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All’Auditorium Rai: la musica che annulla il confine tra l’Io e il Mondo

Fino a che punto la voce del singolo può resistere al rumore del mondo prima di fondersi con una melodia collettiva? E può espandersi fino ad abbracciare il mondo intero?

Il concerto del 21 maggio all’Auditorium Rai invita a esplorare proprio questa dimensione, aprendosi con il Concerto in la minore per violoncello e orchestra, op. 129 di Robert Schumann. L’occasione segna l’atteso ritorno di Pablo Fernández, uno dei violoncellisti più brillanti della sua generazione, come solista con l’orchestra sinfonica nazionale Rai, compagine con la quale debuttò giovanissimo nel 2017.

Scritto a Düsseldorf nel 1850 in sole due settimane di fervore creativo, il brano custodisce un enigma che le note di sala evidenziano lucidamente: la partitura non lascia ancora trasparire i segni della spaventosa malattia mentale che di lì a poco avrebbe travolto l’autore. Fernández, pur dotato di un’altissima tecnica, offre una lettura profondamente introspettiva. Il suo violoncello rifugge dal virtuosismo fine a sé stesso, nel pieno rispetto delle intenzioni di Schumann, da sempre lontano dai cliché del mero sfoggio ottocentesco.

Nel primo movimento l’esecuzione si trasforma in un intimo monologo interiore, il canto di chi usa la musica come scudo contro il caos esterno, mentre l’orchestra si profila sullo sfondo. Il passaggio al secondo movimento avviene in modo estremamente fluido: qui, nel celebre duetto con il primo violoncello dell’orchestra, la solitudine del singolo si apre finalmente alla dimensione collettiva, per poi sbocciare nell’energia trascinante del finale, un Sehr lebhaft (molto vivace) autentico e vitale.

Credits: SergioBertani/OSNRai

Mentre Schumann si rifugia nei labirinti della propria psiche, Antonín Dvořák risponde alla stessa urgenza espandendo i confini geografici e culturali della tradizione, e invitando a un mondo nuovo. La seconda metà della serata vede infatti l’orchestra sinfonica nazionale della Rai farsi interprete della Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 “Dal Nuovo Mondo”, un capolavoro nato nel 1892 da un capriccio del destino: se gli emissari della mecenate americana Jeannette Thurber, fondatrice del National Conservatory di New York, fossero riusciti a rintracciare in Europa Jean Sibelius – la prima scelta assoluta per la direzione del conservatorio – questa musica forse non sarebbe mai esistita. 

Il compositore boemo non ricalca il folklore d’oltreoceano, ma ne cattura l’anima originaria (dai canti dei nativi agli spirituals afroamericani), fondendola con il rigore strutturale ereditato da Brahms in un’architettura ciclica di rara coerenza.  

È qui che la direzione di Robert Treviño tocca vette di assoluto magistero. Nome di spicco del panorama internazionale e tra i direttori d’orchestra statunitensi più dinamici di oggi, Treviño guida la compagine Rai con una plasticità straordinaria: ogni sfumatura della partitura di Dvořák sembra materializzarsi visivamente tra le sue mani. Non si tratta solo di scandire il tempo, ma di scolpire il suono nell’aria, rendendo visibile ogni singolo ingresso strumentale.

L’OSN Rai asseconda questo magnetismo con una compattezza esemplare, passando dalle sottili allusioni del primo movimento allo struggente lirismo del Largo – quel canto universale intriso di nostalgia affidato al corno inglese –, fino all’energia rutilante del finale. Una malinconia trionfante che ha travolto l’Auditorium in un lunghissimo applauso.

Forse, l’intera esecuzione è una lettera dal nuovo mondo: la musica rimane l’ultimo rifugio possibile. Solo attraverso la condivisione e la capacità di tessere legami l’esperienza del singolo può trasformarsi in un autentico capolavoro.

Melika Nemati

La Resurrezione di Mahler per la prima dell’OSN

Inizio esaltante per la stagione concertistica dell’Orchestra Sinfonica Nazionale 2022-23. L’auditorium “A. Toscanini”, tempio locale della musica di repertorio, riapre i cancelli per inaugurare un nuovo e ricco ciclo di eventi, e lo fa in grande stile sulle note di un’epica Sinfonia n.2 di Gustav Mahler. Dal podio, Fabio Luisi, oltre la compagine orchestrale, di cui è direttore emerito, dirige il Coro Teatro Regio Torino, preparato da Andrea Secchi, e le due soliste, il soprano Valentina Farcas e il contralto Wiebke Lehmkuhl. L’evento, in più, viene trasmesso in diretta sui canali radiotelevisivi RAI, godendo così di una copertura completa e accessibile a tutti.

credits: OSN

È possibile oltrepassare il confine posto da Beethoven con la sua mastodontica Nona Sinfonia? Questo era il dilemma che affliggeva le menti dei compositori tardo ottocenteschi successori del santone tedesco. L’opera magna beethoveniana sembrava, in effetti, una vetta insormontabile per chiunque si cimentasse in quel genere. Evidentemente, Mahler non poneva limiti alla sua creatività e si impegnò, temerario, nell’impresa. Dopo anni di lavoro e fatiche, non senza fasi di stallo creativo, portò alla luce un imponente poema sinfonico di ben cinque movimenti per soli, coro e orchestra. Il titolo Resurrezione suggerisce un profondo connotato spirituale che l’autore necessitava di esprimere sul pentagramma, mosso da esperienze del suo personale vissuto.

Si sviluppa, nel corso delle varie sezioni, un’ascesa tanto sofferta quanto catartica che culmina nel grandioso movimento finale. L’intervento delle voci soliste, nei tempi centrali, addolcisce il flusso melodico; quello del coro misto, più tardi, restituisce invece vigore e corpo sonoro. Se l’idea di un corale conclusivo risente, con evidenza, del modello beethoveniano, è l’organico strumentale “allargato” ad accentuare ancor più la magnitudine in atto: una ricca sezione di ottoni (molti, persino, fuori scena), unita ad un ruolo primeggiante delle percussioni, produce all’ascolto un impatto dirompente.

credits: OSN

Lo stile di direzione di Luisi, diretto e carismatico, sposa appieno il carattere dell’opera. Una semplice bacchetta non sarebbe stata sufficiente, così si serve di tutto il suo corpo per guidare gli orchestrali verso l’esecuzione desiderata. Il podio stesso sembra non contenerlo: si affaccia ai primi violini quasi fino ai loro leggii, li accarezza nei momenti più leggeri e li incita quando l’intensità aumenta. Con il solo sguardo, gestisce anche fiati e percussioni nelle retrovie, mentre, per introdurre il coro, si unisce lui stesso al canto, nel pieno del coinvolgimento emotivo. In definitiva, il direttore riesce a trainare con sé l’intero organico al suo cospetto, gesticolando con grinta e passione dall’inizio alla fine.

La performance dell’orchestra, di conseguenza, non può che essere convincente. Grazie ad un’attenta cura delle dinamiche, l’OSN valorizza quei picchi di tensione, prima incalzanti e poi statici, su cui l’opera intera poggia le fondamenta strutturali ed espressive. Gli archi sanno essere all’occorrenza aggressivi o moderati; gli ottoni, con le loro cavalcate decise, irrobustiscono il suono; le percussioni (ben tre gli schieramenti disposti) intervengono per marcare gli accenti delle frasi. Quando, poi, il coro solenne si impone sulla scena, la sinfonia raggiunge il suo apice drammatico.

credits: OSN

Gli spalti, colmi per il consueto appuntamento d’apertura, restituiscono tutta l’energia ricevuta con una corposa ovazione in chiusura di serata. Luisi e l’OSN non deludono le orecchie fini che abitualmente frequentano l’Auditorium, alle quali, per l’occasione, si è aggiunta una ricca rappresentanza di giovani spettatori tra studenti appassionati, aspiranti musicisti e semplici curiosi. La tradizione, dunque, prosegue con successo e si preannuncia anche quest’anno, sul palco del “Toscanini”, un’avvincente stagione concertistica. 

A cura di Ivan Galli