La Bohème di Leoncavallo (spesso oscurata dalla più famosa omonima pucciniana) diventa il ritratto di una giovinezza rivoluzionaria spietata: Micheli immagina i protagonisti all’interno di un “centro sociale” ante litteram. È l’esplosione vitale di chi combatte per l’arte, destinata però a schiantarsi contro l’amarezza e lo squallore dell’età adulta.

Foto da cartella stampa Teatro Regio

Il vertice visivo, tuttavia, promette di essere l’Iris di Mascagni. Il regista Menghini, che già ci aveva stupito con il suo allestimento dell’ Elisir d’amore nel 2025, spinge Iris in un territorio distopico e post-atomico. L’opera si muove attorno al suggestivo concetto degli hibakujumoku, gli alberi capaci di sopravvivere alle bombe radioattive di Hiroshima. In questo scenario devastato, la protagonista vive isolata in una grotta sotterranea protetta da fiori di carta, prima di essere trascinata negli abissi di un bordello costruito tra le macerie. Un allestimento che si preannuncia viscerale. Prendere l’esotico e delicato giappone immaginato da Mascagni e puntarlo sul tavolo del distopico post-atomico potrebbe suonare come un all-in registico? Sarò curioso di vederlo.

Foto da cartella stampa Teatro Regio

Corpi in movimento e un teatro per noi.

Non manca un massiccio spazio alla danza, linguaggio spesso usato per esplorare fisicamente le costrizioni del fato. A dicembre torna il popolarissimo gala Roberto Bolle and Friends, ma c’è grandissima attesa per il Tokyo Ballet, che porterà sul palco le potenti atmosfere del Sacre du Printemps di Béjart e la prima italiana di Kaguyahime. Per chi cerca atmosfere più classiche, il Balletto dell’Opera di Tbilisi rinnoverà la magia natalizia de Lo schiaccianoci.

Il Regio, insomma, continua a fare quello che gli riesce meglio ultimamente: svecchiare l’opera e abbattere le barriere. E i numeri parlano chiaro: con un 92% di riempimento della sala registrato nell’ultima stagione, il teatro è trainato da un pubblico giovane in costante crescita. Mettendo in campo trenta debutti assoluti e scommettendo sul palcoscenico come laboratorio vivo, la Stagione 26/27 ha tutte le carte in regola per attrarre nuovo pubblico.

Joy Santandrea

I Puritani: al Regio si nega il lieto fine a Bellini

Guerra politica, abbandono e una mente che si sgretola. In cartellone per la Stagione 2025/2026, il Teatro Regio di Torino porta in scena I puritani, ultimo capolavoro di Vincenzo Bellini. Una partitura che, nonostante la gravità dei temi, riesce a mantenere per tutta la sua durata una leggerezza e una curiosità musicale sorprendenti, senza mai scadere in una pesantezza opprimente. La direzione musicale è affidata a Francesco Lanzillotta. Il nuovo allestimento, firmato per regia, scene e costumi da Pierre-Emmanuel Rousseau riserva un finale inaspettato.

La trama originale, su libretto di Carlo Pepoli, ci porta nell’Inghilterra della guerra civile. Elvira, figlia di un governatore puritano, ama Arturo, partigiano della fazione opposta degli Stuart. Il giorno delle nozze, Arturo sceglie di salvare la vita alla regina prigioniera Enrichetta, fuggendo con lei. Convinta di essere stata tradita, Elvira sprofonda nella follia. Rousseau prende questa premessa e la chiude tra le pareti domestiche. Come spiega il regista stesso: «Una donna sola, Elvira, al centro di una guarnigione di soldati… La ragione vacilla. Ama perdutamente Arturo, il rivale politico. Si sente abbandonata, lotta contro le allucinazioni. I puritani è la storia di questa donna, preda della follia».

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino – I Puritani

La scenografia è visivamente complessa e affascinante. Una grande dimora con scale imponenti, piccoli lampadari di cristallo e carta da parati naturalistica. Ma il vero colpo di genio è l’uso della profondità del palco: intere pareti calano dall’alto, le stanze escono fuori dal fondo, aprendo letteralmente “stanze su stanze” trasportando l’azione in nuovi livelli della casa. E proprio come la sanità mentale della protagonista, anche le scenografie si trasformano progressivamente in rovine, con i muri che decadono inesorabilmente, a mano a mano, pezzo a pezzo.

Le luci di Gilles Gentner tagliano la scena creando ombre dure, gestendo molto bene la distinzione fra le stanze, i corridoi e le “finestre” che si percepiscono fuori scena, cosa non semplice in una scenografia costruita così dinamica.

Il numerosissimo coro è vestito con una rigorosa palette di grigi che riprende le pareti della casa. Questa scelta cromatica trasforma le tante persone in scena in una massa unica, conferendo ai loro movimenti un senso di ineluttabile pesantezza. In mezzo a loro, Elvira subisce una vera metamorfosi. A inizio opera indossa un candido abito blu e gioca con un velo bianco, sognando il matrimonio. Col passare del tempo, la vediamo in sottoveste e poi con un abito da sposa che si fa via via più consunto, sgualcito e sporco. Particolarmente d’impatto è il momento in cui la protagonista recupera un velo nero, dal cappello di Enrichetta fuggita con Arturo, giocandoci come a simboleggiare il lutto per il suo matrimonio e per la sua ragione.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino – I Puritani

A dare corpo e voce al personaggio di Elvira in discesa nell’abisso è Gilda Fiume. Il soprano non si limita a sfoggiare una dote canora eccezionale — con fraseggi puliti, ritmo perfetto e un’ottima gestione dei volumi in momenti critici quali acuti presi in pianissimo — ma regala un’interpretazione attoriale dirompente, piegando il belcanto alle esigenze della cruda scena teatrale. La sua pazzia esplode fisicamente durante le nozze: scaglia a terra i libretti degli invitati, distrugge le ghirlande e, in una scena carica di pathos, afferra un crocefisso per tagliarsi le vene. Finirà sedata, chiusa nella sua stanza cadente, a scrivere sul muro il nome “ARTURO”. Lo scrive in rosso, forse il suo sangue, un colore che attraversa la messinscena come simbolo visivo di passione folle. Ottima anche la prova di John Osborn nel ruolo di Arturo. Nonostante la moralità discutibile del suo personaggio, il tenore restituisce un’interpretazione tecnicamente bellissima, impreziosita da un brevissimo ma pulitissimo passaggio in falsetto, portato con naturalezza.

Ed è proprio nel finale che la regia di Rousseau compie lo strappo definitivo. Dimenticate il rassicurante libretto originale, dove un’amnistia di Cromwell salva Arturo dalla condanna a morte restituendo la felicità ai due amanti. Qui la caduta non ammette sconti. Arturo viene giustiziato con un colpo alle spalle, sulla grande scalinata, compiendo fino in fondo il suo destino politico e pagando per l’onore perduto. Uscite di scena le questioni politiche, Elvira ottiene ciò che in fondo ha invocato per tutto il tempo. L’opera si chiude con un’immagine raggelante: la donna, impiccata nella sua stanza diroccata, addosso quel che resta del suo abito da sposa devastato.

Foto da cartella stampa del Teatro Regio di Torino – I Puritani

Stravolgere l’epilogo di un grande classico è sempre un azzardo, ma in questo caso si è rivelata la scelta più lucida che si potesse fare. Dopo tre ore passate a costruire, mattone su mattone, l’architettura della follia di Elvira, il salvataggio in extremis e il “vissero felici e contenti” del libretto originale sarebbero suonati falsi, persino grotteschi. L’esecuzione di Arturo e l’immagine agghiacciante di lei impiccata funzionano invece come l’unica, inevitabile valvola di sfogo per l’enorme pathos accumulato durante tutta l’opera. Una messinscena potente e spietata, che ha avuto il coraggio di rinunciare alle facili consolazioni ottocentesche per restituirci un dramma umano crudo, coerente e riuscito.

Joy Santandrea

Michele Mariotti nuovo Direttore dell’OSN Rai

La convocazione stampa recitava un laconico «Presentazione di importanti novità». Un titolo talmente generico da sembrare quasi sospetto, perfetto per alimentare quel chiacchiericcio da foyer che precede gli annunci veri. E infatti, dietro la burocrazia del titolo, si nascondeva la notizia che l’ambiente aspettava: Michele Mariotti sarà il prossimo Direttore Principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

La nomina segna un piccolo record statistico: Mariotti è il primo direttore italiano a ricoprire stabilmente questo ruolo dalla fondazione dell’orchestra nel 1994. Il maestro pesarese succederà ad Andrés Orozco-Estrada (in carica fino al termine della stagione) e prenderà ufficialmente il comando nell’ottobre 2026. Un passaggio di consegne annunciato con largo anticipo, come si usa nelle migliori famiglie – o meglio, nelle migliori orchestre europee – per garantire una transizione morbida.

Non una carriera, ma una crescita

Il rapporto tra Mariotti e l’OSN non è certo un colpo di fulmine dell’ultima ora, ma una relazione solida che dura dal 2011. Durante la conferenza, il direttore ha dribblato con eleganza la retorica del potere: «Non ho mai inseguito un ideale di carriera, termine che non mi piace, ma quello della crescita». Una dichiarazione d’intenti che si sposa bene con la fisionomia attuale dell’orchestra, definita da Mariotti un mix riuscito tra i «senatori dello spogliatoio» (i professori storici) e i giovani talenti entrati tramite concorso.

Foto da cartella stampa RAI – foto di Victor Santiago

Spoiler per le prossime stagioni

Visto che il mistero è stato svelato, tanto valeva dare qualche anticipazione concreta. Il menu dei prossimi mesi si preannuncia interessante, con una predilezione per Rossini e per il controtenore Carlo Vistoli, verso il quale Mariotti ha confessato una stima artistica assoluta («impressionante» è stato l’aggettivo più usato). I due si ritroveranno a maggio per il Tancredi.

Il regalo di San Giovanni

Tra i vari annunci istituzionali, l’Assessora alla Cultura Rosanna Purchia ha infilato una notizia che farà piacere ai torinesi (e al loro portafoglio). Il 24 giugno, per la festa patronale di San Giovanni, l’OSN Rai terrà un concerto gratuito in Auditorium prima dei fuochi d’artificio. Il programma? Un omaggio a Ennio Morricone, per celebrare i dieci anni dal suo Oscar.

Foto da cartella stampa RAI Più Luce 2023

Rai multipiattaforma (ovvero: basta sovrapposizioni)

Il Direttore di Rai Cultura, Fabrizio Zappi, ha infine chiarito la nuova strategia mediatica: i concerti non si accavalleranno più. Diretta su Radio3, differita su Rai 5 e tutto disponibile su RaiPlay. Una gestione “a ventaglio” che ottimizza i contenuti e salva l’appassionato dall’imbarazzo della scelta simultanea.

Michele Mariotti è già al lavoro: dirigerà i concerti di questa settimana. Il futuro direttore è già sul podio, il mistero è risolto, e la musica – per fortuna – continua.

Joy Santandrea

CM Orchestra porta i grandi degli anni ’80: special guest Tony Hadley

Puoi anche non ricordare l’anno preciso, ma certi ritornelli ti restano impressi . C’era chi negli anni ’80 li ha vissuti, chi li ha scoperti coi genitori, e chi… era lì per gridare “Baciami” a Tony Hadley.

Il Tones Teatro Natura ad Oira, ha radunato tantissimi amanti della musica: la CM Orchestra, affiancata dallo special guest Tony Hadley, ex frontman degli Spandau Ballet, ha infiammato la rassegna Tone on the Stones. Fondata da Claudio Mazzucchelli, la CM Orchestra è una compagine nata per dare vita a produzioni sinfoniche e crossover capaci di unire repertori classici e pop. Mazzucchelli, figura centrale del progetto, non è solo ideatore e produttore, ma anche arrangiatore e direttore artistico: una personalità poliedrica che ha saputo dare una forma identitaria a ogni produzione. L’orchestra è composta da molti musicisti talentuosi, guidati dalla direzione di Andrea Pollione, musicista e arrangiatore di grande esperienza, da anni legato alla CM Orchestra come direttore musicale.

Foto di Joy Santandrea

Sul palco si sono alternati sei vocalist – Paolo Airoldi, Andrea Casali, Silvia Fusè, Sonia Mosca, Roberta Orrù e Martina Lo Visco – accompagnati da un corpo di ballo coinvolgente. L’apertura è stata affidata a “Frozen” di Madonna, interpretata da Andrea Casali, brano che ha saputo creare il giusto raccoglimento iniziale. A seguire, “Broken Wings” dei Mr. Mister, cantata da Paolo Airoldi, ha portato una scarica emotiva che ha acceso definitivamente la platea. Uno dei momenti più trascinanti dello show è stata la travolgente esecuzione di “Relight My Fire”, brano interpretato coralmente da tutti i vocalist: energia pura, che ha mostrato la grande complicità e chimica tra i cantanti e la CM Orchestra.

Con l’ingresso di Tony Hadley sul palco è scattata la scintilla. L’inconfondibile voce degli Spandau Ballet ha esordito con “Chant No. 1 (I Don’t Need This Pressure On)”, brano dal testo emblematico che parla di rifiuto delle pressioni esterne, come a dire: lasciamo da parte le pressioni e godiamoci la serata. La sua apparizione ha scatenato un’ovazione tra i presenti, numerosissimi (posti sold out) e visibilmente emozionati. Da quel momento, la scaletta ha continuato a snodarsi tra reinterpretazioni di grandi classici: “Everybody Wants to Rule the World” dei Tear For Fears, affidata a Roberta Orrù, ha riportato il pubblico nel cuore del decennio; “What’s Love Got to Do with It”, cantata da Silvia Fusè, ha fatto risplendere le sonorità soul-pop di Tina Turner; “Hung Up” di Madonna, portata sul palco da Sonia Mosca, ha innestato una nuova energia. Non poteva mancare nemmeno “The Wild Boys”, uno dei brani simbolo dei Duran Duran – amici-rivali storici degli Spandau – cantato da Andrea Casali e Paolo Airoldi: adrenalina.

Foto di Joy Santandrea

Hadley è tornato protagonista con alcuni dei successi intramontabili degli Spandau Ballet: “Gold”, “I’ll Fly for You” e “Through the Barricades” – titoli che anche chi non ha vissuto direttamente quel decennio conosce e canta, come se appartenessero a una memoria collettiva. Il momento più divertente è stato senza dubbio l’introduzione di “True”, con Hadley che ha scherzato col pubblico: «If you love somebody and you wanna Bacio Bacio…» – e la platea, in coro, ha risposto «Bacio Bacio». Al suo ribattere con un ulteriore «Bacio Bacio», una fan ha urlato «Baciami!», Hadley, ridendo, ha concluso con un “This is the song. This is True!”, prima che l’orchestra attaccasse con il brano. La sua presenza scenica, il carisma e l’eccezionale qualità vocale hanno dimostrato quanto Hadley riesca ancora oggi a dominare la scena.

Ogni canzone è stata arricchita da coreografie eterogenee che hanno amplificato l’impatto emotivo del programma. Il palco del Tones Teatro Natura, incastonato nella roccia, ha giocato un ruolo fondamentale nella serata: grazie alle proiezioni sulle pareti della cava e a una regia posta sul fondo della platea, costruita all’interno di una struttura a forma di T composta da container, l’intero evento ha acquisito una qualità immersiva rara.

Foto di Joy Santandrea

In platea, tante persone che gli anni ’80 li hanno vissuti, ma anche giovani che quei brani li hanno scoperti grazie ai genitori, e perfino bambini, catturati anche loro dalla trappola del groove irresistibile delle canzoni. Il concerto ha lasciato negli spettatori una sensazione di festa, nostalgia ed entusiasmo contagioso.

Perché certe serate, come certe canzoni, restano. Come recita uno dei versi più noti degli Spandau Ballet: “This is the sound of my soul”.

di Joy Santandrea

Flamenco Criollo al TJF: musica che unisce l’Atlantico

Un concerto magnetico al Teatro Colosseo per il Torino Jazz Festival: danza, canto e ritmi in una serata che unisce le sponde dell’Atlantico.

Al Teatro Colosseo di Torino, Flamenco Criollo ha dato vita a una delle serate più attese del TJF. Sul palco, il progetto del pianista cubano Aruán Ortiz ha preso forma in una performance che ha unito musicisti e danzatori da Marocco, Palestina, Cuba, Stati Uniti e Spagna. Un’onda che ha attraversato oceani e tradizioni, fondendo i suoni del flamenco con le ritmiche energiche dell’area afro-cubana.

Foto di Ottavia Salvadori

Nato nel 2021, Flamenco Criollo è un progetto ambizioso che intreccia musica, danza e ricerca culturale. Ortiz, jazzista di formazione e studioso di culture musicali, ha dato vita a un ensemble che restituisce le molteplici radici del flamenco. Il risultato è stato un percorso potente, poetico e coinvolgente, fatto di cantes de ida y vuelta, quei canti che, come le navi tra Cadice e L’Avana, hanno attraversato l’oceano portando con sé storie, lingue e battiti.

L’incipit dello spettacolo ha subito colpito per delicatezza e simbolismo: una figura femminile, velata, disegna linee perfette, evocando le onde del mare. Un’immagine danzata da Niurka Agüero che anticipa la natura profonda e mobile dell’intera esibizione. Dopo di che la bailaora María Moreno, in un abito lineare lontano dal consueto immaginario turistico del flamenco mettendo in risalto l’intensità interpretativa e i virtuosismi del compás. Il duetto struggente con la cantaora Samara Montañez — tra “adelante” e “para bailar” — ha rapito il pubblico in un silenzio sospeso, carico di emozione.

Foto di Ottavia Salvadori

Accanto a quest’ultima, la danzatrice afro-cubana ha portato in scena un’energia terrena e ancestrale. In un duetto finale, le due interpreti hanno fuso le proprie radici in una sinergia unica, dimostrando che, al di là delle distanze culturali esiste una ritmica umanità condivisa. La centralità delle figure femminili, tra canto e danza, ha dominato la scena: non semplici interpreti, ma custodi di tradizioni in continua trasformazione.

Il concerto ha saputo mantenere un ritmo coinvolgente, arrivando, come più classica delle chiusure, a una partecipazione attiva del pubblico. A guidarla, la cantante cubana Susana Orta López, una delle tre voci dell’ensemble, che ha invitato la platea a unirsi ritmicamente al groove finale. Tutti in piedi, a battere le mani, come palmeros improvvisati ma totalmente dentro allo spettacolo.

Flamenco Criollo è un esempio riuscito di contaminazione consapevole, che scava nelle radici comuni per creare qualcosa di nuovo. Una bellezza di multiculturalità: un’arte viva, che respira e unisce.

di Joy Santandrea

Andrea Rebaudengo scatena i preludi di Uri Caine

Al Teatro Vittoria, il Torino Jazz Festival propone una produzione originale di scrittura e improvvisazione: Improvisers/Composers. Protagonista il pianista Andrea Rebaudengo, che presenta un programma interamente dedicato a brani “classici” per pianoforte composti da musicisti jazz contemporanei.

Rebaudengo, del resto, non è nuovo a questo tipo di esplorazioni: oltre a collaborare con realtà come l’Orchestra della Scala, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e la Rai, è il pianista stabile dell’ensemble Sentieri Selvaggi, gruppo di riferimento per la musica contemporanea in Italia. Proprio in questo contesto ha affinato un approccio libero ma rigoroso.

Foto da Press Kit Torino Jazz Festival

Il concerto è stato caratterizzato da una serie di prime esecuzioni che ne hanno definito l’unicità. In particolare, due prime italiane: Alone, in Four Parts di Wayne Horvitz e Looking Above, the Faith of Joseph di James Newton. A seguire, due brani di Matt Mitchell tratti da Vista Accumulationall the Elasticity e Utensil strength – autentici esercizi di resistenza.

La sorpresa del concerto è la prima esecuzione assoluta dei 24 Preludi per pianoforte firmati da Uri Caine: una suite che sfida l’ascolto e la varietà stilistica, consapevole che alcuni passaggi potessero mettere in crisi l’ascolto del pubblico. Ma è proprio questo il bello: il rischio, la possibilità di ascoltare qualcosa che ci sposti un po’ più in là.

I preludi sono stati affidati dallo stesso Caine a Rebaudengo. Si avverte la presenza del compositore negli accenni di micromelodie e citazioni, che come piccole apparizioni intersecano un ricchissimo mondo sonoro, da ascoltare con attenzione e impegno. La sequenza di esecuzione dei preludi non è fissa, ma costruita dal pianista stesso, che ha immaginato un percorso coerente con l’evoluzione dell’intero concerto. È proprio lui a concludere il ciclo con un preludio melodico, una scelta che sorprende e arricchisce ulteriormente il progetto.

Il pianoforte si conferma così l’ambito di una ricerca continua e appassionata da parte di Rebaudengo, e questo piccolo preludio finale diventa anche un gesto di “riappacificazione” – come lo definisce lui stesso –, un momento di leggerezza che permette di accogliere e conservare l’intensità dell’intero concerto.

Foto da Press Kit Torino Jazz Festival

Gli improvvisatori scrivono? Traggono dallo studio sull’improvvisazione materiale che poi mettono su pentagramma? «La risposta» spiega Rebaudengo «è stata un fluire di partiture estremamente interessanti, geniali, coraggiose, in cui le appartenenze geografiche e stilistiche c’entravano fino a un certo punto. Forse più di tutto contava la curiosità del compositore/improvvisatore, la sua voglia di mettersi in gioco».

Il risultato è un percorso dentro la mente di artisti che, pur nati nell’improvvisazione, hanno scelto la scrittura come nuovo terreno di esplorazione. Non semplici improvvisazioni “cristallizzate”, ma pensieri musicali lunghi, forme controllate, racconti in musica.

Alla fine del concerto — che, per scelta programmatica, non ha mai cercato la facile seduzione — Rebaudengo rientra tra gli applausi e offre al pubblico un piccolo encore: Portolan. Un repertorio raffinato, difficile, e proprio per questo necessario.

di Joy Santandrea

La dama di picche: il destino in tre carte

Seduzione, ossessione e un destino ineluttabile. La dama di picche. Capolavoro di Pëtr Il’ič Čajkovskij su libretto del fratello Modest, tratto dall’omonimo racconto di Puškin. L’opera, composta nel 1890, segna uno dei vertici espressivi del teatro musicale russo. Il compositore, in uno dei momenti più tormentati della sua vita, infonde nella partitura un’intensità drammatica e anche cinematografica, avvicinandosi alla tragica ossessione del protagonista Hermann, consumato dal gioco d’azzardo e dalla misteriosa formula segreta delle tre carte. Questo tormento prende forma nell’aria “Che cos’è la nostra vita? Un gioco!”, in cui il protagonista ripete ossessivamente il suo pensiero fisso.

La dama di picche è in scena al Teatro Regio di Torino in un nuovo allestimento prodotto dalla Deutsche Oper di Berlino, firmato dal regista Sam Brown, che raccoglie e sviluppa la visione del compianto Graham Vick. La direzione musicale è affidata a Valentin Uryupin, specialista del repertorio russo, mentre il cast vede protagonisti Mikhail Pirogov nel ruolo di Hermann, Zarina Abaeva in quello di Lisa e Jennifer Larmore nei panni della Contessa. Completano la compagnia Elchin Azizov (Tomskij), Vladimir Stoyanov (Eleckij) e Deniz Uzun (Polina).

foto da cartella stampa, di Marcus Lieberenz

La regia di Sam Brown presenta Hermann come un uomo qualunque, intrappolato in una realtà soffocante e monocorde. La sua esistenza, confinata in un dormitorio militare, è lo specchio di un desiderio frustrato di riscatto sociale. Lisa, il suo amore impossibile, incarna il contrasto tra il mondo del privilegio e la disperazione del protagonista, che cerca una via d’uscita nel segreto della Contessa. L’opera si trasforma così in un dramma psicologico in cui sogno e realtà si sovrappongono, portando Hermann verso un destino segnato dall’illusione e dalla follia. Lo spettatore col dubbio su cosa fosse reale.

L’allestimento si distingue per alcuni elementi visivi di grande impatto. Il coro, attraverso un gioco di ombre, si trasforma in una folla minacciosa, amplificando la paranoia e il senso di accerchiamento. Un ulteriore livello narrativo è dato dalla la proiezione di spezzoni del film La dama di picche del 1916, che dialogano con la messinscena come un secondo piano narrativo. A completare questa dimensione visiva, sopra il sipario utilizzato per i cambi scenografici appaiono dei veri e propri cartigli, in stile cinema muto, che forniscono  un contesto alla scena o indicavano il luogo in cui si svolgeva l’azione.

foto da cartella stampa, di Marcus Lieberenz

In molti di questi cartigli comparivano anche citazioni da Dostoevskij, che aprivano ulteriori riflessioni. Lo spettatore più attento poteva così interrogarsi su ciò che vedeva: era tutto reale? O solo una proiezione dell’inconscio di Hermann? Era solo la caduta di un uomo nell’ossessione, o una riflessione più ampia sulla libertà individuale, la colpa, la coscienza? La presenza di Dostoevskij da lo spunto per guidare lo spettatore in un percorso parallelo, rendendolo forse più partecipe e consapevole di ciò che vede.

Scenografica la chiusura dell’opera. Hermann, ormai consumato dal pensiero ossessivo delle tre carte, si presenta al tavolo da gioco. Sebbene non sia un giocatore abituale, possiede esattamente tre carte, come predetto dalla dama di picche. Le prime due gli fanno vincere somme enormi, ma l’avidità – o forse il desiderio disperato di vedere la profezia compiersi fino in fondo – lo spinge a giocare anche la terza. A quel punto entra il principe Eleckij, l’unico disposto a sfidarlo. Ma nel momento decisivo, Hermann scopre che la sua ultima carta non è l’asso, bensì proprio la dama di picche. Ha perso tutto. E si toglie la vita.

Piccola nota di cronaca: durante il primo atto un semplice cambio di scenografia ha dato a molti spettatori l’illusione dell’intervallo, con tanto di esodo verso il foyer sventato dalla solerzia delle maschere. Tutto comprensibile vista la scarsa conoscenza di un titolo, che tuttavia è stato molto apprezzato a fine serata.

Questo allestimento di La dama di picche si è rivelato una produzione di grande impatto visivo, moderna ed emotiva. La regia di Brown ha offerto una prospettiva che mette in luce l’attualità del dramma umano di Hermann, sempre sospeso tra desiderio e autodistruzione.

Joy Santandrea

All’ombra dei ciliegi in fiore: musica a Venaria

Sboccia la primavera anche alla Reggia di Venaria, dove i viali assolati si sono tinti di rosa. Tra laboratori di danza, pittura e un fiume di visitatori armati di fotocamere, cappelli e passeggini, anche la musica ha trovato il suo spazio nelle attività dell’evento “All’ombra dei ciliegi in fiore”.

Sotto il color pastello dei fiori di ciliegio, con il sole che filtra tra le fronde e una brezza leggera, ci si aspetterebbe un sottofondo di archi o arpe cullanti. Invece no: ci pensano ottoni e percussioni a dare una bella scossa al pomeriggio con il loro suono brillante ed energizzante.

Al centro di uno dei viali, l’Ensemble di ottoni e percussioni del Conservatorio “G. Verdi” di Torino ha tenuto il “Concerto tra i ciliegi”. Si parte subito con il Prelude to a Te Deum, un’introduzione solenne, un richiamo per chi passeggia nei dintorni o sta cercando l’angolazione perfetta per il prossimo scatto instagrammabile.

foto di Valeria Cacciapaglia

Man mano che il concerto procede, la folla cresce. C’è chi si ferma incuriosito, chi arriva dalla visita alla Reggia e chi ancora sta cercando di riprendersi dalla lunga coda per il biglietto. Il pubblico si sistema alla buona attorno ai musicisti.

E quando partono le prime note di Kraken da Another Cat di Chris Hazell, l’atmosfera cambia: i bambini iniziano a muoversi a tempo, qualcuno segue il ritmo muovendo le spalle, e anche alcuni fotografi si scatenano. Il brano ha un’energia travolgente e, sebbene non si parli di fioriture primaverili o di delicati petali che cadono, c’è qualcosa che si sposa perfettamente con il momento.

Poi arriva Ain’t Misbehavin’ di Thomas “Fats” Waller. Un classico jazz che, con la sua leggerezza e il suo swing irresistibile, trasforma per un attimo il giardino della Reggia in un angolo di New Orleans, cullando il sonno di chi si è assopito sotto l’albero con il suo telo.

Il concerto vola via in un attimo, e quando l’ultimo pezzo si conclude, il pubblico non ci sta: parte la richiesta di bis, unanime. L’ensemble non si fa pregare e concede un’ultima esecuzione, tra nuovi applausi e sorrisi soddisfatti.

E così si chiude il pomeriggio musicale e i visitatori riprendono il loro giro. Ma qualcosa di questo concerto resta nell’aria, come i bambini che canticchiano ancora le musiche suonate dall’ensemble.

di Joy Santandrea

“Rigoletto” va in carcere

Questa stagione del Teatro Regio è all’insegna del teatro per tutti. Un principio che si concretizza con un progetto straordinario: portare l’opera all’interno della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, dove il 10 marzo 2025 andrà in scena una speciale rappresentazione di Rigoletto.

L’iniziativa, curata da Vittorio Sabadin, nasce con l’obiettivo di contribuire alla formazione e riformazione dei ragazzi della struttura, offrendo loro un’esperienza nuova e rigenerante. Non si tratta solo di uno spettacolo, ma di un percorso formativo che ha coinvolto attivamente la comunità carceraria: i detenuti hanno collaborato alla realizzazione delle scenografie, costruendo praticabili, sgabelli, pedane e dipingendo i periacti: unendo così arte e partecipazione attiva.

Durante la conferenza stampa, è stato ribadito quanto possa essere emozionante sentire le arie e le musiche del Rigoletto risuonare nei corridoi della struttura, un momento in cui la bellezza dell’opera si fa ponte tra “dentro” e “fuori”, tra il carcere e la città. Un progetto pilota che il Teatro Regio, in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo e il Teatro Stabile di Torino, auspica possa consolidarsi e crescere nel tempo.

Il sindaco di Torino e Presidente della Fondazione Teatro Regio, Stefano Lo Russo, ha sottolineato come questa iniziativa incarni l’idea di una città dove la cultura è accessibile a tutti, ribadendo il ruolo educativo e riabilitativo che il carcere dovrebbe avere, oltre alla sua funzione punitiva.

Un’occasione, quindi, non solo per portare l’opera in un contesto inedito, ma per offrire un’opportunità di crescita e riscatto personale ai partecipanti. Il teatro diventa così strumento di dialogo e formazione, testimoniando ancora una volta la sua forza trasformativa.

A cura di Joy Santandrea

SEEYOUSOUND: International Music Film Festival 2025

SEEYOUSOUND: un viaggio tra cinema e musica.

Dal 21 al 28 febbraio 2025 Torino diventerà ricca di appuntamenti con l’undicesima edizione del SEEYOUSOUND International Music Film Festival. Questo evento è un’occasione perfetta per tutti coloro che amano la musica e il cinema. Otto giorni di proiezioni, live performance e incontri con ospiti internazionali per celebrare la musica in tutte le sue forme.

foto di Joy Santandrea

In Programma

Con un totale di 65 titoli tra lungometraggi, documentari, cortometraggi e videoclip, il festival si distingue per la varietà delle proposte. Tra questi, 1 anteprima assoluta, 1 internazionale, 1 europea e 19 italiane, competeranno nella propria categoria: Long Play Feature (film di finzione), Long Play Doc (documentari), 7Inch (cortometraggi), Soundies (videoclip) e Frequencies (sonorizzazioni).

La serata inaugurale, il 21 febbraio, vedrà protagonista il documentario Blur: To the End, che celebra la storica band britpop e il loro ultimo album, seguito da un live esclusivo di Asia Martina Morabito con il suo progetto SLEAP-E.

Tra gli appuntamenti imperdibili, troviamo l’anteprima italiana di My Way, un documentario che ripercorre la genesi e l’evoluzione di uno dei brani più iconici di tutti i tempi. Diretto da Thierry Teston, il film esplora le radici francesi della canzone, la sua consacrazione internazionale grazie a Frank Sinatra e le reinterpretazioni di artisti come Sid Vicious e Nina Simone. La proiezione sarà accompagnata da un live tributo dei Bluebeaters. Spicca anche Soundtrack to a Coup d’État di Johan Grimonprez, documentario candidato agli Oscar che esplora il legame tra jazz, colonialismo e spionaggio. Per gli amanti del rock, «Born To Be Wild: The Story Of Steppenwolf» offrirà un viaggio nella leggenda del rock psichedelico.

foto di Joy Santandrea

Ospiti Internazionali e Live Performance

Il festival accoglierà oltre 40 ospiti italiani e internazionali, tra cui Georges Gachot, regista di Misty – The Erroll Garner Story, e Olga Chajdas, autrice di Imago. Tra i momenti musicali più attesi, le esibizioni live di artisti del calibro di Tormento (ex Sottotono), Kode9, Noémi Büchi e DJ Mastafive.

Le serate si animeranno con gli after-screening e dj set speciali, tra cui il celebre François Kevorkian, pioniere della house music, che sarà protagonista della festa di chiusura al locale Off Topic. Non mancheranno ulteriori sorprese come l’installazione sonora Tomorrow Will Be Louder dell’artista Louis Braddock Clarke e il live immersivo di Noémi Büchi.

foto dalla cartella stampa di SEEYOUSOUND festival

Esperienze da non perdere

7Inch presenterà 12 cortometraggi sperimentali, mentre Frequencies vedrà musicisti e sound designer reinterpretare cortometraggi storici con sonorizzazioni dal vivo. La sezione Into the Groove, invece, incarnerà lo spirito del festival, combinando cinema mainstream e nuove tendenze musicali. Qui verrà presentato anche EBM: Electronic Body Movie, dedicato all’Electronic Body Music, genere che ha segnato la storia della musica elettronica.

In parallelo, la rassegna Rising Sound esplorerà il potere della musica come strumento di cambiamento sociale, con documentari che raccontano figure iconiche come Sister Nancy e Jackie Shane.

Perché andare?

Più di un semplice festival, SEEYOUSOUND è un viaggio che celebra la musica e le immagini nel raccontare. Un evento che invita il pubblico a immergersi in un’atmosfera unica fatta di scoperta. Che siate appassionati di musica, cinema o entrambi, questo festival è un appuntamento da segnare in agenda.