Composto dal vocalist e sassofonista Hugh Potter, il chitarrista Nikolai Katepan, il bassista Thomas Koenig e il batterista Collin Thomas, i Foreign Body sono noti nell’underground di Brooklyn per la brutalità del sound e la crudezza dei testi. Il gruppo – figlio della teatralità dissonante dei Birthday Party e del nichilismo politico dei Chat Pile – ha scosso i nervi più sensibili dei propri ascoltatori, rivelando verità scomode sull’animo umano e sfociando spesso in una furia con picchi paranoici e brutali.

Se l’EP di debutto autoprodotto Leave a Mark… Leave a Message (2022), attraverso le roventi chitarre che sembrano provenire direttamente da una bolgia dantesca, incorpora il noise rock lacerato degli Unrest ed eredita l’edonismo degli Stooges – virando verso un punk‘n’roll senza peli sulla lingua – il primo album in studio in studio Fixed (Menora Recordings, 2023), registrato dal sound artist e ingegnere del suono Matt lbarra (Rectal Hygienics), mette in chiara luce un delirante tributo al rock misantropo degli Scratch Acid, nel quale viene delineato il ritratto della prigionia corporea, eterna compagna dell’uomo occidentale contemporaneo, schiacciato dall’ossessione del mito della virilità e smarrito in un mosaico di indecisioni quotidiane. L’album, tramite la fusione del decadentismo del movimento no wave newyorkese di fine anni Settanta con un immaginario masochista, permette al gruppo di far parlare di sé, seppur in una ristretta nicchia.

Pubblicato l’11 settembre dall’etichetta indipendente statunitense Brutal Panda Records, il secondo album in studio Libertine riprende il tema del libertinaggio sessuale e lo fa proprio sin dalla prima traccia, scacciando ogni tabù in merito. La breve introduzione alternative-noise “Strung Out” nel quale primeggia il distorto assolo di sax, eco delle migliori dissonanze di James Chance and the Contortions, si sposa con il grido disperato del successivo pezzo post-hardcore “White Lord of Hell”, una costante rincorsa all’eccesso più degradante. Se il mezzo-tempo punk di “Passed Around” è caratterizzato da una batteria nevroticamente pulsante, la rovinosa “Hind Legs” si distende su riff di sludge metal detonanti alla No Trend, gettati nel fondo del baratro e in preda all’isteria. Intanto l’aura ansiogena e le sonorità rarefatte di “Trophy” precedono l’anti-hit post-hardcore dell’intera tracklist, “When Sex Is Not Enough”: un flusso di coscienza che riversa un radicale disgusto per la prevaricazione del desiderio sessuale sul bisogno emotivo e psicologico, per l’illusione che il piacere fisico possa colmare un vuoto che appartiene alla sfera più profonda dell’intimità. Introdotto da batterie che riecheggiano le tribalità del post-punk più cavernoso in pieno stile Public Image Ltd., “Man Was Meant to Take Advantage” prosegue sulla medesima linea. La disturbante “Born for This” e l’energica “Libertines” rivendicano ancora una volta gli orrori della violenza fisica, accompagnati dal desiderio di controllo e dalla conseguente depravazione mentale. La chiusura “Beauty Is a Hammer” – il titolo parla chiaro – si focalizza sulla spietata ricerca della perfezione estetica, lasciandosi andare a un umorismo nerissimo.
Protagonisti di un’inaspettata rinascita delle scomodità del rock underground, i Foreign Body si destreggiano con schiettezza e totale lucidità in un panorama di plasticità a buon mercato.
Andrea Arcidiacono