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ACQUE dei Radura, lo screamo tra poesia ed etereo

La scena screamo/post-hardcore italiana è piccola ma estremamente fervente, fatta di appassionati e musicisti che danno vita a gruppi e collettivi capaci di tenere viva una comunità sempre pronta a lasciarsi sorprendere da nuovi suoni e stimoli.

Tra le realtà più riconosciute, con un decennio di attività ormai alle spalle, i Radura si confermano una delle proposte più interessanti dell’underground milanese. A cinque anni di distanza dal precedente Effetto Della Veduta D’Insieme, la band è tornata finalmente dallo studio con un nuovo capitolo della propria discografia.

ACQUE segna un ulteriore passo in avanti nel percorso del gruppo: il suono si fa più ricercato, la scrittura più matura, la resa complessiva più imponente. Un disco che non si limita a proseguire il discorso avviato con i lavori precedenti, ma lo spinge oltre, confermando una crescita costante.

Il sound di ACQUE si presenta come una lama morbida che accarezza l’ascoltatore, ma che lascia cicatrici, segni di una profondità e di un dolore legati a qualcosa che è stato vissuto, e che probabilmente non tornerà più.

Le chitarre e il basso restano distorti, ma si piegano ora a melodie più dolci, sempre nello stile che ha caratterizzato il gruppo. Lo scream, un tempo elemento centrale della scrittura della band, si ritira sullo sfondo, riemergendo solo in brevi squarci. A prendersi la scena è un cantato malinconico, sospeso, che affida il senso a testi eterei che, come l’acqua, sfuggono alla presa e non si lasciano afferrare del tutto.

Ci troviamo quindi di fronte a un disco più complesso, studiato e strutturato rispetto ai lavori precedenti. La presenza di featuring di peso (come quello di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came in TEMPESTA) insieme all’uso di effetti chitarristici ricercati e a linee di batteria tutt’altro che scontate, testimonia una maturità artistica costruita passo dopo passo negli ultimi anni. ACQUE è un disco che quasi sicuramente rimarrà una pagina importante nella storia dello screamo italiano, per la sua imponenza poetica e sonora.

I Radura suoneranno il disco a Torino il 9 ottobre al Blah Blah.

Alessandro Ciffo

Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri: un devastante tifone in salsa noise

«Si chiama adrenalina: la produce il cervello, è legale ed è potentissima.» 
– Pierpaolo Capovilla

Il 13 maggio l’Hiroshima Mon Amour ha ospitato i veneziani Cattivi Maestri, guidati da Pierpaolo Capovilla, storico frontman degli One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori. Reduce dalla candidatura ai David di Donatello come Miglior attore non protagonista per “Le città di Pianura” di Francesco Sossai, Capovilla ha confermato sul palco il carisma che da anni lo rende una delle figure più riconoscibili della scena underground italiana. 

Ad aprire la serata sono i torinesi Avvolte (ex-Avvolte Kristedha), attivi da circa trent’anni e contraddistinti da un sound eterogeneo che incrocia post-punk ed electro-rock. Poi l’ingresso in scena dei Cattivi Maestri, che incendiano il palco con un’esibizione densa e visionaria, dove gli strumenti si fondono con la voce roca e teatrale del cantante. Insieme a lui Fabrizio Baioni alla batteria, Loris Cericola alla chitarra e Federico Aggio al basso ripercorrono i brani dell’omonimo album pubblicato nel 2022, lasciando ulteriore spazio al nuovo singolo “Dimenticare Maria”, uscito a marzo, abbinato con l’ironico art rock di “Per le vie della città”.

La presenza scenica di Capovilla, coronata da un irresistibile verve spoken, primeggia su tutto, ipnotizzando il pubblico attraverso le sue gesta e facendo di questi ciò che vuole. Tra la vampata noise di “Cassavetes” e la satira feroce di “Morte ai Poveri”, i Cattivi Maestri mettono in mostra un’identità sonora compatta, capace di imporsi con forza anche davanti agli spettatori meno avvezzi al loro universo musicale. 

La crisi inconscia di “Follow the Money”, la fragile malinconia di “Anita” e l’orazione funebre dedicata al militare Lorenzo Orsetti in “La città del sole” mostrano il lato più poetico e introspettivo di Capovilla: una scrittura capace di elevarsi, dando ritmo e profondità a ogni lirica, senza mai apparire fuori luogo. Di lì a poco, tra distorsioni e feedback incessanti, il concerto si arresta per dedicare un momento al ricordo del poeta abruzzese Emidio Paolucci, figura particolarmente vicina a Capovilla: detenuto per anni nel carcere di San Donato di Pescara, Paolucci è stato più volte al centro delle interpretazioni pubbliche del frontman, che ne ha portato in scena i testi in diverse occasioni.

 Il concerto si conclude sulle note di “Gesù Cristo o barbarie”, possibile frecciata alla conversione spirituale e artistica di Giovanni Lindo Ferretti (ex-CCCP, CSI, PGR). Subito dopo l’esibizione, Capovilla legge con intensità la Lettera ai mercanti di morte del cardinale Domenico Battaglia, noto testo di denuncia contro la trasformazione del dolore umano in profitto, definendo l’arcivescovo come una delle figure più sincere nel panorama cattolico contemporaneo.

I Cattivi Maestri danno vita a uno spettacolo intenso e sfaccettato, capace di alternare una viscerale furia sonora a momenti più taglienti e cantautorali. Un linguaggio espressivo che conserva intatta la cifra stilistica del frontman, profondamente radicato nella propria identità artistica.

Andrea Arcidiacono