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Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri: un devastante tifone in salsa noise

«Si chiama adrenalina: la produce il cervello, è legale ed è potentissima.» 
– Pierpaolo Capovilla

Il 13 maggio l’Hiroshima Mon Amour ha ospitato i veneziani Cattivi Maestri, guidati da Pierpaolo Capovilla, storico frontman degli One Dimensional Man e de Il Teatro degli Orrori. Reduce dalla candidatura ai David di Donatello come Miglior attore non protagonista per “Le città di Pianura” di Francesco Sossai, Capovilla ha confermato sul palco il carisma che da anni lo rende una delle figure più riconoscibili della scena underground italiana. 

Ad aprire la serata sono i torinesi Avvolte (ex-Avvolte Kristedha), attivi da circa trent’anni e contraddistinti da un sound eterogeneo che incrocia post-punk ed electro-rock. Poi l’ingresso in scena dei Cattivi Maestri, che incendiano il palco con un’esibizione densa e visionaria, dove gli strumenti si fondono con la voce roca e teatrale del cantante. Insieme a lui Fabrizio Baioni alla batteria, Loris Cericola alla chitarra e Federico Aggio al basso ripercorrono i brani dell’omonimo album pubblicato nel 2022, lasciando ulteriore spazio al nuovo singolo “Dimenticare Maria”, uscito a marzo, abbinato con l’ironico art rock di “Per le vie della città”.

La presenza scenica di Capovilla, coronata da un irresistibile verve spoken, primeggia su tutto, ipnotizzando il pubblico attraverso le sue gesta e facendo di questi ciò che vuole. Tra la vampata noise di “Cassavetes” e la satira feroce di “Morte ai Poveri”, i Cattivi Maestri mettono in mostra un’identità sonora compatta, capace di imporsi con forza anche davanti agli spettatori meno avvezzi al loro universo musicale. 

La crisi inconscia di “Follow the Money”, la fragile malinconia di “Anita” e l’orazione funebre dedicata al militare Lorenzo Orsetti in “La città del sole” mostrano il lato più poetico e introspettivo di Capovilla: una scrittura capace di elevarsi, dando ritmo e profondità a ogni lirica, senza mai apparire fuori luogo. Di lì a poco, tra distorsioni e feedback incessanti, il concerto si arresta per dedicare un momento al ricordo del poeta abruzzese Emidio Paolucci, figura particolarmente vicina a Capovilla: detenuto per anni nel carcere di San Donato di Pescara, Paolucci è stato più volte al centro delle interpretazioni pubbliche del frontman, che ne ha portato in scena i testi in diverse occasioni.

 Il concerto si conclude sulle note di “Gesù Cristo o barbarie”, possibile frecciata alla conversione spirituale e artistica di Giovanni Lindo Ferretti (ex-CCCP, CSI, PGR). Subito dopo l’esibizione, Capovilla legge con intensità la Lettera ai mercanti di morte del cardinale Domenico Battaglia, noto testo di denuncia contro la trasformazione del dolore umano in profitto, definendo l’arcivescovo come una delle figure più sincere nel panorama cattolico contemporaneo.

I Cattivi Maestri danno vita a uno spettacolo intenso e sfaccettato, capace di alternare una viscerale furia sonora a momenti più taglienti e cantautorali. Un linguaggio espressivo che conserva intatta la cifra stilistica del frontman, profondamente radicato nella propria identità artistica.

Andrea Arcidiacono

Il Teatro Regio gioca col destino: Stagione 26/27 “Fatale”

Dimenticate le rassicuranti cartoline e i finali consolatori. La Stagione 2026/2027 del Teatro Regio di Torino si presenta con un titolo che suona come una vera e propria dichiarazione d’intenti: Fatale. Un cartellone imponente di quindici titoli, di cui ben nove allestimenti inediti, costruito interamente sull’ineluttabilità del destino e sulla tensione magnetica tra amore e pericolo, eros e morte. Niente accademismo polveroso, ma un’indagine forte sulle passioni estreme che muovono, e spesso distruggono, l’essere umano.

Foto da Cartella stampa Teatro Regio

L’azzardo del Verismo: un “binge-watching” teatrale

Il vero colpo di teatro arriva subito in autunno. L’inaugurazione del 15 ottobre non sarà una semplice prima, ma l’inizio di un enorme cantiere creativo chiamato “Progetto Verismo”. Si tratta di una maratona di quattro opere di fine Ottocento firmate da Mascagni e Leoncavallo (Cavalleria rusticana, Pagliacci, La bohème e Iris), spalmate su 22 recite in poco più di un mese.

Al timone musicale di questa titanica impresa il Direttore Andrea Battistoni, mentre la visione scenica è affidata alle menti dei registi Daniele Menghini e Francesco Micheli. La vera chicca per i più audaci? Nei primi due fine settimana di novembre sarà possibile vivere le opere come un ciclo continuo di tre giorni consecutivi, in una sorta di binge-watching teatrale totalmente immersivo.

Comunità tossiche, centri sociali e scenari post-atomici.

Se pensate di sapere già cosa aspettarvi da questi titoli, vi sbagliate di grosso. Cavalleria rusticana e Pagliacci vengono svestite dai vecchi cliché folcloristici per trasformarsi in un’indagine, ispirata all’universo crudo di Pasolini, sulle regole non scritte e spesso violente delle comunità rurali. Menghini legge Cavalleria come un mistero sacro e sanguinante che sgorga dalla liturgia pasquale, mentre Micheli fa di Pagliacci uno specchio deformante in cui il confine tra cronaca nera e finzione teatrale diventa pericoloso.

Poi ci sono le due perle rare. La Bohème di Leoncavallo (spesso oscurata dalla più famosa omonima pucciniana) diventa il ritratto di una giovinezza rivoluzionaria spietata: Micheli immagina i protagonisti all’interno di un “centro sociale” ante litteram. È l’esplosione vitale di chi combatte per l’arte, destinata però a schiantarsi contro l’amarezza e lo squallore dell’età adulta.

Foto da cartella stampa Teatro Regio

Il vertice visivo, tuttavia, promette di essere l’Iris di Mascagni. Il regista Menghini, che già ci aveva stupito con il suo allestimento dell’ Elisir d’amore nel 2025, spinge Iris in un territorio distopico e post-atomico. L’opera si muove attorno al suggestivo concetto degli hibakujumoku, gli alberi capaci di sopravvivere alle bombe radioattive di Hiroshima. In questo scenario devastato, la protagonista vive isolata in una grotta sotterranea protetta da fiori di carta, prima di essere trascinata negli abissi di un bordello costruito tra le macerie. Un allestimento che si preannuncia viscerale. Prendere l’esotico e delicato giappone immaginato da Mascagni e puntarlo sul tavolo del distopico post-atomico potrebbe suonare come un all-in registico? Sarò curioso di vederlo.

Foto da cartella stampa Teatro Regio

Corpi in movimento e un teatro per noi.

Non manca un massiccio spazio alla danza, linguaggio spesso usato per esplorare fisicamente le costrizioni del fato. A dicembre torna il popolarissimo gala Roberto Bolle and Friends, ma c’è grandissima attesa per il Tokyo Ballet, che porterà sul palco le potenti atmosfere del Sacre du Printemps di Béjart e la prima italiana di Kaguyahime. Per chi cerca atmosfere più classiche, il Balletto dell’Opera di Tbilisi rinnoverà la magia natalizia de Lo schiaccianoci.

Il Regio, insomma, continua a fare quello che gli riesce meglio ultimamente: svecchiare l’opera e abbattere le barriere. E i numeri parlano chiaro: con un 92% di riempimento della sala registrato nell’ultima stagione, il teatro è trainato da un pubblico giovane in costante crescita. Mettendo in campo trenta debutti assoluti e scommettendo sul palcoscenico come laboratorio vivo, la Stagione 26/27 ha tutte le carte in regola per attrarre nuovo pubblico.

Joy Santandrea

FALOODA – RECIPE FOR CONCUSSION: UN DESSERT INASPETTATO

Formati dal vocalist e tastierista Loverman, il chitarrista Stravriky, il bassista Grivoorm, il batterista Luku Luku Miu Miu e il sassofonista Charlie Arizonas, il gruppo ateniese Falooda fa da eco – nel suo piccolo – alla marea di complessi della quale si nutre il lato oscuro del contesto indipendente europeo: da non confondere con l’omonima bevanda mediorientale, la band si autodefinisce su BandCamp come un “dessert noise funk con sciroppo di rose, vermicelli, latte e semi di basilico dolce”. Dietro questa ironica bio e un’apparente attitudine jam, si nasconde però lo spirito di una generazione dilaniata, che richiama le atmosfere iraconde della scena post-hardcore statunitense.

Foto di Eirini Chatzi

Considerati quasi un contraltare dei portoghesi Trasgo, riconosciuti per il loro sound strascicato e caotico, i Falooda si potrebbero definire dei pionieri del punk-funk di matrice greca. Formatosi in epoca post-covid, la loro attività locale nel tempo ha giovato alla realizzazione di un EP, Demo 2024 (2024), determinante per illoro successivo album di debutto, Recipe for Concussion (trad. “Ricetta per la commozione cerebrale”), un concentrato di effusioni e struggimenti di un’epoca lontana, ma paurosamente attuale. Prodotto in collaborazione con il musicista e ingegnere del suono B12, il disco si presenta con una copertina appetitosa e al tempo stesso ripugnante. Che sia un per l’ipnotico contrasto di colori acidi o per la sinistra creatura che fuoriesce dalla torta stilizzata? Soltanto l’ascolto lo confermerà.

I ritmi schizoidi della breve introduzione “Bottleneck” anticipano la mattanza esuberante che contraddistingue la verve del gruppo ateniese. Tra dissolvenze sludge e ibridi contatti con il noise rock più lancinante, in “Boolean Religion” si percepisce una pulsante brama di coesione tra generi, attraverso l’abbattimento di muri sonori e l’avvicinamento ad atmosfere dissonanti. Se con il funk-punk iniziale di “Captcha” diventiamo protagonisti di un progressivo mutamento verso l’hardcore più sfrenato, con la successiva “Epileptic Bus” veniamo travolti da una valanga di synth impazziti e un gregge di riff senza sosta: l’irresistibile basso in “Existential Corrosion”, a metà tra la misantropia dei Contortions e l’eleganza stilistica dei Morphine, sembrerebbe quasi essere il brano più leggero dell’album, se non fosse per il cantato pessimistico di Loverman. Tra il dinamismo dei Minutemen e la rabbia dei Black Flag, il brevissimo “0xc0000017” corre al pari di Speedy Gonzales e sfreccia, esaurendosi in un attimo. Lo scherzo conclusivo “Jelly Maze”, una goliardica melodia composta unicamente dai sintetizzatori, dissolve quasi del tutto la follia anarchica alla quale abbiamo assistito.

Pur muovendosi in coordinate ancora acerbe e debitrici della tradizione del post-hardcore statunitense, i Falooda sono un progetto da tenere d’occhio e potrebbero diventare un giorno gli eredi di un rock irregolare e decisamente non per tutti i palati.

Andrea Arcidiacono