Per inaugurare una stagione intitolata “Fatale”, il lieto fine sarebbe stato un’incoerenza. Il Teatro Regio di Torino apre con Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, affidate rispettivamente alle regie di Daniele Menghini e Francesco Micheli, con Andrea Battistoni sul podio. Nell’anteprima giovani di martedì 13 ottobre, il dittico convince per la capacità di intrecciare il dramma individuale con i riti della comunità e le convenzioni dello spettacolo.

In Cavalleria rusticana, dalla vicenda di Giovanni Verga, il giorno di Pasqua diventa teatro di un regolamento di conti. Turiddu ha ripreso la relazione con Lola, ora moglie del carrettiere Alfio. Santuzza, abbandonata dal giovane, rivela il tradimento al marito della rivale, innescando il duello che porterà alla morte di Turiddu.
Menghini racchiude il dramma in uno spazio dominato dalla ritualità religiosa. Le scene di Davide Signorini costruiscono un’abside popolata di statue sacre che diventa anche piazza del paese. La rotazione della struttura centrale e lo spostamento degli elementi su ruote modificano continuamente le prospettive e i rapporti fra i personaggi. La scenografia è la stessa, ma non appare mai uguale: ogni trasformazione apre un diverso luogo d’incontro, di confronto o di solitudine.
Grandi sagome lignee di angeli e immagini della vita di Cristo compongono il paesaggio devozionale. Particolarmente efficace è l’Ultima Cena, collocata sul tavolo dove Turiddu beve il vino e si confronta con Alfio, prima di crollare ai piedi della madre per dirle addio. Il richiamo alla condivisione si carica della violenza della sfida, mentre il pasto sacro sembra prefigurare una morte imminente. Su un altro lato compare Gesù nell’orto degli ulivi: quando la scena si popola delle sagome degli alberi, il raccoglimento di Santuzza sembra rispecchiarsi nella solitudine di Cristo.
Queste immagini accompagnano il dolore dentro una comunità che celebra la Pasqua ma lascia la donna ai margini. I costumi di Nika Campisi rendono visibile la distanza: alla ricchezza ornamentale della Lola di Veta Pilipenko e degli abiti maschili si contrappone la figura dimessa di Santuzza, isolata anche nell’aspetto.

Ekaterina Semenchuk dà voce al tormento della protagonista attraverso il contrasto fra l’intensità del registro grave e gli slanci drammatici verso l’acuto. Nei cambiamenti di colore si avverte l’inquietudine di una donna che reclama un amore e, insieme, un posto nel mondo che la circonda. La pienezza della voce di Elena Zilio, Mamma Lucia, suggerisce invece un peso più stabile, quasi quello della tradizione.
Il Turiddu di SeokJong Baek si presenta luminoso e spavaldo già nel canto fuori scena; prima del duello, lo squillo si attenua e lascia affiorare la vulnerabilità dell’uomo. Gli si contrappone l’Alfio di Ariunbaatar Ganbaatar, dalla voce massiccia e piena. Il contrasto sonoro sembra anticipare quello fra la baldanza del giovane e la fermezza feroce del codice d’onore.
A unire visivamente le due opere sono le luci di Gianni Bertoli. I toni caldi, prevalentemente ambrati, cedono a luci fredde nei momenti di maggiore tensione, mentre le candele creano spazi di raccoglimento nell’oscurità. L’effetto più incisivo arriva quando fasci diretti sulle strutture proiettano ombre nette e scomposte sul fondale. L’architettura sembra moltiplicarsi e perdere stabilità, con un’inquietudine che ricorda il cinema espressionista tedesco.

In Pagliacci, la stessa struttura diventa lo spazio del Circo Paradiso. Un carro con un asino e l’insegna della compagnia serve da richiamo per il pubblico e da camerino: gli interpreti vi si preparano a diventare maschere, mostrando il lavoro necessario a costruire l’illusione. I costumi di Giada Masi completano la metamorfosi.
La vicenda mette questa illusione alla prova. Nedda, moglie del capocomico Canio, ama Silvio e vuole fuggire con lui. Tonio, respinto dalla donna, rivela la relazione al marito. La compagnia deve però recitare una commedia in cui Colombina incontra Arlecchino alle spalle di Pagliaccio: un tradimento destinato a far ridere, proprio mentre quello vissuto dagli interpreti prepara la tragedia.
Carolina López Moreno è Nedda, Joshua Hopkins Silvio e Matteo Mezzaro Peppe, destinato a vestire i panni di Arlecchino. Ganbaatar torna come Tonio, cui appartiene anche il Prologo. Nella regia di Micheli assume una funzione da cerimoniere: percorre la platea costeggiando la buca d’orchestra e, ai suoi gesti, scendono le stelle e si accendono le luci degli spalti in scena. È un momento incantatorio, in cui il circo sembra prendere vita davanti a noi. Per perfetto tempismo o fortuita coincidenza, nell’anteprima la rappresentazione circense comincia proprio alle ventitré, anche sugli orologi del pubblico.
Il Prologo ha annunciato «le antiche maschere», invitando a riconoscere gli esseri umani sotto i costumi. Il Canio di Martin Muehle porta questo conflitto nella voce. In “Vesti la giubba”, il legato e le pause restituiscono un dolore sospeso fra pianto e rabbia: l’uomo deve trasformare il proprio tormento in divertimento, perché chi ha pagato il biglietto pretende che Pagliaccio continui a recitare.

Quando comincia la commedia, gli amanti, il marito ingannato e gli equivoci sembrano ancora appartenere a un repertorio rassicurante. Ma le parole della finzione toccano troppo da vicino la vita di chi le pronuncia. Canio smette di vedere Colombina e pretende risposte da Nedda. La maschera acquista la complessità della persona, mentre il copione perde il potere di governarne le azioni. Il pubblico dentro lo spettacolo fatica a riconoscere il momento in cui il gioco diventa una minaccia.
Micheli prolunga questa frattura fino al proscenio. Dopo l’assassinio, Tonio torna nei panni del cerimoniere, avanza con le scarpe rosse di Nedda e pronuncia «La commedia è finita». Il sangue e i costumi conservano una riconoscibile artificialità; quelle scarpe diventano invece il segno concreto di una donna assente e richiamano il femminicidio alla realtà contemporanea.
È qui che le due regie trovano il loro punto d’incontro: nei riti e nelle rappresentazioni con cui una comunità accompagna la violenza, senza riuscire a fermarla. La conclusione dello spettacolo circense lascia così aperta una domanda per la platea: quanto di quella storia può davvero considerarsi finito?
Joy Santandrea